mercoledì 31 ottobre 2018

Bad Times at the El Royale [aka 7 sconosciuti a El Royale] ( Drew Goddard , 2018 )



Bad Times at the El Royale (2018) on IMDb
Giudizio: 6/10

El Royale un tempo è stato un grande e glorioso hotel , frequentato da gente che conta; ora, siamo sul finire degli anni 60, è in piena decadenza quasi sempre privo di ospiti, adagiato esattamente sul confine tra Nevada e California, al punto che l'ospite può scegliere se alloggiare in uno o nell'altro stato cui corrisponde uno stile diverso delle camere dell'albergo.
Di fronte al al receptionist tormentato dai fantasmi del suo  recente passato in Vietnam si ritrovano appunto altri sei personaggi: un commesso viaggiatore, una cantante soul di colore, un anziano prete, due giovani hippie e un aspirante santone figlio dei fiori a capo di una setta; ognuno di loro è qualcosa di diverso da quello che appare all'inizio e che col passare del tempo verrà svelato in maniera più o meno repentina.


Anche l'albergo però ha qualcosa da nascondere: bottini di rapine andate a male anni prima, strani incontri che vedono coinvolti personaggi importanti e persino una galleria sotterranea sulla quale si affacciano come finestre attraverso un vetro di quelli utilizzati nei locali di polizia che nascondono chi guarda dietro uno specchio, le stanze delle due ali dell'albergo.
Le premesse per rimettere in atto le situazioni che furono il successo  del precedente film di Goddard Quella Casa nel Bosco, ci sono tutte, spazi limitati, persone  costrette per un motivo o per un altro a convivere in quegli spazi, e l'inizio del film è anche ben costruito in attesa della gragnola di sorprese e colpi di scena che si abbatterà sulla storia di certo, però poi la pellicola comincia ben presto a mostrare dei difetti anche importanti.
Anzitutto il richiamo e l'ispirazione chiara al cinema di Quentin Tarantino, vuoi per la suddivisione del racconto in capitoli, vuoi per il chiarissimo riferimento a The Hateful Eight verso il quale , inevitabilmente, paga un debito incolmabile.

martedì 30 ottobre 2018

An Elephant Sitting Still / 大象席地而坐 ( Hu Bo / 胡波 , 2018 )



An Elephant Sitting Still (2018) on IMDb
Giudizio : 9.5/10


Relegato nella sala più scomoda, l’ultimo giorno della Festa, quando già tirava aria di smobilitazione, inserito in quella ristretta categoria di film di cui , pare, tutti parlano,  tra cui anche il New York Times che, pare , ne abbia tessuto le lodi convincendo gli organizzatori a inserirlo nel programma seppur fuori concorso, An Elephant Sitting Still è stato l’unico vero, autentico, luminosissimo lampo in una rassegna che per il resto ha vissuto all’insegna di un grigiore ben poco esaltante.
An Elephant Sitting Still è l’opera prima e, purtroppo ,anche ultima di un giovane regista cinese, Hu Bo che a ventinove anni, subito dopo aver terminato il montaggio del film si è tolto la vita nella sua casa di Pechino; decisione alla quale, si narra, abbia profondamente contribuito la storia tribolata del film e le feroci diatribe con i produttori ( il grande regista Wang Xiaoshuai e sua moglie Liu Ye ) che avevano addirittura portato al montaggio di una versione di due ore del film.


L’opera ha visto la luce alla Berlinale dove ha riscosso grande successo di critica e anche di pubblico e dove il regista non era presente essendo morto già da qualche mese; da lì in poi il film ha solcato gli oceani dei Festival di mezzo mondo riscuotendo ovunque grandi riconoscimenti.
La premessa alla recensione vera e propria non deve apparire inutile, perché  , inutile dirlo, il dramma che accompagnato la nascita di questa opera costituisce parte fondamentale dell’opera stessa, regalandole quell’aura da film maledetto, intorno al quale si celano misteri ancora irrisolti..
Sviluppato lungo un lasso di tempo che occupa poco meno di 24 ore e raccontato in poco meno di 4 ore, An Elephant Sitting Still presenta la giornata di alcuni personaggi attraverso delle storie che sono dapprima indipendenti ma che poi si incrociano col procedere del racconto.

