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venerdì 6 marzo 2026

La grazia ( Paolo Sorrentino , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 7.5/10

Con La grazia, Paolo Sorrentino torna a confrontarsi con il potere, ma lo fa da una prospettiva inattesa: non più quella barocca e spettacolare che caratterizzava Il Divo, né quella malinconicamente autobiografica di E' stata la mano di Dio o la dimensione mitologica e sensuale di Parthenope. Qui il regista sembra compiere un passo indietro, scegliendo la via di una narrazione più raccolta e quasi crepuscolare, concentrata sulla coscienza di un uomo che si avvicina alla fine della propria stagione pubblica.
Il risultato è un film che riflette sul rapporto tra giustizia, pietà e responsabilità morale, mettendo in scena la solitudine di un presidente della Repubblica negli ultimi mesi del suo mandato, mentre il peso delle decisioni istituzionali si intreccia con i fantasmi della sua vita privata.
Il protagonista del film è il presidente della Repubblica italiana, ormai prossimo alla conclusione del suo mandato al Palazzo del Quirinale. Uomo riservato, colto e profondamente introspettivo, vive con accanto la figlia che è un po’ una sua factotum, rigidissima custode della salute paterna oltre che preziosa consigliera e valida giurista, degna prole di cotanto padre, sommo giurista autore di testi sacri nell’ambito legislativo; trascorre le sue giornate tra incontri istituzionali, letture notturne e lunghe passeggiate solitarie nei corridoi del palazzo presidenziale, che nel film appare come uno spazio quasi metafisico: immenso, silenzioso, immerso in una penombra carica di storia.
Durante gli ultimi mesi al Quirinale, due questioni decisive arrivano sulla sua scrivania: la prima riguarda la promulgazione di una controversa legge sull’eutanasia, che divide il paese tra sostenitori del diritto all’autodeterminazione e difensori della sacralità della vita. Il presidente, profondamente credente, si trova così davanti al dilemma costituzionale e morale di firmare o rinviare il provvedimento, consapevole che ogni scelta avrà profonde implicazioni etiche e politiche.
Parallelamente, gli vengono sottoposte due richieste di grazia presidenziale: i casi riguardano due ergastolani condannati per l’uccisione dei rispettivi partner: storie diverse, ma accomunate da un passato di violenza, disperazione e colpa. Attraverso dossier, testimonianze e colloqui indiretti, il presidente cerca di comprendere se in quelle vite segnate dal delitto possa esistere spazio per la redenzione.
Mentre affronta queste decisioni, la sua mente torna spesso al passato: soprattutto al ricordo della moglie, morta alcuni anni prima. Il loro rapporto era stato segnato da un tradimento da parte sua, una ferita mai completamente rimarginata. Ora, nella solitudine del potere e della vecchiaia, quel rimorso torna a tormentarlo.
Tra i corridoi silenziosi del Quirinale, ascoltando inaspettatamente musica rap nelle sue stanze private o rievocando momenti della sua vita con la moglie, oppure fumando di nascosto l’unica sigaretta che si concede sul terrazzo del palazzo presidenziale in compagnia del fidato colonnello dei corazzieri, il presidente si interroga sul significato più profondo della parola “grazia”: quella istituzionale che può concedere ai detenuti, ma anche quella umana e spirituale che forse egli stesso continua a cercare.
Uno dei tratti più evidenti del film è il modo in cui Sorrentino rappresenta il potere come esperienza radicalmente solitaria,non c’è quasi mai folla attorno al presidente, i collaboratori entrano ed escono dalle stanze come figure fugaci; i dialoghi sono brevi, spesso formali, l’attenzione del film è tutta concentrata sul volto del protagonista e sulle sue pause di riflessione.



