mercoledì 18 novembre 2015

Ryuzo and his Seven Henchmen ( Kitano Takeshi , 2015 )




Ryûzô to 7 nin no kobun tachi (2015) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

Ryuzo è un ex yakuza in pensione ormai settuagenario, vive con la famiglia del figlio che mal sopporta il suo sentirsi ancora un gangster ostentando dita mozzate, tatuaggi e allenamenti in giardino con la katana di legno; Ryuzo passa il tempo col suo ex compare Masa tra un ristorante e l'altro scommettendo su quello che gli avventori ordineranno e non perdendo occasione per fare il gradasso; quando un giorno sarà fatto oggetto di un tentativo di truffa da parte di una gang di malfattori lo spirito yakuza che affonda le radici nell'essenza dei vecchi samurai torna a galla prepotente: rifondare un clan chiamando a raccolta i vecchi fratelli.


Peccato solo che il tempo è inesorabilmente passato e all'appello si presentano anziani rimbambiti, zoppi, parkinsoniani, falliti simili a relitti umani, ma siccome lo spirito del clan rimane dentro tutta la vita, l'allegra brigata di vecchi scoreggioni ( e non solo metaforicamente) decide di tornare sulla piazza, in un mondo dove però le regole dell'onore e dell'etica dura, spietata , ma inviolabile dei clan è oggetto di derisione e di dileggio, quasi si fosse davanti ad un ammasso di ferri vecchi buoni solo per i rigattieri.
I nuovi boss sono privi di morale, malversano, vessano i poveracci, circondati da facinorosi violenti e senza regole, vestono col colletto bianco organizzando grottesche truffe e menano le mani coi poveracci: lo scontro sarà inevitabile, perchè sono troppo lontani, agli antipodi , i due mondi.
Per il nascituro clan quindi c'è il tentativo di fermare la società e la storia e riportare in auge vecchi metodi ed usanze coi risultati che si possono immaginare: i sette compari di Ryuzo (eletto boss in un esilarante segmento del film) guardano ai Sette Samurai, ai 13 Assassini di Miike, evocano altri modelli cinematografici (in un'altra scena divertentissima) e danno l'assalto finale agli usurpatori che hanno gettato l'onore del Giappone nel cesso; in questo finale roboante e spassoso anche la chiara, e non saprei quanto voluta, citazione di A Hero Never Dies di Johnnie To che non sfuggirà di certo agli appassionati di cinema orientale.

Ryuzo and his Seven Henchmen è senza dubbio lavoro divertente, a tratti addirittura esilarante, grazie ad una massiccia dose di ironia e di autoironia, dal momento che Kitano va a rievocare i  modelli che fanno parte della sua stessa cinematografia, se la ride con gusto sul problema degli anziani che affligge il Giappone, gioca con il genere quando ci presenta i vari scagnozzi con brevi intermezzi in bianco e nero che rimembrano le loro gesta criminali dell'epoca d'oro, ma soprattutto sembra voler mandare un messaggio chiaro: il mondo cambia ed il cinema , che del mondo è lo specchio, cambia con esso, quasi un testamento cinematografico per chi ancora da Kitano si aspetta storie sulla falsariga di Sonatine o di Han-bi.
Non a caso il regista giapponese torna a dirigere una commedia dopo Achilles and the Tortoise e il dittico Outrage-Outrage Beyond che sembrava volere essere un ritorno al passato; l'approdo per Kitano sembra essere insomma quello della commedia, se vogliamo dare per buono il messaggio che è insito fra le righe di Ryuzo.
D'altra parte però va fatto notare come il film , a fronte di una brillantezza che somiglia tanto a quella degli sketch televisivi, manca di unità, avanza tra una gag e l'altra e non affonda il coltello nella tematica del tempo che passa portando con sè dei cambiamenti che sono inarrestabili e di fronte ai quali la nostalgia non è più sufficiente per non rimanere stritolati; stupisce che un regista come Kitano non abbia voluto approfondire il tema, magari colorandolo maggiormente di tinte oscure.
Il cinema moderno si interroga di recente molto sul conflitto tra passato e presente, soprattutto in quello che ha il mondo della criminalità come tema: abbiamo visto boss delle Triadi stanchi e desiderosi di vita tranquilla ( Gangster Payday di Lee Po-Cheung), altri che si ribellano alla cieca violenza priva di valori delle nuove generazioni ( Lao Pao Er di Guan Hu ) , abbiamo visto il mondo del crimine cambiare le sue regole ( Wild City di Ringo Lam ); tutti messaggi che sembrano dire: non cercate più il cinema di una volta, i tempi sono cambiati e anche le storie di celluloide sono diverse.
All'interno di questa visione Ryuzo ha il suo significato, quasi una resa delle armi da parte di chi quel mondo della yakuza lo ha dipinto con una maestria originale, probabilmente ineguagliabile.

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