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mercoledì 20 agosto 2025

Kubi ( Kitano Takeshi , 2023 )

 




Kubi (2023) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

A distanza di sei anni dal suo ultimo lungometraggio, Outrage Coda, Takeshi Kitano torna al cinema con un film ambizioso e destabilizzante: Kubi. Lo fa riscrivendo le regole del jidaigeki – il film storico giapponese per eccellenza – e realizzando, nel suo stile beffardo e iconoclasta, una riflessione feroce e sarcastica sulla brama di potere, sull’instabilità delle alleanze, sull’assurdità della guerra e, in definitiva, sulla tragicommedia della storia umana.
Kubi significa "testa”, ed è esattamente quello che rotola per tutto il film. Ma le teste che cadono non sono solo trofei di guerra o punizioni per i traditori: diventano simboli di una civiltà costruita sulla violenza, sulla gerarchia e sulla perdita d’identità. 
Kitano non gira un film di samurai “in costume”, ma un’opera sul presente travestita da passato, capace di mettere a nudo le pulsioni di ogni epoca: la sete di potere, l’avidità, il cinismo. E lo fa senza retorica, ma con un sarcasmo irresistibile che mina ogni presunzione epica.
Il film prende spunto da un fatto storico reale: l’“incidente di Honnō-ji” del 1582, in cui il potente daimyo Oda Nobunaga venne tradito e costretto al seppuku da uno dei suoi più fidati generali, Akechi Mitsuhide. Kitano – che si ritaglia il ruolo di Mitsuhide – non si limita a raccontare i fatti, ma li destruttura, li trasforma in una spirale vertiginosa di tradimenti, colpi di scena, massacri e beffe, in cui ogni personaggio è pronto a pugnalare l’altro alla prima occasione.
La struttura narrativa è volutamente disorientante: le scene si susseguono con ellissi improvvise, i dialoghi si troncano, la storia salta avanti e indietro con una logica che ricorda più un sogno febbrile che una cronaca storica con una miscela quasi roboante di piani spazio-temporali. 
Lo spettatore è chiamato a ricomporre il puzzle, ma ogni tentativo di fare ordine è frustrato dalla natura caotica del potere, che è poi il vero protagonista del film.
In una recente intervista a Kinema Junpo, riguardo al concetto di ambizione,Kitano ha dichiarato
«Non mi interessava glorificare la storia. Mi interessa il modo in cui gli esseri umani diventano mostri quando l’ambizione prende il sopravvento.»



L’ossessione per il potere è la vera linfa che muove Kubi: ogni personaggio – da Hideyoshi a Tokugawa, dai vassalli minori ai generali più ambiziosi – è spinto da una brama incontrollabile di ascesa, di rivalsa, di dominio. Ma questa corsa non porta mai alla gloria: porta solo alla dissoluzione morale, alla paranoia, al sangue. Nessuno è mai veramente al sicuro, nessuno può fidarsi di nessuno.
La guerra è mostrata come un gioco sporco, dove la lealtà è una maschera e l’onore una parola svuotata di senso. 
Kitano distrugge l’immagine romantica del samurai: i suoi personaggi sono vili, ridicoli, spesso grotteschi. Eppure, in questa ridicolizzazione, emerge qualcosa di profondamente umano e tragico.
In una conferenza a Cannes 2023, quasi a rafforzare uno dei suoi concetti cardine della sua prospettiva  Kitano ha detto con il suo solito tono ironico:
«Nel mio film, nessuno è un eroe. Sono tutti idioti che si uccidono per un pezzo di potere. Forse è così anche nella politica di oggi.»
Il film diventa così una feroce parabola universale, che travalica i confini del Giappone feudale per parlare di ogni sistema di potere, in ogni tempo, con le sue dinamiche perverse e intricate.
Pur essendo tratto da un suo stesso romanzo storico (pubblicato nel 2019), Kitano non realizza una ricostruzione accademica del periodo Sengoku. I costumi, le architetture, le dinamiche tra clan sono credibili e curate, ma il regista si diverte a sabotare la gravità del contesto con scene al limite del grottesco, come samurai impacciati che inciampano, generali ridicolizzati, scene slapstick che ricordano il Kitano comico degli esordi televisivi.
Il film è un continuo alternarsi di momenti iperrealistici e deviazioni assurde, come a suggerire che la storia – anche quella più tragica – non è mai lineare né seria quanto vogliamo credere. È caos, disordine, casualità. E chi cerca di dominarla, finisce travolto.

