giovedì 23 novembre 2017

Silent Mist / 沉雾 ( Zhang Miaoyan / 章淼焱 , 2017 )



Giudizio: 7.5/10

Se è vero che la cinematografia cinese, soprattutto negli ultimi due anni, ha privilegiato le grandi produzioni, i blockbuster, le coproduzioni faraoniche che hanno permesso al mercato cinese di raggiungere ormai i livelli di quello americano e indiano, è altrettanto vero che , seppur stritolati dai lavori mainstream e ad alto budget, i cineasti indipendenti hanno trovato comunque il modo di mantenere una qualità elevata delle proprie opere, anche grazie al decisivo apporto di produzioni europee (francesi in primis) o al patrocinio di Festival , quale quello di Busan , ad esempio, che offre un importante appoggio a questo Silent Mist, quarto lavoro di Zhang Miaoyan.
Presentato proprio al Festival che si svolge nella città coreana, il lavoro di Zhang è una affascinante e al contempo dura disamina della società cinese  contemporanea, uscita profondamente trasformata dal passaggio tra collettivismo e sfrenato individualismo.
Zhang decide di raccontare un brandello di storia della Cina rurale di provincia, attraverso un racconto che si tinge di thriller, all'interno del quale però sono insite tenacemente tematiche sociali e politiche.


Lo sguardo del cineasta cinese è alquanto originale grazie ad una serie di scelte tecniche e narrative molto personali che conferiscono all'opera una impronta senz'altro autoriale tutt'altro che fine a se stessa.
Già la lunga scena iniziale introduttiva è un piccolo saggio di cinema: dapprima un piano sequenza da una barca che percorre il fiume su cui si adagia la cittadina, poi un altro lunghissimo piano sequenza in cui la macchina da presa segue da presso dapprima un uomo con uno strano mantello, poi una giovane donna, quindi due studentesse  lungo i porticati che fiancheggiano il fiume tra banchi che espongono svariate specialità culinarie.
Una introduzione che anche grazie alla fioca luce che illumina la scena e alla leggera nebbia che sale dal fiume ci porta nel centro della storia, ispirata a fatti realmente accaduti e incentrata su una serie di aggressioni a sfondo sessuale subita da alcune giovani donne.
Nottetempo lo stupratore seriale compie il suo gesto esecrabile in una città che sembra avvolta da una nebbia che non è solo quella del fiume , ma soprattutto quella che circonda la popolazione che con la sua acida omertà e acrimonia offre riparo alle gesta dello stupratore.

mercoledì 22 novembre 2017

Men Don't Cry ( Alen Drljevic , 2017 )




Men Don't Cry (2017) on IMDb
Giudizio: 8/10

In un isolato albergo deserto da fuori stagione tra i monti della Serbia a vent’anni ormai dalla fine delle guerre balcaniche un gruppo di reduci appartenenti alla varie fazioni che si combatterono si ritrovano per un programma riabilitativo tenuto da una organizzazione umanitaria. 
Il tutor del gruppo è uno psicologo sloveno cui è affidato il compito di tentare di guarire le ferite interiori che gli uomini si portano dentro.
Il gruppo è eterogeneo non solo per provenienza etnica , ma anche per età e provenienza sociale: ci sono ex combattenti croati e serbi, musulmani bosniaci che hanno conosciuto la tortura, mutilati  e invalidi che portano sul corpo, oltre che dentro di sé, i disastri della guerra.
Attraverso esercizi ludici apparentemente infantili, sedute di autocoscienza e vere e proprie confessioni di episodi atroci che vengono riprodotte come in una tragica recita, lo psicologo inizia il suo faticosissimo lavoro, perché, dopo vent’anni le tensioni tra gli appartenenti alle varie fazioni sono lungi dall’essere sopite: cetnici, ustascia, muslim sono i termini dispregiativi con cui serbi, croati e bosniaci vengono appellati e nelle sale dell’albergo questi termini ancora vengono urlati con rabbia e violenza.


Momenti di rimembranze drammatiche e scatti di violenza si alternano nel difficile lavoro dello psicologo , e anche quando grazie all’alcool che il gruppo si procura la tensione sembra svanire , il gioco da ubriachi, come bambini irruenti si trasforma in una parodia della guerra in cui invece dei proiettili e delle bombe volano tovaglioli, cuscini e suppellettili vari lanciati tra insulti gridati con la voce impastata dall’alcool.
I racconti delle esperienze personali della guerra sono atroci e lungi dal portare a una riconciliazione spesso alimentano la rabbia e il rancore.

venerdì 17 novembre 2017

And Then There Was Light [aka Hikari] ( Omori Tatsushi , 2017 )



Giudizio: 7/10

Un lungo prologo apre il racconto di Hikari, ultimo lavoro di Omori Tatsushi, presentato alla Festa del Cinema di Roma: in una piccola isola dell'arcipelago giapponese vivono quelli che sono i tre giovani protagonisti del film, Noboyuki, il più giovane Tasuku che tartassato da un padre violento vede nel primo una sorta di modello e di ancora di salvezza e Mika una giovane piuttosto spigliata di cui Noboyuki è innamorato.
Un ambiente naturale che sembra permeare di una strana e a tratti conturbante spiritualità l'isola ,viene spazzato via una notte dalla violenza di uno tsunami che i tre, salvandosi , vedono arrivare dalla cima di una collina dell'isola.
Venticinque anni dopo i tre hanno intrapreso vie diverse: Noboyuki è sposato , ha un buon lavoro, una donna ( che lo tradisce) e una figlia; Mika è diventata una attrice e Tasuku vive invece nell'indigenza lavorando saltuariamente. Le loro vie si sono insomma separate da un pezzo almeno fino a quando Tasuku, rintraccia i due ricattandoli affinchè lui mantenga sepolto un segreto che li riguarda.


Questo riemergere del passato lontano ha su tutti e tre i personaggi un effetto devastante: il passato, attraverso il legame in alcuni aspetti persino ossessivo, un episodio violento del quali i tre sono stati protagonisti o spettatori diventa un abbraccio mortale di interdipendenza nel quale dovranno muoversi.
Se la Festa del Cinema di Roma non è drammaticamente naufragata sotto il peso di film piatti, convenzionali e moralmente perbenisti e consolatori, il merito va di certo ai due esponenti della cinematografia giapponese ( gli unici provenienti dall'Estremo Oriente) che se non altro hanno buttato sullo schermo della rassegna storie tutt'altro che buoniste, giocando entrambi ( l'altro ricordiamo è il bellissimo Birds Without Names di Shiraishi Kazuya ) su tematiche abbastanza simili: la forza del passato che tende sempre a tornare , i legami interpersonali, la drammatica interdipendenza che questi creano quando si instaurano su persone fragili.

