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martedì 22 settembre 2015

Afternoon /那日下午 ( Tsai Ming Liang / 蔡明亮 , 2015 )



Giudizio: 7.5/10

Pomeriggio, un rudere immerso nel verde, una stanza fatta solo di muri scrostati, due poltrone: da un lato Tsai Ming Liang dall'altro Lee Kang Sheng, una camera fissa , un iniziale silenzio e poi il regista che inizia a parlare.
Questo è Afternoon: oltre due ore di immagine fissa nella quale scorre un fiume di parole e di silenzi, di sguardi e di piccoli gesti, una bottiglia d'acqua e le sigarette, qualche mano che spunta nell'angolo , qualche attrezzo del mestiere che si intrufola nelle immagini; un documentario essenziale, scarno, grezzo nel quale si trovano uno di fronte all'altro il grande regista e il suo totem cinematografico, due persone unite da un legame ormai pluridecennale che travalica il binomio professionale per approdare ad uno di quei rapporti che forse solo un bravo psicologo sarebbe in grado di interpretare sotto la giusta luce.


Dapprima quasi intimoriti i due stentano a carburare e a togliersi la maschera di regista ed attore, ma quando l'atmosfera viene rotta i discorsi abbracciano tutti gli ambiti del loro rapporto: quello artistico ovviamente, quelli personali, comprese le abitudini sessuali del regista, dichiarato gay, quelli relazionali con il mondo esterno al loro microcosmo.
Oltre due ore di candida e sincera confessione nelle quali vediamo uno Tsai oppresso da una forma depressiva che lo porta spesso a parlare di morte con le lacrime che sgorgano dal suo volto, poi lo sentiamo esprimere la sua totale dipendenza artistica, e non solo, da Lee , ispiratore dei suoi lavori altrimenti inconcepibili per lui, la confessione di avere pensato uno dei suoi film ( I Don't Want to Sleep Alone del 2006 ) semplicemente per risollevare il suo amico dal colpo accusato per la morte del padre; da parte sua Lee ricorda  a Tsai il suo carattere spesso petulante, l'antipatia della madre per il regista, racconta i loro viaggi all'estero, i posti che gli sono più piaciuti, quelli dove ha seguito l'amico regista fin fuori le stanze dove consumava gli incontri coi suoi amanti.

venerdì 3 ottobre 2014

Stray Dogs / 郊遊 ( Tsai Ming Liang / 蔡明亮 , 2013 )

Giudizio: 8/10

Quando l'anno scorso nel commentare il suo ultimo lavoro presentato alla Mostra Cinematografica di Venezia Tsai Ming Liang sembrò, con una certa dose di cripticità, dichiarare il suo arrivo al capolinea artistico, suscitò subito una serie di interrogativi sul suo futuro; a prescindere da quello che veramente ne sarà di lui Stray Dogs è comunque un capolinea filmico, un punto di non ritorno nella cinematografia del regista taiwanese, un traguardo raggiunto grazie all'estremizzazione di uno stile molto personale e a tratti piuttosto ostico, ma pur sempre ricco di fascino e di interesse.
Stray Dogs è film epurato da qualsiasi orpello narrativo, scarnificato fino all'osso, elevato a sostanza essenziale priva di qualsivoglia traccia o struttura : è un po' come raggiungere il nocciolo duro di una sostanza multiforme e cangiante che negli anni fra le mani del regista è stata depurata e rielaborata in forme sempre più vicine al metafisico.

venerdì 25 giugno 2010

Visage ( Tsai Ming-liang , 2009 )

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Cinema nel cinema e omaggio alla memoria

E' un'opera bellissima e complessa l'ultimo lavoro del Maestro taiwanese, un film che per molti versi è rivoluzionario, essendo il primo che il regista gira quasi interamente in Europa , con finanziamenti europei , con cast e maestranze in larga parte francesi. Nonostante ciò, e va detto con estrema chiarezza, il nucleo della poetica di Tsai non cambia di una virgola, rimanendo aderente a se stesso e al suo profondo spirito asiatico, al punto che le numerose autocitazioni sembrano volere affermare con forza l'assoluta continuità con i precedenti lavori.
La dedica che furbescamente Tsai pone nel finale ( "A mia madre") completa la quadratura del cerchio sul film: la memoria e l'omaggio alla madre morta durante la lavorazione del film impregna tutta la pellicola, ma non solo: la memoria e l'omaggio si estendono al grande Cinema con lo stralunato dialogo tra il regista e uno degli attori della storia in cui vengono citati Pasolini e Fellini, Welles e Murnau, Dryer e Antonioni.

martedì 6 aprile 2010

Che ora è laggiù ( Tsai Ming-liang , 2001 )

