domenica 9 giugno 2013

Stoker ( Park Chan-wook , 2013 )

Giudizio: 7/10
La mano di Park c'è, la storia zoppica

L'esordio lontano dalla natia Corea di Park Chan-wook era uno degli appuntamenti cinematografici più attesi di questo scorcio del 2013: co-prodotto dal defunto Tony Scott e basato su una sceneggiatura di Wentworth Miller, Park dirige in America questo psyco-thriller sul quale incombono un paio di equivoci che è bene risolvere subito.
Il presunto riferimento hitchcockiano dello script è forzatissimo, basato solo su qualche analogia nell'intreccio narrativo; la stessa sceneggiatura,al di là dei riconoscimenti ricevuti, oltre ad esser deboluccia ha un peculiare gusto occidentale nel suo svolgimento, motivo per il quale riconoscere quelle che sono le tematiche care  al Park che tutti conosciamo sarà particolarmente difficile, molto più semplice pensare ad un Polanski ad esempio.
Fatte queste debite premesse Stoker è nel complesso un thriller che in più parti scricchiola nonostante alcuni momenti , che sembrano derivare più dalla sola ed autentica mano del regista, in cui si respira l'aria conturbante del grande Cinema.
India Stoker è una diciottenne cui la morte del padre proprio a ridosso del suo compleanno sembra aprire definitivamente le porte sulla vita e sul mondo; la madre è una fredda e incostante donna che sembra tutt'altro che affranta dal lutto piovuto addosso; fra di loro piomba uno zio, il fratello del defunto, di cui nessuno conosce l'esistenza e che si installa nella casa andando a scompaginare un fragilissimo equilibrio famigliare mettendo i piedi una sorta di morboso triangolo alimentato dal sospetto e dal dubbio.

Quando India, ragazza problematica , silenziosa, schiva, restia persino al minimo contatto fisico ( e tutto ciò ce lo dichiara subito, in una sorta di prologo narrato),va prima a cercare guai presso un suo coetaneo compagno di scuola e poi si trova in sua balia, lo zio Charlie la salverà schiudendogli un mondo ( o forse un abisso ? ) che stringerà ancora di più il legame tra i due.
La sparizione di alcune persone vicine alla famiglia che contrasta con l'apparente quiete e il benessere che regna nella ricca magione saranno una ulteriore prova per la ragazza proprio quando dal passato emergono storie di follia e di morte.
Come già accennato , laddove la mano del regista riesce a svincolarsi da una sceneggiatura zoppicante (tenendo presenti i numerosi tagli che pare Park abbia dovuto apportare spinto dalla produzione), il film assurge a grande prova ( l'inizio sfolgorante, che poi è la fine , altrettanto magnifica, la scena della doccia di India che da sfogo sfrenato alla sua sessualità sovrapposta al male, alcune scene presentate in parallelo, la presenza costante del ragno che si intrufola ovunque); quando però è la sceneggiatura coi suoi tempi a dover supportare il racconto qualcosa , molto, troppo spesso, va storto, lasciando peraltro troppi buchi cui un lungo flashback verso il finale non riesce a mettere rimedio.
Mai come stavolta si può dire che la genialità di un regista come Park non è supportata da un soggetto credibile, motivo per cui quella che è l'indubbia maestria del regista coreano giunge filtrata come attraverso un flou che lascia intravedere eleganza e bravura tecnica e capacità a dare comunque corpo ad un racconto non eccelso; certamente i paragoni con la Trilogia della Vendetta neppure si possono mettere in piedi mancando proprio il substrato e tutto sommato neppure con Thirst.
Se ci si accontenta di un film ben diretto, e Stoker indubbiamente lo è, e molto convenzionalmente occidentale nella sua struttura, il lavoro di Park  ha carte da giocare; se si cerca invece la potenza e la drammatica cattiveria dei suoi lavori precedenti sarà delusione completa.
Degna di nota è l'interpretazione di Mia Wasikowska, che lascia a mangiare la polvere sia Nicole Kidman, algida ben oltre le esigenze interpretative che un Matthew Goode assolutamente fuori luogo quanto inespressivo.


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