The Villainess ( Jeong Byeong-gil , 2017 )




The Villainess (2017) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

Accolto a Cannes, dove è stato proiettato in anteprima fuori concorso, con gran favore dal pubblico, The Villainess è il prototipo del film coreano di grande impatto, di sicuro successo commerciale che attira anche i gusti del pubblico occidentale perchè riesce a rinvigorire ulteriormente il filone dell'action movie che da qualche anno vede la Corea come probabilmente il paese leader del genere.
Il racconto parte indietro negli anni e si focalizza su Sook-hee una giovane sino-coreana che rimasta ben presto orfana viene presa sotto la sua protezione da un malavitoso che la addestra a diventare una killer spietata. 
Quando al termine di una convulsa e spettacolare scena iniziale, nella quale ci sembra di essere nel pieno di un videogame sparatutto, la ragazza viene catturata dalla polizia, una agenzia segreta governativa si occuperà di costruire per lei una nuova identità, non senza averla prima  ulteriormente addestrata in maniera intensiva per renderla una killer infallibile.


Terminato il periodo di addestramento durato anni, nei quali la donna dà anche alla luce una figlia (della quale diciamolo subito non si capisce con assoluta certezza la paternità, al di là delle versioni ufficiali) Sook-hee viene reinserita nella società come una cellula dormiente, pronta all'azione nel momento del bisogno. Alle sue calcagne, come ogni killer professionista che si conviene, viene posizionato un giovane agente  che deve tenerla d'occhio, ma come spesso succede in questi casi, i due si ritrovano attratti, complicando le cose.
Quando dal passato della donna riemergono come fantasmi personaggi ormai dimenticati e sepolti, Sook-hee si troverà schiacciata inevitabilmente tra il suo ruolo di killer , la vendetta, la speranza di un futuro che scacci via ogni ombra  e un passato che si rivelerà diverso da come lei lo credeva.
Per poter valutare correttamente The Villainess bisogna assolutamente scindere quelli che sono i due filoni dei quali si compone: da una parte il thriller, intriso di vendetta e di violenza e dall'altro l'action movie che in diversi frangenti diventa preponderante nella pellicola.

giovedì 16 novembre 2017

Le donne e il desiderio [aka United States of Love] ( Tomasz Wasilewski , 2016 )




United States of Love (2016) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

La Polonia dei primi anni 90, il primo paese oltre cortina a godere dei frutti della esperienza di Solidarnosc prima e della caduta del Muro di Berlino poi, è lo sfondo non soltanto iconografico del lavoro del giovane regista Tomasz Wasilewsky, premiato a Berlino nel 2016 con l'Orso d'argento per la migliore sceneggiatura.
La contestualizzazione del periodo storico ha grande importanza nel film, sebbene esso, di fatto, sia un racconto multisfaccettato con al centro quattro donne che in misura differente si incrociano tra loro nonostante il legame narrativo non esista.
Le quattro donne sono Agata, che stanca di una vita di coppia grigia si infatua di un giovane prete della parrocchia vicina, scatenando in lei un turbamento erotico potente, Iza una direttrice di una scuola , donna autoritaria e nevrotica, che intrattiene una relazione clandestina con un medico la cui moglie è appena morta e la cui figlia frequenta la scuola dove lavora la donna, Renata una insegnante che lavora nella medesima scuola di Iza, ormai vicina alla pensione e che subisce il fascino della giovane vicina di casa Merzena, sorella di Iza ex reginetta di bellezza in cerca di rilancio.


Appare chiaro dalla breve sinossi come stavolta il titolo italiano sia ben più significativo e aderente rispetto a quello internazionale: Le donne e il desiderio è infatti anzitutto un dramma delle pulsioni che animano le protagoniste della storia, ma attraverso esso Wasilewsky, che ha spesso ripetuto che il film ha una tocco autobiografico se non altro nell'ispirazione dei personaggi, vuole ripercorrere quel periodo storico fondamentale nella storia della Polonia.
Se da un lato la libertà acquisita permetteva di indossare gli agognati jeans americani, fumare le sigarette occidentali, ascoltare la musica alla moda, seguire le mode dell'occidente, dall'altro i polacchi vivevano un momento di grandi incertezze sul futuro, liberi sì dal giogo ma ora, soli davanti alla società.

lunedì 13 novembre 2017

The Body [aka El Cuerpo] ( Oriol Paulo , 2012 )




The Body (2012) on IMDb
Giudizio: 8/10

Il corpo cui si riferisce il titolo, autentico protagonista almeno della prima metà del film, è quello di Mayka, affascinante, se pur non più giovanissima, e importante imprenditrice del settore chimico farmaceutico che di ritorno da un viaggio di affari in America muore improvvisamente in casa sua di infarto.
Dopo poche ore essere stato trasportato nel centro di medicina forense per essere sottoposto ad autopsia, il cadavere sparisce: il fatto viene scoperto perchè il guardiano dell'obitorio in fuga in preda al terrore viene investito da un auto sulla strada attigua al bosco in cui si trova l'edificio.
A condurre le indagini è incaricato Jaime, ispettore di polizia di provata esperienza seppur dalla personalità alquanto disturbata in seguito al trauma della moglie morte in un incidente stradale avvenuto dieci anni prima mentre i due con la figlioletta di 7 anni tornavano a casa di notte.
All'obitorio, che diventerà il proscenio di quasi tutto il racconto, viene convocato Alex ,il giovane marito della vittima il quale sin da subito attrae i sospetti della polizia, anche grazie al suo comportamento tutt'altro che coerente.


Dietro la morte della donna , lentamente ma inesorabilmente , prendono forme una serie di situazioni che fanno di Alex il principale sospettato.
Ma quando piccoli episodi, trappole sparse qui e lì e messaggi oscuri sembrano ventilare l'ipotesi che Mayka in effetti possa essere ancora viva, Alex si rende conto che l'unica sua possibilità di salvezza è quella di dimostrare che la donna è ancora viva e che anzi è lei ad avere orchestrato la messinscena.
Costruendo un racconto intriso di tensione crescente, utilizzando non solo gli spazi claustrofobici e  tutt'altro che rassicuranti dell'obitorio, ma anche un pregevole gioco di luci fioche e tremule e ombre e di suoni, Oriol Paulo, alla sua opera prima, costruisce un thriller dal sapore antico ad impronta hitchcockiana, nel quale i tasselli sparsi (occhio ad ogni minimo particolare, anche il più insignificante) sembrano schegge impazzite che solo nel finale, grazie anche al classico colpo di scena, finiranno magicamente al loro posto.

martedì 7 novembre 2017

Borg McEnroe ( Janus Metz , 2017 )




Borg vs McEnroe (2017) on IMDb
Giudizio: 6/10

La rivalità tra Bjorn Borg e John McEnroe, pur non raggiungendo i livelli leggendari di altri dualismi sportivi, è comunque rimasta nell'immaginario collettivo degli appassionati di sport pur essendo ormai trascorsi quasi quaranta anni; in effetti la contrapposizione tra due tra i più grandi personaggi dello sport di tutti i tempi è durata di fatto solo tre anni duranti i quali i due incrociarono le racchette per 14 volte, in un tennis, va ricordato, che non aveva i ritmi di ora e la messe di tornei cui assistiamo ai giorni nostri.
La vera essenza del mito che permea questa rivalità non sta quindi tanto nella sua durata nel tempo, bensì nella contrapposizione tra due campioni che erano sul campo uno l'esatto contrario dell'altro: in sostanza era l'eterna lotta tra Genio e Spaventosa Metodicità; lo sregolato insolente e a tratti odioso maleducato John contro il perfetto, immutabile macchina da vittorie, emblema della freddezza Bjorn.


