martedì 2 settembre 2014

Paradise:Hope ( Ulrich Siedl , 2013 )

Giudizio: 7.5/10

La protagonista di Hope, ultimo capitolo della Trilogia di Ulrich Seidl è Melanie, adolescente corpulenta, figlia di Teresa e nipote di Anna Maria , le protagoniste dei due precedenti capitoli, che durante la vacanza keniota della madre in cerca di sesso facile ed illusioni d'amore, viene inviata in un improbabile quanto grottesco campo estivo per ragazzini obesi dove disciplina e sacrificio dovrebbero aiutarla a perdere peso.
Melanie , al pari dei suoi coetanei, non sembra riporre grande fiducia nei metodi utilizzati nel campo, per cui ben presto il raduno di tanti ragazzini, spesso inevitabilmente problematici viste le dimensioni corporee, si trasforma in un'occasione per confrontare la proprie insoddisfazioni e i problemi famigliari e per filosofeggiare sulle prime , vere o millantate, esperienze sessuali e amorose.
La speranza di Melanie non è perdere peso, come si potrebbe ad un primo impatto credere, bensì dare corpo ai primi turbamenti amorosi innescati dalla presenza del cinquantenne dottore del campo di cui la ragazzina si invaghisce. 

Qui Siedl mette un punto alla sua visione sarcastica delle personalità umane e non si spinge verso quei lidi limacciosi che rasentano la pedofilia, sebbene, con un astutissima scena, quella nel bosco, faccia per un attimo sudare freddo quelli sempre pronti a calare la mannaia sul regista austriaco.
Il confronto tra i due è quasi una sublimazione amorosa del rapporto padre-figlia, non c'è traccia di morbosità, anzi sembra addirittura far capolino una tenue tenerezza, totalmente al di fuori dei canoni di Siedl.
Per il resto il regista austriaco, scegliendo toni molto meno pesanti e duri rispetto ai due lavori precedenti, non manca di divertirsi con una certa cattiveria, costruendo scene che se estrapolate dal racconto vivono di una esaltazione grottesca, ma che inserite nel corpo narrativo di Hope sono quasi naturali (i ragazzini come soldatini, l'istruttore che è il parente poveraccio dei sergenti di ferro dei Marines, i vari tentativi di mostrare una disciplina surreale).
Il capitolo finale non ha la forza nè di Love e tanto meno di Faith, anzi, come detto, confida su atmosfere molto più blande e meno disturbanti, sebbene Seidl non venga meno alla sua poetica descrittiva degli spazi e dei corpi debordanti; addirittura in alcuni momenti sembra che il regista ci voglia instillare una empatia e una vicinanza alla protagonista che solitamente non appartengono ai suoi lavori. 

Il giudizio complessivo sulla Trilogia, inevitabile dopo avere visto anche Hope, non può che essere ai limiti dell'entusiasmo, soprattutto perchè Seidl, col suo stile scarno e rigoroso e con le sue tematiche pungenti è uno di quei registi che riesce a sorprendere sempre.

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