martedì 2 aprile 2019

Outrage Coda ( Kitano Takeshi , 2017 )




Outrage Coda (2017) on IMDb
Giudizio: 7/10

Sette anni dopo il primo capitolo vede la fine la trilogia di Outrage di Takeshi Kitano, una fine sancita da una pietra tombale che è cinematografica e probabilmente anche personale, un punto d'arrivo cui il regista giapponese doveva giungere in un modo o in un altro.
La parabola finale di Otomo, ultimo eroe stanco di una organizzazione malavitosa che sembra avere ripudiato se stessa e i suoi codici, già iniziata con il capitolo precedente arriva all'ultimo atto: scampato alla faida tra le famiglie della yakuza , messo in un angolo e costretto a diventare una scheggia impazzita, l'alter ego di Beat Takeshi si è trasferito in Corea dove gestisce per conto del potente dottor Chang, un coreano con importanti attività anche in Giappone, un giro di locali notturni e di prostituzione.
Sin dalle prime battute Otomo mostra una venatura di stanchezza quasi un tratto crepuscolare nel suo trascorrere le giornate in riva al mare pescando, un uomo che appare più stanco che sconfitto, seppur ancora saldamente in sella e animato dallo spirito più autentico e tradizionale della yakuza.

Lo scontro con un boss di piccolo calibro della famiglia che gli ha dato la caccia e il successivo omicidio di un luogotenente del clan coreano, rigettano Otomo nella mischia: la famiglia Hanabishi , dopo aver sterminato il clan di Otomo, è spinta da uno spirito di egemonia che si traduce in comportamenti violenti e privi di qualsiasi scrupolo.
Nella stessa famiglia Hanabishi le faide interne stanno prendendo piede pericolosamente, alimentate dalla smania di potere dei vari rappresentanti, spesso faccendieri privi di scrupoli ,pronti a tradire senza batter ciglio, che quasi disprezzano le regole d'onore della organizzazione.
Per Otomo è giunto il tempo di tornare in Giappone e saldare i conti, nel vano tentativo di riaffermare una etica e una morale malavitosa ormai in disfacimento.
Nel finale del film è contenuta la sconfitta e al tempo stesso il trionfo di Otomo, la dura e tragica presa di coscienza che il mondo è cambiato in maniera irrimediabile e che posto per uomini come lui non ce ne è più.

mercoledì 18 novembre 2015

Ryuzo and his Seven Henchmen ( Kitano Takeshi , 2015 )




Ryûzô to 7 nin no kobun tachi (2015) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

Ryuzo è un ex yakuza in pensione ormai settuagenario, vive con la famiglia del figlio che mal sopporta il suo sentirsi ancora un gangster ostentando dita mozzate, tatuaggi e allenamenti in giardino con la katana di legno; Ryuzo passa il tempo col suo ex compare Masa tra un ristorante e l'altro scommettendo su quello che gli avventori ordineranno e non perdendo occasione per fare il gradasso; quando un giorno sarà fatto oggetto di un tentativo di truffa da parte di una gang di malfattori lo spirito yakuza che affonda le radici nell'essenza dei vecchi samurai torna a galla prepotente: rifondare un clan chiamando a raccolta i vecchi fratelli.