Il Quirinale diventa così uno spazio simbolico: non tanto il cuore della vita istituzionale italiana, quanto una sorta di monastero laico dove il potere si trasforma in meditazione.Sorrentino filma questi ambienti con luci soffuse, corridoi interminabili e stanze semivuote, creando una sensazione di vetustà quasi museale. Il palazzo sembra custodire non solo la storia della Repubblica, ma anche il peso morale delle decisioni che vi sono state prese.Il presidente appare come l’ultimo custode di questa tradizione, ma anche come un uomo che ne avverte tutta la fatica.
Il cuore emotivo del film è il rapporto del protagonista con la moglie scomparsa;la sua assenza è costante: fotografie, oggetti, brevi ricordi evocati nella voce narrante: più che un fantasma cinematografico, la moglie è una presenza interiore che accompagna ogni decisione del presidente.
Il rimorso per un tradimento passato diventa una sorta di ferita morale che il tempo non ha cancellato. Questo elemento introduce nel film una dimensione profondamente intima: dietro l’uomo delle istituzioni emerge un individuo fragile, incapace di perdonare se stesso.
In questo senso il tema della grazia assume un significato speculare: mentre il presidente deve decidere se concedere il perdono dello Stato a due condannati, lui stesso sembra incapace di ricevere una forma di perdono personale.
Il titolo del film è uno dei suoi nuclei concettuali più ricchi.
Nel corso della narrazione, la parola “grazia” assume diversi significati: giuridico, come atto di clemenza presidenziale, religioso, come forma di redenzione o misericordia, umano, come possibilità di perdonare e perdonarsi o semplicemente come viene definita dal presidente stesso “la bellezza del dubbio”.
I due casi di grazia sottoposti al presidente non sono semplicemente questioni legali. Sorrentino li utilizza come specchi morali: attraverso le storie dei detenuti emergono interrogativi sulla violenza domestica, sulla disperazione emotiva e sul diritto alla seconda possibilità.Il film evita facili risposte, la grazia non viene presentata come un atto di bontà assoluta, ma come una scelta complessa che si colloca in una zona grigia tra giustizia e pietà.
Dal punto di vista stilistico, La grazia rappresenta una deviazione interessante nella filmografia di Sorrentino.
Il regista resta fedele ad alcune delle sue caratteristiche più riconoscibili: improvvise deviazioni surreali, momenti musicali inattesi, piccoli lampi visionari che interrompono la linearità narrativa e si ergono a prospettive personali, l’episodio della musica rap ascoltata dal presidente è uno di questi momenti: una scelta che introduce una nota di ironia e straniamento.
Tuttavia il film rinuncia in gran parte al barocchismo visivo tipico del regista, le immagini sono più sobrie, i movimenti di macchina più contenuti, l’atmosfera complessiva quasi minimalista, una eleganza delle forme e della messa in scena, Sorrentino sembra voler costruire un film di meditazione più che di spettacolo , nel quale la dialettica interiore del protagonista diventa il cardine della meditazione che sovente rimane senza risposta alle domande.
Questa scelta comporta però anche qualche limite in quanto il film tende spesso a ripiegarsi su se stesso in modo eccessivamente riflessivo; la presenza di una voce narrante — quasi un diario interiore del presidente — finisce talvolta per spiegare troppo; l’impressione è che Sorrentino, nel tentativo di chiarire i dilemmi morali del protagonista, finisca per irrigidire il racconto con il risultato che alcuni passaggi risultano didascalici, come se il film volesse guidare lo spettatore verso determinate conclusioni invece di lasciarlo libero di interpretare e ciò inevitabilmente rende la narrazione sorprendentemente lineare per un autore solitamente incline alle ellissi e alle ambiguità.
Se si confronta La grazia con Parthenope, il cambiamento è evidente: in quest’ultimo, Sorrentino costruiva un affresco sensuale e mitologico della città di Napoli, ricco di eccessi visivi, ironia e slanci poetici, era un film che respirava libertà narrativa e visiva; La grazia, al contrario, è un film introverso e quasi ascetico.
Rispetto a È stata la mano di Dio, che rappresentava un momento di confessione personale del regista, questo nuovo lavoro appare più astratto e filosofico, il tema autobiografico lascia spazio a una riflessione universale sul potere e sulla responsabilità morale.
Nel complesso La grazia è un’opera che colpisce più per la sua dimensione meditativa che per la sua forza narrativa.
Sorrentino sembra interessato soprattutto a esplorare la fine di un ciclo: non solo quello del mandato presidenziale, ma anche quello di una vita intera fatta di scelte, rimorsi e interrogativi.
Il film non possiede la vitalità visionaria di alcune opere precedenti, ma offre momenti di autentica intensità emotiva, soprattutto quando il protagonista si confronta con il ricordo della moglie e con l’impossibilità di una piena riconciliazione con il proprio passato.
Un elemento che il film introduce con discrezione, ma che assume progressivamente un peso significativo, è il rapporto del presidente con i figli, Sorrentino non costruisce attorno a loro un vero sottotesto narrativo dominante, ma li utilizza piuttosto come un controcampo emotivo della figura paterna.
I figli rappresentano una generazione diversa, distante per sensibilità e per modo di intendere il mondo, nel quotidiano rapporto con la figlia (il maschio vive da anni in Canada), spesso segnati da un affetto trattenuto e da un certo imbarazzo, emerge la difficoltà di comunicazione tra chi ha incarnato per decenni la responsabilità pubblica e chi invece guarda alla vita con uno sguardo più disincantato, talvolta persino ironico.

