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domenica 13 dicembre 2020

Moving On ( Yoon Danbi , 2019 )

 




Moving On (2019) on IMDb
Giudizio: 8/10

Dopo un folgorante esordio internazionale al Festival di Busan che è valso svariati riconoscimenti, bissati alla rassegna di Rotterdam e in altre di minor prestigio, l'opera prima della giovane regista coreana Yoon Danbi arriva anche in Italia attraverso gli schermi virtuali del Festival di Torino dove riceve il premio Fipresci a conferma del successo di critica ottenuto lungo tutto il 2020, anno che ha confermato una volta in più il grande valore artistico e la fulgida vitalità del cinema indipendente coreano che ha regalato in questi due anni lavori di gran pregio che arricchiscono una cinematografia, quella coreana appunto, nota soprattutto per la qualità dei suoi blockbuster d'azione o comunque delle grandi produzioni.
La giovane regista dimostra di conoscere molto bene il cinema di quelli che sono probabilmente  due tra i cantori delle storie famigliari più importanti del cinema asiatico: Moving On infatti mostra chiari, non sappiamo quanto voluti, ma innegabili , riferimenti ad Ozu e a Koreeda nel mettere al centro del racconto una vicenda famigliare osservata attraverso la prospettiva di una adolescente, Okju e del suo fratellino più giovane, Dongju ,ancora nel pieno della fanciullezza.



I due ragazzi si trasferiscono infatti col padre divorziato presso la grande casa dell'anziano nonno nella provincia coreana, per far fronte alle difficoltà economiche e risparmiare quindi i soldi per l'affitto; il nonno, un po' rimbambito, silenzioso e di salute malferma ha bisogno di assistenza e quindi poco dopo la sorella del padre li raggiunge nella grande casa.
Mentre per il piccolo Dongju questo cambiamento è vissuto quasi come una vacanza, Okju soffre dei normali sbalzi d'umore tipici della sua età accentuati da una situazione di insicurezza, nonostante i consigli che la zia, anch'essa prossima al divorzio, le propina con molto affetto.
Il vecchio nonno ha ormai preso la china discendente e i figli decidono di portarlo in una casa di riposo e vendere la casa, cercando così di sistemare le loro misere esistenze; sembra che solo i giovanissimi riescano a vedere oltre la miseria della vita dei loro genitori e capire l'importanza della perdita del nonno.
Tutto il film di Yoon ruota intorno al disfacimento della famiglia: è in rovina quella dei due giovani protagonisti, con un padre fallito che per campare spaccia scarpe taroccate e una madre che non si è mai fatta problemi a perseverare nella sua assenza, sta andando a rotoli quella della zia, che per lo meno non ha figli e quindi si sente in qualche modo consolata e meno oppressa, è in disfacimento , mutatis mutandi, la famiglia coreana, intesa nella sua forma istituzionale, come il centro e il cuore della società che si sta modificando troppo in fretta e che lascia alle spalle le sue tradizioni e il suo passato.
Il ritratto che ne fa la giovane regista è crudo nel suo realismo, ma al tempo stesso delicato, avendo scelto probabilmente proprio per questo di utilizzare lo sguardo dei due giovani ragazzi ; per tale motivo la realtà della famiglia coreana in decadenza risulta ancora più cruda e dolorosa, perchè quello che emerge non sono solo le ristrettezze economiche e la difficoltà a rapportarsi  all'interno della comunità famigliare, ma anche una certa meschinità  se non addirittura un egoismo bieco che travalica il rispetto reciproco.

sabato 12 dicembre 2020

Camp de maci [aka Poppy Field] ( Eugen Jebeleanu , 2020 )

 




Poppy Field (2020) on IMDb
Giudizio: 5.5

E' dura la vita per gli omosessuali nella Romania che si avvicina a piccoli passi all'integrazione europea a ormai 30 anni dalla caduta del regima comunista e al successivo avvicinamento all'Europa Occidentale: in Poppy Field ( Camp de maci il titolo originale), opera prima del regista rumeno Eugen Jebeleanu, Cristi è un poliziotto gay fidanzato con un giovane francese e che vive la sua condizione di omosessualità in maniera piuttosto tormentata causando anche delle incomprensioni col suo compagno, chiaramente dalle vedute più ampie. 
La sua condizione che crea evidente disagio nell'uomo trova una improvviso aggravamento, quasi un break point quando Cristi insieme ad altri colleghi è inviato a sedare un confronto animato in un cinema dove viene proiettato un film a tematica lesbo tra attivisti gay e un manipolo di oltranzisti religiosi  pronti a lanciare anatemi sugli omosessuali e su chi si avvicina a loro anche solo per vedere un film.
La serata , con il confronto di idee inevitabilmente pesante per il protagonista, diventa una analisi della propria condizione , del carico di paure , di sensi di colpa e di tormento che si agitano dentro di lui e soprattutto dal timore che il suo essere gay venga alla luce, in un ambiente in cui il machismo domina.