Peccato solo che il tempo è inesorabilmente passato e all'appello si presentano anziani rimbambiti, zoppi, parkinsoniani, falliti simili a relitti umani, ma siccome lo spirito del clan rimane dentro tutta la vita, l'allegra brigata di vecchi scoreggioni ( e non solo metaforicamente) decide di tornare sulla piazza, in un mondo dove però le regole dell'onore e dell'etica dura, spietata , ma inviolabile dei clan è oggetto di derisione e di dileggio, quasi si fosse davanti ad un ammasso di ferri vecchi buoni solo per i rigattieri.
I nuovi boss sono privi di morale, malversano, vessano i poveracci, circondati da facinorosi violenti e senza regole, vestono col colletto bianco organizzando grottesche truffe e menano le mani coi poveracci: lo scontro sarà inevitabile, perchè sono troppo lontani, agli antipodi , i due mondi.
Per il nascituro clan quindi c'è il tentativo di fermare la società e la storia e riportare in auge vecchi metodi ed usanze coi risultati che si possono immaginare: i sette compari di Ryuzo (eletto boss in un esilarante segmento del film) guardano ai Sette Samurai, ai 13 Assassini di Miike, evocano altri modelli cinematografici (in un'altra scena divertentissima) e danno l'assalto finale agli usurpatori che hanno gettato l'onore del Giappone nel cesso; in questo finale roboante e spassoso anche la chiara, e non saprei quanto voluta, citazione di A Hero Never Dies di Johnnie To che non sfuggirà di certo agli appassionati di cinema orientale.

mercoledì 12 giugno 2013

Outrage Beyond ( Takeshi Kitano , 2012 )

Giudizio: 6.5/10
L'eroe della yakuza che non c'è più

Dopo la lunga digressione durata diversi anni sull'arte e sul ruolo del cinema ( e quindi di se stesso come uno dei massimi esponenti dell'arte), con Outrage Beyond Takeshi Kitano da seguito alla strada aperta, senza troppo convincere a dire il vero, con Outrage, di cui questo è l'ideale sequel , anche se, narrativamente, non così intimamente legato.
Il ritorno allo yakuza movie può essere letto sotto varie forme tra cui quella che più potrebbe appassionare e cioè una rilettura decenni dopo di un mondo che nei suoi lavori più riusciti Kitano aveva descritto col giusto mix di poesia, umorismo e cattiveria, quasi un reload artistico che dovrebbe condurre ad uno sguardo moderno sulla malavita giapponese.
Mantenendoci su un livello di interpretazione superficiale, effettivamente questo avviene e Outrage Beyond ne è l'ulteriore conferma: il racconto della faida tra famiglie alleate-avversarie per  il controllo dell'organizzazione mafiosa infatti si svolge su un livello che apertamente tende a togliere ogni aura di romanticismo o di poesia , essendo anche la yakuza, come il mondo intero, travolta dalla bramosia di potere e di denaro fine a se stessa, utilizzando legami con la politica e la polizia.

martedì 18 gennaio 2011

Takeshis' ( Takeshi Kitano , 2005 )

Giudizio: 7/10
E' un punto di arrivo o di partenza ?


Alla luce dei lavori seguenti , la rivisione di Takeshis' si rende quasi obbligatoria, soprattutto per chi, come il sottoscritto, provò un senso di stordimento allorquando il film uscì sei anni orsono.
Con questo lavoro, assolutamente atipico sia in senso assoluto che , soprattutto, relativamente al percorso cinematografico di Kitano, di fatto il regista sembra allo stesso momento chiudere una pagina della sua vita artistica ed aprirne un 'altra, quasi a volere tirare un consuntivo del suo Cinema.
Al di là della scelta narrativa, vicina a certo surrealismo felliniano, Kitano si guarda allo specchio come cineasta e come uomo di spettacolo, rimandando la riflessione sul Cinema al seguente Glory to the filmaker e sull'arte a Achille e la tartaruga: un tirare le somme del suo lavoro che presenta tante facce quanti sono i Kitano che conosciamo: showman, regista, guitto, attore e pittore.

venerdì 17 dicembre 2010

Outrage ( Takeshi Kitano , 2010 )

Giudizio: 6/10
Kitano sembra stanco


Dopo aver percorso per 10 anni svariati sentieri cinematografici approdati negli utlimi lavori ad una riflessività estrema come forma di meditazione sull'arte, Takeshi Kitano torna allo yakuza movie senza però sgombrare assolutamente il campo sui numerosi dubbi che riguardano la sua vena creativa.
Outrage è un film difficile da valutare in modo esatto, probabilmente necessita una lievitazione interiore, ma sicuramente non si tratta di opera a livello di Sonatine e tanto meno di Hana-bi, rimanendone lontano anni luce, essenzialmente per la completa mancanza di quello sguardo poetico e quasi trasognato che emergeva dai due capolavori citati; e qui si pone il primo scoglio per una oggettiva valutazione del lavoro: è una scelta precipua quella di Kitano di mostrare un mondo (quello degli yakuza) assolutamente privo di qualsivoglia cosa che non sia la violenza e l'arrivismo? Oppure è lo sguardo del regista che non riesce più ad offrire quelle immagini e quei momenti che frammisti alla violenza gangsteristica facevano comunque dei suoi film degli autentici gioielli sprizzanti poesia?