domenica 24 novembre 2024

Parthenope ( Paolo Sorrentino , 2024 )

 




Parthenope (2024) on IMDb
Giudizio: 8/10

Secondo la leggenda , la città di Napoli fu fondata da una sirena, essere mitologico dalle fattezze per metà umane e per metà  da pesce ,di nome Partenope, approdata  sull’isolotto di Megaride dopo essersi gettata in mare per la disperazione di non essere riuscita ad ammaliare Ulisse; come tutti i miti , anche quello della sirena Partenope possiede varie versioni che differiscono tra loro, ma questa è di certo quella più consona al film di Paolo Sorrentino.
Il film si apre infatti, siamo negli anni 50, con una donna che partorisce in mare una femmina cui viene dato il nome di Partenope e che sin dall’inizio diventa il polo centrale del racconto, a metà tra la trasfigurazione umana della città e una versione napoletana del Virgilio dantesco, nostra guida nel ventre molle della città, dagli anni 50 appunto fino ai giorni nostri.
Paolo Sorrentino, con Parthenope, sembra ripercorrere l'approccio de La Grande Bellezza in una versione più intima, radicata nella sua Napoli. 
Mentre La Grande Bellezza esplorava la decadenza della mondanità romana, Parthenope porta lo sguardo del regista verso un'analisi più profonda e personale, legata all'identità e alla memoria. La città di Napoli non è solo uno sfondo: diventa un personaggio a sé, evocativo, complesso, con le sue contraddizioni, luci e ombre, che rispecchiano l'anima tormentata e insieme vivace del protagonista, il regista stesso, che qui sembra rispecchiarsi nelle sue radici.



Sorrentino si avvicina alla sua città natale con un affetto misto a malinconia, come fosse una madre imperfetta che si ama nonostante le ferite. Napoli, in Parthenope, si offre nelle sue strade strette, negli antichi palazzi e nei volti delle persone che riflettono la bellezza senza tempo, ma anche la fatica e la rassegnazione. È un luogo di memorie perdute e di dolori familiari irrisolti, elementi che rimandano all’esperienza personale del regista, traendo linfa dalla sua storia familiare e dalla perdita prematura dei genitori.
Sorrentino costruisce Parthenope in continuità con lo stile felliniano, autore al quale spesso rimanda, volutamente o no non ci è dato di sapere, ricalcando quelle atmosfere sospese tra sogno e realtà, tra sacro e profano, come già aveva fatto in La Grande Bellezza. Le sequenze barocche e visivamente opulente ricordano il tocco di Fellini, specialmente in film come La Dolce Vita o Roma , dove l’eccesso e il grottesco sono allo stesso tempo una celebrazione e una critica di un mondo in decadenza. In Parthenope, gli eccessi visivi si manifestano attraverso il gusto di Sorrentino per i dettagli stravaganti, le feste surreali e i personaggi sopra le righe, quasi caricaturali, che danno vita a un mondo distorto e fiabesco, specchio della Napoli interiore del regista. 
C’ è insomma una impronta felliniana ancor più marcata ed una autoreferenzialità che non appare fastidiosa e anzi tende quasi a creare un legame invisibile con La Grande Bellezza, opera con la quale condivide il gusto romanticamente dissacratorio e sarcastico della visione  di Roma e Napoli
A differenza de La Grande Bellezza, però, qui il barocchismo sembra trovare un equilibrio più intimo e personale: la fotografia indugia sulle texture della città, i colori caldi e contrastanti, creando un’esperienza visiva meno patinata e più vissuta. 
Il regista gioca con i contrasti tra modernità e antichità, tra il chiasso vitale dei vicoli napoletani e il silenzio carico di memorie delle stanze abitate un tempo ed ora in decadente rovina silenziosa. 
Parthenope è sì una versione “napoletana” de La Grande Bellezza, ma con una prospettiva più raccolta e autobiografica. Sorrentino celebra Napoli come un simbolo della memoria e dell'identità, trasformando la città in un teatro dell’anima dove si svolge il dramma umano e personale del protagonista. 
In quest’opera, l'omaggio a Fellini non è solo stilistico: Sorrentino sembra rivivere in sé il tema felliniano della ricerca di senso, della fuga e del ritorno, mettendo in scena non solo Napoli ma il suo stesso rapporto irrisolto con essa. Parthenope diventa quindi non solo un film su una città, ma un viaggio interiore nei labirinti dell'esistenza e della memoria, dove Sorrentino, come i protagonisti felliniani, si perde e si ritrova.

