martedì 17 maggio 2016

Mohican Comes Home ( Okita Shuichi , 2016 )




The Mohican Comes Home (2016) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Dopo sette anni passati a Tokyo in cerca di improbabile fortuna con una band punk, Eikichi firma il suo fallimento personale e con la coda in mezzo alle gambe e con una fidanzata gravida al seguito, torna sul suo isolotto d'origine situato nel mare davanti ad Hiroshima.
Pensate forse che madre e padre lo accolgano a braccia aperte? Giammai! La madre sa solo chiedergli perchè non ha avvisato, il padre gli corre dietro per casa con l'intento di tirargli il collo ed il fratello mezzo scemo guarda e non dice nulla.


La via a ritroso dalla ricerca di gloria  e fortuna che ogni tanto segna le esistenze nel pur ricco e opulento Giappone è un segno di sconfitta difficilmente sopportabile, ma il nostro eroe sembra non rendersene conto e così la sua esistenza sull'isola si consuma tra riti famigliari strambi, bizzarri personaggi e situazioni sconclusionate al limite del demenziale.
Quando però la malattia irrompe con le vesti del cancro al polmone che viene diagnosticato al padre, Eikichi decide che forse l'unico modo per mettere una pezza alla sua vita fallimentare è quello di dedicarsi, un po' a modo suo a dire il vero, ai suoi vecchi, sottolineando così il valore della famiglia e la possibilità di dare un senso alle proprie azioni.
Mohican Comes Home del regista Okita Shuichi, personaggio di punta di quel cinema giapponese un po' discostato dalle grandi produzioni e attento più ai contenuti che alla forma, è lavoro che indubbiamente possiede dei pregi notevoli.

Anzitutto vive sulla nitidezza e sulla empatia spontanea che suscitano i personaggi, tutti un po' fuori gli schemi, carichi però di simpatica umanità ( basi pensare ai precedenti The Woodsman and the Rain e A Story of Yonosuke , sebbene lavori tutt'altro che perfettamente riusciti): ed in effetti sia la figura del protagonista punk che quella dei membri della famiglia brillano di luce propria nel loro mischiare umanità e bizzarria
Inoltre il disegno dei rapporti umani che si creano nel racconto costituisce una solida base su cui il film procede sicuro, primo fra tutti quello tra la madre e la fidanzata del protagonista, ma anche quello più sfaccettato tra Eikichi e il padre.
Ed infine alcune situazioni che rasentano il surreale ( vedi il concerto del padre malato sul terrazzo dell'ospedale o la festa inscenata per il ritorno del protagonista) sanno però risultare azzeccatissime e riescono a dare alla pellicola quel tocco personale che è poi il vero filo conduttore di tutta l'opera di Okita.
Il regista giapponese, infatti, è sicuramente dotato di uno stile che ondeggia tra il minimalismo e l'ironico, attento ai dialoghi , alle situazioni e ai personaggi e soprattutto sa tenere bene in mano la storia nel momento in cui si passa da farneticazioni musicali con relative gags (anche il padre di Eikichi è stato un rockettaro pioniere) da commedia ridanciana ai toni più drammatici incentrati sulla malattia ed il senso di ineluttabile che incombe.
Proprio il saper gestire quest'ultimo aspetto con una levità insolita è il vero punto di forza del film, che riesce a strappare il sorriso anche nei moneti più carichi di pathos: raccontare la malattia che corrode senza scadere mai nel patetico o peggio nel retorico è pregio non comune.
Mattatori assoluti del film risultano Matsuda Ryuhei nel ruolo del moicano che torna a casa sempre in bilico tra apatia e surreale e l'esperto Emoto Akira che dà quel pizzico di follia al personaggio del padre, verso il quale non si può non provare una subitanea e sincera simpatia. 

Nessun commento:

Posta un commento

Condividi