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venerdì 23 ottobre 2026

The Day She Returns ( Hong Sangsoo , 2026 )

 



IMDB

Giudizio: 8/10

Ci sono film di Hong Sangsoo che sembrano nascere da un'urgenza e altri che sembrano sgorgare da una quiete, e The Day She Returns appartiene senza esitazioni alla seconda famiglia, quella dei lavori in cui il regista coreano, ormai al suo trentaquattresimo lungometraggio e padrone di un metodo che nessuno dei suoi epigoni è riuscito davvero a imitare, porta la sottrazione a un grado di purezza tale da far quasi dimenticare che dietro l'apparente semplicità ci sia una costruzione rigorosissima, calcolata al millimetro, in cui ogni ripetizione e ogni minimo scarto tra una scena e l'altra hanno una funzione precisa e mai gratuita. 
Il film dura ottantaquattro minuti, è girato in un elegante ed essenziale bianco e nero asciutto e luminoso, è suddiviso in cinque atti numerati e si svolge quasi per intero nello spazio di un ristorante tedesco, con il suo giardino e i suoi tavoli, dove un'attrice di mezza età, Bae Jeong-su, interpretata da una Song Seon-mi di straordinaria misura, incontra uno dopo l'altro tre giovani giornalisti per parlare del film indipendente che segna il suo ritorno sul set dopo dodici anni di assenza, un periodo che coincide con un matrimonio, con la nascita di una figlia e con una separazione appena conclusa e di cui nessuno, né lei né chi la intervista, sembra sapere esattamente come parlare.
Il dispositivo è quello che i frequentatori del cinema di Hong riconoscono al primo sguardo: la macchina da presa fissa, lo zoom che a tratti si avvicina ai volti o li allontana con quel gesto leggermente goffo che è diventato una firma, le conversazioni lunghe girate in un unico piano, i bicchieri che si riempiono e si svuotano, con la sola variazione, più sottile di quanto sembri, che al posto del soju sulla tavola compaiono le birre tedesche, come se anche l'alcol, che nei film di Hong è sempre il lubrificante della verità o della sua parodia, dovesse adeguarsi al luogo e al cambio di stagione di un cinema che da qualche anno si guarda con crescente serenità allo specchio. 
Ciò che il film mette in scena, in fondo, è un gioco di ripetizioni che non sono mai identiche, perché ciascuno dei tre incontri riprende gli stessi argomenti, le domande sul ritorno al lavoro, sul film, sull'invecchiare, sul matrimonio finito, sui cani che qualcuno ha o non ha, sul Buddhismo e sul Taoismo ,e li sposta ogni volta di pochi gradi, di modo che lo spettatore, che pure assiste a conversazioni quasi interscambiabili, si trova a registrare lo scarto minuscolo tra la prima versione di una frase e la seconda, tra il modo in cui Jeong-su si concede a una giornalista e il modo in cui si ritrae di fronte a un'altra, e a capire che quel che gli viene mostrato non è un personaggio ma una persona in cerca di una forma, o meglio di più forme tra cui scegliere a seconda di chi le sta davanti.
È qui che il film incontra il suo tema più dichiaratamente hongiano, il rapporto tra il mondo del cinema e il mondo esterno, che nel regista coreano non è mai una contrapposizione tra due territori separati ma una zona di continuo passaggio in cui l'una cosa filtra nell'altra senza che si riesca a dire dove finisca l'arte e dove cominci la vita. 



Jeong-su è un'attrice, e dunque per mestiere abituata a presentarsi in un certo modo e a recitare una parte, ma l'intervista è una forma di recitazione di secondo grado, perché chiede a chi la subisce di recitare sé stesso, di costruire in tempo reale una versione presentabile e coerente della propria esperienza, della propria assenza e del proprio dolore, e Hong sembra interessato proprio a questo cortocircuito, a quanto lavoro di messa in scena richieda l'apparente spontaneità del dire "io", a quanto di ciò che chiamiamo autenticità sia in realtà una pratica ripetuta, affinata e adattata alle circostanze. Nei film di Hong le persone raramente mentono in senso stretto, ma si raccontano sempre un po' diversamente a seconda del pubblico e dell'ora e della quantità di alcool  già bevuto, e The Day She Returns porta questa intuizione alle sue conseguenze più radicali facendone la struttura stessa del racconto.
Una delle trovate più felici del film, e anche una delle più discretamente spiazzanti, è che le tre giornaliste non siano semplici spalle funzionali al ritratto della protagonista, perché ciascuna di loro finisce per parlare almeno altrettanto di sé quanto dell'intervistata, trascinando la conversazione verso le proprie incertezze, le proprie aspettative e i propri piccoli smarrimenti di giovani donne che fanno un mestiere in cui si chiede loro di stare sempre un passo indietro rispetto a chi sta davanti al microfono, con il risultato che il rapporto tra intervistatrice e intervistata si trasforma a poco a poco in uno scambio quasi paritario, imbarazzato e a tratti persino tenero, in cui la distinzione tra chi fa domande e chi risponde perde nettezza. Ne esce un'idea di cinema, e di mondo, in cui nessuno possiede davvero la parte del protagonista, e in cui ognuno è a sua volta testimone e oggetto dello sguardo altrui, secondo quel principio di moltiplicazione dei punti di vista che attraversa tutta l'opera di Hong e che qui trova una declinazione di straordinaria economia, perché bastano un tavolo, due sedie e una bottiglia di birra per far emergere tre diverse maniere di guardare la stessa donna, e quindi tre diverse Jeong-su, nessuna delle quali è più vera delle altre e tutte insieme costituiscono qualcosa che somiglia a un ritratto senza mai pretendere di esserlo, perchè come spesso ripete la protagonista quello che è importante è vivere ogni momento cercando di essere se stessi.
La seconda metà del film, che in un certo senso è anche la sua parte più audace e più sottilmente inquietante, introduce un elemento di rottura che altera il modo in cui avevamo guardato fino a quel momento, perché le conversazioni vissute nella prima parte vengono riprese e rimesse in scena in una sorta di laboratorio, nel quale Jeong-su si ritrova a ripercorrere gli incontri insieme a un'altra attrice, e scopre, o noi scopriamo con lei, che non riesce a ricordare con precisione ciò che ha detto, che inciampa sulle battute, che le parole che credeva sue e sicure le sfuggono o cambiano forma mentre prova a riprodurle. 
Si tratta di un passaggio di grande intelligenza, perché trasforma quello che fino a quel momento sembrava un semplice film di conversazioni in una riflessione sulla fragilità della memoria e sul rapporto tra l'esperienza e la sua rappresentazione, sul fatto che ciò che abbiamo vissuto, una volta passato, esiste soltanto nella versione che ne diamo e che ogni nuova versione è già una piccola infedeltà, un compromesso tra quello che è stato e quello che vorremmo fosse stato o che ci conviene raccontare. 
La realtà che si specchia nella finzione, tema cardine del cinema di Hong fin dagli esordi, qui si capovolge con un'eleganza quasi crudele, perché non è più il film a imitare la vita ma è la vita, nel momento in cui viene ricostruita, a rivelarsi già pervasa dalla finzione, già in qualche modo scritta, interpretata, ripetuta e dunque falsata dal semplice fatto di essere ricordata.
Non è un caso, naturalmente, che al centro del film ci sia un'attrice che torna a lavorare dopo anni di assenza e che ha alle spalle una vita che il cinema non ha né raccontato né contenuto, perché Hong ha sempre guardato con una certa tenerezza ai suoi personaggi che fanno arte e ne è sempre stato anche il più lucido e spietato osservatore, e in Jeong-su condensa una condizione che è insieme professionale ed esistenziale, quella di chi ha dovuto sospendere una parte di sé per dedicarsi a ciò che la vita richiedeva e ora si trova a riprendere il filo come si riprende una conversazione interrotta, con qualche impaccio, con il timore di non ricordare più il tono giusto e con la vaga consapevolezza che nel frattempo gli altri, e forse lei stessa, siano cambiati senza che se ne accorgesse: ne esita uno dei ritratti umani più belli della lunga carrellata costruita negli anni dal regista, ben lontana da quei personaggi che riuscivano quasi sempre a provocare una sorta di sottile fastidio. Gli affanni della vita, nel film, non hanno mai il tono del dramma né si fanno plateali, si insinuano nelle pause, in una risposta data a mezza voce, in un sorriso che arriva un istante dopo del dovuto, in una domanda sul divorzio che viene accolta con una cortesia leggermente difensiva, e proprio per questo risultano più veri di qualsiasi esibizione di dolore, perché Hong ha capito da tempo che l'esperienza del vivere si dà soprattutto nei margini, nelle zone di indeterminatezza, nelle cose dette per riempire un silenzio e non per comunicare qualcosa, e sa metterle in scena con una discrezione che rasenta il pudore.

