martedì 25 novembre 2014

Grand Budapest Hotel ( Wes Anderson, 2014 )

Giudizio: 7.5/10

Uno scrittore che racconta come ha pubblicato il suo libro: raccontando ciò che anni prima il proprietario di un lussuoso albergo, ora in rovina, gli raccontò sugli eventi accaduti negli anni 30: sembra un no sense, un astruso gioco di rimandi e di flashback, ma questo è Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, liberamente ispirato alle opere di Stefan Zweig, scrittore austriaco tra i più importanti del primo Novecento, cui il regista americano dedica un sentito omaggio con l'opera cinematografica.
Tutto ciò che è stato negli anni il marchio di fabbrica di Wes Anderson viene amplificato fino all'eccesso in questo lavoro che ottenne alla Berlinale il Gran Premio della Giuria: il gusto per la narrazione e per lo stile, qui estremizzato fino a creare un connubio tra kitsch e barocco, i personaggi spesso sopra le righe, la ricerca di un ambientazione fantastica , quasi fiabesca, si fondono in un unico monoblocco granitico che conferisce al film le vesti di una storia sospesa tra il reale ed il fantastico.

Il racconto è quello che scaturisce dai ricordi di Zero, ora proprietario dell'imponente edificio aggrappato alle montagne di una fantomatica Repubblica di Zubrowka nel cuore dell'Europa centrale; ora l'albergo è un misto di decadenza e di gusto neoclassico pacchiano, ma negli anni trenta era uno di quei luoghi che l'alta società europea frequentava assiduamente, splendido e maestoso tra le nevi delle montagne di alta quota.
Zero, che negli anni Trenta da giovanissimo immigrato fu assunto come garzone alle dipendenze del leggendario Monsieur Gustave il concierge totipotente dell'albergo, racconta come in un epoca di guerra e di tensioni, divenne il proprietario dell'albergo grazie alla sua amicizia col concierge stesso di cui era fidato collaboratore.
Nel racconto Wes Anderson privilegia sempre le atmosfere da racconto fantastico,  in una commedia thriller che ruota intorno alla eredità di una ricca nobildonna, una delle tante adoratrici di M.Gustave, che alla sua morte lascia all'uomo un prezioso dipinto. 
M.Gustave, raffinato, colto ed amante della poesia romantica (siamo nell'epoca di Rainer Maria Rilke) non disdegnava di soddisfare i piaceri della carne delle ricche e attempate signore , motivo per cui era perennemente circondato dalle loro attenzioni.
Un po' come fece Chaplin ne Il Grande Dittatore, Anderson ambienta i fatti nell'epoca buia che anticipò la guerra in Europa e la similitudine con le SS  e con il regime nazista  dei guerrafondai della storia è fin troppo chiara, lasciando sottotraccia una lettura storica, sempre con occhio però tra il divertito e il trasognato.
Il film si lascia apprezzare per il suo stile , per la storia semplice giocata prevalentemente sui personaggi e sulle storie personali, crea una catena di flashback iniziale e poi all'interno del racconto che serve ad aggrovigliare la trama che però mai perde il filo.
Per l'ambientazione di Grand Budapest Hotel Anderson ha scelto luoghi situati principalmente in Germania che regalano, nella loro magia estetica, un set cinematografico naturale degno delle favole per bambini; su questo il regista americano ha dato sfogo al suo estro di narratore sempre attento allo stile e alla coerenza narrativa.
Se un difetto il film possiede è forse quello di non avere sussulti, di scorrere via fin troppo liscio, di appiattirsi troppo su una ricerca stilistica seppur ricca di colori e fantasia, difetto che comunque si può perdonare ad Anderson, perchè alla fine Grand Budapest Hotel diverte con gusto ed intelligenza.

2 commenti:

  1. anche per me un film stilisticamente impeccabile.
    peccato che manchi qualche emozione in più...

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  2. Esattamente, è il difetto più grande del film; ciò non toglie che, non solo perchè stilisticamente notevole, il film si vede con piacere.

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