mercoledì 5 marzo 2014

Gravity ( Alfonso Cuaron , 2013 )

Giudizio: 7.5/10

Non possiederà la magniloquenza visionaria di 2001 Odissea nello spazio , nè il misticismo di Solaris, ma Gravity di Alfonso Cuaron, recente razziatore alla serata degli Oscar, è comunque un film destinato a lasciare una traccia , immediata nello spettatore durante e dopo la visione e, probabilmente più duratura, nel panorama cinematografico nel quale erano moltissimi anni che non si vedeva un film con al centro il tema dello "Spazio" trattato con tanta efficacia.
Per circa i tre quarti del film, la solitudine dell'unica sopravvissuta ad un incidente dello Shuttle mentre è in orbita intorno alla terra, infonde uno stato di angoscia che trae origine da molteplici aspetti.
Lo spazio raccontato da Cuaron è qualcosa che si avvicina nel suo concetto intrinseco di infinito alla morte: e l'uomo di fronte allo spazio siderale scopre la sua incapacità a poterlo in qualche modo amministrare, nonostante le orbite intorno alla terra tanto deserte non sono visto che vediamo succedersi nel film laboratori spaziali, tutti abbandonati e alla deriva nel nulla, cinesi , russi e americani; un ecumenismo scientifico che scopre prima di tutto la sua sconfitta.
La solitudine della dottoressa Stone, immersa nel silenzio e nel nulla che fino ad un momento prima regalava il suo lato romantico, spettacolare ed emozionante, è il paradigma dell'uomo posto di fronte a qualcosa che gli sbatte in faccia la sua incapacità di decidere il destino che genera uno stato di strisciante ed esponenzialmente crescente angoscia che attanaglia per tutta la visione.
Gravity è quindi, anzitutto, un racconto del rapporto tra l'uomo e lo spazio infinito, qualcosa cui anche la ragione stenta a riconoscere una sua seppur lontana completezza, e la bravura di Cuaron sta nel rendere la narrazione scarna, priva di retorica e di trappoloni emotivi, ove si eccettui il continuo rimando alla memoria di Stone al figlioletto morto, mixandola con immagini spettacolari che non sono fine a se stesse , bensì strumento per un subitaneo immedesimarsi dello spettatore con la protagonista.
Cuaron non è Kubrick e neppure Tarkovskij e quindi si guarda bene dal buttarla troppo sul filosofico: semmai mostra una folgorante capacità  nel dare corpo a quanto di più irrazionale e foriero di paure e timori alberga nell'animo umano posto di fronte all'infinito.
La regia è comunque di quelle che lasciano il segno e sa ben dosare la tecnologia che regala momenti di potente spettacolarità non venendo in tal modo meno al concetto di intrattenimento visivo insito nello spettacolo cinematografico.
Se George Clooney si atteggia a navigato sbruffone, per poco per fortuna, Sandra Bullock dimostra doti notevoli: riuscire a reggere il film sulle sue spalle, sebbene mirabilmente coadiuvata dallo spazio infinito e buio, non è semplice, ma lei ci riesce e bene.

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