mercoledì 28 novembre 2012

Kotoko ( Shinya Tsukamoto , 2011 )


Giudizio: 8.5/10
L'incubo allucinatorio di Tsukamoto

Il rapporto tra il cinema di Tsukamoto e la corporalità ha creato sin dagli inizi dell'attività cinematografica del regista una delle tematiche più interessanti e affascinanti, coinvolgendo i sostenitori dell'autore nipponico ed aprendo vie perigliose all'interpretazione delle sue opere. 
Se stavolta in Kotoko mancano quegli ibridi cyber tecnologici, ammassi di carne e ferraglia dilatati, il corpo che sprizza richiesta di vita in una mente vicina all'annientamento è pur sempre una pagina pregnante di dolore e di dicotomia corpo-mente.
Utilizzando una tecnica narrativa se vogliamo più convenzionale, in Kotoko, Tsukamoto ,in coppia con la pop singer Cocco, da vita ad una storia che è prima di tutto un incubo cinematografico in cui gli spunti autobiografici dell'uno e dell'altra sono chiaramente intellegibili.

Donna fragile, problematica con gravi disturbi allucinatori che la pervadono per tutta la durata del film, Kotoko soffre di uno sdoppiamento visivo , quasi le due facce del mondo, che la sprofondano nella disperazione e nella follia ; unico raggio di luce il figlioletto che però subisce anche lui i picchi emotivi e psicotici della madre da cui ben presto viene allontanato. La figura dello scrittore Tanaka, innamorato di lei , crea un ulteriore tratto destabilizzante al termine del quale però sembra scorgersi un po' di luce.
La figura materna che vive in Kotoko sembra essere l'unica che possiede ancora un minimo di strutturalizzazione e le ansie e paure del regista si fondono al problematico rapporto madre-figlio, il solo che sembra mantenere un filo di legame col mondo non distorto della protagonista.
L'incubo allucinatorio è tale che alla fine ci si chiede se tutto ciò che vediamo non sia un semplice frutto della mente malata di Kotoko e saggiamente Tsukamoto ben si guarda dal districare questo dubbio che non fa altro che sublimare il clima di terrore psicologico che striscia sottilmente per tutto il film, creando un buio disagio rotto solo da qualche momento abbagliante (gli incontri di Kotoko col figlio) e sostenuto in maniera splendida da un montaggio e una fotografia magistrali alle quali il regista ci ha da tempo abituato.
Il finale , in bilico tra follia terminale e tenerezza, ammantato di dubbi è il tocco di classe di un regista che con questo lavoro è tornato decisamente su livelli apprezzabilissimi dimostrandosi ancora una volta come uno dei più grandi conoscitori delle dinamiche corpo-mente.
Forte anche delle sue esperienze personali, in larga parte simili a quelle della protagonista, Cocco regala una interpretazione intensa e drammaticamente superlativa nel dipingere una figura femminile bella come se ne sono viste poche negli ultimi anni, affiancata allo stesso Tsukamoto nel ruolo di Tanaka cui ,oltre alle immense doti di regista , sceneggiatore, montatore ( e chi più ne ha ne metta…) non difetta certo la capacità interpretativa.

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