giovedì 30 gennaio 2014

Ilo Ilo / 爸妈不在家 ( Anthony Chen / 陳哲藝 , 2013 )

Giudizio: 7.5/10

Dapprima il prestigioso conferimento della Camera d'Or a Cannes e poi il trionfo al Golden Horse di Taiwan hanno fatto di Ilo Ilo uno dei film asiatici più premiati del 2013, quasi un piccolo fenomeno cinematografico proveniente da una realtà quale quella di Singapore che seppur piccola sa offrire spesso pellicole di qualità.
Anthony Chen, autore già di numerosi cortometraggi, è qui al suo esordio nel lungometraggio: Ilo Ilo è una piccola storia che va a ricordare tempi passati, quel finire degli anni 90 che videro come evento tra i più importanti la profondissima crisi dell'economia in tutto l'estremo oriente.
Proprio nel 1997 è ambientata la storia: un racconto famigliare molto intimo nel quale è probabile che il regista abbia inserito delle tracce autobiografiche.
La famiglia protagonista è una di quelle del ceto medio singaporegno, padre e madre (gravida) entrambi impegnati nel lavoro, figlio undicenne un po' ribelle e interessato principalmente alle lotterie a premi; per tenere a bada il ragazzino e per aiutare la donna nelle faccende domestiche viene assunta una giovane filippina come domestica.

Da una parte la profonda crisi economica che porta la famiglia a rivedere il suo modello di vita, dall'altra il legame che si crea tra il ragazzino e la domestica, dapprima conflittuale, poi fatto di complicità, simpatia e tenerezza, segnano tutto il racconto della vicenda; quando le fondamenta della famiglia basate sul benessere sembrano vacillare vengono a galla attriti, bugie e difficoltà e la gelosia della madre per il figlio che troppo si è legato alla domestica filippina.
Il pregio di Ilo Ilo risiede fondamentalmente nelle sue atmosfere che anche quando trovano spazio in situazioni drammatiche non sono mai esacerbate; una certa lucidità e toni mai elevati infatti conducono il racconto con leggerezza, le tematiche sociali indubbiamente ben presenti non sono mai invadenti e anche l'aspetto pedagogico riguardante il ragazzino protagonista non pecca mi di pedanteria.
L'analisi sulla crisi della famiglia investita dalle difficoltà finanziarie del paese, oltre a risultare perfettamente in linea con situazioni simili che l'Occidente sta vivendo da anni, è osservata con molta obiettività , senza che il regista posi la croce addosso a nessuno: in quei momenti si pesa la solidità dei nuclei famigliari e quello che Anthony Chen ci racconta non è certo tra i più consistenti, con un padre che teme la moglie e le nasconde il licenziamento e una madre che vorrebbe tiranneggiare ed arricchirsi mostrandosi socialmente benestante, salvo poi affidarsi a presunti santoni che predicano di trovare la speranza che è dentro di noi.
Il ragazzino , nel mezzo, vede nella domestica una specie di via d'uscita dalla sua solitudine e dalla sua conseguente incapacità ad esprimersi, una persona in grado di regalargli attenzioni, un' altra madre che ha lasciato il suo piccolo figlio nelle Filippine per cercare fortuna altrove.
Il finale indubbiamente molto agro e poco dolce è pienamente coerente col resto della storia, che sebbene non brilli di particolare originalità , sembra avere il pregio della genuinità e della spontaneità.
Come esordio sicuramente c'è da essere contenti perchè anche la regia è valida e precisa :ora Anthony Chen va aspettato al varco del lavoro della conferma, passaggio non sempre facile e scontato.

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