Halloween ( David Gordon Green , 2018 )



Halloween (2018) on IMDb
Giudizio: 4/10


“Questo Halloween è il migliore tra tutti i film della saga” (citazione del Direttore Artistico della Festa del Cinema di Roma in occasione della conferenza stampa di presentazione dell’evento).
Viene da chiedersi quindi quali lavori raccapriccianti debbano avere preceduto questo di David Gordon Green e seguito il leggendario primo Halloween diretto da John Carpenter se questo è il migliore.
Effettivamente la curiosità era molta, visto che siamo di fronte ad un autentico reboot che richiama il modello di 40 anni orsono, quindi e, al contempo, un autentico sequel a tutti gli effetti; è anche vero che la scelta di riportare sullo schermo gli stessi attori protagonisti in una operazione nostalgia è solitamente ben augurante, così come è vero che scrive non è certo un fan appassionato dell'horror e quindi propenso a scendere totalmente a patti con una struttura narrativa che nel genere sovente difetta.
Sta di fatto che questa operazione nostalgia-reboot-nuovo inzio, come l'ha definita qualcuno, è più che deludente, mostrando spesso i lati più deteriori dei film di genere.


Sono passati 40 anni da quella notte di Halloween in cui Michael Myers fece l’esordio tra i grandi psyco-killer della storia del Cinema: lui è in un penitenziario per malati di mente muto come un pesce, appena incurvato sotto il peso dell'età ma sempre spaventoso nella sua mole e nella sua figura; Laurie , unica sopravvissuta alla carneficina, ridotta ad un relitto umano, paranoica, ossessionata, beona , vive in una casa trasformata in fortezza, dopo aver rovinato la vita non solo sua ma anche quella della figlia nell'ossessione di un fatale incontro con l'uomo che segnò la sua esistenza.
Insomma 40 anni dopo i conti dovranno essere saldati ed il destino, che coincidenza, vuole che ciò avvenga ancora nella notte di Halloween.

lunedì 29 ottobre 2018

The Club of Cannibal [aka O Clube dos Canibais] ( Guto Parente , 2018 )



The Cannibal Club (2018) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

Octavio e Gilda costituiscono una coppia dell'alta borghesia brasiliana, vivono a Fortaleza in una splendida villa con tanto di spiaggia privata sull'Atlantico, hanno una vita sessuale un po' promiscua che vede la donna trastullarsi con giovani dipendenti ( giardinieri, autisti, vigilanti) che il marito voyeur immancabilmente nel momento in cui la copula è all'apice li uccide ad accettate concedendo alla moglie un orgasmo in un lago di sangue; finito l'atto sessuale il cadavere viene sezionato e diligentemente impacchettato e conservato per essere consumato come pasto.
I due frequentano la ristretta cerchia dell'elite del paese che ha i suoi valori basati sul lavoro fede e famiglia , ma anche svariati vizietti inconfessabili; Octavio in particolare è tra gli eletti del Club dei Cannibali, una congrega di personaggi proveniente dalle più alte sfere del mondo della politica e dell'economia del paese che si riunisce periodicamente per mangiare carne umana dopo  avere assistito ad  un rito propiziatorio sessual-tribale.


Fondendo  lo splatter-gore con la commedia dark e la metafora, il regista brasiliano Guto Parente confeziona un racconto breve che vuole essere una disamina spietata sulla società brasiliana , soprattutto sulla sua elite dirigenziale, priva di qualunque morale, immersa nella sua protervia di potere, sprezzante delle condizioni della maggioranza del paese, qui chiaramente rappresentata dalle vittime sacrificali che provengono sempre dai ceti meno abbienti di una società come quella brasiliana molto stratificata e sempre più spietatamente divisa tra ricchi (pochi) e poveri (tantissimi).
L'alta borghesia di Parente si nutre di se stessa, dei suoi segreti inconfessati, della sua paura, della sua violenza , cui fa da contraltare il sarcasmo che il gore , non particolarmente eccessivo, accentua; una accolita di persone che legano le loro esistenze vicendevolmente sulla base della convenienza e del timore di essere gettati dalla torre d'avorio.

domenica 28 ottobre 2018

Clean Up ( Kwon Manki , 2018 )



