domenica 18 gennaio 2015

Nameless Gangster:Rules of the Time ( Yoon Jong-bi , 2012 )

Giudizio: 7/10

Nei primi anni 80 il governo coreano dichiarò guerra alla malavita organizzata che era stata negli anni precedenti il suo braccio armato per risolvere questioni sporche in favore dei vari regimi dittatoriali, raggiungendo così un potere enorme: una guerra senza confine, con leggi speciali, detenzione illimitata e senza garanzie legali e con le proverbiali maniere spicciole tipiche coreane.
Nameless Gangster racconta tutto ciò: una storia che si dipana lungo un decennio sulla lotta che le autorità intrapresero contro la mafia di Busan, quasi una miniserie racchiusa nell'arco di due ore in cui Yoon Jeong-bi ha voluto infilare dentro anche tematiche diverse, probabilmente anche preponderanti rispetto al cardine centrale che ruota intorno ad un racconto con tinte da revival.
Tanto per essere chiari il film è ben lungi dall'essere quell'opera di denuncia come furono ad esempio i lavori degli anni 80 in Italia di Francesco Rosi o di Elio Petri improntati sulla commistione mafia-stato; Nameless Gangster è più una disamina su un pezzo di storia coreana nella quale sono ben evidenziate quelle che sono le caratteristiche tipiche di quella società: corruzione, violenza, dominio dei clan famigliari.

Il protagonista è Choi , un funzionario di dogana che usa il suo ruolo, in combutta con altri colleghi, per trarre vantaggi economici: insomma un funzionario corrotto di un paese in cui la corruzione regna sovrana ad ogni livello.
Choi decide ad un certo punto di mettersi in proprio; sebbene non abbia minimamente la stoffa del gangster, la fortunata coincidenza di entrare in contatto con un mafioso con cui dovrebbe condurre il primo affare in proprio che è un suo lontano parente lo porta ben presto ad una rapida ascesa nel mondo della malavita; lui crede di essere la mente e il compare il braccio, ben più avvezzo ai modi spiccioli che impongono le regole della malavita; al contempo però Choi è un cavallo pazzo, uno senza regole che non siano quelle della protervia, anche abbastanza grottesca, mentre il compare mafioso le sue regole malavitose le ha.
Droga, casinò, alberghi diventano il business dei due che inevitabilmente vanno a calpestare i piedi al caporione dei mafiosi di Busan.
Guerra di mafia inevitabile a base di colpi di mazza da baseball e bottigliate e conclusione della storia da manuale malavitoso col beffardo epilogo.
Il più grande pregio di Nameless Gangster risiede nel racconto , tra il pittoresco e a tratti grottesco, dell'ambiente malavitoso coreano infarcito di giacche improbabili, di cravatte a fiori e di capelli cotonati stile anni 80, nel quale si muove Choi, ma soprattutto quello che lascia maggiormente il segno in questa sagra che sembra voler volgere lo sguardo a certo cinema gangsteristico americano stile Il Padrino, è il tema della assoluta mancanza di etica della società coreana dell'epoca in cui persino per fare carriera nella mafia bisogna avere la raccomandazione; ma Yoon ne ha per tutti: poliziotti, giudici, politici, affaristi, una società marcia che trova solo nella sua ipertrofica ricerca dell'arricchimento la sua spinta vitale.
Se l'italica Mafia aveva le sue regole, quella coreana descritta da  Yoon è un campo di battaglia aperto ad ogni mossa e soluzione tra tradimenti, doppiogiochi e ascese da capogiro nascoste dietro una apparente facciata da uomini d'affari: ecco perchè Nameless Gangster sembra più un film che sta lì a ricordare un passato recente ad una società che ancora oggi ne porta il peso sulle spalle più che una disamina storica di un fenomeno che assunse in quegli anni dimensioni preoccupanti dal punto di vista sociale.
Per interpretare Choi Choi Min-sik subisce una trasformazione corporea degna del miglior De Niro ( sovrappeso di una buona decina di chili) regalando una interpretazione eccellente degna delle sue migliori prove, dall'altra parte Ha Jung-woo riesce a dare una immagine credibile, nonostante i tratti caricaturali, al compare mafioso di Busan.


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