L'opera prima del regista rumeno soffre di una pesante problematica di fondo :  la pretenziosità con la quale il tema viene trattato, quasi un tentativo di alleggerire il peso che la condizione di omosessualità comporta in una società evidentemente ancora impregnata di omofobia e di grettezza; questo contrasta con una messa in scena che invece ha i suoi pregi soprattutto dal punto di vista tecnico grazie ai lunghi piani sequenza e alla capacità di sfruttare gli spazi che dimostra la provenienza dal teatro del regista.
Il risultato che Poppy Field ci mostra è però un film nel complesso troppo verboso che  spesso affoga l'analisi sociologica e i tormenti che derivano dalla fragile condizione del protagonista in disquisizioni infinite e prive di sostanza.
La dicotomia che sfocia quasi nella schizofrenia in cui vive il protagonista che si basa sul suo essere gay calato in una società e in un ambiente lavorativo tutt'altro che tolleranti doveva essere trattata con maggiore attenzione essendo di fatto la vera tematica centrale del film oltre che quella più ricca di spunti narrativi.

mercoledì 25 novembre 2020

Sin senas particulares [aka Identifying Features] ( Fernanda Valadez , 2020 )

 




Identifying Features (2020) on IMDb
Giudizio: 8/10

Apre il Festival di Torino edizione 38, interamente online per la ben nota situazione di emergenza sanitaria, il primo lungometraggio della regista ,sceneggiatrice e produttrice messicana Fernanda Valadez: Sin senas particulares si presenta già bello carico di onori, avendo ricevuto riconoscimenti importanti , tra l'altro , a San Sebastian e al Sundance e al di là dell'indubbio valore artistico dell'opera è facile capire anche il perchè visto il tema trattato, quello dei desaparecidos messicani in fuga verso la terra promessa oltre il muro che divide il loro paese dagli USA, argomento tornato prepotentemente di moda per le recenti elezioni presidenziali americane.
Il film si guarda bene però dall'affrontare il problema da una prospettiva politica, semmai lo sguardo della regista si posa sull'aspetto più intimo e sociale, sull'essenza dell'uomo che anela ad una vita migliore fuggendo dalla povertà.
Il Messico in cui si svolge la storia è un paese dilaniato dalle problematiche sociali veicolate dalla lunga guerra ai narcos e allo stato di indigenza in cui vive larga parte del paese; la protagonista è la mamma di uno dei tanti giovani che ogni anno intraprendono la via del tentativo di introdursi negli USA clandestinamente, un traffico gestito da criminali senza scrupoli.



Quando qualche tempo dopo essere partito, non avendo la donna  notizie del figlio e del suo compagno di fuga, decide di sporgere denuncia alle autorità; mentre dell'amico con cui il ragazzo era partito ben presto si ritrova il cadavere in una fossa comune, del figlio di Magdalena si ritrova solamente una borsa e l'ipotesi è che sia stato bruciato e sepolto rendendo impossibile la sua identificazione; per la donna non rimane altro che accettare il presunto cadavere del figlio e mettere fine alle sue ricerche e al suo tormento. L'incontro all'obitorio con una donna che anch'essa deve riconoscere il figlio allontanatosi da casa molto tempo prima e che la incita a non arrendersi ad una verità molto parziale, porta Magdalena ad intraprendere una lunga ricerca nelle zone di confine tra Messico ed Usa per poter almeno sapere la verità "vera", scontrandosi con reticenze , omertà e paure.
Il film di Fernanda Valadez è quindi una lenta inesorabile ricerca da parte di una madre della verità e del destino del proprio figlio ed il finale tremendo, durissimo e drammatico, ricco di ambiguità morali e personali, ci lascia con l'amaro in bocca anche perchè rimane tragicamente ma molto efficacemente sospeso.
Il confine tra Usa e Messico è uno dei luoghi in cui il traffico umano trova la sua espressione più bieca e tragica e la descrizione, sempre molto posata, che ne fa la regista è quasi fuori dal tempo, con la storia che a tratti si tinge dei colori di una religiosità mista a tradizioni e a superstizione che molto spesso si incontra nelle pellicole del Centro-Sud America.
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