venerdì 7 gennaio 2022

E' stata la mano di Dio [aka The Hand of God] ( Paolo Sorrentino , 2021 )

 




The Hand of God (2021) on IMDb
Giudizio: 8/10

La sfida degli Oscar che Sorrentino ripercorre dopo il trionfo del 2014 si affida ad una opera già largamente entrata tra i lavori pluripremiati, partendo dal gran Premio della Giuria conquistato alla 78° Mostra Cinematografica di Venezia dove è stato presentato nel settembre scorso, e che come sempre avviene con le produzioni del regista napoletano ha visto una critica divisa sulla valutazione da dare ad un film che risulta uno spettacolare e sorprendente cambio di registro nella sua idea cinematografica.
Messe da parte dissertazioni storico-grottesche su politici, viaggi quasi onirici all'interno delle contraddizioni di una città e di rimando dell'uomo, riflessioni sulla dicotomia mai così ampia tra giovinezza e vecchiaia, Paolo Sorrentino sembra in parte ripiegare su ambientazioni più simili ai suoi primi lavori, ma soprattutto affronta per la prima volta alcuni aspetti della sua vita e della sua storia personale  che fanno di E' stata la mano di Dio un opera dal forte impatto autobiografico, non tanto perchè pone al centro del racconto, come una porta girevole invisibile, l'episodio che più di ogni altro ha segnato la sua vita adolescenziale, quanto perchè la pellicola va a prendere di petto alcune tematiche personali probabilmente rimaste in qualche modo sospese nella vita artistica e non, alcuni momenti coi quali il regista ha voluto fare i conti, partendo dalla memoria personale.
Pur con un impianto del genere, di certo più personale ed intimo, non viene meno quel racconto cinematografico ricco di fantasia e di spunti felliniani, partendo proprio da un amarcord personale condito da tanto di citazioni del nume ispiratore (come sempre tiene a precisare il regista): ad esempio la scena iniziale , magnifica nel suo planare sul mare e quindi sulle strade di Napoli  fino a catturare una versione laica di San Gennaro che ci introduce la figura della zia Patrizia , autentica divinità pagana e sensuale , prototipo delle fantasie sessuali del giovane protagonista, Fabietto Schisa, alter ego del regista.



E' stato la mano di Dio si articola su due atti: commedia nel primo, tragedia nel secondo, con in mezzo la sliding door narrativa cui abbiamo già accennato; nella prima parte facciamo la conoscenza della famiglia di Fabietto, media borghesia napoletana con due genitori vivaci e simpatici, un fratello maggiore che sogna di fare l'attore ed una sorella che vive perennemente nel bagno e che vedremo per la prima volta solo nel finale; intorno a loro la tipica scia di parenti amici e conoscenti vari che anima l'esistenza di tante famiglie napoletane, una rassegna di personaggi che regalano colore e calore nei momenti di convivialità. 
Fabietto vive con grande trasporto l'appartenenza a questa colorita e ben compatta famiglia, ne osserva le piccole storie, ne scopre i segreti e le crepe che la percorrono ma soprattutto è in ansia per l'evento che tutti aspettano in città: la conclusione della trattativa che porterà Diego Armando Maradona a Napoli.
Poi l'episodio che chiude il primo atto e ci porta nella tragedia, la morte dei genitori per il malfunzionamento di una stufa in montagna dove Fabietto non si è recato perchè per la prima volta avrebbe seguito il Napoli con Maradona in trasferta.
Il secondo atto si appalesa quasi come una resa dei conti del regista con se stesso e con tutto ciò che ha segnato la sua vita: il suo ideale di cinema che prende già forma e che vediamo nascere nel lungo  confronto con il personaggio di Antonio Capuano, un altro tra i personaggi del cinema cui Sorrentino deve qualcosa, il suo trauma per non avere avuto la possibilità di vedere i genitori morti,  la sensazione di essersi sentito abbandonato, la città di Napoli dalla quale scapperà quasi , ancora giovanissimo, cui però dovrà tanto e con la quale sembra quasi abbia bisogno di ricongiungersi spiritualmente, Diego Armando Maradona, che da buona divinità laica quale è stata eletta dai napoletani, ha posato la mano salvifica sulla sua testa , quella stessa mano che giustiziò la protervia inglese e che diede dignità ad un popolo umiliato, e che Sorrentino accostò a Fellini, Scorsese e ai Talking Heads come fonte di ispirazione in quella serata hollywoodiana che lo vide conquistare l'Oscar nel 2014.