Il regista danese Janus Metz, qui alla sua opera prima dopo una onesta carriera di documentarista, regista di serie tv e di corti, pone al centro del suo racconto le due figure leggendarie del tennis in un momento ben preciso: il torneo di Wimbledon del 1980 che scrisse nella storia il nome di Borg , primo, ed unico per vari decenni, vincitore del torneo per cinque volte consecutive.
Partendo dai giorni in cui si svolse quel torneo che è rimasto nella memoria di tutti e che culminò nella finale tra i due , un match che andava oltre la semplice rivalità sportiva ammantandosi quasi di trascendentale, il regista ci racconta le personalità dei due atleti , grazie a rapidi e ben incastonati flashback, sin dall'infanzia per proseguire con i primi passi nel mondo del tennis.

Birds Without Names ( Shiraishi Kazuya , 2017 )




Birds Without Names (2017) on IMDb
Giudizio: 8/10

Towako è una giovane donna che condivide il suo appartamento con Jinji, uomo di 15 anni più grande di lei.
Un rapporto ambiguo in cui l’uomo sembra avere il compito di proteggere in maniera ossessiva la donna; non sono una vera coppia, anzi lei detesta l’uomo che in effetti brilla per rozzezza e goffaggine; ma soprattutto Towako, che sembra un po’ il prototipo della donna scontrosamente instabile, nevrotica, sempre sull’orlo di una crisi isterica, vive ancora dei ricordi della sua storia d’amore con Kurosaki, terminata ormai otto anni prima.
Quando incontra Mizushima, un uomo sposato che le ricorda nei modi e per il fascino il suo amore mai dimenticato, Towako instaura con lui una relazione che ben presto però si rivelerà destinata al fallimento; quando poi la donna si accorge che Jinji la pedina e la tiene sotto controllo, qualcosa si mette in moto nella sua mente, soprattutto nel momento in cui viene a sapere che il suo ex fidanzato Kurosaki è scomparso da cinque anni senza lasciare traccia.


Attraverso efficaci e taglienti flashback Shiraishi ci mostra il passato sentimentale di Towako, che a ben guardare poi così roseo non è rivelando come la ragazza si trovi invischiata in un rapporto sbilanciato e di dipendenza; così come nello stesso modo sempre attraverso balzi narrativi nel passato scopriamo come Jinji si sia insinuato nella sua vita.
Riuscitissimo lavoro del regista giapponese Kazuya Shiraishi, Birds Without Names è film che mette sotto la sua lente di ingrandimento alcune tematiche che permeano la società giapponese e di conseguenza la cinematografia di quel paese: la solitudine e la paura che essa genera, la complessità dei rapporti interpersonali improntati alla dipendenza reciproca, l’amore malato nella sue forme patologiche totalizzanti.
La storia che da racconto drammatico scivola lentamente nel thriller rifulge per una regia elegante ma contenuta e sostanziale, per alcuni momenti di grande impatto cinematografico, per le tematiche tutt’altro che rassicuranti che i personaggi, tutti più o meno dei perdenti cronici, rappresentano e che creano un certo disagio e caricano il film di una cupezza dolorosa.

domenica 5 novembre 2017

Life & Nothing More [aka La vida y nada mas] ( Antonio Mendez Esparza , 2017 )




Life & Nothing More (2017) on IMDb
Giudizio: 6/10

Il regista spagnolo Antonio Mendez Esparza, da alcuni anni trasferitosi in Florida dopo avere anche studiato negli States, dirige La Vida y Nada Mas presentato alla Festa del Cinema di Roma , dopo avere ottenuto premi e riconoscimenti al Festival di San Sebastian.
La storia si coagula intorno ad una famiglia afroamericana della Florida e attraverso essa diventa il racconto di tutta una comunità, appunto quella dei neri d’America.
Il protagonista è il giovane William un quattordicenne che vive con la madre e la piccolissima sorella, il padre è in galera e di fatto non ha rapporti con la famiglia, sebbene il giovane soffra per la mancanza di una figura paterna.


La madre lavora in un fast food e lui la aiuta nell’accudire la sorella, alternando queste attività a quelle pericolose che la strada offre.
Quando un uomo si intrufola nella vita della famiglia stringendo una relazione con la madre, William reagisce nell’unica maniera possibile, iniziando un percorso duro per uscire dalla situazione in cui si trova.
Film tra i più verbosi che si ricordino, La Vida y Nada Mas è girato in maniera realista , come un film a basso budget che si rispetti ( gli attori sono praticamente tutti non professionisti), ma al di là dei consueti luoghi comuni sulle comunità nere, l’esplorazione di un mondo che avverte il pericoloso ritorno delle tensioni razziali ( non a caso il film è ambientato nei giorni delle ultime elezioni presidenziali) si infrange sul limite di una sceneggiatura troppo ricca di dialoghi fin troppo articolati soprattutto se riferiti al particolare contesto sociale e personale; pur considerando la ovvia differenza dei temi trattati in certi momenti sembra di essere di fronte al Woody Allen più logorroico e tutto ciò appesantisce il racconto.

sabato 4 novembre 2017

Logan Lucky ( Steven Soderbergh , 2017 )




Logan Lucky (2017) on IMDb
Giudizio: 4.5/10

La sfiga che permea la famiglia Logan è diventata una leggenda metropolitana in tutto lo stato della Virginia: uno dei fratelli, ex promessa del football, è zoppo, senza lavoro, divorziato e senza neppure i soldi per pagarsi le spese di un cellulare, l'altro fratello è monco di mezzo braccio, perso in guerra in Iraq, la sorella fa la sciampista e più che fugaci flirt con camionisti non riesce ad ottenere.
Ma all'insegna di " Fuck the world ! " ,che è il vero motore del film, i tre pensano bene di mettere insieme una masnada di disperati , anche peggio di loro, per dare una svolta alla loro vita: la rapina al caveau dell'autodromo di Charlotte proprio nel giorno in cui si disputa una delle gare automobilistiche più importanti del paese.
Ai Logan si aggregano altri tre fratelli, uno in galera, esperto di esplosivi, e altri due sciroccati, con i quali pianificano la rapina perfetta.


