domenica 14 ottobre 2012

Our Homeland ( Yang Yonghi , 2012 )

Giudizio: 8/10
La Patria e le famiglie divise

Candidato al prossimo Premio Oscar per il Giappone, Our Homeland è diretto dalla documentarista nippo-coreana Yang Yonghi, al suo primo lavoro di fiction.
E' un film di dichiarato stampo autobiografico e porta in primo piano la realtà delle famiglie nordcoreane espatriate in Giappone dopo avere abbandonato la "terra promessa" raggiunta negli anni 60.
La regista fa parte di una di queste realtà famigliari e la storia raccontata è quella della sua famiglia e della sua vita.
Famiglia che si riunisce per un breve periodo in occasione del viaggio del figlio seriamente malato in Giappone, scortato e braccato stretto dai poliziotti nordocoreani.
Ben presto quella che è la realtà della vita in Corea del Nord e le sue profondissime contraddizioni si esplica: padre che presiede una associazione nordcoreana (filogovernativa) in Giappone, figlia (l'autrice) che scopre come dietro la frattura famigliare si nascondono ideologie e politiche contrapposte, madre che si affida al suo istinto innato di sopravvivenza filiale per cercare di salvare il figlio, tutto descritto senza alcun fragore e senza rimarcare connotazioni politiche o peggio propagandistiche, soprattutto perchè Our Homeland è essenzialmente un film sulla famiglia separata, su una diaspora silenziosa che ha colpito decine di migliaia di persone.

E' giusto il meccanismo di tacito confronto, tra chi sa e non può fare nulla, anche perchè fu l'artefice della separazione dal figlio (il padre) e chi invece si ribella nella sua sfrontatezza giovanile ad una situazione in cui ci sono odi politici contrapposti (la ragazza), che anima il racconto, costantemente  su binari di grande equilibrio.
Per il protagonista la breve rimpatriata in famiglia è una occasione per far rivenire a galla il passato (l'incontro con gli amici di un tempo, tutti nippocoreani, il ritrovare l'amore giovanile), per un duro confronto col padre in cui la rigida disciplina ideologica nordcoreana sembra venire meno e , forse, l'occasione per reclutare qualche informatore.
Naturalmente l'ideologia e l'obbedienza ( reale? indotta? ) avranno la meglio non senza avere il film regalato prima alcuni momenti belli e toccanti ( il confronto tra l'angelo custode del protagonista e la sorella, che da il vero senso al titolo del film, il finale doloroso e che stritola come una morsa).
Difetto quasi inevitabile della pellicola è l'impronta da documentario, soprattutto sotto l'aspetto della tecnica di ripresa, in cui si vede tutto il substrato culturale della regista, ma per il resto il film si fa apprezzare soprattutto per la sua narrazione calma e priva di eccessi, per l'intimismo ricercato quasi a voler togliere ogni traccia di ideologismo o di riflessione politica.
Il futuro all'Oscar , c'è da scommetterci, non sarà dei più radiosi sebbene Our Homeland qualche appiglio alla lacrima e al compatimento involontariamente lo offra, ma il film comunque è una prova valida che merita di essere visto per la sua sincerità e per la passione con cui la regista affronta le tematiche presenti nella sua opera.

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