sabato 16 gennaio 2010

Zatoichi ( Takeshi Kitano , 2003 )


*****
Kitano si diverte


Sorprendente salto nel passato e nel cinema in costume per Takeshi Kitano, che con un film che si rifa ad un personaggio che è stato la storia della TV giapponese anni '60, dirige questo lavoro imperniato sulla figura di Zatoichi ed ambientato nel XIX secolo , tra campagna e bande di delinquenti in kimono.
La figura del cieco massaggiatore nonchè abilissimo branditore di katana che si schiera in difesa dei deboli contro le ingiustizie dei prepotenti e vessatori rimanda senza troppe acrobazie a Kurosawa;
così come il convergere nel piccolo villaggio di personaggi che hanno qualche legame labile e trasversale che troveranno un senso ai loro tormenti, siano essi alimentati da sete di vendetta o da ricerca dell'onore perduto, rimanda a certo western popolato da tante storie individuali che si intrecciano; il mirabolante e sorprendente finale catapulta dritto in una musical stile Broadway con tanto di tip tap, di colori e di musica ritmata.
Questo mixing risulta l'aspetto più bello del film , nel quale Kitano si diverte a fare il Tarantino con katane svolazzanti, schizzi di sangue e arti mozzati, tenendo in secondo piano il topos dell'eroe solitario e dei personaggi circoscritti nel loro destino ineluttabile, la cecità della violenza e del sopruso, il pessimismo estremo; sì perchè alla fine il film risulta soprattutto divertente,quasi leggero e anche le scene più sanguinose sono tinte di quell'umorismo che Kitano ogni tanto è uso sbattere in faccia allo spettatore.

martedì 29 dicembre 2009

Achille e la tartaruga ( Takeshi Kitano , 2008 )


*****
Parabola sull'arte

Partendo dal paradosso di Achille e la tartaruga, che col film c'entra poco, ma funge da morale della storia, Kitano scrive e interpreta questa parabola sull'Arte, eterno campo di battaglia tra talento, passione e libertà espressiva.
Molto di autobigrafico , relativamente alla sua passione pittorica, c'è dentro, condito col sarcasmo e l'ironia che sono propri al Maestro giapponese.
La storia narra la parabola artistica di Machisu che vediamo sin da bambino appassionato di pittura e totalmente estraneo alle attività scolastiche; suo padre è un ricco magnate che si veste da mecenate offrendo aiuto agli artisti. Quando la fortuna negli affari volta le spalle al genitore con relativo suicidio , il piccolo sarà affidato dapprima ad uno zio rozzo e quindi ad un collegio, dove nessuno però sembra avere interesse per la sua passione.
Da giovane cerca di conciliare il lavoro con la scuola d'arte , spinto dalla convinzione che le manchino talento e conoscenza tecnica; il suo rimane comunque un approccio all'arte di tipo ancestrale , distaccato, non facendosi coinvolgere più di tanto nei fervori artistici dei suoi compagni di studio.
Infine giunto all'età matura, sposatosi con una donna che le fa da assistente, lo vediamo nei tragicomici tentativi di dare voce alla sua arte, sistematicamente rifiutata dai galleristi.
Kitano non risparmia alcun aspetto del mondo dell'arte, usando la sciabola dove serve soprattutto verso quel certo snobismo culturale che richiede all'artista sempre di andare oltre i propri limiti: fin dove l'artista è libero di esprimersi secondo le sue emozioni? Quanto lo status sociale influenza la riuscita di una opera d'arte? E' lecito per il pittore cercare di andare oltre i suoi limiti sfruttando la sua inquietudine, quando non i tormenti?
Son tutte domande cha aleggiano pesanti sullo scorrere del film, cui Kitano cerca di dare risposta, mettendo in gioco se stesso e il suo personale senso pittorico: mettendo alla berlina i quadri di Machisu, il regista sferza se stesso, essendo la gran parte delle opere presenti nel film effettivamente sue; ed indubbiamente il trionfo di colori e di forme che emergono dai dipinti sono tra le cose più belle del film.
La regia di Kitano è saggia e ben dosata tra un inizio quasi melò ed un finale che vira al grottesco, ma le qualità del regista ormai sono indiscutibili, in ogni caso; manca nella parte finale, quella in cui compare Kitano stesso, un po' di verve, troppo incentrata sui ridicoli tentativi di dar corpo ad un avanguardismo artistico che non è proprio del personaggio; una descrizione del contrasto tra la (tanta) passione ed il non eccelso talento avrebbe probabilmente giovato di più.
Sta di fatto che il film ha l'indubbio pregio di squarciare un velo sull'essenza dell'arte e sui suoi limiti, nello stesso modo in cui il paradosso di Zenone che da il titolo al film cerca di convincerci che se un qualcosa non la si ha non c'è verso di poterla raggiungere anche correndo molto più veloci di quello che dobbiamo agguantare.