Chi si aspetta un qualcosa anche lontanamente assimilabile alla saga di Ocean's rimarrà profondamente deluso, semmai Logan Lucky è un maldestro , dozzinale , e non certo voluto, remake a stelle e strisce de I Soliti Ignoti.
Il punto di partenza è un manipolo di sfigati e perdenti che decidono di ribaltare il loro destino col colpo del secolo, sempre all'insegna del Fuck the World: l'importante è fregare il sistema; lo sviluppo non sta in piedi quasi mai visto che sono numerosi gli snodi narrativi assolutamente inverosimili; quello che emerge dal film è una trafila di situazioni ridanciane , nel senso più deteriore del termine, che spesso travalicano nel grottesco, una sceneggiatura che procede a tentoni , un umorismo da televisione di bassa lega e per concludere un finale , sempre all'insegna dell'ottimismo ovviamente, che sembra uscito da una soap opera pomeridiana.

A Prayer Before Dawn ( Jean-Stephane Sauvaire , 2017 )




A Prayer Before Dawn (2017) on IMDb
Giudizio: 6/10

Il secondo lungometraggio di Jean-Stephane Sauvaire che fa seguito alla sua opera prima Johnny Mad Dog che nove anni orsono ricevette un riconoscimento al Festival di Cannes, trae ispirazione dalla autobiografia di Billy Moore, un inglese che visse per 15 anni nelle prigioni thailandesi  dove fu imprigionato per possesso e consumo di droga.
Il giovane protagonista vive a Bangkok tra un incontro di boxe e l’uso di eroina finché non viene arrestato e condotto nel più famigerato carcere della capitale thailandese, dove l’inferno sembra essere sceso sulla terra senza possibilità di evitarlo; combattuto tra la dipendenza e la volontà di uscire dal tunnel Billy trova nella boxe thai una ancora di salvezza che gli permette se non altro di vivere in maniera appena più decente la sua detenzione.


L’incontro con un ladyboy e l’orrore del carcere lo spingono a cercare nella boxe, che appare la sua unica ragione di vita, un modo per tentare un riscatto soprattutto con se stesso.
Il racconto che costruisce il regista francese si basa tutto sulla prospettiva del giovane: le violenze, i soprusi aberranti, le regole non scritte del carcere che sembra una terra di nessuno gli impongono di contenere e controllare la sua rabbia violenta che cova dentro, portandolo a girare lo sguardo quando serve e a difendersi quando non ne può fare a meno.
Il ritratto che Sauvaire fa del carcere è violento , durissimo sebbene si compiaccia un po’ su tutta una serie di luoghi comuni che accompagnano qualsiasi discorso che riguardi il paese dell’estremo oriente: soprattutto all’inizio si mescola la droga e la boxe, i ladyboys e la violenza , la protervia dei poliziotti e le condizioni dei carcerati; insomma, in questa carrellata manca solo la presenza di qualche fantasma.

giovedì 2 novembre 2017

Hostages ( Rezo Gigineishvili , 2017 )




Hostages (2017) on IMDb
Giudizio: 6/10

Ispirato ad un fatto di cronaca realmente avvenuto in Georgia nel 1983 , all’epoca ancora sotto il dominio sovietico, Hostages del regista Rezo Gigineishvili è lavoro che oscilla in maniera continua tra il racconto di cronaca e lo studio sociiologico e politico di una epoca che presentava i primi fermenti che avrebbero portato qualche anno dopo al dissolvimento dell’Unione Sovietica.
I protagonisti dei fatti narrati sono alcuni giovani appartenenti a famiglie dell’elite georgiana: medici, attori artisti, insomma quello che avrebbe dovuto essere il futuro della repubblica  ex sovietica. Comprano sigarette americane di contrabbando, si procurano al mercato nero dischi dei Beatles, sognano una vita lontano dall’opprimente società sovietica nel tanto agognato Occidente nonostante i richiami austeri dei genitori. “Non capisco cosa vi manca” è la frase che più spesso sentiamo proferire nel film: ai giovani manca la libertà e la possibilità di determinare le sorti della propria vita.


Per tale motivo subito il matrimonio dell’attore del gruppo, simulando un viaggio di nozze allargato e goliardico ,pianificano una fuga in Turchia e quindi in Occidente; per fare ciò decidono di dirottare un aereo della compagnia di bandiera sovietica.
Il fallimento del piano si trasformerà in un episodio  sanguinoso che causerà diverse vittime , anche tra i passeggeri dell’aereo, e metterà fine alle speranze dei giovani; "avevate tutto, perchè commettere un atto simile" , " mi dispiace che non ce la avete fatta, perchè dopo due messi sareste tornati in patria con la coda tra le gambe" sono le frasi che ricorrono nel rapido processo che metterà a morte alcuni dei protagonisti del dirottamento; la condanna della società georgiana è piena, anche perchè quei giovani costituivano il futuro dell'intellighenzia del paese; per le famiglie oltre al dramma , reso ancora più acuto dall'impossibilità di poter recuperare i corpi dei condannati sepolti in fretta in una località imprecisata, anche il fallimento personale per non aver mantenuto i figli nella bambagia dello status sociale e del modello comunista.

mercoledì 1 novembre 2017

Blue My Mind ( Lisa Bruhlmann , 2017 )




Blue My Mind (2017) on IMDb
Giudizio: 7/10

Scritto e diretto dalla attrice svizzera Lisa Bruhlmann alle prese con la sua opera prima, Blue My Mind giunge alla Festa del Cinema di Roma dopo l'anteprima al Festival di San Sebastian e dopo aver ricevuto  un paio di importanti riconoscimenti al Festival di Zurigo: attraverso il racconto della giovane protagonista Mia il film è una attenta indagine su un disagio adolescenziale che nel suo percorso assume connotati quasi soprannaturali.
La ragazza va a vivere alla periferia di Zurigo con la sua famiglia, il suo inserimento e adattamento alla nuova realtà è tutt’altro che semplice anche perché i genitori da buoni svizzeri pensano al lavoro e ai loro impegni; a scuola  , dopo un iniziale avversione reciproca Mia stringe amicizia con le ragazze più spigliate , interessate solo a divertirsi.


L’integrazione però per Mia non può che passare attraverso delle tappe che prevedono situazioni per lei estranee: il sesso sfrenato, i furti nei centri commerciali, gli atteggiamenti da lolita.
Lungi dall'essere rassicurata  la ragazzina continua a credere di non essere la figlia naturale dei genitori, persevera nei suoi atteggiamenti di chiusura, qualcosa che viene dal profondo della sua anima alimenta il suo profondo disagio.
Parallelamente al processo di crescita tumultuosa, qualcosa si sveglia dal più profondo del suo essere, come una mutazione genetica che fa di lei un essere in via di trasformazione che si ripercuote sul suo corpo giovane ma già in apparente stato di decadimento.
La mutazione corporea cui va incontro Mia è la metafora della sua fuga dal mondo “normale”, da quel mondo in cui ormai lei è un piccolo segmento e dal quale è impossibile uscire.