Giudizio: 8/10

Clean Up è il notevole lavoro d'esordio alla regia del  coreano Kwon Manki, che al Festival di Busan ha ricevuto il premio come miglior film tra le opere prime.
Il film dai forti connotati psicodrammatici ha come protagonista Jungju, una donna ultratrentenne che lavora in una azienda di pulizie e con una situazione personale problematica: fuma come una ciminiera, beve, vive nel dolore per la morte avvenuta alcuni anni prima del figlio piccolo per una malattia cardiaca, frequenta la chiesa cattolica e non manca mai di pregare per espiare le sue colpe, schiacciata dal rimorso.
Quando al suo gruppo di lavoro viene aggregato Mingu, un giovane ventenne appena uscito di galera, in cerca di riscatto personale, Jungju è convinta che quel ragazzo sia quello che tredici anni prima avevano rapito, lei e il marito, per chiedere un riscatto. Il passato che torna col suo carico di colpa e di pena da espiare dapprima tiene lontana la donna dal nuovo arrivato, ma poi, inevitabilmente, troppo forte diventa  la volontà di capire come vive il ragazzo, al quale tutti hanno voltato le spalle costringendolo a vivere per strada e dormire in un gabinetto pubblico.


Jungji si avvicina quindi al giovane fino ad offrirle ospitalità in casa, mostrando delle attenzioni che celano da un lato il forte rimorso per quanto avvenuto anni prima e per le conseguenze che viene a sapere da Mingu del suo gesto, dall'altra c'è un misto di istinto materno castrato dalla morte del figlio e quindi non espresso e una attrazione tipica che si verifica tra anime solitarie in pena quando la vita sembra aver voltato le spalle.
Naturalmente per la donna non sarà possibile nascondere ad oltranza la verità con le ovvie conseguenze, ma il finale , seppur tutt'altro che pacificatorio, dimostra che forse una vita d'uscita per entrambi esiste.

sabato 20 ottobre 2018

Too Late to Die Young [aka Tarde para morir joven] ( Dominga Sotomayor Castillo , 2018 )



Too Late to Die Young (2018) on IMDb
Giudizio: 7.5/10


Dopo aver vinto il prestigioso Tiger Award al Festival di Rotterdam nel 2012 con la sua opera prima Da jueves a domingo, la regista cilena trentatreenne  Dominga Sotomayor riceve a Locarno il Pardo d’Oro  per la regia con il suo secondo lavoro Too Late to Die Young ( Tarde para morir joven).
Il film, sostenuto da una prepotente nota autobiografica, è ambientato all’inizio degli anni 90, subito dopo la riacquistata democrazia in Cile ed è focalizzato su una comunità che vive lontano dalla città, a contatto con la natura; la storia si sviluppa soprattutto intorno tre figure , due adolescenziali (Sofia e Lucas) e un’altra ragazzina ancora più giovane (Clara).
in una atmosfera da estate piena assolata e rilassata seguiamo i turbamenti che scuotono i tre protagonisti: l’amore e la scoperta della sessualità per Sofia, la gelosia e il senso di amore non ripagato per Lucas, l’affannosa ricerca del cane scomparso per la piccola Clara.


Soprattutto il personaggio di Sofia sembra essere quello che la regista ama di più, delineandole i tratti in maniera molto marcata e descrivendo la sua insoddisfazione per la mancanza della madre che è rimasta in città.
Siamo intorno alle festività di Capodanno e la comunità si anima per organizzare la festa, Sofia però attende solo che venga la madre a prenderla e sottrarla alla convivenza obbligata con un padre con cui è in aperto conflitto, nel frattempo scopre l’attrazione per un ragazzo più grande di lei che si trasforma ben presto in vero e proprio turbamento amoroso.

mercoledì 17 ottobre 2018

After My Death ( Kim Uiseok , 2017 )



After My Death (2017) on IMDb
Giudizio: 7.5/10


Sin dalla prima scena After My Death pone le basi per un film in cui il mistero si insinua sottilmente: una studentessa torna a scuola dopo tanto tempo , l’insegnante la presenta ai suoi compagni e la ragazza invece di sedersi al suo posto pronuncia qualche breve frase utilizzando la lingua dei segni, ovviamente non sottotitolata, lasciando così un alone di mistero che solo verso il finale verrà svelato.
La ragazza è Younghee, studentessa dell’ultimo anno di liceo, l’ultima ad avere visto viva Kyungmin, una sua compagna di classe scomparsa che si teme essersi suicidata; Younghee viene anche apertamente accusata di non aver fatto nulla, se non avere addirittura istigato l’amica, a commettere il suicidio, motivo per il quale la mamma dell’amica scomparsa la marca da vicino sperando di ottenere qualche informazione e le compagne di scuola arrivano addirittura a commettere atti di vero e proprio bullismo contro di lei, che d’altronde si dichiara sempre innocente pur lasciando intendere di sapere qualcosa di più sull’amica scomparsa e soprattutto non fa nulla per nascondere un legame con lei che va anche oltre l’amicizia.