giovedì 26 marzo 2026

What Does That Nature Say to You ( Hong Sangsoo , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 8/10

Con il suo trentatreesimo lungometraggio, il regista sudcoreano Hong Sangsoo conferma una volta di più di essere una figura del tutto singolare nel panorama del cinema mondiale contemporaneo. What Does That Nature Say to You , presentato in concorso alla Berlinale 2025 , abituale ormai passerella di anteprima, è un film che a prima vista sembra avere ben poco da raccontare, e che invece, con la discrezione e la precisione proprie del suo autore, finisce per dire moltissimo sulla condizione umana, sulla classe sociale, sull'amore, sulla menzogna a se stessi e sulla difficile scelta di vivere come artista in una società che chiede costantemente di giustificare tale scelta.
La trama, raccontata in otto capitoli senza titolo, è di una semplicità quasi provocatoria. Donghwa, un giovane poeta, accompagna in macchina la sua fidanzata Junhee a casa dei genitori, in una zona collinare fuori Incheon. Quando scende dall'auto per fumare una sigaretta, rimane colpito dalla grandezza e dallo splendore della casa di famiglia, e Junhee decide che potrebbe fargli dare una rapida occhiata all'interno. Da questo gesto casuale nasce un incontro imprevisto con il padre della ragazza che si estende per l'intera giornata, trasformandosi in un lungo pranzo, poi in una passeggiata, poi in una cena con il vino di troppo, e infine in un confronto che rivela molto più di quanto qualsiasi personaggio avesse intenzione di mostrare. 
È il classico Hong Sangsoo: l'ordinario come campo di battaglia, la conversazione come scavo: il film si inserisce in una filmografia smisuratamente prolifica — Hong ha girato quasi tutti i suoi film dal 2000 in poi, spesso a ritmo di due l'anno a volte persino tre — e tuttavia quando i pezzi si incastrano nel modo giusto, i suoi lavori raggiungono una soddisfazione unica, trovando sfumature nella semplicità e poesia nell'ordinario. 
What Does That Nature Say to You è uno di quei casi felici, è tra le sue opere più riuscite degli ultimi anni, e forse la più accessibile per chi si avvicina per la prima volta al suo universo.
Il nucleo del film è un confronto di classe mascherato da cortesia. Oryeong, il padre di Junhee, è accogliente e simpatico, ma la natura stessa del suo incontro con Donghwa ricopre anche lo scambio più genuino con la rigidità di un colloquio di lavoro, dove la posizione ambita è quella di futuro genero. Il film appare a lungo come una serie di conversazioni spensierate, quasi casuali, ma Hong dissemina indizi con la maestria di chi sa esattamente dove sta andando, anche quando finge di non saperlo. Quello che non viene detto sulla famiglia di Junhee, e sul padre benestante di Donghwa — un avvocato famoso verso cui il giovane sembra nutrire del risentimento — alimenta tensioni sotterranee intorno alla collocazione sociale di Donghwa, e a un privilegio economico che sembra riluttante ad accettare.
Donghwa è un personaggio ambiguo con la giusta misura, simpatico e cordiale all'inizio , ispira quasi tenerezza, salvo poi mostrare un lato di sè non molto brillante ed equilibrato: si è rifiutato di vivere a carico del padre, guida una macchina usata e sgangherata, porta la barba da bohémien. La sua freddezza iniziale comincia a sciogliersi via via che si trova a suo agio con il padre amicone di Junhee, aiutato da un pacchetto di sigarette e dal consumo di makgeolli, vino rosso, e altri super alcolici , una varietà alcolica non abituale nei film di Hong; ma quest'ultimo non è mai sentimentale nei confronti dei suoi personaggi artisti, e Donghwa non fa eccezione. L'intenzione dichiarata di Donghwa di vivere nel modo più minimalista possibile per massimizzare la sua ricerca della bellezza è la classica giustificazione dell'artista squattrinato e pure un po' presuntuoso e Hong la mette in scena con simpatia, ma non senza ironia.
La svolta arriva a cena, con quella che è diventata una delle firme stilistiche più riconoscibili del regista: la lunga scena al tavolo, con l'alcol che abbassa le difese e fa emergere ciò che era rimasto sommerso. 
Il giovane si ubriaca e, mettendo da parte le formalità, urla i suoi veri sentimenti in una scena di imbarazzo straziante; la madre di Junhee, anch'essa poetessa e stimata nel suo ambiente, ha già ascoltato la poesia che Donghwa ha declamato con orgoglio durante la giornata. 



