venerdì 14 marzo 2014

Backwater ( Aoyama Shinji , 2013 )

Giudizio: 8/10

Aoyama Shinji è uno dei personaggi più poliedrici del panorama culturale giapponese: dapprima aiuto regista, fra gli altri, di Kurosawa Kiyoshi, sceneggiatore, musicista, regista televisivo, romanziere , critico cinematografico, ha all'attivo come regista più di una dozzina di lavori, spesso presenti nei più importanti Festival Europei; se a ciò uniamo il fatto che i suoi primi passi nell'attività di aiuto regista sono stati in produzioni europee , è facile comprendere come il suo profilo artistico  sia di quelli molto ricercati non solo ad oriente.
Il suo ultimo lavoro Backwater, tratto da un romanzo di Tanaka Shinya, è ambientato sul finire degli anni 80, nella provincia giapponese e racconta la storia di un diciassettenne che vive diviso tra la casa paterna e quella materna: i due genitori sono separati e il padre ha una nuova giovane convivente; dai racconti della madre e da quello che Toma inizia a vedere con i propri occhi, il padre appare subito come una sorta di pervertito sessuale , specializzato nel picchiare le sue partner durante l'atto sessuale. Quando il giovane Toma inizia le sue pratiche erotiche, spinto dai normali impulsi sessuali della sua età, ha il timore, che nel contempo provoca eccitazione, di essere il degno figlio del padre, quasi che attraverso una tara genetica la sessualità violenta  possa essere stata trasmessa a lui dal genitore; la madre, una monca da una mano persa in guerra, mette in guardia il ragazzo , il quale inizia a vivere con angoscia la situazione, anche perchè non si riesce a rendere conto di come nessuna donna si ribelli alle angherie del padre.

La storia volge al dramma quando le gesta del padre violento raggiungono il culmine e la liberazione dall'incubo passa attraverso il gesto purificatore, un gesto che l'alta marea sarà in grado di spazzare via, proprio mentre l'era Showa vede la fine all'inizio del 1989.
Backwater è film duro, cattivo in molti passaggi , sebbene Aoyama eviti con cura immagini esecrabili o morbose, giostrando invece la storia su atmosfere sì morbose e di abbandono, calate in una realtà rurale e in un tempo che appare quasi più lontano di quello che è.
La storia è il racconto di una iniziazione che trova nel sesso la sua spinta propulsiva, ma al tempo stesso è una piena presa di coscienza da parte del protagonista di un dramma famigliare che sembra quasi inevitabile, in cui pochi sono i gesti di rifiuto e di ribellione.
La mano di Aoyama si vede soprattutto in una regia perfetta, priva di fronzoli e lucidissima, che sembra volere richiamare, con quel rimando al fiume invaso dai rifiuti e alle anguille che lo popolano, a momenti tra i più alti della cinematografia giapponese( la similitudine con il pantano di L'angelo ubriaco non può non  nascere spontaneo), ma soprattutto va ad indagare sul rapporto tra sessualità e violenza che nella cultura giapponese è argomento da sempre molto dibattuto.
Alla fine Backwater è un racconto di vita , forse estremo, ma nel quale ognuno dei personaggi va incontro in maniera quasi ineluttabile al suo destino ed il sottile e spinoso rapporto uomo-donna incentrato soprattutto sulla sfera sessuale, offre comunque una lettura bella e drammatica.
Per il giovane Toma c'è forse la via d'uscita e la traccia la sua fidanzata ( a proposito sono proprio i personaggi femminili il traino della pellicola) alla fine del film in una scena che però , nella sua semplicità, sembra essere l'inizio di una nuova perversa morbosità.
Infine una curiosità dettata dalla scelta musicale sorprendente: una acustica con sola chitarra Torna a Surriento che chiude il film; chissà se Aoyama sa che la canzone gronda di autentico amore melodrammatico.

1 commento:

Condividi