Quando Kyungmin viene ritrovata morta, confermando l’ipotesi del suicidio, il cima di avversione intorno a Younghee diventa  ancora più pesante contribuendo alla drammatica evoluzione della storia.
Se la prima parte è strutturata sui ben conosciuti binari del thriller in ambiente scolastico che va a scavare nei tormenti e nelle incertezze giovanili, oltre che sul drammatico problema dei suicidi giovanili di cui la Corea del Sud è tra le nazioni che detengono il triste primato, la seconda parte lascia da parte quanto visto fino ad allora e si focalizza invece sul dramma  personale di Younghee, la depositaria della scelta finale dell’amica; ed è proprio il peso di questa situazione che la ragazza cerca quasi di trasferire alla madre dell’amica che tenacemente continua ad incalzarla sperando di avere una risposta al gesto della figlia: ricevere la confidenza di volere suicidarsi è un po’ come essere partecipi della morte di qualcuno.

martedì 16 ottobre 2018

Don't Go Too Far ( Park Hyunyong , 2018 )



Giudizio: 7.5/10


Mentre il vecchio genitore sta morendo, i quattro figli, tre maschi ed una femmina, insieme alle rispettive famiglie, si riuniscono nella casa paterna per ricevere notizie sugli ultimi voleri del moribondo alla presenza di un notaio.
La cospicua eredità viene divisa in parti diseguali privilegiando il figlio maggiore con anche una quota da consegnare come donazione alla chiesa.
La scelta paterna non viene ben accettata da tutti, diventando la miccia di una situazione di tensione strisciante tra i componenti della famiglia.
Mentre i figli discutono sulla diseguale spartizione decisa dal padre, giunge una telefonata in cui un misterioso rapitore chiede due milioni ( guarda caso l’ammontare della eredità) di riscatto per liberare il figlio del fratello più grande.


Da qui prende il via un racconto che miscela dramma e sarcasmo ( la scena del notaio che chiede la sua parte come onorario mentre la famiglia sta decidendo se usare i soldi per pagare il riscatto è addirittura esilarante), critica sociale e studio psicologico , fino a giungere al più classico dei colpi di scena.
Strutturato per larga parte come il più tipico dramma-thriller da camera con finale action, Don’t Go Too Far è il solido esordio del regista coreano Park Hyunyong, un film che pur partendo da una situazione che non presenta certamente connotati di grandissima originalità, riesce ad essere intelligente soprattutto nel modo di trattare alcune tematiche.

venerdì 12 ottobre 2018

Detective Dee : The Four Heavenly King / 狄仁杰之四大天王 ( Tsui Hark / 徐克 , 2018 )



Detective Dee: The Four Heavenly Kings (2018) on IMDb
Giudizio: 7/10


Con Detective Dee: The Four Heavenly King Tsui Hark dirige e produce il terzo capitolo incentrato sulle gesta di Dee Renjie, personaggio, è bene ricordare che ha fortissimi riscontri storici; cinque anni dopo The Rise of the Sea Dragon, l’ultimo lavoro del Maestro di Hong Kong riparte esattamente da dove si era concluso il precedente e termina a ridosso del primo capitolo, sebbene il finale lascia intendere un quasi certo quarto episodio.
Detective Dee stavolta deve affrontare i pericoli che l’Imperatrice Wu Zetian stessa introduce dentro la Dinastia Tang, mossa dal timore che la straordinaria arma che l’Imperatore affida a Dee possa essere usata contro il potere imperiale; l’Imperatrice per riappropriarsi della leggendaria spada del Dragone, impone al comandante delle guardie imperiali, Yuchi Zhenjin, compagno d’armi e amico fidato di Dee, di coordinare una masnada di personaggi inquietanti dediti alla stregoneria assoldati da lei stessa allo scopo di recuperare la spada.