Tardi nel film, la verità viene a galla e Donghwa viene rivelato come un poeta non particolarmente bravo. È una scena classica, quasi la scena madre per antonomasia nelle sue opere, ma Hong la consegna in modo così sobrio che si potrebbe quasi accusarlo di eccessiva plausibilità. La madre, lei stessa poetessa, lancia a marito uno sguardo che telegraficamente comunica tutto il suo scetticismo, senza bisogno di dire una sola parola. È uno dei momenti più raffinati del cinema di Hong degli ultimi tempi.
Hong ha sempre saputo sgonfiare le pretese dei suoi personaggi artisti, ma colpisce come l'accoglienza calorosa della famiglia impallidisca progressivamente davanti ai dubbi della madre al tavolo della cena. Hong impiega ancora i suoi lunghi piani sequenza attorno alla tavola, quelli che hanno già testimoniato la mortificazione di tanti personaggi ubriachi, questa volta rivolgendoli contro Donghwa. E nel farlo, ci fa capire che l'abbraccio iniziale del padre era una forma reale di fiducia, che può essere concessa ma anche ritirata.
Sul piano tematico, il film tocca almeno quattro grandi questioni che attraversano l'intera filmografia di Hong, qui declinate in forma particolarmente lucida e personale. La prima è quella dell'identità artistica e dei suoi costi sociali: Donghwa incarna il dilemma antico dell'artista che vuole restare puro rifiutando il compromesso, ma che nel farlo si condanna a un'esistenza precaria e a relazioni sempre un po' zoppicanti. È difficile non leggere questo scenario come una meditazione sulla difficile accettazione delle origini privilegiate di Hong stesso, come artista nato in una famiglia di cineasti e beneficiario di numerosi privilegi nella giovinezza. Il cinema del regista è da sempre autobiografico in filigrana, ma qui quella dimensione emerge con forza inusuale.
La seconda grande tematica è quella della classe sociale: la casa collinare, la macchina usata di Donghwa che non passa inosservata, il padre avvocato mai mostrato ma sempre presente nei discorsi: tutto costruisce un quadro preciso di tensioni economiche che il film non esplicita mai in modo didascalico, ma che informa ogni scambio. La casualità della messa in scena e il tono comico leggero giocano contro una tensione intrinseca di carattere generazionale e legata alla classe sociale; Hong conosce bene questo territorio, e lo esplora con la precisione di un entomologo.
La terza tematica è quella dell'amore come dialogo incompleto, Junhee e Donghwa stanno insieme da tre anni infatti, eppure lei non lo ha mai presentato alla famiglia. Il film costruisce un climax sorprendentemente pesante in un terzo atto che è più diretto sui comportamenti umani duplici rispetto alla maggior parte delle opere precedenti del regista. Il non detto tra i due fidanzati è tanto eloquente quanto le lunghe chiacchierate con i genitori. Hong suggerisce, con la sua consueta delicatezza, che le cose non andranno bene, e che forse entrambi lo sanno già.
La quarta tematica, quella forse più nuova nell'evoluzione recente del regista, è la morte. La casa collinare è stata costruita da Oryeong per la madre malata di cancro ai polmoni, nel tentativo di regalarle un ritiro sereno prima di morire. La nonna non appare mai, ma la sua assenza pesa sul film come un presagio. Pensieri di malattia e mortalità si insinuano nella narrazione, con quella finitezza che appare sempre più spesso nell'opera di Hong; il regista ha superato i sessantaquattro anni e il tema della morte si affaccia con crescente insistenza nel suo lavoro, mai in modo melodrammatico, ma come un dato di fatto che le sue storie si limitano ad accogliere.
Un capitolo a parte merita la scelta visiva del film, che ha fatto molto discutere. Mentre la sua recente produzione in video digitale è degna di nota soprattutto per la sua straordinaria chiarezza, Hong ha scelto di girare questo film in un formato a bassa risoluzione, con sfondi occasionalmente sovraesposti e alcune scene riprese fuori fuoco. Il film è stato girato in 480p, una scelta che all'inizio risulta straniante ma che acquista progressivamente una sua logica. Il risultato è una sensazione lo-fi, come musica IDM da camera registrata su un laptop, e le immagini che Hong produce sotto questi vincoli hanno una loro verità. Un albero trema leggermente in una brezza digitale; Donghwa punta la torcia del telefono su un fiore viola durante una passeggiata notturna; a pranzo, una patina plasticosa cattura quella sensazione di certi film incontrati per caso in TV, o sullo schermo di un vecchio monitor LCD, nel mezzo della notte.

martedì 14 gennaio 2025

A Traveler's Needs ( Hong Sangsoo , 2024 )


 


A Traveler's Needs (2024) on IMDb
Giudizio: 7/10


Nel 2024 il regista coreano Hong Sangsoo , puntuale come è ormai da anni, dirige due lavori il primo dei quali è questo A Traveler’s Needs che consente al regista coreano di mettere l’annuale tacca nel suo personale curriculum di riconoscimenti ottenendo a Berlino l’Orso d’Argento  Gran Premio della Giuria  perpetrando quella che ormai è una sorta di tradizione  nella rassegna berlinese sempre prodiga di premi; per noi osservatori, cinefili , fans e visceralmente affezionati al cinema di Hong è l’ennesima occasione per assistere alle sue riflessioni  sulla condizione umana.
Hong Sang-soo, maestro del minimalismo cinematografico e cantore delle sfumature emotive più sottili, torna con  un film che, pur conservando i tratti distintivi del suo cinema, introduce alcune deviazioni interessanti dal suo repertorio. 
La pellicola si distingue da gran parte delle precedenti per la mancanza di personaggi legati al mondo cinematografico, autentici alter ego di Hong stesso , il più delle volte impelagati e insabbiati in problemi di ispirazione, un elemento spesso centrale nei lavori del regista. Invece, il cuore narrativo si concentra sul viaggio interiore ed esteriore di una donna straniera in Corea, interpretata con straordinaria delicatezza da Isabelle Huppert, la quale insegna francese , pur non avendo praticamente nessuna esperienza come insegnante e le cui conversazioni sono sempre improntate all’importanza della trasmissione delle emozioni, oltre ad essere una grande bevitrice di makgeolli che soppianta in questo lavoro il proverbiale soju, introducendo una curiosa deviazione dal classico schema presente in quasi tutti i lavori precedenti.



Molti film di Hong Sang-soo esplorano la vita di registi, sceneggiatori e attori, riflettendo sull’arte stessa del narrare e del creare; in A Traveler’s Needs, tuttavia, questa forma di autoreferenzialità tutt’altro che fastidiosa cede il passo a una narrazione più universale. La protagonista, una donna francese di mezza età in cerca di un senso di appartenenza, si muove con leggerezza, dialogando con i suoi improbabili allievi , passeggiando nei parchi , e ricercando nei suoi incontri per lo più carichi di quella casualità tipica dei film di Hong, di dare un senso alla forma di linguaggio . L’assenza di riferimenti al mondo cinematografico permette al film di concentrarsi su tematiche più esistenziali, come la solitudine, il bisogno di comunicazione e la ricerca di una connessione autentica.
Il linguaggio gioca un ruolo cruciale in A Traveler’s Needs: Isabelle Huppert interpreta una donna che non parla coreano e si trova a navigare un mondo dove le sue parole non hanno lo stesso peso. La sua interazione con i personaggi coreani avviene principalmente attraverso gesti, espressioni facciali e un inglese stentato. Questo crea un costante senso di alienazione, ma anche di vulnerabilità, che diventa una metafora potente della condizione umana. La scelta di Huppert, con il suo volto capace di comunicare una gamma infinita di emozioni, amplifica questa tematica, rendendo palpabile il divario tra ciò che viene detto e ciò che viene compreso.

domenica 29 settembre 2024

In Our Day ( Hong Sangsoo , 2023 )

 




In Our Day (2023) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

In Our Day è il secondo film girato nel 2023 da Hong Sangsoo e presentato al Festival di Cannes nella sezione delle proiezioni di mezzanotte, mantenendo l'ormai quasi immutabile ritmo di un paio di film l'anno, ennesimi capitoli di una filmografia che col passare del tempo ha assunto le dimensioni di un corpus unico frammentato nei numerosi capitoli che lo compongono.
Il film è suddiviso in due parti, ciascuna incentrata su un personaggio diverso che si confronta con le difficoltà della vita e dell'arte. Da un lato, un anziano poeta dalla salute traballante che vive in solitudine, e dall'altro una  attrice quarantenne di recente tornata in Corea, anch'essa alle prese con le proprie insicurezze. 
Attraverso le loro storie e soprattutto con il confronto con due giovani personaggi che si rivolgono a loro quasi a voler carpire qualche segreto della loro vita professionale, Hong esplora temi fondamentali come la solitudine, l'incomunicabilità, il processo creativo e la ricerca di autenticità.
La figura del poeta, che rappresenta chiaramente un altro dei tanti  alter ego di Hong, incarna il tema centrale della solitudine dell'artista. Quest’uomo vive in un isolamento autoimposto, costantemente riflettendo sul proprio lavoro, ma incapace di trovare appagamento o senso definitivo. La sua vita, come quella dei personaggi di tanti altri film di Hong, sembra sospesa in un ciclo ripetitivo di riflessioni e incompiutezze. 



