sabato 14 dicembre 2013

Still Life ( Uberto Pasolini , 2013 )

Giudizio: 9/10
La sottile linea che separa la vita dalla morte

John May è un oscuro impiegato comunale dell'hinterland londinese, il suo lavoro è rintracciare i parenti dei defunti e organizzare le loro esequie quando il morto non è reclamato da nessuno; in una città ordinata, silenziosa, quasi disabitata si muove con solerzia e puntiglio, seguendo il suo metodo; è un uomo solo, che vive per il suo lavoro, una esistenza che per taluni potrebbe definirsi insignificante; ma John May possiede la tenacia e la forza della solidarietà, studia i i morti, ricostruisce le loro esistenze dalle poche cose che trova nei loro appartamenti, stabilisce una sottile ma fortissima linea spirituale con il defunto che lo porta persino a scrivere le loro orazioni funebri e ad assistere , da solo, alle funzioni religiose funebri.
L'ultimo caso che deve affrontare prima di essere licenziato (anche nella perfida Albione le ristrutturazioni aziendali colpiscono a forza di accettate) lo impegna in modo particolare: l'uomo morto è un suo dirimpettaio di casa, mai visto, mai conosciuto, mai sfiorato in un'epoca in cui i rapporti umani sono sempre più labili e in disfacimento.

Le ricerche lo portano piano piano a capire che l'uomo è un tipo strano, rissoso, ubriacone con un passato burrascoso, ma pieno di carisma che ha lasciato segno di sè su molte persone; è una corsa contro il tempo per John May, prima di venire cacciato dal suo ufficio, ma soprattutto è un lento processo di conoscenza e quasi di immedesimazione con il defunto.
Il finale , intriso di una poesia e di una bellezza struggente come rara volte abbiamo visto di recente, pur nella sua disarmante semplicità, offre il vero significato della vicenda raccontata,
Alla sua opera seconda Uberto Pasolini, dirige un film bellissimo, emozionante, costruito con cura e precisione  in cui toni quasi onirici si incrociano con momenti di illuminata umanità; nonostante la glacialità dell'ambientazione quasi depersonalizzata, il personaggio di John May ( uno stupendo Eddie Marsan) lega subito a sè lo spettatore, nella sua semplicità e nella sua ordinarietà ma soprattutto nella sua carica di umanità silenziosa. La sua vita è piena di frammenti di vite altrui con le quali riesce ad edificare un sottile rapporto spirituale, una vita solitaria ripiena di piccoli oggetti, di album fotografici, di immagini consunte, di lettere e diari; è sì una vita solitaria ma piena di storie  ricche di dolore, di abbandono, di dramma e di lacerazioni.
La maniera con la quale il regista mette in scena la sua storia è mirabile: silenzioso osservatore, pacato narratore, sguardo poetico sincero, Pasolini racconta la morte attraverso la vita, racconta quello che  ondeggia tra l'esistenza e l'exitus, colora vite sbiadite con colpi di pennello dosati e lirici.
C' un trascendentale connubio tra John May e i suoi morti, c'è un alito di vita che li tiene uniti, c'è la costruzione del ricordo e della memoria che regalano la pace e la serenità anche a chi ha vissuto all'inferno la propria vita; per noi che osserviamo questo film, autentico piccolo gioiello della cinematografia di questi ultimi anni, ci sono invece le lacrime di commozione che sgorgano spontanee anche dai cuori più induriti.

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