venerdì 11 luglio 2014

The Ravine of Goodbye ( Omori Tatsushi , 2013 )

Giudizio: 7.5/10

Regista tra i più originali e provocatori del cinema giapponese, Omori Tatsushi, rimanendo fedele ad un certo spirito indipendente che permea i suoi film e che lo pone come figura un po' defilata  all'interno della cinematografia nipponica, dirige questo The Ravine of Goodbye, un cupo dramma che affonda le radici nel passato e che esplode come una mina rimasta interrata per tanto tempo.
Una donna viene arrestata con l'accusa di avere ucciso il proprio figlioletto, un vicino di casa viene accusato di esserne stato complice in forza di un legame sessuale e a denunciarlo è proprio la moglie, dopo che abbiamo visto all'inizio la coppia in apparente armonia; un giornalista è incaricato di fare luce sull'uomo partendo solo dalla circostanza che ai tempi dell'Università questi era un promettentissimo giocatore di baseball costretto a lasciare gli studi a pochi mesi dalla laurea.
Lo scavare nel passato dell'uomo porta il giornalista a scoprire un tragico evento che ha segnato la vita di molte persone, fino a che , grazie a numerosi e sapienti flashback si ricostruisce il puzzle.
Sebbene quanto detto possa spingere a pensare che di thriller si tratti, The Ravine of Goodbye va ben oltre: l'omicidio e la scoperta del colpevole è solo un espediente narrativo che serve a introdurre  un'altra indagine che viene condotta sì come un servizio giornalistico, ma che in effetti è la scoperta di un baratro personale scavato nella coscienza.
Colpa e perdono , rimorso e vendetta, impossibilità di essere accettati, rapporti di coppia malati immersi in una atmosfera di disagio e di violenza psicologica colorano il film di tinte fosche in un gioco perverso tra vittima e carnefice e il malsano legame che si crea al punto di imprigionare le esistenze dei protagonisti in una gabbia dalla quale è difficile uscire in un rincorrersi continuo e perpetuo.
The Ravine of Goodbye è film dai ritmi e dai toni lenti, pacati, che sembrano voler smorzare il crescente disagio che si prova man mano che l'indagine giornalistica e timide confessioni portano alla luce una storia di violenza sessuale che crea due microcosmi che si attraggono e si respingono simultaneamente e parallelamente la denuncia a sfondo squisitamente sociale sull'impossibilità di cancellare il passato che ritorna a galla e che ferisce la vittima con ricorrente brutalità.
Ma l'aspetto più interessante del lavoro di Omori risiede nell'incrocio di prospettive con cui viene letta la storia: da un lato il giornalista che vede nel protagonista una vittima di se stesso per l'essere diventato carnefice e che gli da in qualche modo una possibile linea di lettura del suo personale problema coniugale; dall'altra lo sguardo colpevolista ad oltranza della collega che collabora con lui, spinta anche da ovvia solidarietà femminile, in mezzo i due mondi segnati in maniera indelebile dal passato.
Alla fine, forse, il tragico passato ed il presente incerto sembrano indicare una ineluttabilità degli eventi: le cose non potevano che andare così e anche il finale, come detto, sebbene enigmatico, sposa  la tesi dell'eterno conflitto esistenziale dove lo spazio per la felicità sembra essere negato.
Alla fine di The Ravine of Goodbye rimane una piacevole sensazione di disagio , perchè il film riesce a fare centro toccando le giuste corde emotive gettando uno squarcio di luce sugli anfratti più bui delle nostre coscienze e sulle oscure dinamiche che regolano il nostro rapporto col passato e con le esperienze che ci hanno segnato.


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