L’arte, in questo contesto, è sia una via di fuga dalla realtà sia una trappola: il poeta è intrappolato nel suo stesso bisogno di creare, ma allo stesso tempo la sua arte non sembra fornirgli alcuna vera connessione con il mondo esterno. Questa condizione di isolamento esistenziale, di ricerca mai compiuta, riflette l'approccio di Hong alla vita e al cinema.
La riflessione sull’autenticità e la rappresentazione della vita in "In Our Day" pone domande sull’autenticità della rappresentazione, sia nel cinema che nella vita. Il cinema di Hong, caratterizzato da una messa in scena minimalista e da una forte componente autobiografica, è un mezzo attraverso il quale i suoi personaggi cercano di afferrare una verità più profonda sulla loro esistenza. L'ossessione per l'immagine, per l'apparenza e per l’autenticità, rispecchia le ansie che spesso affliggono gli artisti, e sottolinea come l'arte e la vita si influenzino reciprocamente. Anche la struttura stessa del film, fatta di episodi e conversazioni che sembrano non avere una direzione precisa, riflette la difficoltà di trovare una narrazione lineare o conclusiva nella vita reale.
Il concetto di tempo, e in particolare la sua circolarità , è un altro tema dominante non solo in "In Our Day", ma  in gran parte della sua filmografia: Hong sembra interessato a esplorare come le esperienze, le emozioni e gli affanni si ripetano in maniera quasi ineluttabile. I personaggi discutono spesso dei propri fallimenti, delle proprie speranze disilluse e del modo in cui la vita sembra costringerli a rivivere sempre le stesse situazioni. 
Il cinema di Hong, con la sua narrazione frammentata e i suoi ritorni su temi e situazioni simili, crea una sensazione di immobilità temporale, quasi come se i suoi personaggi fossero intrappolati in un limbo esistenziale. In "In Our Day", questa ripetizione diventa un simbolo del ciclo della vita: i personaggi non sono in grado di scappare dai loro schemi, ma possono solo imparare a convivere con essi.

sabato 6 gennaio 2024

In Water ( Hong Sangsoo , 2023 )

 




In Water (2023) on IMDb
Giudizio: 7/10

E' dal 2017 che il regista coreano  Hong Sangsoo , con puntualità incrollabile , presenta i suoi ormai abituali due film a stagione, tutti rigorosamente attraverso gli schermi dei maggiori festival europei, soprattutto quello di Berlino, spesso e volentieri ricambiato da premi e riconoscimenti vari.
E' vero che Hong è sempre stato uno dei meno "coreani " tra i registi del suo paese per le chiare influenze subite soprattutto dagli autori francesi della Novelle Vague, ma altrettanto vero è che ormai gode in Europa di grande stima e di una larga schiera di aficionados che attendono i suoi nuovi lavori come un appuntamento fisso dell'annata cinematografica.
In Water è il primo dei due film diretti quest'anno da Hong, presentato alla Berlinale, mentre qualche mese dopo a Cannes si è potuto vedere il secondo film dell'annata , In Our Days; e come spesso avviene, nonostante sembri raccontare sempre la stessa storia e nello stesso modo, questo lavoro mostra svariati aspetti nuovi sia dal punto di vista narrativo che tecnico.



L'aver ridotto la durata del film a poco più di un'ora, quasi quella di un mediometraggio, l'aver scelto un racconto ancor più minimalista del consueto e soprattutto l'avere optato per una scelta tecnica di ripresa che ha condizionato anche il suo abituale stile, possa quasi far pensare ad un viraggio verso un cinema più sperimentale, di fatto alla fine del film ci troviamo sempre di fronte alle riflessioni sul ruolo del cinema e dei suoi protagonisti, regista in primis.
Il racconto si svolge nell'arco di pochi giorni in una località balneare dove un attore che vuole cimentarsi nella regia e la sua mini troupe composta da una attrice e da un operatore alloggiano nell'attesa di girare qualcosa che però il regista non sa ancora cosa  possa essere; per trovare ispirazione i tre girovagano per le strade e lungo il mare aspettando l'ispirazione del regista, guardano i muri a secco, osservano l'ambiente che li circonda, passeggiano in riva al mare, ipotizzano come potrebbero essere le riprese in base alla lucee alle ombre.
Da buona troupe squattrinata il regista non può permettersi altro che cibi da asporto o pizze, mancano persino le proverbiali bevute di soju, ma non mancano invece le discussioni sul cinema e sul ruolo del regista e dell'attore; finalmente una mattina il regista nel vedere una ragazza che raccoglie immondizia dagli scogli ha la giusta ispirazione e così il giorno dopo si può girare la scena.
Se nella sostanza In Water prosegue nell'ormai interminabile riflessione di Hong sulla figura del regista e sul cinema in generale che prosegue da decenni, nella quale è chiarissimo il riferimento autobiografico, è anche vero che soprattutto dal punto di vista tecnico il film presenta della novità che meritano di essere interpretate: in alcune scene, tipicamente a quadro fisso come è tipico in Hong, soprattutto in esterni, le immagini appaiono sfocate, creando quello trano fenomeno come se si guardasse da dentro l'acqua quello che c'è fuori; in conseguenza di ciò le zoommate tipiche del cinema del regista coreano sono ridotte proprio in considerazione di questa scelta di ripresa.

mercoledì 1 marzo 2023

Walk up ( Hong Sangsoo , 2022 )

 




Walk Up (2022) on IMDb
Giudizio: 8/10

Seguendo uno schema ormai quasi consolidato, Hong Sangsoo anche nel 2022 sforna due film uno dei quali si aggiudica l'Orso d'Argento Premio Speciale della Giuria alla Berlinale, consolidando una tradizione che ormai è incrollabile come lo sono gli appuntamenti che scandiscono la carriera del regista coreano: Walk Up è la seconda opera del 2022 , presentata a Toronto ed in seguito a San Sebastian e rappresenta l'ormai ennesimo racconto che Hong sembra cucirsi addosso con intenti narrativi a forte impronta autobiografica, caratteristica di larga parte dei lavori sfornati da qualche tempo a questa parte che  hanno portato l'autore a rivolgersi verso se stesso e a guardarsi dentro piuttosto che a dipingere quella carrellata di personaggi, a volte quasi grotteschi, perennemente in lotta con la vita e con se stessi, che animavano le opere di Hong fino a qualche anno orsono.
La storia si apre con Byungsoo, un regista , ennesima proiezione di se stesso nel corpo dell'ormai alter ego principe del regista, l'attore feticcio Kwon Haeyeo, che si reca con la figlia Jeongsu a far visita ad una sua vecchia amica, Ms Kim; questa è una interior design cui il regista vorrebbe affidare la figlia intenzionata ad intraprendere quella carriera; è chiaro sin da subito che tra i due esiste qualcosa che proviene dal passato che va al di là della semplice amicizia.



