sabato 30 maggio 2015

The Duke of Burgundy ( Peter Strickland , 2014 )




The Duke of Burgundy (2014) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Un morboso legame saffico giocato sui ruoli di padrona e serva e lo sbattere frenetico di ali di variopinte ed elegantissime farfalle poi accuratamente custodite sotto teche austere: i due macigni narrativi che compongono il tessuto connettivo di The Duke of Burgundy di Peter Strickland.
Cosa lega l'uno all'altro? Quale messaggio subliminale si cela dietro questo accostamento apparentemente bizzarro?
I due cardini del film si trovano immersi in una trama esilissima quasi impalpabile che amplifica ancora di più la forza delle atmosfere che regnano sovrane: Cynthia è una elegante donna matura, Evelyn la sua più giovane amante, una sceneggiatura rigorosamente scritta e interpretata impone alla prima il  ruolo di padrona sottilmente sadica e alla seconda quello di serva sottomessa e masochista; entrambe sono studiose di entomologia e tengono convegni frequentati da sole donne e qualche manichino anch'esso donna.


Cynthia domina la sua serva, la umilia , la provoca  e la punisce pesantemente, Evelyn subisce estasiata e pronta a ricevere punizioni corporali vicine all'abiezione come il pissing: un chiaro rapporto sadomasochistico che si colora delle tinte soffici e raffinate del feticismo tra guepiere e accessori vari.
Ma attenzione: The Duke of Burgundy non ha nulla che possa dissetare l'arsura di chi è alla ricerca della morbosità visiva: quasi tutto è immaginato o appena sottilmente intravisto in favore invece di una crescente tensione erotica che non offre però immagini nè volgari nè tantomeno pruriginose; semmai la storia di Cynthia ed Evelyn è un attento studio di una relazione amorosa che legata ad un binario fisso piano piano tende ad affievolirsi.

Quando il clima tra le due donne si allenta, quando soprattutto la dominatrice sente sfuggire di mano la preda un po' per noia e un po' per gelosia insinuante, ci si rende improvvisamente conto che i ruoli giocati sono lo specchio invertito delle due personalità.
Ecco quindi che il lavoro di Strickland è fondamentalmente una lenta metamorfosi amorosa che parte dalla passione per giungere alla calma piatta, nello stesso modo in cui le farfalle, nella loro breve esistenza, passano dallo stato larvale a quello di insetto.
Peter Strickland è regista che si è spesso ispirato, rivisitandoli, a generi degli anni passati e The Duke of Burgundy ha il suo chiarissimo riferimento nei film erotici degli anni 80, rielaborati  con occhio distaccato, alla ricerca di una estetica formale e narrativa e di una eleganza visiva che contribuiscono soprattutto alla creazione di una atmosfera dove ogni dettaglio funge come l'inizio di una onda di marea montante: la biancheria intima delle donne, i loro accessori sadomaso, gli abiti che inguinano e lasciano intravedere le forme generose della padrona, il sonoro che sa ben assecondare le immagini, anche quando è riprodotto in maniera quasi magica lo battere delle ali delle farfalle.
Pensare però a The Duke of Burgundy come ad un lavoro fatto solo di atmosfera sarebbe errore fatale: nella sua seppure impalpabile trama è nascosto molto più di quello che si vede: è la parabola di un rapporto amoroso, di una passione, dapprima giocata con impegno e godimento, poi affievolita e quindi vicina all'autocombustione perchè tutto è schematizzato e sceneggiato, seppur alla perfezione: una autopsia su una passione quasi morta ma nella quale pulsa ancora qualcosa di vitale seppure diverso.
Le due attrici protagoniste, in un film in cui non c'è traccia d'uomo, risultano straordinarie: Chiara D'Anna nella parte di Evelyn oltre alla bellezza insinuante sa adagiarsi bene sulla metamorfosi cui va lentamente incontro, ma soprattutto Sidse Babett Knudsen nel ruolo dell'austera ma fragile Cynthia è capace di infondere al film la sua carica erotica da splendida donna matura teutonica ( ma lei è danese) e nel contempo mostrare il suo lato meno granitico, nonostante le sue guepiere e i suoi completini fetish: alzi la mano chi non ha pensato ad Ulrich Seidl come suo naturale regista.

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