giovedì 10 luglio 2014

Animal Town ( Jeon Kyu-hwan , 2009 )

Giudizio: 8.5/10

Il secondo capitolo della Trilogia d'esordio di Jeon Kyu-hwan dedicata a racconti di vita ambientati a Seoul si presenta di spessore ben superiore rispetto a Mozart Town che apriva il trittico: le incertezze e i simbolismi a volte confusi che caratterizzavano la prima opera lasciano in Animal Town il passo ad un racconto duro, potente, alienato nel quale è ben strutturata la poetica del cinema del regista coreano e che troverà in The Weight la sua assoluta affermazione.
Jeon ama raccontare storie disperate, di emarginati, cariche di squallore e di solitudine calate in un ambiente urbano che accentua l'isolamento e  sbatte in faccia ai protagonisti la loro solitudine.
Animal Town è una storia di mondi isolati che lottano per la sopravvivenza e che entrano in rotta di collisione, in un ambiente che accentua il disagio, dove dominano le periferie abbandonate, sporche, quelle dei diseredati e dei morti di fame.

Un uomo che vive in libertà vigilata con tanto di braccialetto elettronico che si è macchiato del reato di pedofilia e che cerca con lavori saltuari, faticosamente, di lasciarsi i fantasmi alle spalle ingurgitando pillole che psichiatri molto poco sensibili gli propinano e che cerca di evitare anche solo di posare lo sguardo su ragazzine dedite all'accattonaggio; un altro uomo proprietario di una piccola tipografia che lotta contro la crisi economica e che cerca di risalire la china dall'inferno in cui gli eventi della vita lo hanno gettato; intorno a loro una Seoul livida, squallida, alienante che scaraventa lontano i suoi abitanti abbrutiti dalle difficoltà economiche.
Questi mondi, quasi delle monadi isolate, inevitabilmente entrano in contatto: sarà il caso a mettere di fronte ad ognuno la possibilità di saldare i conti con la coscienza e con il passato, ma allo sguardo plumbeo e pessimista del regista , tutto appare impossibile: la possibilità  di rinascita e il gettarsi alle spalle rimorsi e dolori sembra preclusa ai protagonisti di Animal Town che anzi, giunti al redde rationem, sembrano soccombere ai loro istinti violenti e nichilisti.
Girato con tecniche quasi da documentario che vorrebbero rivolgere lo sguardo al neorealismo, Animal Town è film duro, pesante in alcuni momenti, buio in cui Jeon , come gli è di abitudine, volge lo sguardo ai disadattati, ai deboli, ai perdenti e ai tormentati, a coloro insomma cui le difficoltà economiche e il sistema sociale coreano, soprattutto urbano, tolgono la terra sotto i piedi.
Non è un film di denuncia sociale, tutt'altro, è più uno studio antropologico sull'animo nascosto e profondo dell'uomo, delle sue interazioni con l'ambiente, un film che fa del disagio e della solitudine il cardine di esistenze votate alla disperazione: laddove Kim Ki-duk racconta la metafisica della violenza , della vendetta, del disagio, Joen racconta l'essenza stessa del lato oscuro dell'animo umano calato in una realtà urbana che disintegra.
Nella sua durezza profonda, Animal Town è un grande film, probabilmente il migliore di Jeon perchè la lucida descrizione del disagio umano raggiunge livelli di grandissima efficacia e spiega come il regista, nella sua totale indipendenza rispetto al panorama cinematografico del suo paese, sia una voce piuttosto isolata, ma molto ben ascoltata a giudicare dai numerosi riconoscimenti che ha ottenuto negli ultimi anni.

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