Da questo punto il film procede attraverso quattro quadri, e qualche scena di passaggio, una sorte di interludio, che si svolge all'interno di una palazzina di proprietà di Kim nella quale a diversi piani sono posizionati un ristorante, un atelier da artista ed un appartamento con terrazzo.
Con un andamento ellittico che si concretizza nel finale, assistiamo a situazioni che si imbricano nel tempo e nello spazio che sono i due veri padroni nel film, insieme alle innumerevoli bottiglie di vino ( stavolta la fa da padrone , per il soju c'è solo una parziale rivincita nel finale) che diventano l'anticamera del sogno e dell'aspetto onirico del film, ed un incredibile copertina di un LP di Fausto Papetti in bella mostra in uno degli ambienti in cui si svolge il film, la cui presenza nel contesto del film sarebbe la prima domanda che oserei porgere al regista in una ipotetica intervista  ( dopo il Morandi di Bong Joonho, ora il Papetti di Hong...)
Riducendo all'osso, direi quasi ad un minimalismo non solo narrativo , ma soprattutto tecnico e strutturale, grazie ad  un bianco e nero molto classico , Hong lascia il suo alter ego scorrazzare nel tempo ( quanto non sappiamo ma è chiaramente individuabile il suo trascorrere) e nello spazio della palazzina , ogni piano della quale sembra offrire dei connotati narrativi alla storia nel suo insieme, al cui centro, mai come in Walk up, ci sono le interminabili chiacchiere e discussioni tra i protagonisti, seduti al tavolino con l'immancabile alcool che aiuta a sciogliere il ghiaccio che immobilizza un po' tutti: il regista che vede il suo ultimo lavoro in pericolo per i soliti problemi con il produttore, la proprietaria del ristorante con la quale avrà una relazione che si spertica in lodi dei suoi film senza però saper spiegare perchè le sono tanto piaciuti se non ripetere all'infinito un banale "mi divertono e bevo sempre prima di vederli" , la salute del regista traballante, un'altra relazione con una donna animata da un sano pragmatismo e con la quale Byungsoo si lancia in un accorata e febbrile riflessione sulla religione con tanto di crisi mistica, momenti di passaggio tra sogno e realtà, un procedere del racconto la cui dinamicità è data dal salire o scendere le scale dei personaggi.

giovedì 30 giugno 2022

The Novelist's Film ( Hong Sangsoo , 2022 )

 




The Novelist's Film (2022) on IMDb
Giudizio: 8/10

In un mondo globalizzato in cui le certezze sono sempre di meno e l'estemporaneità regna sovrana, l'annuale film  ( a volte anche più di uno) ,con annesso immancabile premio festivaliero , del regista coreano Hong Sangsoo si erge a baluardo di una delle pochissime certezze granitiche; da 26 anni Hong continua a sfornare lavori che sembrano ( ma non lo sono) sempre più tutti uguali a se stessi, mostrando una prolificità non comune che ne ha fatto uno dei beniamini  dei festival maggiori oltre che apprezzatissimo autore di quella frangia oltranzista di critici e spettatori che guardano al cinema d'autore come all'unico che rimane degno di rappresentare la Settima arte ai livelli più elevati.
La regolarità con cui Hong presenta i suoi lavori, al di là di ogni discorso fideistico, ha fatto delle sue opere una sorta di appuntamento, quasi una reunion ,di amanti dei suoi racconti quasi sempre dal forte impatto autobiografico, una sorta di finestra su stesso del regista.
Naturalmente the Novelist's Film non sfugge alle regole: Orso d'Argento Gran Premio della Giuria a Berlino e giudizi entusiastici da parte di coloro che son pronti a scommettere ad ogni nuovo lavoro sul capolavoro assoluto.
Molto più modestamente per molti di noi amanti del cinema , asiatico in particolare (sebbene Hong deve essere considerato a tutti gli effetti il meno asiatico tra i registi del lontano oriente), ogni nuova opera è vissuta come un rito annuale da consumare collettivamente: i lavori di Hong insomma ormai scandiscono le nostre vite come e meglio di tanti altri eventi più o meno globali.



The Novelist's Film si immette perfettamente nella scia delle ultime opere del regista coreano, precisamente da quando il suo sguardo si è spostato soprattutto sull'universo femminile, mantenendosi però fedele all'ambiente e alle tematiche che costituiscono lo scheletro indissolubile dei suoi film.
In quest'opera, di fatto un compendio e una riflessione su alcuni aspetti dell'arte in pochi quadri statici che trovano vitalità solo nelle zoommate e in piccoli spostamenti di macchina da presa, seguiamo una nota scrittrice, in evidente crisi di ispirazione che in una giornata trascorsa fuori Seoul va a fare visita ad una sua ex collega scrittrice anche lei che  sembra però aver mollato tutto e gestisce una libreria, poi incontra per caso un regista famoso, e sua moglie, col quale ha ancora qualche lontano conto in sospeso per non avere voluto rappresentare su pellicola un suo testo letterario; poco dopo passeggiando nel parco si imbatte in una attrice famosa, anche lei in un momento  prolungato di pausa del lavoro, e suo nipote studente di cinema; infine , seguendo un percorso circolare che nei film di Hong è sempre quanto meno accennato, ritorna insieme all'attrice  nella libreria dell'amica dove incontra un vecchio amico poeta e dove si consuma l'immancabile rito della bevuta purificatrice e inibitoria.
La protagonista è una donna che sembra essere avviata sul viale del tramonto, a suo dire si sente una scrittrice che enfatizza troppo la realtà ingrandendola e che per tale motivo vorrebbe dirigere un film, facendosi aiutare dal giovane studente e con interprete l'attrice e suo marito, perchè il film deve cogliere l'essenza della realtà che deve scaturire spontaneamente.

martedì 22 dicembre 2020

The Woman Who Ran ( Hong Sangsoo , 2020 )

 




The Woman Who Ran (2020) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Approfittando dell'assenza per qualche giorno del marito , dal quale non si separa mai perchè come dice spesso citando il marito stesso "chi si ama deve stare sempre insieme" , Gamhee decide di far visita a vecchie amiche: una che vive in una zona periferica residenziale insieme ad una amica, un'altra che ha appena rotto una relazione sentimentale e che a suo dire viene perseguitata da un uomo conosciuto in un bar e col quale ha avuto solo un rapporto di una notte ed un'altra ancora , incontrata, par di capire, casualmente e che ha qualcosa da farsi perdonare da Gamhee.
Tre quadri , statici, sublimazione assoluta dello stile di Hong Sangsoo, separati tra loro da un intermezzo musicale e dalla presenza impalpabile, a tratti patetica di un personaggio maschile; un lavoro di breve durata tutto incentrato su figure femminili, altra estremizzazione dello sguardo  del regista sempre più propenso ad indagare e a privilegiare l'universo femmineo.
Il processo di feminilizzazione iniziato da Hong già da qualche anno trova il suo caposaldo narrativo nella figura di Kim Minhee, attrice prediletta nonchè compagna di vita del regista , il suo tramite esploratore di un universo che il regista sembra prediligere, nei suoi dolori, nelle sue ambiguità, nella sua umana imperfezione.