Insyriated ( Philippe Van Leeuw , 2017 )




In Syria (2017) on IMDb
Giudizio: 7/10

Una giornata come tante di una delle molte famiglie che subiscono gli effetti di una delle guerre più assurde che si siano mai svolte nella storia dell’Umanità: all’interno di un’appartamento di una città siriana una famiglia vive il suo dramma della sopravvivenza; la porta sprangata dall’interno è l’ immagine che quasi ossessivamente viene rimandata sullo schermo, come a delimitare il mondo esterno e i suoi orrori.
Insieme alla famiglia di chiara estrazione borghese c’è anche una giovane coppia con neonato che viveva al piano di sopra prima che la loro casa fosse semidistrutta; i due progettano la fuga in Libano e quando l’uomo esce di casa per mettere a punto gli ultimi dettagli un cecchino gli spara alle spalle; solo la domestica di casa vede la scena ed informa subito l’austera e pragmatica padrona di casa: recuperare il corpo è impossibile, per il momento meglio tacere, tenere nascosto alla giovane moglie quanto accaduto.


Su questo “non detto” si sviluppa buona parte del film che per il resto ci rende più che le immagini i suoni della guerra: colpi di mitra, esplosioni lontane e vicine, l’energia elettrica che va e viene, l’acqua che scarseggia.
Il regista belga Philippe Van Leeuw, alla sua opera seconda, presentata a Berlino nella sezione Panorama e riproposta nei festival di mezzo mondo, con grande efficacia muove la macchina da presa negli angusti spazi dell’appartamento trasformando il racconto in un dramma da camera dai forti connotati: la tensione cresce, i volti trasmettono l'angoscia per ogni minima esplosione che si sente in lontananza, lo spazio angusto della casa trasmette efficacemente la claustrofobia coatta, i personaggi braccati e inseguiti con la macchina da presa.

martedì 31 ottobre 2017

Hostiles ( Scott Cooper , 2017 )




Hostiles (2017) on IMDb
Giudizio: 6/10

Film scelto per aprire la dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma (ex Festival), Hostiles di Scott Copper delimita da subito quelli che sono i contorni della rassegna diretta da Antonio Monda: il lavoro del regista americano di Out of The Furnace è un western atipico travestito da epopea e ricco di una epicità ben poco sostanziale ma dai sicuri connotati che avviluppano il pubblico.
Attraverso il racconto del viaggio intrapreso dal capitano Joe, eroe delle sanguinose guerre contro le tribù indiane ed ora ridimensionato nel ruolo di cacciatore di indiani recalcitranti a rimanere nelle riserve, dal New Mexico al Montana come scorta per un vecchio capo indiano moribondo che fu uno dei suoi più acerrimi avversari riportato a casa per morire nella sua terra, Scott ci offre la sua versione più cruda degli ultimi anni del XIX secolo.
Accettato l’incarico con grande tormento personale il lungo viaggio diventa un rapido e repentino processo di catarsi e redenzione all’insegna dell’integrazione tra nativi e bianchi.


Raccontato in maniera piuttosto cruenta ponendo almeno all’inizio al centro del racconto la figura del capitano ormai sul viale del tramonto e dei suoi commilitoni ex eroi di una sporchissima guerra, con l’aggregarsi al gruppo di viaggiatori di una giovane donna scampata al massacro della sua famiglia da parte degli indiani, ben presto Hostiles cede il passo al racconto che con una certa fretta e con ben poca convinzione trasforma i protagonisti di una guerra feroce in antesignani della tolleranza e della convivenza.
Pur comprendendo le necessità narrative, appare francamente poco credibile come un manipolo di tagliagole (da una parte e dall'altra) si trasformi in così poco tempo in una congrega di persone tolleranti, comprensive e ben predisposte verso il nemico di un tempo non certo remoto: siamo insomma in quell'ambito cinematografico che da sempre, ma soprattutto negli ultimi anni, riesce a trasformare anche il dramma più cupo e crudo in una fiaccola di speranza alimentata dai buoni sentimenti; in tal senso anche il finale, tirato un po' troppo per le lunghe a dire il vero, abbraccia in pieno il postulato del lieto fine consolatorio.

domenica 22 ottobre 2017

Disappearance ( Ali Asgari , 2017 )




Disappearance (2017) on IMDb
Giudizio: 6/10

Nella fredda notte di Teheran si consuma l'odissea di due giovani; hanno un grosso problema da risolvere: dopo il loro primo rapporto sessuale la ragazza è in preda ad una emorragia e, in base alla rigorosa legge islamica oltre che alle tradizioni ataviche persiane, questo costituisce un reato.
Dapprima inventano uno stupro avvenuto per strada, ma quando la inflessibile dottoressa di turno li mette davanti alla necessità di dover coinvolgere l'autorità giudiziaria, i due se la danno a gambe cercando un altro pronto soccorso e soprattutto un altro escamotage: inutile spacciarsi per marito e moglie ( non hanno ovviamente il certificato di matrimonio e quindi occorre la presenza dei famigliari della ragazza), inutile cercare la solidarietà del personale medico e infermieristico obbligato anch'esso a rispettare le severe regole.


Con l'aiuto di alcuni amici riescono a trovare una via che anche nella severissima Repubblica Islamica Iraniana funziona bene per eludere la legge: come nell'avanzato , ricco ed evoluto resto del mondo il denaro può aprire le porte che fino a pochi attimi prima erano serrate ed invalicabili.
Nella sua scarsa ora e mezza Disappearance, opera prima del regista iraniano Ali Asgari, eleva la personale odissea notturna dei due ragazzi ad emblema di un paese dove la tradizione e la legge sembrano collimare soprattutto per quanto riguarda il costume e le abitudini della popolazione; i due giovani però , in un epoca in cui non esiste censura che possa oscurare la visione del mondo esterno, sono la faccia di una ribellione e di un disagio silenziosi ma non per questo meno vigorosi.
In particolare la libertà sessuale sembra esser un tabù indistruttibile laddove le ataviche usanze famigliari fanno da supporto ad una legge che vieta i rapporti sessuali prima e al di fuori del matrimonio.

sabato 21 ottobre 2017

The Night I Swam [aka La Nuit Ou J'ai Nagè] ( Damien Manivel , Igarashi Kohei , 2017 )




The Night I Swam (2017) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

Lavoro franco-giapponese, firmato dalla coppia Damien Manivel-Igarashi Kohei entrambi alla opera seconda, The Night I Swam è un curioso e per certi versi affascinante racconto che sembra orientarsi verso il cinema sperimentale pur mantenendo una consolidata linearità narrativa: gli ottanta minuti del film sono infatti privi di ogni forma di linguaggio che non sia quella visiva, accompagnata da una dosata colonna musicale e da un eccellente sonoro che ben si adatta.
E' il racconto di una giornata di un ragazzino di sei anni in una cittadina marittima di provincia del Giappone: inizia quando è ancora buio, il padre si prepara per andare al lavoro in una fabbrica ittica e il piccolo protagonista spia silenzioso in cima alle scale l'uomo che si prepara ad uscire di casa.