domenica 27 dicembre 2009

Dolls ( Takeshi Kitano , 2002 )


*****
Formalismo e sostanza

Le bambole del titolo sono quelle del teatro bunraku che aprono il film con un prologo, rappresentazione tradizionale di amore, dolore e potere e fanno da filo conduttore di tutta la storia affacciandosi di tanto in tanto sullo schermo come a scrutare le umane vicissitudini tanto simili a quelle delle marionette.
Kitano mette in scena questo dramma della follia e dell'amore in una forma apparentemente poco familiare al suo concetto di cinema, ma con una potenza e una profondità che dimostrano la superlativa sensibilità di questo autore.
Tre storie tra loro slegate che si sfiorano solo marginalmente in mezzo ad un bosco, in riva al mare, lungo una strada; tre storie di amore e follia , dolore e rimpianto, tratteggiate con il pessimismo cui il regista ormai da tempo ci ha abituato.
La follia della donna abbandonata dal suo amato, costretto dalla famiglia a sposarsi con una ricca ereditiera , che abbraccia il suicidio (non riuscito) come gesto liberatorio; rimarrà viva ma avulsa da tutto ciò che la circonda, compreso il suo amore che, con atto estremo anche lui, lascerà la sposa sull'altare e correrà al capezzale della mancata suicida. La loro vita sarà un vagare senza meta, uniti uno all'altra da un cordone rosso che gli varrà l'epiteto di "vagabondi legati", privi di qualsiasi emozione, da soli nel loro dolore e rimpianto anche quando una scintilla accenderà il ricordo.
La follia e il rimpianto dello yakuza ormai vecchio e malandato che ricorda la sua scelta di abbandonare la donna amata quando era giovane per intraprendere senza vincoli la carriera malavitosa e la follia della donna che invecchia aspettando sulla panchina il ritorno del suo amato, tutti i sabati con il pranzo pronto. L'amato ritornerà dopo tani anni, solo il cuore le farà riconoscere quell'uomo ormai grigio e malato e le darà l'illusoria quiete ben presto rotta da un colpo di pistola.
Ed infine la follia di un fan sfegatato di una giovanissima cantante pop che reagisce all'abbandono prematuro delle scene del suo idolo, causa un incidente stradale che le deturpa il volto, con un atto di autopunizione estremo che lo priverà della vista ma non dell'agognato incontro in riva al mare con la cantante di cui potrà godere solo della voce , prima che il destino anch'esso cieco si abbatta su di lui.
Se è vero , come affermato da larga parte della critica, che il film mostra un formalismo ridondante, è altrettanto giusto concedere al Maestro giapponese una profondità e una poesia che toccano i sensi (anche troppo forse), motivo per cui l'accusa di formalismo lascia il tempo che trova in quanto la forma contiene ed avvolge una sostanza forte e pregnante.
Non è facile raccontare l'amore nelle forme con cui si esprime Kitano, intrise di pathos e della sempiterna lotta amore e morte, con tinte sempre oscure, ed il regista di tanto in tanto sembra calcare anche troppo la mano, ma indubbiamente le tematiche sono sviscerate senza veli e senza mezze misure, in un affresco cui la natura circostante da il meglio del suo cromatismo e della sua partecipazione all'implacabile scorrere del tempo.
La forma domina il film come detto, colori che si accavallano ad immagini che sembrano cartoline, gli elementi della poetica di Kitano che si rincorrono: il mare e le spiagge deserte, la neve che somiglia tanto a quella di Hana-Bi, la stanchezza e il declino dello yakuza e la morte come soluzione pacificatrice del malessere che nasce dalle ossessioni e dalla follia.
Nel finale, pieno di simbolismi, le marionette si fonderanno agli uomini andando a braccetto incontro al comune destino, chiudendo il cerchio disegnato dall'amore e dalla morte.