Gli uomini che dominano i suoi primi film, quasi sempre personaggio descritti prevalentemente nei loro vizi e nella loro meschinità che rasenta l'abiezione, sono sempre più figure marginali, in The Woman Who Ran addirittura dei meri intermezzi fastidiosi come può esserlo un intruso; forse Hong considera se stesso un intruso del mondo femminile, ma il suo legame con Kim ne fa un osservatore privilegiato, grazie anche alla leggiadria e alla bravura della attrice.
Ther Woman Who Ran, come detto, si articola su tre quadri, quasi tutti in interni, nei quali i dialoghi, ancora più che negli altri lavori, sono il verso centro del film; gli argomenti e le tematiche affrontati sono quasi sempre appena accennati, quasi delle traccia lasciate lì artatamente in attesa che qualcuno decida di seguirle, perchè in effetti il minimalismo narrativo raggiunge in questa opera una essenzialità cinematografica semi assoluta sia come racconto che come tecnica di regia con una gamma di interpretazioni da sviluppare osservando piccoli segni , sguardi, mezze parole , silenzi che conducono assai spesso al dubbio che vuole diventare sottointeso.
Se la protagonista è al tempo stesso l'occhio del regista ma anche il suo oggetto di analisi, le altre amiche sono donne dalle quali emerge un qualche male di vivere , una qualche difficoltà a relazionarsi, anche se stavolta le immancabili bevute con conseguenti scene madre da osteria di borgata non ci sono e sono appena accennate come racconto.
Ma a ben guardare l'interesse di Hong si posa essenzialmente sulla protagonista, cioè sull'unico elemento che tiene insieme il racconto: è realmente una donna realizzata e felice come sembra e come non si stanca mai di affermare? e questo breve viaggio nel passato , alla ricerca delle vecchie amiche, cosa significa veramente , o forse più esattamente , cosa sottintende? E' forse lei la donna che fugge del titolo? 

sabato 1 giugno 2019

Hotel by the River [aka Gangbyeon Hotel] ( Hong Sangsoo , 2018 )




Hotel by the River (2018) on IMDb
Giudizio: 8/10


Nel 2018  il prolifico regista coreano Hong Sang-soo ha diretto due lavori, Grass , presentato a Berlino e Hotel by the River che ha visto la luce al Festival di Locarno, confermando la ormai assoluta e consolidata presenza del regista coreano nel circuito festivaliero che conta, grazie alla ragionata distribuzione dei suoi film nelle maggiori rassegne cinematografiche.
Come abbiamo spesso detto i film di Hong proprio per questa consolidata caratteristica che porta il regista a presentare sempre almeno un paio di lavori all’anno, sono diventati quasi una tradizione, un appuntamento fisso atteso per il cinefilo; questi due ultimi lavori però possiedono un paio di caratteristiche peculiari all’interno della visione cinematografica del regista: da un lato infatti la scelta del bianco e nero, che comunque non è così rara nelle opere di Hong, rappresenta una scelta stilistica  che sembra volersi sposare con quella che è la tematica dominante, difficilmente presente con tanto vigore nella cinematografia dell’autore, e cioè la morte.


In Grass il tema si affacciava prepotentemente e ripetutamente all’interno delle varie storie raccontate, in questo Hotel by the River è addirittura un presupposto narrativo del film stesso.
Il racconto infatti si sviluppa intorno alla figura di una anziano poeta che , sentendo avvicinarsi la fine, senza però alcun dato obiettivo che lo confermi, convoca i suoi due figli presso l’albergo dove vive, immerso nella neve e affacciato sul grande fiume Han.
Nello stesso albergo alloggiano due amiche , una delle quali appena abbandonata dall’uomo che amava, che si ritrovano per consolarsi a vicenda.
Due frammenti distaccati dunque, quesi allo stesso modo di quelli che venivano raccontati in Grass; qui il contatto tra i due universi, quello tutto femminile delle due amiche e quello tutto maschile del poeta e dei suoi due figli, entrano fugacemente in rapporto tra di loro proprio attraverso la figura del poeta, incantato dalla grazia e dalla bellezza delle due donne che gli ispirano idee poetiche.

venerdì 15 febbraio 2019

Grass ( Hong Sangsoo , 2018 )




Grass (2018) on IMDb
Giudizio: 7.5/10


Puntuale come un orologio di altissima precisione svizzera, come avviene d’altronde da ormai 10 anni, Hong Sangsoo anche per il 2018 confeziona i suoi due lavori che vedono la luce in Festival prestigiosi ( Berlino per Grass di cui andremo a parlare e Locarno per Hotel by The River); il regista coreano ormai è uno dei punti fissi della vita cinematografica di un appassionato di cinema, capace come è ogni anno di scrivere qualche altro capitolo della sua personalissima lettura degli affanni umani terreni.
Grass è opera quasi minimalista, non solo nella forma cui immancabilmente il regista si affida da anni, ma anche nella durata essendo una pellicola che svolge il suo percorso nell’arco di poco più di una ora.


La prima impressione guardando Grass è che si sia di fronte ad un concentrato molto essenziale della cinematografia di Hong, il quale per l’occasione sfronda tutto quello che è superfluo per ridurre la scena al vero punto cruciale della sua poetica cinematografica: il tavolino, da bar o trattoria poco importa, intorno al quale si consumano le peripezie umane e dove i protagonisti trovano , pare, l’unico momento di sincerità e di apertura verso il prossimo, ovviamente ben adiuvati da una robusta dose di soju.
Grass infatti si apre e si chiude all’interno di un piccolo bar, ritrovo casuale di alcune persone che trovando l’atmosfera cordiale e il padrone (che non si vede mai) una persona affabile vi passano volentieri il proprio tempo: ecco quindi che l’opera di Hong, sempre più imperniata , a maggior ragione stavolta, su quadri fissi e zoomate, con un sonoro per nulla filtrato e con una musica, classica prevalentemente, che addirittura spesso sovrasta , diventa una carrellata di quadretti che dapprima sono tra di loro separati ma  poi, seguendo quella forza attrattiva che porta i  personaggi creati dal regista a cercare l’incontro-scontro con gli altri, tendono ad incastrarsi. Inizialmente c’è anche un testimone muto ma che annota e interpreta tutto quello che nel bar si dice salvo poi anch’essa venir coinvolta nei discorsi: è il personaggio interpretato da Kim Minhee cui Hong mette di fatto in mano le redini del film, come ben si conviene ad una musa ispiratrice quale è diventata la magnifica attrice , nonché compagna di vita del regista.

lunedì 1 ottobre 2018

Claire's Camera ( Hong Sangsoo , 2017 )



Claire's Camera (2017) on IMDb
Giudizio: 7/10

Nel 2017 Hong Sang-soo è sbarcato a Cannes con ben due lavori ( dei tre diretti nell’annata) : The Day After, in concorso, e questo Claire’s Camera, fuori concorso, film che a tutti gli effetti si pone principalmente come un piccolo divertissement, ricco come è di rimandi anche ironici; la storia raccontata da Hong nei poco meno di 70 minuti è infatti ambientata a Cannes, proprio nei giorni del Festival del 2016, occasione in cui il regista ha filmato la pellicola sfruttando la presenza di Isabelle Huppert , a sua volta al Festival in qualità di attesa protagonista di Elle di Paul Verhoeven.
La seconda apparizione della attrice francese in lavori di Hong , la prima fu In Another Country, l’ambientazione proprio nei giorni e nei luoghi del Festival, il rimando nel titolo a quello che rimane il riferimento cinematografico più evidente del regista coreano, Eric Rohmer e il suo Ginocchio di Clara, fanno di Claire’s Camera anzitutto una ennesima dimostrazione, fin troppo palese. del doppio filo solidissimo che lega Hong al Cinema francese che a sua volta lo ha eletto a suo figlio putativo.


