domenica 25 maggio 2014

Mozart Town ( Jeon Kyu-hwan , 2008 )

Giudizio: 6.5/10

Mozart Town è il lavoro di esordio, primo capitolo di una trilogia imperniata sul ritratto della vita cittadina a Soul, del regista di The Weight, uno dei lavori coreani più belli degli ultimi anni, forte della sua cupezza e del grigiore esistenziale dei suoi protagonisti.
Per tale motivo la curiosità di vedere il regista all'opera alle origini della sua carriera cinematografica era fortissimo, soprattutto perchè Jeon è autore molto defilato rispetto sia al filone supercommerciale che a quello con pretese autoriali che domina in Corea.
Il racconto parte con l'arrivo a Seoul di una giovane dell'est europeo che ha ricevuto un incarico annuale di insegnamento musicale: la ragazza è una pianista che ha studiato ed interpreta soprattutto Mozart, quindi il primum movens del film sembrerebbe risiedere in una visione urbana che in qualche modo viene filtrata dalla musica del grande compositore, un parallelismo tra la poetica mozartiana , insita soprattutto nelle sonate al piano, e il tessuto cittadino.

Sinceramente il connubio tentato appare piuttosto arduo e di difficile comprensione, per lo meno nella maniera in cui il regista lo ha sviluppato, di fatto Mozart Town pone le basi in maniera solidissima di quella che sarà a seguire l'ideale cinematografico del regista: infatti il racconto rivolge lo sguardo sin da subito ai vari strati della popolazione che abita Seoul, con particolare acutezza verso esistenze solitarie ed emarginate, tratto saliente di tutta l'opera di Jeon.
La carrellata di personaggi non è certo la più originale, se si esclude la coppia di immigrati africani: una giovane donna che gestisce un modesto chiosco e che passa il suo tempo a scattare foto, annichilita dalla scomparsa del marito che in tre anni non ha mai dato segno di sè, un giovane che cerca compagnia e che si muove per Soul con un pullman preso in prestito dal padre, un gangster da quattro soldi che estorce pizzi e che gestisce un locale equivoco, una donna persa nell'alcool e nell'inedia e l'immancabile poliziotto corrotto che si riempie le tasche con le tangenti.
La tutto sommato ovvietà di questi personaggi trova però la giusta collocazione in un contesto urbano che ci offre scorci e vedute molto poco convenzionali di Seoul: vicoli sporchi, case diroccate, ambienti squallidi, tutti filtrati e disegnati con una luce che sembra sempre , ad ogni ora, quella di un eterno tramonto.
Come detto , tutto ciò è pienamente coerente con quanto il regista ha saputo raccontare in The Weight, non si fatica certo a trovare la medesima firma in calce al lavoro; anche qui la solitudine è ridondante, i vari personaggi interagiscono tra di loro quasi perchè spinti da una deriva di abbandono e disperazione, anche qui sono gli emarginati , dove in The Weight erano i freaks, a raccontare se stessi in un pabulum dove la solitudine appiattisce tutto.
Sebbene Mozart Town mostri ben più di un difetto, specialmente nel già citato primum movens narrativo e in un ritmo che spesso sfiora la noia, nel complesso però va considerata una opera che ha la sua ragione di essere, proprio per questo sguardo plurisfaccettato con cui inquadra una città e i suoi abitanti, privo di qualsiasi schermo, che trasmette la disperazione montante e la sconfitta, anche dove sembra esserci una vittoria, come un bel finale mostra senza alcuna mediazione.

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