Wu non sa che quei personaggi, potentissimi e abilissimi con le loro capacità da stregoni e da controllori delle menti, provengono da una comunità di guerrieri indiani che anni indietro aiutarono la dinastia Tang a conservare il potere , che furono poi perseguitati e sterminati e che ora tornano in cerca di vendetta.
Solo Dee , con la sua proverbiale sagacia e intelligenza potrà tentare di salvare dapprima se stesso dalle ire dell’imperatrice e poi la dinastia stessa dalla sete di vendetta e dall’odio degli antichi alleati.

giovedì 11 ottobre 2018

Vision ( Naomi Kawase , 2018)



Vision (2018) on IMDb 
Giudizio: 6/10

Al suo decimo lungometraggio diretto, che stavolta ha evitato l'abituale cornice della Croisette, Naomi Kawase sceglie di utilizzare per la prima volta e per la quasi totalità del film l'inglese come lingua principale.
Vision, che segue di un anno Radiance col quale la regista giapponese ottenne il Premio della Giuria Ecumenica ovviamente a Cannes, mostra  ancora una volta in maniera superba la sua bravura tecnica e il potente legame tra l'afflato naturistico e il suo cinema, viceversa conferma una tendenza che si è andata ad accentuare sempre di più negli ultimi lavori, anche in quelli più riusciti, e cioè la difficoltà a costruire una storia oltre ad una ricerca che conduca la sfera narrativa in terreni meno arcani ma anche meno affascinanti.


La storia , esilissima, è quella di una scrittrice francese  ( Jeanne) che si reca in Giappone , in una foresta  nei pressi di Nara dove ogni circa mille anni cresce per un breve periodo una pianta , chiamata appunto Vision, capace di guarire le sofferenze umane; nella foresta incontra Satoshi, un uomo solitario che , a suo dire, si prende cura dell'immenso bosco e della montagna.
Tra i due nasce subito una intesa, nell'attesa di poter trovare la pianta magica. Nella foresta abita anche Aki una anziana donna che conosce le erbe e i suoi poteri e che sembra avere un qualche legame spirituale con la pianta.
Infine si aggiunge ai personaggi un giovane , Rin, che Satoshi soccorre ferito nella foresta.
La foresta insomma diventa il luogo che coagula le esistenze dei vari personaggi, tutti a vario modo affannati alla ricerca di qualcosa.

mercoledì 10 ottobre 2018

Nancy ( Christina Choe , 2018 )



Nancy (2018) on IMDb
Giudizio: 5/10

Premiato all'ultimo Sundance Film Festival come migliore sceneggiatura , Nancy è l'opera prima della regista Christina Choe che sin dal suo lavoro d'esordio dimostra chiaramente la sua appartenenza a quel cinema indipendente americano dai connotati ben riconoscibili e dei quali parleremo in seguito.
Ambientato in una squallida città di provincia americana, il racconto ha al suo centro la trentacinquenne Nancy, che vive con la madre abbrutita dal morbo di Parkinson e da una vita ben poco ricca di soddisfazioni.
Nancy sembra più una adolescente sfiorita in fretta, aspirante scrittrice che nessun editore però ha intenzione di lanciare; il suo aspetto esteriore lascia trasparire un vita interiore grigia che ben si adatta all'ambiente; ha un lavoro part time e passa, come ogni adolescente appunto, la gran parte del tempo attaccata allo smartphone attraverso il quale si è costruita una vita immaginaria fatta di menzogne per poter sembrare una persona che valga la pena conoscere.


Casualmente ascolta un servizio sulla televisione in cui si parla di una ragazzina rapita 25 anni prima nel quale i genitori, ancora legati ad una tenue speranza, lanciano un messaggio per ricordare l'accaduto.
Nancy si convince di esser lei quella ragazzina, anche perchè ha sempre nutrito dubbi sulla reale identità della madre, inoltre l'immagina elaborata che mostra come dovrebbe essere la ragazzina oggi a 35 anni in effetti presenta più di una somiglianza con Nancy.
Per tale motivo decide di mettersi in contatto con la coppia di genitori, persone che vivono in un ambiente sociale ben diverso dal suo, per capire se lei è veramente la figlia rapita 25 anni prima.

domenica 7 ottobre 2018

Burning ( Lee Changdong , 2018 )



