domenica 17 maggio 2015

Port of Call / 踏血尋梅 ( Philip Yung / 翁子光 , 2015 )




Port of Call (2015) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

Port of Call del regista  HKese Philip Yung è uno di quei lavori sui quali è veramente difficile scrivere in maniera compiuta: non perchè il film risulti ostico o incomprensibile ma per il semplice motivo che l'impressione che più rimane forte è quella di un'opera che per buona parte è rimasta nella testa del regista dimostrandosi così carica di un senso di incompiutezza.
Strutturato in maniera piuttosto articolata in quattro capitoli e scandito da frequenti e anche lunghi salti temporali Port of Call si ispira ad un episodio di cronaca realmente avvenuto qualche anno orsono ad Hong Kong.
Wang Jiamei è una sedicenne nativa della provincia dell'Henan che raggiunge la madre e la sorella ad Hong Kong dove vivono in un quartiere popolare; la ragazza dimostra ben presto quali sono i suoi progetti lasciando la scuola facendo qualche lavoro saltuario ed entrando infine nel giro della prostituzione consumata via web.


Sin dall'inizio veniamo subito a sapere che la ragazza è stata uccisa e fatta a pezzi e dell'omicidio si accusa un giovane camionista Ting Tsz-cheung che afferma di averla uccisa durante il loro primo incontro sessuale su esplicita richiesta della vittima.
Ad indagare sul caso c'è il detective Chong personaggio inquieto, strambo, trasandato che però si lascia coinvolgere dal caso quasi in maniera ossessiva.
La scelta del regista è quindi ben lontana dal creare un thriller: tutto è chiaro fin dall'inizio, forse anche troppo, al punto che per un attimo può venire in mente che qualche colpo di scena possa saltare fuori; così non sarà e anche questo sarà chiaro da subito.
La trama narrativa di Port of Call è poliedrica: da un lato c'è da scrivere i contorni di Wang Jiamei, dall'altro quelli del suo assassino, in mezzo c'è la figura di Chong che si inserisce nel racconto in maniera decisa  col suo carico di ossessione e di mistero; c'è poi lo studio di una Hong Kong degli emarginati, personaggi ai limiti , che vivono in un ambiente quasi sotterraneo nel quale consumano le loro inquietudini; c'è l'analisi del rapporto sempre in qualche modo conflittuale tra cinesi mainlander e HKesi ed infine lo sguardo sociale su un tessuto urbano degradato.
Se da un lato i frequenti salti temporali di narrazione donano al film un aspetto in qualche modo originale con un pizzico di autorialità, sfugge per buona porta quello che è il perno intorno a cui ruota il racconto: è la giovane vittima o il detective ossessionato anche dal passato che fungono da traino?
Per quale motivo Chong vede questo caso con un occhio tutto suo che lo porta a rischiare in prima persona? Cosa c'è nel passato del poliziotto oltre il poco accennato? E poi perchè una ragazza di 17 anni che pur di fare soldi e assicurarsi un futuro non disdegna di prostituirsi si lascia uccidere in quel modo su esplicita richiesta?
Molte di queste domande rimangono appese o appena affrontate; da qui la forte sensazione di inespresso che il film si tira dietro.
D'altra parte va detto che l'atmosfera grigia e melmosa che si costruisce piano piano , ben assecondata da una fotografia efficacissima di Chistopher Doyle, seppur meno potente ed iconografica del solito, asseconda benissimo il racconto nel quale al suo fondo c'è un forte senso di abbandono e di rassegnazione più che di esecrazione.
Ecco quindi che Port of Call come noir di atmosfera funziona bene, come struttura narrativa e come tematiche affrontate meno, dimostrando comunque che Philip Yung è regista che ha buone idee , oltre tutto piuttosto originali e coraggiose in un panorama cinematografico HKese come quello odierno dove sembra ancora regnare l'incertezza.
Oltre alla solida prova di un Aaron Kwok ingrigito e trasandato vanno segnalate le due ottime performance di due giovani emergenti: Jessie Li e Michael Ning sono due nomi che andranno seguiti attentamente e di cui, siamo certi, risentiremo presto parlare.

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