mercoledì 14 ottobre 2009

Il silenzio sul mare ( Takeshi Kitano , 1991 )


Giudizio: 7.5/10
Rivisitazioni cinematografiche / 2
Il mare di Kitano

Terzo lungometraggio del Maestro giapponese il primo che esula in maniera netta da quelle che saranno le tematiche trattate nella maggior parte dei suoi lavori : non ci sono yakuza, nè pistole, ne sangue, c'è solo il mare, cui il film vuole decretare una sorta di elegia, elemento che sarà sempre presente nelle opere successive; non esiste inquadratura in cui non si veda il mare e per cantarne l'attrazione e l'amore che il regista prova per lui , ci narra la storia di un sordomuto stancamente impiegato come netturbino che trova uno slancio irrefrenabile quando tra l'immondizia trova una tavola da surf rotta: sarà amore a prima vista, da allora tutta la sua esistenza sarà votata ad imparare a cavalcare le onde. Lui e la sua ragazza, sordomuta come lui, che lo osserva dalla riva. Sono i volti e gli occhi dei due a raccontarci del loro tenero amore e ci riescono meglio di mille parole.
Kitano ci offre l'immagine del mare come elemento ristoratore, salvifico, inizio e fine di tutto, con inquadrature secche , nude, immobili, forse a volte un po' troppo ripetitive , ma che alla fine del film lasciano comunque qualcosa di delicato e di profondo.
Solo le onde e le cavalcate dei surfisti danno movimento alla pellicola, per il resto statica sui protagonisti e sui loro piccoli e intimi gesti.
Rivisto bene questo film, capiremo meglio il senso profondo delle spiagge di Okinawa in Sonatine o le spiagge deserte e sferzate dal vento di Hana-bi.

venerdì 21 agosto 2009

L'estate di Kikujiro ( Takeshi Kitano , 1999 )


Giudizio: 7.5/10
Kitano on the road


Sorprendente opera di Takeshi Kitano , due anni dopo lo splendido e pluripremiato Hana-Bi: qui si cambia completamente registro con una storia che spiazza notevolmente gli estimatori del regista. Kitano sa anche costruire film teneri, delicati a tratti commoventi , pur mantenendo l'impianto filmico che lo contraddistingue e le tematiche a lui così care.
Niente violenza cruda, niente spari, niente yakuza , ma il film sa essere bello e tragico anche senza questi aspetti che sono il marchio di fabbrica del cineasta; incombe piuttosto un forte senso di solitutidine, anche questo marchio di fabbrica, che unisce i due personaggi principali con una linea trasversale che supera il gap generazionale.
Kikujiro è uno strano personaggio che, intuiamo, ha un passato di yakuza ed un presente fatto di nulla o quasi, a metà tra lo sbandato e il misantropo, cui viene affidato il compito di accompagnare il fanciullo Masao a conoscere la madre che lo ha abbandonato. Si intuisce subito che l'impresa sarà ardua: come consegnare una valigia di denaro ad un ladro per farla recapitare al destinatario. In questo il tema è piuttosto scontato, ma col procedere della narrazione vediamo kikujiro mostrare il suo volto umano, fatto di giocosità e tenerezza che non può che catturare il fanciullo, all'inizio molto diffidente , e tutti noi che assistiamo agli eventi.
Man mano che il film procede si assiste alla costruzione di un "on the road" che diventa iniziazione alla vita per il ragazzino, un film sulla strada, stavolta senza le immancabili pistole e con solo qualche fugace apparizione di brutti ceffi; si squarcia il velo sull'animo di Kikujiro che si avvale sì della sua rudezza ma solo per coinvolgere, quasi come un teatrante di strada, svariati curiosi personaggi con il solo scopo di addolcire la delusione ed il dramma del bambino una volta scoperto che la mamma ormai ha un'altra vita e un'altra famiglia. Si alternano momenti in cui l'ironia grottesca di Kitano domina sovrana ad altri che hanno il sapore del sogno con la scena sull'immancabile spiaggia sconfinata e deserta che sprizza puro lirismo.
Alla fine quello che trionfa è il tenero disincanto del bambino e dell'adulto , il gioco per l'uno e la catarsi esistenziale per l'altro, dipinti con la solita, preziosa,variopinta e stilisticamente perfetta arte del Maestro.