Quando giunge il giorno il ragazzino si prepara per andare a scuola in un paesaggio dominato dal bianco della coltre nevosa, giunto di fronte alla scuola però qualcosa scatta nella mente del bambino: oggi sarà una giornata speciale , un gesto intriso di piccolo eroismo; niente scuola e via alla scoperta del mondo , alla ricerca dei confini della sua infanzia.
Vediamo quindi il ragazzino dapprima passeggiare lungo il fiume ghiacciato, quindi salire su un treno e scendere in una città sommersa dalla neve dove vaga come un cavaliere solitario, la sua stella polare è il camion che passa e che appartiene alla fabbrica dove lavora il padre.
Giunto alla fabbrica è ormai quasi sera, la neve cade copiosa , le forze vengono meno e al ragazzino non rimane altro da fare che immergersi in un sonno profondo infilandosi in una macchina.
Con la sera ormai calata la giornata da eroe del piccoletto termina come se fosse un giorno come un altro.

giovedì 19 ottobre 2017

Neve Nera [aka Nieve Negra] ( Martin Hodara , 2017 )




Black Snow (2017) on IMDb
Giudizio: 5.5/10

Risale a 10 anni orsono l'opera prima del regista Martin Hodara, un thriller noir ambientato sul finire dell'epopea di Evita Peron, lavoro nel quale figurava come co-direttore anche Ricardo Darin che qui ritroviamo come attore co-protagonista.
La storia di Neve Nera è un oscuro e cupo racconto famigliare in fondo al quale giace una coltre spessissima di odio e rancore che prende il via trenta anni prima all'interno di un nucleo famigliare dominato da un  patriarca severo e spietato: padre e quattro figli che si dedicano alla caccia nell'innevata Patagonia in totale assenza di una figura materna di cui non sembrano esistere tracce se non una sbiadita fotografia.
In una di queste battute di caccia Juan, il figlio più piccolo rimane ucciso accidentalmente da un colpo di fucile, o almeno così sembra.


L'episodio segna indelebilmente la vita dei fratelli e della sorella, per cui quando trenta anni dopo il vecchio muore e Carlos torna dalla Spagna per esaudire le ultime volontà del padre, i rancori sopiti tornano a galla: Carlos ha una moglie gravida, Sabrina, la sorella, soffre di gravi disturbi psichici che i suoi disegni sembrano raccontare seppur con in modo molto confuso, Salvador , il più vessato dal padre violento, è rimasto a vivere nel casotto di famiglia all'interno di una vasta proprietà di famiglia che ancora sembra nascondere gelosamente misteri e odii.
Carlos dovrà non solo seppellire le ceneri del padre vicino al fratello ma anche  cercare di convincere il fratello a vendere la proprietà ad un gruppo minerario , ben sapendo che per il truce e spigoloso fratello quella terra è qualcosa che travalica la semplice proprietà: è il sepolcro entro il quale giacciono i suoi dolori , le sue sofferenze e le violenze del passato.

martedì 3 ottobre 2017

Krieg ( Rick Ostermann , 2017 )




Krieg (2017) on IMDb
Giudizio: 4.5/10

Opera seconda del regista tedesco Rick Osterrmann, già transitato qualche anno orsono per la Mostra del Cinema di Venezia, Krieg è lavoro che tenta con molta fatica di miscelare tenebrosi tormenti personali in rigoroso stile ausburgico con tematiche sociopolitiche che ruotano intorno al dramma della guerra.
Tratto dall'omonimo romanzo di Jochen Rausch, il racconto è imperniato, attraverso una dicotomia temporale molto stretta, sul protagonista Arnold, che vediamo all'inizio stabilirsi in compagnia del suo cane in una vecchia baita di montagna immersa nelle nevi; quella destinazione però non è un isolamento sabbatico o vacanziero, bensì la fuga da un dramma personale che ci viene raccontato sull'altro binario temporale: la morte del figlio in uno scenario di guerra in oriente.


La scelta del ragazzo di recarsi in guerra induce un profondo scompiglio nella famiglia di Arnold , fieramente ancorata su posizioni pacifiste e la sua morte ha un effetto deflagrante sulla sua stabilità.
Isolato tra le montagne, Arnold mostra il suo volto segnato irrimediabilmente dal dramma che di pari passo ci viene mostrato attraverso un alternarsi di piani temporali; ma il peggio per l'uomo sembra dover ancora arrivare: una presenza oscura, intangibile e al contempo pericolosa sembra averlo messo al centro dei suoi disegni folli portando la situazione ad un livello di scontro e di guerra personale destinato a giungere alle estreme conseguenze.

martedì 29 agosto 2017

Mrs Fang /方绣英 ( Wang Bing / 王兵 , 2017 )




Mrs. Fang (2017) on IMDb
Giudizio: 8.5/10

Dopo una interminabile serie di premi minori, finalmente Wang Bing ottiene un riconoscimento universale con il Pardo d’Oro come miglior lungometraggio al recente Festival di Locarno, una delle rassegne più importanti al mondo; il premio giunge dopo quindici anni dal suo esordio con il monumentale Distretto di Tiexi, ad oggi probabilmente ancora il suo lavoro più bello e dopo una carriera che ha fatto di lui uno dei più grandi documentaristi viventi.
Mrs Fang non è probabilmente il suo lavoro migliore in assoluto, ma come spesso avviene il riconoscimento da parte del grande festival giunge in ritardo a coronare comunque una carriera che ci ha regalato lavori straordinari.


Nato quasi per caso durante la lavorazione di un altro documentario, Mrs Fang è opera dura, drammatica nella quale la bravura di Wang si eleva a livelli di pura arte cinematografica: è il racconto degli ultimi giorni di vita di Mrs Fang, una donna di 67 anni affetta da Morbo di Alzheimer in fase terminale, rispedita a casa dalla struttura in cui era in cura perché dichiarata ormai incurabile e prossima alla fine.
La casa della donna si trova in un piccolo villaggio di pescatori fluviali localizzato nello Zhejiang e la telecamera di Wang Bing si posiziona all’interno della tipica abitazione rurale dove intorno al capezzale della donna si muovono parenti e compaesani in attesa della sua morte.

sabato 10 giugno 2017

Personal Shopper ( Olivier Assayas , 2016 )




Personal Shopper (2016) on IMDb
Giudizio: 6/10

Seppur sommerso da una generosa valanga di fischi ed ululati, soprattutto da parte della critica specializzata, Olivier Assayas giusto un anno fa portò a casa da Cannes il Premio per la migliore regia con Personal Shopper, un 'altra di quelle decisioni indecifrabili ( o forse fin troppo tale ) cui le giurie della Croisette ci hanno abituato da alcuni anni.
Il film di Assayas soffre di un grosso equivoco di fondo che si presenta costantemente durante tutta la durata: è un lavoro che non imbocca mai una strada in maniera decisa; inizia come una ghost story classica , prosegue come un thriller su un substrato sempre più invadente di dramma personale.