Burning (2018) on IMDb 
Giudizio: 9/10

Dopo una attesa di otto anni dall’uscita di Poetry, suo ultimo lavoro, Lee Chang-dong sceglie il palcoscenico del Festival di Cannes per mostrare la sua più recente fatica: Burning, ispirato ad un racconto breve di Haruki Murakami, premia la fiducia dei più assidui estimatori del regista coreano che hanno consumato l’attesa di molti anni con grande pazienza, ponendosi come la più enigmatica e al tempo stesso tra le migliori  opere; la pellicola infatti mostra non solo la raffinata maestria alla regia di Lee  che ben conosciamo, ma anche una struttura narrativa ad incastri ma armoniosa, una serie di riflessioni su aspetti della società coreana contemporanea e soprattutto la descrizione di un disagio che travalica nella ossessione visionaria.
La trama intorno cui si sviluppa la storia è apparentemente piuttosto semplice: Jong-su lavora come fattorino,  durante una delle sue consegne incontra una vecchia compagna di scuola, Hae-mi, nonché vicina di casa in una città di provincia prossima al confine con la Corea del Nord; forse c’è qualcosa di sopito  o forse è solo un qualcosa di improvviso, ma i due iniziano a frequentarsi fino a quando lei non parte per un viaggio in Africa pregando il ragazzo di tenere d’occhio il suo gatto.
Al ritorno dalla vacanza, Hae-mi   si presenta con un giovane conosciuto durante il viaggio, Ben, un riccone belloccio che appare tutto il contrario di Jong-su.


Sembra aprirsi un racconto di un intreccio amoroso a tre, e l’incedere del racconto non fa nulla per smentirlo, almeno fino a quando in un confronto chiave tra Jong-su e Ben , quest’ultimo confessa all’altro il suo strano hobby di dare fuoco alle serre; poco dopo Hae-mi scompare e Jong-su, che senza peli sulla lingua ha confessato accoratamente il suo amore per la ragazza, cerca di vederci chiaro, scivolando però piano piano in un gorgo di ossessioni e di presunte verità nascoste.
Burning inizia dunque come un film incentrato su una rapporto amoroso difficoltoso e inusuale tra due persone che appartengono a quell’ambiente di provincia e più vicino al proletariato che alla classe media, con alle spalle storie famigliari disintegrate, caratterizzate più dalle assenze che dalla presenze, nel quale si insinua il Grande Gatsby coreano, come lo definisce Jong-so, figlio della grande borghesia e straricco: un “presunto” triangolo insomma tra una ragazza che di fronte ad un tramonto (scena memorabile) piange dicendo che vorrebbe sparire come il sole senza provare dolore, un ragazzotto di provincia un po’ orso e schivo, aspirante scrittore che ammira William Faulkner e che però è in crisi di ispirazione perché non riesce a capire il mondo e un personaggio tra il dandy e il riccone smaccato con strani hobby e anche un po’ misterioso.

lunedì 1 ottobre 2018

Claire's Camera ( Hong Sangsoo , 2017 )



Claire's Camera (2017) on IMDb
Giudizio: 7/10

Nel 2017 Hong Sang-soo è sbarcato a Cannes con ben due lavori ( dei tre diretti nell’annata) : The Day After, in concorso, e questo Claire’s Camera, fuori concorso, film che a tutti gli effetti si pone principalmente come un piccolo divertissement, ricco come è di rimandi anche ironici; la storia raccontata da Hong nei poco meno di 70 minuti è infatti ambientata a Cannes, proprio nei giorni del Festival del 2016, occasione in cui il regista ha filmato la pellicola sfruttando la presenza di Isabelle Huppert , a sua volta al Festival in qualità di attesa protagonista di Elle di Paul Verhoeven.
La seconda apparizione della attrice francese in lavori di Hong , la prima fu In Another Country, l’ambientazione proprio nei giorni e nei luoghi del Festival, il rimando nel titolo a quello che rimane il riferimento cinematografico più evidente del regista coreano, Eric Rohmer e il suo Ginocchio di Clara, fanno di Claire’s Camera anzitutto una ennesima dimostrazione, fin troppo palese. del doppio filo solidissimo che lega Hong al Cinema francese che a sua volta lo ha eletto a suo figlio putativo.


Claire’s Camera non fa nulla per nascondere il suo essere pellicola che appare nata quasi per caso, incastonata in una realtà apparentemente molto diversa da quella tipica dei lavori coreani di Hong, quasi un film scaturito spontaneamente intorno a una delle tante tematiche che affollano la poetica del regista.
Come detto siamo a Cannes durante i giorni del Festival ed il teatrino costruito da Hong si impernia intorno ad una giovane assistente che si occupa della vendita di film, il suo capo e una insegnante francese , aspirante e timida artista, che giunge nella cittadina per accompagnare una sua amica al festival; queste tre figure femminili ruotano intorno a quella di un regista ormai abbastanza attempato, dissoluto e ubriacone che ha avuto, sotto i colpi dell’alcool ovviamente, una storia fugace con l’assistente a sua volta licenziata dalla sua capa perché ritenuta “disonesta”, in effetti per gelosia.
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