martedì 23 giugno 2015

Hanezu ( Kawase Naomi , 2011 )




Hanezu (2011) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

Le immagini della terra ocra rimossa durante gli scavi archeologici irrompono sullo schermo come prologo del film: siamo ad Asuka sede della prima capitale imperiale del Giappone a partire dal V secolo dC, luogo quasi mitologico dove la storia nipponica ebbe inizio; voci fuori campo ci raccontano leggende mitologiche nelle quali due monti abitati dagli dei combattono per conquistare l'amore di un altra montagna allo stesso modo in cui nel nostro mondo effimero moderno gli uomini combattono per una donna.
Nel villaggio vicino ad Asuka si consuma il triangolo amoroso tra Kayoko e Tetsuya sposi ed il terzo incomodo Takumi; quest'ultimo è un artista intagliatore che vive in perfetta armonia con la natura e appare agli occhi della donna come un rifugio dal menage famigliare di coppia.


Kayoko è combattuta tra l'amore per Takumi e la fedeltà a Tetsuya fino a quando si scoprirà incinta.
Rimanendo fedele al suo stile narrativo minimalista Kawase Naomi affianca al suo consueto sguardo sulla natura una vena arcaica ed epica ponendo la storia d'amore moderna sullo stesso piano dei miti e delle leggende: la storia dell'uomo è immutabile, dai tempi in cui anche gli dei erano costretti a lottare tra loro e con se stessi per affrontare le pene d'amore.
Su una storia esilissima la regista innesta la sua visione del mito e quella della storia, raccontando quasi parallelamente le storie dei nonni dei protagonisti , anch'essi travolti dagli eventi della vita; in questa scelta c'è la visione quasi metafisica  della vita umana e delle sue sofferenze in perenne circolarità immutata.

Il rapporto con la natura, fortissimo anche in Hanezu, si traduce in una lunga serie di immagini che danno corpo alla visione ancestrale della Kawase: insetti, farfalle, fuoco e terra, ruscelli e uccelli, gocce di rugiada e strormire frenetico e potente di foglie, l'immancabile foresta diventano tutti simboli di un rapporto natura-uomo nel quale cercare l'armonia della vita, irrompono sullo schermo, diventano momenti di contemplazione e di riflessione , assecondano gli stati d'animo dei protagonisti.
Va detto che in talune circostanze la regista sembra calcare la mano esagerando su questo naturalismo mostrando immagini quasi pedanti e scolastiche, soprattutto quelle, reiterate quasi ossessivamente ,sulle rondini e sull'uccello in gabbia che appaiono anche piuttosto grossolane, al punto che il tutto si traduce in una sorta di compiacimento personale.
Nonostante ciò in Hanezu lo stile, le atmosfere e la forma rigorosa della Kawase sono come sempre apprezzabili in nome di una coerenza ricercata, facendo ricorso in modo massiccio a quello stile quasi documentaristico che bracca i personaggi ponendosi alle loro spalle.
L'eterno ciclo delle dinamiche della natura e dell'uomo trova nel finale che torna al punto di partenza agli scavi di Asuka il giusto tassello a completare la spirituale circolarità del racconto, al quale la regista vuole aggiungere il suo tocco ad impronta arcaico-mitologica dedicando il film a tutti gli spiriti delle persone che ad Asuka vissero, proprio là dove il mito diventa storia e dove l'uomo inizia il suo percorso nella civiltà.

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