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Taiwan-Parigi : l'angoscia supera oceani e continenti

Tra Parigi e Taiwan si muovono le esistenze esplorate e filmate da Tsai: Shiang-chyi vaga nelle buie strade della capitale francese, siede nei bistrot, visita il cimitero, consuma le sue cene nella camera d'albergo, vomita copiosamente nella toilette sollecitata da cibi nuovi e troppi caffè; Hsiao-kang cambia l'ora a tutti gli orologi posizionando le lancette sul fuso orario di Parigi, continua a vendere gli orologi come ambulante, combatte con la madre ossessionata dalla morte del marito e in dolorosa attesa del suo ritorno come nuova entità, ciba l'enorme pesce dell'acquario con gli scarafaggi e urina nelle bottiglie e nelle buste pur di non recarsi al bagno. 
Esistenze alienate, giunte in contatto per pochi fugaci attimi, il tempo della compravendita di un orologio che abbia il doppio fuso orario, ma sufficienti a creare un legame invisibile che trasvola oceani e continenti. 
Ogni contatto è fugace , quasi casuale e sempre doloroso: lo è quello del ragazzo con la prostituta in macchina, lo è quello della ragazza a Parigi con la donna Hkese che nel momento in cui il contatto diventa fisico viene respinta ed è tragicamente mortificante quello della madre, al culmine della sua ossessione, che si masturba  al termine di una macabra messinscena davanti la foto del marito morto.
L'ideale ponte che unisce Parigi a Taiwan è solcato da disperazione, isolamento , esistenze strappate e mai ricucite per intero.

mercoledì 10 marzo 2010

Vive l'amour ( Tsai Ming-liang , 1994 )

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Rivisitazioni cinematografiche
Il mondo privo di rapporti umani


Mai ri-visione di un film fu così provvidenziale, perchè a prima vista, anni addietro, lasciò non poco amaro in bocca, che poi è il risultato al quale ambisce il regista, e quindi una seconda visone libera dallo sforzo di cercare di assimilare ogni immagine, restituisce a questo lavoro la sua giusta dimensione di grandezza che merita.
Rimane un Cinema difficile, ostico, quasi antitetico quello di Tsai, ma il fortissimo impatto delle immagini e dei personaggi che racconta ha un altrettanto grande potere ipnotico.
Tre vite sciatte, marginali ed "estreme" racchiuse in una casa in vendita, rifiugio di tre anime perse e votate alla solitudine devastante, si sfiorano , si attraggono , si compenetrano e fuggono via come atomi opposti che giunti al punto di fondersi, rimbalzano via con una forza distruttrice che lascia privi di parola.
L'amore del titolo è falsamente fuorviante, nulla di amorevole lega i tre , salvo forse un appena accennato bacio omosessuale, che forse è l'unico momento in cui il sentimento affiora timidamente.
Sono altre le immagini che impregano lo schermo: solitudine e assoluta incomunicabilità , persino corporea ,che viene volutamente eclissata dal regista, lasciandoci solo mugolii che sembrano di piacere , ma che in effetti sono solo grida di dolore.

venerdì 26 febbraio 2010

Goodbye Dragon Inn ( Tsai Ming-liang , 2003 )

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Spazi immensi e dilatazione del tempo intrisi di nostalgia

Per chi riesce a giungere al finale di questo film, troverà le risposte sul senso del lavoro di Tsai, apparentemente molto ostico così privato come è di dialoghi e così dilatato nel tempo, quasi immobile.
Indubbiamente non è un film facile, sembra estenuarti con quelle riprese ferme ma da ognuna di esse trasuda la poetica del regista che appartiene di diritto a quel gruppo di cineasti che si ama o si odia , senza vie di mezzo.
Quello che un tempo era un cinema frequentatissimo è giunto all'ultimo giorno di apertura, poi finirà inghiottito da qualche centro commerciale o megastore, la sala è semivuota e ritrovo di personaggi in cerca di effimeri incontri, ma qualcosa sembra animarlo: fantasmi che sembrano  usciti direttamente dallo schermo e che passano il tempo a fumare nei corridoi, due vecchi attori del film in proiezione che tornano a vederlo per l'ultima volta  (Dragon Inn appunto, film del 1966), una cassiera tuttofare che, col suo incedere claudicante ritmato dal metallo della protesi, passa in rassegna i vari spazi del locale e un proiezionista che non vedremo mai , se non alla fine . Tutto sembra galleggiare in un clima di abbandono, di tristezza e di rimembranza dei tempi in cui il cinema era il luogo dei sogni e della magia, i personaggi vagano come entità autonome , isolate , incapaci di trovare alcun contatto anche solo emozionale.
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