lunedì 19 maggio 2014

The Orphan of Anyang / 安阳婴儿 ( Wang Chao / 王超 , 2001 )

Giudizio: 8.5/10

Il paesaggio che fa da prologo al racconto è di quelli che restano impressi: provincia cinese, polverosa , livida e fredda, macerie di fabbriche in abbandono, strade percorse da auto e biciclette, carretti e taxi, una fotografia di quella Cina che viaggia ad un altro passo rispetto a quella delle metropoli che mostra tutta la sua opulenza e la sua tecnologia: un quadro che sembra richiamare alla mente quelli del primo Jia Zhangke o quelli magistralmente descritti da Wang Bing in West of the Tracks; una civiltà metropolitana che vive però marginalmente lo sviluppo, dove le fabbriche che chiudono non vengono rimpiazzate da nulla.
Dagang è un operaio che ha appena perso il lavoro, attraversa questi quadri di disfacimento post industriale con indolenza , quasi meccanicamente; al calare della sera trova difficoltà persino a mettere insieme due soldi per consumare una ciotola di noodles nei ristoranti da strada; in uno di questi trova un fagotto che contiene un marmocchio in fasce che reca con se un biglietto di accompagno in cui si chiede di prenere cura del bambino dietro compenso di una piccola cifra.

Dagang decide di tenere il bambino e scopre che è figlio di una prostituta dell'estremo nord della Cina con la quale si incontrerà saltuariamente per ricevere il pattuito.
Per l'uomo la presenza del lattante è una sorta di iniezione vitale , quasi un fascio di luce che si insinua nel buio da seguire per uscire dalle tenebre; la sua generosità arriva al punto di proporre alla madre di smettere con il suo lavoro e di andare a vivere da lui.
Quando sembra che questa strana famiglia rattoppata e messa in piedi quasi per caso inizi a funzionare, compare dal nulla il padre naturale del ragazzino, un boss da quattro soldi che , malato di leucemia e colpito dall'anatema della madre che lo rimprovera di non avere pensato a crearsi una famiglia e di non avere seguito gli atavici dettami confuciani di provvedere al tramandarsi della specie, viene a reclamare il bambino.
Il finale, durissimo e illusorio, ci restituisce una serie di sconfitte inevitabili, un quadro composto solo da disperati che non sono in grado di invertire in alcun modo il corso delle storie personali.
L'opera prima di Wang Chao, che fu assistente alla regia di Chen Kaige in Farewell My Concubine, è un film secco, intriso di neorealismo nello stile dei registi della Sesta Generazione,  bello nella sua freddezza e nella sua purezza narrativa priva di filtri: rumori di strada, clacson , vociare in sottofondo, suoni della vita di tutti i giorni si amalgamano con un racconto spesso fatto di immagini fisse con una recitazione minimalista, priva di enfasi, quasi documentaristica. 
E' questo lo stile che gran parte dei registi della Sesta Generazione ha scelto per raccontarci storie di emarginazione urbana, di disperazione cittadina, di perdenti che hanno perso persino il diritto al riscatto: nel lavoro di Wang Chao ci sono tutti i prototipi sociali, dall'operaio disoccupato al malavitoso, dalla prostituta al poliziotto di quartiere; è ammirevole l'amore e la sensibilità con la quale Wang Chao si prendono cura di descrivere quel lato nascosto e sempre più sotterraneo di un paese che accanto alle sue tradizioni e usanze, spesso a noi occidentali incomprensibili, sa offrire sprazzi di umanità nuda e cruda quasi commovente.


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