Claire’s Camera non fa nulla per nascondere il suo essere pellicola che appare nata quasi per caso, incastonata in una realtà apparentemente molto diversa da quella tipica dei lavori coreani di Hong, quasi un film scaturito spontaneamente intorno a una delle tante tematiche che affollano la poetica del regista.
Come detto siamo a Cannes durante i giorni del Festival ed il teatrino costruito da Hong si impernia intorno ad una giovane assistente che si occupa della vendita di film, il suo capo e una insegnante francese , aspirante e timida artista, che giunge nella cittadina per accompagnare una sua amica al festival; queste tre figure femminili ruotano intorno a quella di un regista ormai abbastanza attempato, dissoluto e ubriacone che ha avuto, sotto i colpi dell’alcool ovviamente, una storia fugace con l’assistente a sua volta licenziata dalla sua capa perché ritenuta “disonesta”, in effetti per gelosia.

lunedì 29 gennaio 2018

The Day After ( Hong Sangsoo , 2017 )




The Day After (2017) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

L'ennesimo capitolo del trattato cinematografico sui rapporti e le relazioni umane di Hong Sangsoo, mai prolifico come questi ultimi due anni, è un elegante lavoro in bianco e nero improntato al consueto minimalismo stilistico: The Day After è lavoro che riporta al passato, non solo per la scelta di un bianco e nero molto "televisivo" ma anche per il profilo dei suoi protagonisti, un perenne movimento circolare che sembra riportarci ogni volta al punto di partenza ma che nelle pieghe mostra sempre qualche aspetto distintivo e nuovo che arricchisce la carrellata di personaggi, situazioni e tematiche tanto cari al regista coreano.
Bongwan è il proprietario di una piccola ma ambiziosa casa editoriale, ha un affaire con la giovane segretaria che la moglie in un incalzante interrogatorio mattutino, seguendo un istinto tipicamente femminile, porta allo scoperto; quello che la moglie non sa è che la tresca è bella e finita e Bongwan è macerato dai ricordi e dalla mancanza della sua giovane amante che lo ha mollato al culmine della consueta scena madre consumata nel solito ristorante davanti alle solite bottiglie di soju scolato.


Dopo qualche giorno, essendo la ragazza sparita nel nulla, decide di assumere una nuova segretaria, Areum, un gentile fanciulla, amante della scrittura e delle lettere, appena uscita dall'università; naturalmente l'uomo mostra da subito un certo interesse per la ragazza, chiodo scaccia chiodo e via i tormenti.
Ma Areum sembra avere una stoffa differente, le lusinghe velate dell'uomo non la toccano e anzi vorrebbe svolgere il suo lavoro con la massima professionalità.
Altra scena madre: la moglie piomba nell'ufficio e se la prende con la povera Areum pensando che l'amante del marito sia lei, nonostante le assicurazioni della ragazza e del marito un po' meschino la donna non appare troppo convinta.
A completare il quadro ingarbugliato che trasforma tutta la situazione in un quadrilatero irregolare la vecchia fiamma ricompare dopo un mese reclamando non solo il suo posto di lavoro, ma pensando di sfruttare la situazione per fare fessa la moglie di Bongwan e tornare al suo ruolo di amante.

mercoledì 17 gennaio 2018

On The Beach at Night Alone ( Hong Sang-soo , 2017 )




On the Beach at Night Alone (2017) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Primo in ordine cronologico dei tre film firmati da Hong Sang-soo nel 2017 , On The Beach at Night Alone è stato presentato al Festival di Berlino da dove ha riportato a casa l'Orso d'Argento per la migliore interpretazione femminile con Kim Min-hee, attrice adorabile e attuale compagna del regista coreano: un'altra delle ormai numerose pagine che Hong ha scritto nel suo personalissimo compendio che studia i rapporti amorosi e quelli umani in genere nel quale stavolta si intravvede un più netto tratto autobiografico.
Young-hee è una giovane attrice in prolungata pausa di riflessione; dopo la delusione amorosa derivata dal rapporto con un regista sposato più anziano di lei, decide di trasferirsi per un po' in Germania, ad Amburgo , presso una amica; qui nella calma del parco all'interno della città si ritrova a riflettere sul suo rapporto amoroso e sulla ferita che ancora non è guarita.


Parte quindi una seconda parte , molto più lunga, del film: Young-hee è tornata in Corea e rivede gli amici di un tempo nella sua città natale, lontano dal caos di Seoul: l'amica del cuore, un probabile ex spasimante un po' subdolo, un altro che gestisce un piccolo locale in compagnia della moglie.
Gli immancabili banchetti si riducono ad una infinita serie di discussioni sull'amore e sui rapporti interpersonali, che ben presto, grazie al solito mix di birra e soju, assumono l'aspetto di risse verbali.
Young-hee, caduti i freni inibitori grazie all'alcool si spinge ad enunciare la sua teoria: per avere l'amore bisogna meritarselo, si devono possedere dei requisiti irrinunciabili.
Solitaria, sulla spiaggia, come suggerisce il titolo, Young-hee riflette, ricorda e cade in un sonno profondo all'interno del quale vorrebbe trovare le risposte alle sue angosce d'amore.
Dicevamo del tratto più profondamente autobiografico che contiene la pellicola: chiaro che raccontandoci della giovane e bella attrice e del maturo regista il modello non può che essere se stesso e la sua attuale situazione sentimentale.

venerdì 12 gennaio 2018

Yourself and Yours ( Hong Sang-soo , 2016 )




Yourself and Yours (2016) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

Per il 2016 Hong Sang-soo ha scelto come ribalta per il suo lavoro nessuno dei tre Festival più importanti e prestigiosi dove da anni ormai è presenza fissa, bensì dapprima Toronto e poi San Sebastian: cambia poco, perchè anche nella rassegna della città basca ha comunque ottenuto il premio come migliore regia. Come vedremo, il 2017 lo riporterà a calcare i red carpet delle maggiori rassegne con i risultati immaginabili.
Yourself and Yours è in effetti un lavoro che tende a discostarsi alquanto anche dagli ultimi che già presentavano un progressivo allontanamento, non tanto nella forma quanto nella prospettiva narrativa, dai suoi canoni cinematografici iniziali; siamo di fronte ad un film romantico, nella maniera come può essere un film di Hong che di amore e rapporti personali ha sempre infarcito le sue opere.
Con il costante mutare del suo sguardo, sempre meno sarcastico e severo , con cui focalizzava i suoi personaggi, il film mantiene il marchio di fabbrica del regista coreano, ma la storia lungi dall'esser graffiante, si risolve in una riflessione bipolare sul rapporto di coppia.


Il tema della duplicità che già aveva animato in maniera efficace il precedente Right Now, Wrong Then qui assume addirittura i connotati del divertissement incentrandosi sulla figura ambigua della protagonista.
Al termine di un alterco Young-soo e Min-jung decidono di interrompere il loro rapporto: lui, insospettito dalle dicerie di un amico, è convinto che lei, rompendo una promessa fatta, se ne vada in giro a bere e ad ubriacarsi con le conseguenze che si possono facilmente immaginare conoscendo come i coreani reagiscono alla bevuta.
Nel frattempo una donna che appare identica a Min-jung compare in città, spacciandosi ora per una sorella gemella e ora per una persona diversa: la donna accetta volentieri la compagnia di vari personaggi, tra cui l'immancabile regista semi fallito.
Young-soo soffre per la mancanza della donna nonostante le dicerie degli amici e si reca spesso a cercarla, immaginando persino un incontro riparatore in cui si giurano amore eterno.
Alla fine l'incontro avviene, ma con quella donna che si dichiara non essere Min-jung.

mercoledì 13 gennaio 2016

Right Now, Wrong Then ( Hong Sang-soo , 2015 )




Right Now, Wrong Then (2015) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

Puntuale come ogni anno, ed avviene immancabilmente ormai da almeno un decennio, Hong Sang-soo sforna il suo nuovo lavoro, presentato al Festival di Locarno dove non è mancato , puntuale anch’esso, il premio; il regista coreano, ormai, è una micidiale macchina da Festival, perfettamente integrato nel circuito europeo delle rassegne che contano che a loro volta fanno a gara per assicurarselo.
Questa periodicità fissa nella produzione di Hong ha portato un po’ tutti, anche coloro come il sottoscritto, che furono estimatori convinti delle prime opere del regista e che ora riconoscono in lui una sorta di appagamento che si fonda sulla infinità ripetitività non solo stilistica ma anche sostanziale, ad attendere comunque con curiosità la creatura annuale del regista.


