giovedì 31 marzo 2016

Il ponte delle spie [aka Bridge of Spies] ( Steven Spielberg , 2015 )




Bridge of Spies (2015) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Tre anni dopo il ritratto di un monumento imperituro della storia e della cultura americana come Abraham Lincoln, Steven Spielberg rimane ancorato al territorio dove forse più di ogni altro ha dimostrato di saper muoversi con grande padronanza: stavolta però non è un personaggio che è leggenda a tener banco, bensì una di quelle oscure figure divenute protagoniste nel periodo della Guerra Fredda, tra casus belli, incidenti sfiorati, spie e disertori.
Il Ponte delle Spie è infatti ambientato a cavallo tra la fine degli anni 50 e l'inizio degli anni 60: Guerra Fredda per il cinema significa storie di spionaggio, di baveri alzati e valigette scambiate, ambientate in una Berlino che iniziava a conoscere la ferita del muro e che, anche per la celluloide, era la vera capitale del mondo.


In questo contesto Spielberg ambienta la sua storia, ispirata in parte alla crisi degli aerei U2 ed in parte alla figura di James Donovan, un brillante avvocato che si occupava di assicurazioni che improvvisamente si trovò coinvolto nella difesa di Rudolph Abel, spia sovietica catturata a New York.
Nel paese che si ritiene essere la culla della democrazia anche una spia che attenta alla sicurezza nazionale deve avere diritto ad un giusto processo, almeno formalmente, e Donovan, seppur ben poco convinto, accetta la difesa dell'uomo; ma l'avvocato di Brooklyn è il tipico personaggio che non ammette deroghe alla morale e all'etica e quindi quello che doveva essere un ruolo quasi formale diventa per lui una battaglia per il diritto, calamitandosi addosso le antipatie di tutti.
Riesce ad evitare la condanna a morte dell'imputato, grazie ad una intuizione da diplomatico consumato e quando l'intuizione diventa realtà, cioè quando anche i sovietici hanno in mano il pilota dell'U2 abbattuto, la CIA e il governo incaricheranno Donovan di fare da mediatore, privo di ogni copertura ufficiale, coi nemici oltre cortina per negoziare uno scambio di prigionieri.
Berlino diventa quindi il campo di battaglia in cui l'avvocato dovrà mettere a frutto le sue capacità di mediatore, stretto tra la CIA, i sovietici e i tedeschi dell'est che cercano un posto al sole.
Sebbene Il Ponte delle spie sia a tutti gli effetti un lavoro che ha come riferimento le classiche storie di spionaggio, il convergere della prospettiva umanistica di Spileberg, miscelata alla scrittura solida di Matt Charman colorata dal gusto per situazioni e personaggi che danno un tocco di ironia tipici della penna dei fratelli Coen, qui in veste di co-sceneggiatori, il risultato finale è un lavoro che brilla per il suo forte senso di real politik, nel quale è l'aspetto più intimamente personale ed umano a plasmare il racconto.
L'avvio del film sembra uscito da un classico thriller fatto di piccoli gesti, di sguardi e di situazioni , hitchcockiano, come hanno scritto in molti, per poi rivolgersi alla attenta osservazione dei personaggi, Donovan e Abel in particolare, per approdare poi ad atmosfere da film sulla guerra fredda in una Berlino che sta vedendo sorgere la ferita del muro che la deturperà per vari decenni e che trova il suo momento topico sul ponte di Glienicke in una scena da  film classico.
Nonostante certi stereotipi duri a morire (russi cattivi e ingrugnati, tedeschi dell'est violenti e rozzi) Il Ponte delle spie è lavoro che dà addirittura una dignità postuma alla figura della spia, quasi sempre un onesto e leale servitore della sua patria, nell'ottica di una analisi storica e personale più improntata all'aspetto umano che realmente politico ed è privo di quella violenta acrimonia che il genere ha da sempre imposto, e non solo ad Hollywood.
Insomma il lavoro di Spielberg è film indubbiamente classico, certamente prossimo al blockbuster, ma che, in perfetta sintonia con la visione del suo creatore, sa offrire angolature originali e non scontate.
Se Tom Hanks , sempre più plastico nelle sue espressioni, è sufficientemente convincente nella parte dell'avvocato che si ritrova a giocare una partita in apparenza troppo grande per lui, l'interprete shakesperiano inglese Mark Rylance offre invece una prova superlativa nel ruolo di Rudolph Abel e soprattutto è ben funzionale alla strana coppia che si forma nel corso della storia nella quale ben presto il rapporto cliente-avvocato travalica in qualcosa di più profondo.

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