mercoledì 19 agosto 2009

Boiling Point - I nuovi gangster ( Takeshi Kitano , 1990 )


Giudizio: 8/10
Il vangelo dell'arte di Kitano


Seconda opera di Kitano regista, in realtà la prima interamente sua, da rivedere assolutamente alla luce dei lavori successivi che ne hanno , giustamente, decretato la grandezza assoluta.
Sì, perchè seppure meno bello, nel suo insieme, di Violent Cop (film d'esordio alla regia avvenuto quasi per caso), Boiling Point può, nella sua disarmante complessità, essere considerato il brodo primordiale da cui nasce la poetica del regista che vedremo poi splendidamente sviluppata nelle opere seguenti.
In questo c'è già tutto: l'asettico distacco del poeta, l'alternarsi tragico di comicità goffa e scoppi di violenza pura e tagliente, le carrellate di perdenti, il malavitoso calato col suo abbrutimento nella realtà della vita, il dissacrare sacrilego e irriverente, i proiettili che si infilano nelle carni, silenziosi e con l'immancabile schizzo di sangue , lo stralunato occhio osservatore di chi pensa agli yakuza come a dei moderni samurai, le spiagge di Okinawa e gli antieroi erranti.
Visto a suo tempo il film fu deludente dopo la buona prova spuria di Violent Cop, ma riletto anni dopo si erge come il testo sacro , il vangelo dell'arte di Kitano anche nel suo aspetto formale e stilistico con la grande prevalenza delle riprese frontali, i grandi spazi che sembrano però, chissà perchè, angusti e i colori sempre in sintonia con gli eventi.
Non resta altro che rivederlo, vivisezionarlo, gustarlo e capiremo come il grande talento e l'arte di questo genio della celluloide fosse già tutto lì, sin dal lontano 1990, a partire dagli occhi del giovanotto,nel buio , seduto sulla tazza del gabinetto che aprono il film.

sabato 20 giugno 2009

Sonatine ( Takeshi Kitano , 1993 )


Giudizio: 9.5/10
Il Cinema Open Space di Takeshi Kitano

Il cinema Open Space di Kitano: si respira aria da road movie in questa storia, ma nessuno è in viaggio alla ricerca di qualcuno o qualcosa; le ampie spaigge di Okinawa inglobano lo scorrere degli eventi , le lunghe strade ondulate che solcano le dune sembrano condurre in luoghi ameni; ma di ameno e di riposante sulla spiaggia di Okinawa, non c'è nulla per Murakawa (ennesimo eroe con la faccia di Kitano); è vero, sono spensierati e divertiti, ma l'allegra brigata sa bene che non sarà così ,sa bene che presto tutto troverà una fine. E la fine arriva come solo Kitano ce la sa descrivere, improvvisa e violenta con un senso pesante di ineluttabilità :le canaglie dormono in pace titolava il Sommo Maestro Kurosawa e il nostro eroe Murakawa non ha altra scelta : per lui non può esserci riposo dorato o una vita normale in riva al mare stanco dopo una vita al servizio del crimine che ora aborrisce e da cui vuol liberarsi; per lui la pace ha solo il colore plumbeo di una pistola.
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