La protagonista della storia , Maureen, è infatti una medium , o almeno così crede e il dubbio verrà instillato profondamente nel finale , che lavora come personal shopper, cioè come una tuttofare , per una celebrità della mondanità e dello spettacolo; è da poco morto in giovane età il suo fratello gemello col quale, grazie ad un patto sottoscritto in vita, cerca di mettersi in contatto rifugiandosi nella immensa villa nella quale l'uomo era vissuto. A rendere più inquietante lo scenario è la causa di morte del fratello: una malformazione congenita al cuore che potrebbe colpire anche la protagonista.
Seppur con difficoltà Maureen riesce ad entrare in contatto con una entità, ma lei per prima nutre forti dubbi che del fratello si tratti: infatti lo spirito è fortemente rancoroso e tutt'altro che ben disposto.
Quando però un altro misterioso contatto, molto più terreno, si frappone sulla strada della giovane donna , Personal Shopper scivola irrimediabilmente nel thriller, che è bene dirlo subito, mostra dei limiti notevolissimi sotto molteplici aspetti.
Il tramite di questo contatto non può che essere l'immancabile supporto multimediale dello smartphone, per cui assistiamo a dialoghi di svariati minuti tra il misterioso personaggio che sembra quasi perseguitarla e la protagonista solo attraverso la messaggistica.

My Uncle ( Yamashita Nobuhiro , 2016 )




My Uncle (2016) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

Quando al piccolo Yukio viene assegnato come compito a casa il tema nel quale descrivere un membro della famiglia, il ragazzino sul momento rimane senza idee , col foglio bianco davanti, incapace di trovare uno spunto degno di nota nella sua famiglia ordinaria; poi però arriva il colpo di genio: non il padre nè la madre, nè tanto mneo la sorella maggiore saranno gli eroi del suo componimento, bensì il giovane zio , fratello del padre, un aspirante filosofo sfaccendato che vive totalmente a scrocco nella casa dei genitori di Yukio; di certo lo zio non è persona ordinaria, cialtrone e ciarlatano sì, scroccone pure , ma di certo originale, tipico personaggio che ben si addice alla carrellata di eroi stralunati  partoriti da Yamashita Nobuhiro.


Lo zio in famiglia è frequente causa di dispute: la cognata non lo sopporta e travalica spesso in scene isteriche rivolte al marito che sopporta una situazione simile, il quale da parte sua cerca di mantenere la pace famigliare nonostante la sorella maggiore di Yukio sempre pronta a versare benzina sul fuoco.
Non che i motivi per detestare lo zio ospite siano poco validi: l'uomo passa il tempo con la testa tra le nuvole, enunciando dissertazioni filosofiche assurde, si comporta da imbranato totale e si fa comprare persino i manga dal nipote, asserendo che la loro lettura lo porta a riflettere e a pensare meglio sulle sorti del mondo.
Insomma l'invadente zio è veramente un personaggio su cui scrivere e raccontare e Yukio diventa così il narratore delle sue strampalate e comiche gesta in un crescendo di situazioni e dialoghi comici, quasi degli sketch sempre però bene strutturati all'interno del racconto.
A cercare di risolvere la situazione è la sorella della madre di Yukio che organizza un incontro tra l'imbranato e Eri una giovane nippo-americana, proprietaria di una piantagione di caffè alle Hawaii: stranamente l'uomo cade quasi in deliquio per la bella fanciulla la quale dal canto suo non sembra affatto dispiaciuta delle spesso ridicole attenzioni dell'uomo.
Quando Eri torna alle Hawaii per occuparsi della piantagione Yukio con grande senso pratico e intelligenza, tutto ciò che manca alla zio, lo spinge a raggiungere la sua amata nel paradiso degli amanti del mare; inutile dire che zio e nipote, sfruttando uno dei clichè più universalmente abusati, si presenteranno alle Hawaii in rigorosa tenuta d'ordinanza: camicie a fiori e calzoncini, come impone la regola.

giovedì 8 giugno 2017

Sieranevada ( Cristi Puiu , 2016 )




Sieranevada (2016) on IMDb
Giudizio: 8/10

A un anno esatto dalla sua premiere al Festival di Cannes, arriva sugli schermi italiani Sieranevada di Cristi Puiu, autore capofila di quella Nouvelle Vague Romena che si è imposta negli ultimi anni come una delle correnti cinematografiche più interessanti e prolifiche del panorama mondiale.
Puiu, come la gran parte degli autori contemporanei romeni più apprezzati, appartiene a quella generazione che ha visto cadere il comunismo, che è stata parte attiva nella ricerca di una svolta democratica nel paese e che, a ormai quasi trenta anni di distanza dalla "rivoluzione" che partì da Timisoara e che portò alla caduta di Ceaucescu, si interroga sul valore di quegli eventi e sul successivo cammino intrapreso dalla società; per tale motivo i lavori della Novelle Vague romena sono quasi sempre intrisi di riflessioni politiche calate nel contesto di una contemporaneità difficile ed incerta.


Sebbene Sieranevada sia lavoro all'apparenza intimo, con note autobiografiche ed incentrato su una famiglia della media borghesia, al suo interno scorrono numerose tematiche sociali e politiche che Puiu, in perfetto stile neorealista , si guarda bene dal giudicare e dall'elaborare; in tal senso è emblematica la prima scena del film che dà subito una idea di come le quasi tre ore dell'opera siano strutturate: una macchina da presa fissa in un angolo di una strada che riprende una scena famigliare come tante con un sottofondo di rumori da strada che non consentono quasi mai di apprezzare i dialoghi.
E' l'unica scena , insieme ad un altro breve inserto verso il finale del film, che si svolge al di fuori di un appartamento della periferia di Bucarest dove , secondo le tradizioni ortodosse, una famiglia si riunisce per commemorare il defunto patriarca, morto quaranta giorni prima.
La prospettiva attraverso la quale Puiu ci porta in questo appartamento dove regnano i chiaroscuri è quella di Lary, medico che da un anno ha abbandonato la professione per dedicarsi al commercio di apparecchiature elettromedicali; nella casa si radunano parenti e qualche amico di famiglia: uno spaccato di umanità variegata e in certi casi anche bizzarra.

venerdì 2 giugno 2017

At Cafè 6 / 六弄咖啡馆 ( Neal Wu / 吴子云 , 2016 )




At Cafe 6 (2016) on IMDb
Giudizio: 7/10

La nuova commedia taiwanese ha prodotto fin qui una buona quota di lavori di successo grazie anche alla bravura e all'ingegno di molti nuovi autori del cinema contemporaneo, al punto di assurgere a vero e proprio genere cinematografico che ogni anno sforna diversi lavori rivolti essenzialmente al grande pubblico: perno di questo genere è , quasi sempre, il racconto giovanile ambientato tra le mura scolastiche che getta poi le sue radici negli anni a seguire, quelli contemporanei, producendo un sentimento di nostalgia, quasi di rimpianto per il passato.
At Cafe 6 non deraglia a grandi linee da questo clichè, sebbene presenti qualche variazione sul tema più intimamente dolorosa; Neal Wu famoso scrittore , come una buona parte dei giovani registi provenienti da Taiwan, adatta per la sua opera prima il romanzo scritto da lui stesso che enorme successo riscosse una decina di anni orsono.


