sabato 5 settembre 2026

Calle Malaga ( Maryam Touzani , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 7/10

Calle Málaga, il nuovo film di Maryam Touzani presentato nella sezione Venice Spotlight della 82ª Mostra del Cinema di Venezia, dove ha conquistato il Premio del Pubblico Armani Beauty, segna per la regista marocchina un doppio esordio: quello nella lingua spagnola e quello in un racconto che, pur muovendosi negli spazi apparentemente minuti di una vita quotidiana, si apre a una riflessione ampia sull'identità, sulla memoria e sulla convivenza tra culture.
Al centro della storia c'è María Ángeles, vedova settantenne che ha trascorso l'intera esistenza a Tangeri, in seno alla comunità spagnola della città, un tempo numerosa e oggi ridotta a poche tracce sopravvissute al tempo e alle migrazioni di ritorno verso la madrepatria. Vedova, ex impiegata dello storico teatro Cervantes, María Ángeles vive immersa in una routine fatta di gesti minimi e ripetuti: il caffè al bar all'angolo, le chiacchiere con le vicine, la spessa presso le consuete botteghe, le passeggiate lungo la strada che dà il titolo al film. È in questa trama di abitudini che Touzani individua il cuore pulsante del suo cinema: non la grande Storia, ma le microstorie che si depositano nei luoghi e che, sommandosi giorno dopo giorno, costruiscono ciò che chiamiamo identità. 
Quando la figlia Clara, travolta da una crisi coniugale ed da successive problematiche economiche, arriva da Madrid con la notizia che la vetusta casa di famiglia dove vive la madre che il padre ha lasciato a nome della figlia, verrà venduta, l'intero equilibrio esistenziale della protagonista viene messo in discussione, costringendola a interrogarsi su cosa significhi davvero "appartenere" a un luogo.
È qui che il film tocca il suo nervo più scoperto e più universale: il rapporto tra radici personali e radici culturali. Touzani, che ha dichiarato di essersi ispirata alla nonna spagnola vissuta e sepolta a Tangeri, costruisce un ritratto in cui il legame con la terra non è mai un dato geografico o burocratico, ma un tessuto invisibile fatto di consuetudini, di rituali quotidiani, di volti che si sono fatti compagni di una vita intera. 
La casa di Calle Málaga diventa così molto più di un edificio da vendere o da preservare: è l'archivio fisico di una memoria condivisa, il luogo dove si sono stratificate decine di piccoli gesti che, presi singolarmente, sembrerebbero insignificanti, ma che nell'insieme costituiscono l'ossatura di un'esistenza. 
Il film sembra suggerire che l'identità non sia mai un possesso stabile e definito una volta per tutte, ma piuttosto un processo continuo di sedimentazione: si è ciò che i luoghi, le persone e le abitudini hanno lentamente costruito in noi, giorno dopo giorno, gesto dopo gesto.



Proprio in virtù di questa impostazione, Calle Málaga assume un significato che va ben oltre la vicenda privata della sua protagonista. La comunità spagnola di Tangeri raccontata dal film è un microcosmo di convivenza tra fedi, lingue e provenienze diverse, un piccolo mondo in cui la mescolanza culturale non è oggetto di conflitto ma condizione naturale dell'esistenza. In un momento storico in cui si moltiplicano discorsi suprematisti, teorie che pretendono di stabilire gerarchie tra le razze e retoriche tossiche sulla migrazione, il film di Touzani si pone quasi come un manifesto silenzioso di tolleranza. Non lo fa attraverso proclami o dichiarazioni esplicite, ma mostrando semplicemente, con naturalezza, come la convivenza tra "anime" diverse di una stessa società sia non solo possibile, ma feconda, capace di generare bellezza, solidarietà, persino amore. 
La scelta di ambientare la storia in una Tangeri multiculturale, crocevia storico tra Europa e Africa, tra cristianesimo e islam, tra spagnolo e arabo, non è casuale: è la dimostrazione vivente che le identità non si escludono a vicenda, ma possono sovrapporsi, dialogare, arricchirsi reciprocamente senza che nessuna delle due debba necessariamente cancellare l'altra.
Va detto, con onestà critica, che questa è un'operazione ambiziosa, e come tale espone il film a rischi non da poco: toccare temi così vasti quali l'invecchiamento, il diritto al desiderio in età avanzata, lo sradicamento, la memoria coloniale e post-coloniale, la convivenza interculturale , all'interno di una narrazione che vuole restare intima e circoscritta a una manciata di personaggi è un'impresa che si presta facilmente a critiche di dispersione tematica o di eccessiva ambizione tesa a voler dire troppo in una sola opera. È il prezzo che si paga quando si sceglie di costruire un film-manifesto attraverso la delicatezza del racconto quotidiano piuttosto che attraverso la dichiarazione esplicita.
Ed è proprio in questo equilibrio, sempre precario, che il film alterna i suoi momenti migliori a quelli più deboli. Quando Touzani riesce a restare fedele alla propria vocazione originaria , quella di trasformare il gesto minimo, la consuetudine apparentemente banale, in qualcosa di poetico , il film raggiunge vertici di autentica commozione. Il modo in cui la macchina da presa di Virginie Surdej si sofferma sul volto di Carmen Maura, lasciando che sia lo sguardo, la ruga, il silenzio a raccontare più di qualunque dialogo, è un esempio di come il cinema possa cogliere l'invisibile poesia del quotidiano: un caffè condiviso, una porta che si chiude, una canzone canticchiata sottovoce diventano, in questi momenti, epifanie capaci di restituire l'intera densità di una vita.
Al tempo stesso, però, questa stessa ambizione porta talvolta la regista a cadere in un manierismo ricercato, in una sorta di estetizzazione compiaciuta del dolore e della nostalgia che rischia di appesantire ciò che altrove appare invece naturale e leggero. Alcune inquadrature indugiano oltre il necessario sulla bellezza malinconica dei luoghi, alcuni dialoghi si caricano di un simbolismo un po' troppo esplicito, quasi a voler sottolineare didascalicamente un significato che il film, nei suoi momenti migliori, era già riuscito a suggerire con pudore e sottigliezza. È come se Touzani, consapevole della portata dei temi che sta affrontando, cedesse talvolta alla tentazione di insistere, di ribadire, laddove l'eleganza avrebbe voluto invece un passo indietro, una maggiore fiducia nella capacità dello spettatore di cogliere da sé le risonanze più profonde della storia.
Resta comunque un film di un apprezzabile  spessore, sorretto da un cast di pregevole livello ( su tutti una Carmen Maura in stato di grazia, capace di restituire con naturalezza disarmante la complessità di una donna che, nella vecchiaia, non rinuncia al desiderio, alla dignità, al diritto di ricominciare)  e da una scrittura, firmata insieme a Nabil Ayouch, che evita per lo più gli scogli della retorica sentimentale. 
Calle Málaga conferma la sensibilità di una regista che continua a interrogarsi su cosa significhi essere, vivere, appartenere, restando fedele a un cinema che preferisce il sussurro al grido. Non è un'opera perfetta, e le sue stesse ambizioni la espongono a più di un'obiezione legittima, ma nel panorama cinematografico contemporaneo un film capace di raccontare con tanta delicatezza l'armonia possibile tra culture diverse, in un'epoca segnata da chiusure identitarie e discorsi d'odio, merita di essere guardato con attenzione e, in definitiva, con gratitudine.

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