Ci si mette davanti allo schermo e si pensa: “ Vediamo questa volta che variazione sul tema ha raccontato”, immaginando le solite scene ripetute in un loop che dura ormai da anni; ammettiamolo: ad Hong ormai siamo affezionati, e ancor più al suo cinema , anche quando è ben lungi dall’essere qualitativamente paragonabile ai suoi migliori lavori.

Ed ecco quindi, come c’era da aspettarsi, la solita storia con i medesimi canoni: il regista in trasferta per presenziare alla presentazione di un suo film con successivo incontro col pubblico, la solita ragazza tra lo strambo ed il problematico, l’incontro casuale, il caffè bevuto ad un tavolo di un bar, poi la cena con l’immancabile bevuta di soju e quindi il fine serata in un bar insieme a degli amici di lei.

lunedì 20 aprile 2015

Our Sunhi ( Hong Sang-soo , 2013 )




Our Sunhi (2013) on IMDb
Giudizio: 5.5/10

Ormai assistere ad un film di Hong Sang-soo è come  trovarsi di fronte ad un loop interminabile, ripetitivo che si dipana a cerchi concentrici, quasi un segmento di una unica storia che racconta sempre le stesse tematiche. 
Per gli ammiratori del regista coreano, e sono tanti in considerazione dei premi che continua a ricevere indefessamente, compreso il Pardo d'Argento  conquistato a Locarno con questo Our Sunhi, si tratta di coerenza stilistica e di acuta osservazione di una realtà sempre più eterea; per i denigratori invece siamo di fronte  alla solita pantomima , raccontata sempre alla stessa maniera che dimostra una aridità ormai prossima al nulla.


Our Sunhi non sfugge alla disamina bifronte che se ne può fare , ovviamente, anche perchè certi pilastri narrativi di Hong sono tutti lì in bella mostra.
C'è la neo laureata in Cinema, Sunhi appunto, che vorrebbe andare a studiare in America, c'è l'ex fidanzato anche lui aspirante regista che ha già diretto un film che ha come tema la storia d'amore finita con la ragazza; c'è l'altro regista più navigato in crisi di identità che molla la famiglia e va a vivere da solo e c'è il professore cui Sunhi si rivolge per chiedere una lettera di referenze da presentare come requisito per continuare a studiare.

mercoledì 10 settembre 2014

Hill of Freedom ( Hong Sang-soo , 2014 )

Giudizio: 5/10

La giovane donna passa a ritirare un corposo pacco di lettere, allontanandosi per le scale queste cadono in terra e vengono raccolte alla rinfusa; questa è la scena madre del film e attenzione a non farsi sfuggire nulla della scena, perchè molti, il sottoscritto compreso, ci sono cascati come fessi.
Queste lettere non sono altro che il filo conduttore, quasi  la sceneggiatura del film : sono state scritte dallo spasimante giapponese della donna giunto in Corea per rincontrarla dopo che tempo prima si erano frequentati, ma siccome lei era in vacanza, lui ha pensato bene di piazzarsi in una pensione vicino casa della donna e nell'attesa scrivere lettere che raccontavano le sue giornate.
Diciamo pure che questo incipit è una idea brillante che crea la struttura del film: le missive, lette alla rinfusa, mostrano situazioni  non sequenziali con frequenti balzi temporali casuali.

martedì 22 ottobre 2013

Nobody's Daughter Haewon ( Hong Sang-soo , 2013 )

Giudizio: 5.5/10
Tra sogno e realtà

Avviluppato in un autocitazionismo quasi narcisistico, Hong Sang-soo prosegue nel suo percorso cinematografico che da un po' di tempo ormai è incapace di regalare piacevoli sorprese come furono i suoi primi lavori; con Nobody's daughter Haewon se non altro introduce qualche novità narrativa e l'impressione di vedere il solito film ripassato in varie salsa è sicuramente meno tangibile.

E' il racconto, sotto forma di diario, in parte onirico (forse), dei malesseri di una giovane studentessa aspirante attrice: parte dal giorno in cui deve incontrare la madre che sta per emigrare in Canada ( e qui la prima citazione che spiega perchè Hong è così amato in Francia, la comparsata di Jane Birkin che addirittura dice ad Haewon che è identica a sua figlia…), prosegue nell'incontro con il suo professore , nonchè amante sposato e , tanto per cambiare, regista fallito e in una classica cena in stile coreano (ubriachiamoci e sputtaniamoci) e si conclude con un lungo sogno, espressione di aspirazioni e desideri, in cui la ragazza immagini maturi professori divorziati che chiedono di sposarla e un incontro con l'amante che nel frattempo è stato cacciato di casa.
La recensione completa può essere letta su LinkinMovies.it

giovedì 11 luglio 2013

In Another Country ( Hong Sang-soo , 2012 )

Giudizio: 5/10
E' sempre il solito film?

La metamorfosi di stampo Rohmeriano di Hong Sang-soo prosegue senza sosta e giunge , probabilmente al suo punto di non ritorno, anche perchè il regista coreano sembra ormai impantanato pericolosamente in sabbie mobili narrative dalle quali uscire non sarà semplice se si continua ad inseguire un modello che al momento appare irraggiungibile.
Che Hong non sia Rohmer lo sa bene anche lui, tanto che per imprimere ancora più fortemente la sua impronta si rivolge per questo lavoro ad una delle attrici icone della Nouvelle Vague, quella Isabelle Huppert su cui il film è costruito in maniera predominante su un modello stile divertissement piuttosto intellettualoide che finisce col creare una atmosfera a volta quasi surreale, più spesso stonata.
La trama tripartita si impernia su una sceneggiatura scritta dalla solita aspirante regista che non sa come passare il tempo in una località balneare coreana di indubbio squallore: tre storie con protagonista sempre una affascinante francese (una regista, e ti pareva, una amante di un coreano e una divorziata mollata dal marito per una coreana) che incontra sempre, in tutti e tre i segmenti, le stesse persone, tra le quali un bagnino mezzo idiota, mezzo galletto.

La recensione completa può essere letta su LinkinMovies.

mercoledì 24 ottobre 2012

Hahaha ( Hong Sang-soo , 2010 )

Giudizio: 6.5/10
I simpatici ciarlatani

Puntuale come sempre da anni, anche Hahaha , film del 2010 del regista coreano Hong Sang-soo si porta a casa il premio a Cannes, divenuto ormai l'abituale trampolino di lancio di un regista che sempre più nettamente si sta spingendo verso una forte contaminazione francese nelle sue opere.
Con questo lavoro, che giunge dopo una serie di pellicole  indubbiamente importanti, alcune di notevolissimo spessore, sembra di assistere ad una metamorfosi sia dello stile narrativo che delle tematiche e soprattutto ad un cambiamento dello sguardo del regista.
Vero che la struttura del film ricalca in maniera quasi maniacale quella della quasi totalità delle opere di Hong, ma il suo modo di porsi e quindi di raccontare le storie perde molto di quel sarcasmo e di quella cattiveria che avevano caratterizzato i lavori precedenti.
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