Che Wu provenga dal mondo letterario è abbastanza evidente se si considera la trama e le atmosfere del film grazie ad una sceneggiatura che in più parti fa ricorso alla riflessione interiore.
La storia si apre con una ragazza che piomba in un bar che ha il nome che dà il titolo al film ( non a caso…): nel locale deserto la ragazza trova il conforto del proprietario che percepisce al volo il disagio della giovane per la profonda crisi che sta vivendo col suo fidanzato; per dare maggiore forza a quanto dice l'uomo si lancia in un lungo racconto di alcuni decenni prima che vede come protagonisti una coppia di adolescenti liceali, Ming-lu e Xin-rui, che attraverso varie tappe giungono a stringere una relazione tra loro, grazie soprattutto all'aiuto del fraterno amico di lui Zhi.
L'ambientazione è quella della scuola che rimanda ad un passato visto sempre con occhio nostalgico e ripulito dalle scorie che permette però di delineare subito i tratti dei protagonisti: Ming-lu è un ragazzo con la testa sulle spalle, se vogliamo abbastanza ordinario, Xin-ru invece è una adolescente estroversa , dinamica per certi versi anche anticonvenzionale; sta di fatto che il loro amore sembra viaggiare sui giusti binari in un periodo della vita che per il momento non pone scelte difficili.

mercoledì 31 maggio 2017

The Sleep Curse / 失眠 ( Herman Yau / 邱禮濤 , 2017 )




The Sleep Curse (2017) on IMDb
Giudizio: 7/10

Si riforma dopo venti anni la coppia Herman Yau-Anthony Wong in un film estremo, raro esempio ormai di Cat III gore e , ovviamente, il pensiero corre a The Untold Story e Ebola Syndrome che videro la stessa accoppiata confezionare due tra i lavori basilari del genere horror.
Inutile dirlo: l'attesa al FEFF era altissima, per un film che prometteva un tuffo nella violenza cruenta ed eccessiva tipica del genere.
Le vicende si svolgono nei primi anni 90: il dottor Lam è un illustre neurofiosiologo universitario specializzato nello studio del sonno che porta avanti attraverso esperimenti che trovano ben pochi sostenitori considerata la bizzarria che sta alla base dello studio: perchè l'uomo deve perdere un terzo della vita dormendo?
Bloccati i fondi per le sue ricerche, Lam trova un insperato stimolo  in seguito alla ricomparsa , dopo molti anni, di una sua vecchia fiamma, che si rivolge a lui proprio per le sue grandi conoscenze nel settore della neurofisiologia del sonno: la famiglia della donna, Monique, è tormentata da una strana forma di insonnia che ha già portato a morte alcuni membri della stessa.


Lam accetta di seguire la donna in Malaysia giusto in tempo per assistere alla morte del fratello ricoverato in ospedale; trafugato il cervello dell'uomo grazie ad una incursione notturna nell'obitorio ed inviatolo dentro un durian ad Hong Kong per posta, Lam inizia a studiare l'organo per capire se ci sono alterazioni nella sua struttura che possano spiegare l'insonnia che lo ha portato a morte.
Lam stesso, a dire il vero, soffre di insonnia accompagnata a terrificanti visioni, per cui decide di rivolgeresi ad una medium per mettersi in contatto col padre morto; anche Monique, insonne pure lei, prima di ricorrere a Lam aveva tentato tutte le strade , anche quelli ad indirizzo puramente irrazionale e di superstizione.
Quello che appare come un prologo del film è in effetti già quasi la sua fine, perchè tutta la parte centrale è il vero antefatto, un passato che getta la sua inquietante presenza sul presente e che affonda le sue radici nella Cina occupata dai giapponesi e alle atrocità commesse.

domenica 21 maggio 2017

Die Beautiful ( Jun Robles Lana , 2016 )




Die Beautiful (2016) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Proprio nel giorno in cui viene incoronata reginetta in un concorso di bellezza, coronando il sogno della sua vita, Trisha , una transessuale filippina, muore improvvisamente per un aneurisma cerebrale.
Nel suo testamento spirituale, tramandato attraverso la sua carissima amica Barbs, Trisha esprime il desiderio che durante i setti giorni di veglia funebre venga vestita e truccata ogni giorno in modo diverso seguendo i modelli delle grandi star del cinema e della musica.
Partendo dalla fine il film racconta grazie a ripetuti flashback temporali la vita del giovane Patrick, nato maschio ma ben presto irresistibilmente attratto dal desiderio di diventare una donna: i duri confronti col padre che ovviamente non approva, l'abbandono della casa e l'inizio della convivenza con Barbs, anch'essa transessuale, il duro e spietato racconto della violenza di gruppo subita, l'ingresso nei circuiti delle esibizioni e dei pittoreschi concorsi di bellezza , l'adozione di una trovatella e l'affermazione come una delle più affascinanti transgender e la tormentata vita sentimentale.


La vita di Trisha è una battaglia condotta con decisione per l'affermazione della sua sessualità che spazzi via le ambiguità che la opprimono, è una vita fatta di sogni e di delusioni, di ammirazione e di emulazione per le grandi personalità dello spettacolo ma anche dell'impossibilità di essere accettata da tutti sebbene l'ambiente che la circonda è intriso di grande umanità e di fratellanza.
Seguiamo quindi Trisha nei momenti che generano sorrisi grazie ad alcuni dialoghi brillanti e divertenti e ad alcune situazioni al limite dell'esilarante ( i concorsi di bellezza ad esempio), ma la vediamo anche nella sua ricerca continua di accettazione che passa attraverso una nascosta ma ben presente crisi di identità che la porta a volere ogni volta prendere le sembianze di qualche grande star , prototipo di femminilità, che esalti la sua.
Nel presente vediamo Trisha solo e soltanto stesa nella bara, in una bizzarra camera mortuaria clandestina dove le amiche l'hanno portata per sottrarla al padre che con un estremo e ultimo atto di sfregio vorrebbe per lei un funerale da uomo; qui Trisha sembra vivere ancora, circondata dal via vai di trans e di amici che si occupano del suo trucco e della sua trasformazione ogni giorno: da Angelina Jolie a Britney Spears, passando per Julia Roberts; tutto quello che avrebbe voluto essere in vita prende corpo nella morte, persino un bellissimo e costosissimo abito da sposa che una tanto austera quanto generosa stilista di moda ( un bellissimo cameo della grande Eugene Domingo) le porta in regalo la fa assurgere ad autentica diva al punto di meritare dei selfie che i visitatori scattano davanti alla sua bara aperta.
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