sabato 12 maggio 2018

Loro ( Paolo Sorrentino , 2018 )




Loro 1 Loro 1 (2018) on IMDb

Loro 2 Loro 2 (2018) on IMDb


Giudizio: 6/10

La scelta di proporre nelle sale Loro, ultima fatica di Paolo Sorrentino, in due parti appare francamente incomprensibile:  rifiutando l’ipotesi da qualcuno ventilata di una trovata al limite del truffaldino ( 2 film sono meglio di uno al botteghino…), l’unica spiegazione plausibile può essere la idiosincrasia del pubblico per tutti quei lavori cinematografici che superino le due ore di durata; propinare una pellicola di poco meno di quattro ore probabilmente sarebbe stato un suicidio commerciale cui nessuno ad oggi , a maggior ragione nel panorama italiano, sembra disposto a sostenere.
Sta di fatto che Loro è opera unitaria che non può essere giudicata in maniera compiuta nella sua bipartitura.


I fatti raccontati da Sorrentino, con la premessa che quello a cui assistiamo vorrebbe essere un connubio tra realtà e fantasia che produce l’opera d’arte, si riferiscono al periodo che va dalla strettissima sconfitta di Berlusconi alle elezioni del 2006, dopo cinque anni di governo, fino a poco dopo la vittoria nelle elezioni del 2008, seguita alla caduta del Governo di centrosinistra grazie alla fuga di alcuni senatori della maggioranza.
Ma il connotare storicamente l’epoca dei fatti narrati è semplice riferimento temporale perché all’interno del racconto , proprio grazie al ricorso a personaggi e situazioni di fantasia ( ma neppure tanto), gli eventi sembrano affastellarsi in maniera disinvolta, di certo come non si addice ad un film biografico o storico o tanto meno politico.


Loro è ( o vorrebbe essere) per Paolo Sorrentino quasi uno spaccato di costume, il concretizzarsi di una stile di vita, un ritratto più dell’uomo e delle sue contraddizioni che del politico e dell’imprenditore.
Per tale motivo la sinossi risulta praticamente inesistente, oltre che inutile, meglio procedere per capitoli.
LORO - L’inizio sembra una estensione temporale del suo fortunatissimo La grande bellezza: Gambardella lascia il posto a LORO, la corte dei miracoli che si muove intorno, come cerchi concentrici rigidamente divisi, a LUI, che però per la prima ora non vediamo mai e non sentiamo neppure mai nominare.

mercoledì 20 maggio 2015

Youth - La Giovinezza ( Paolo Sorrentino , 2015 )




Youth (2015) on IMDb
Giudizio: 9/10

Ai piedi delle maestose cime delle Alpi svizzere si adagia il monumentale albergo che sembra sospeso nel tempo: architettura classica , saloni sterminati, giardini perfetti e curatissimi, un luogo che sembra fatto apposta per astrarsi dal tempo.
In questo immenso albergo vi passano le vacanza anziani facoltosi allettati dalle innumerevoli cure che le spa all’interno del complesso gli riservano tra massaggi e piscine; ma non solo anziani, anche chi vuole semplicemente estraniarsi dal mondo.


Fred e Mick sono due vecchi amici ormai vicini agli 80 anni: il primo un grande musicista che da anni ha abbandonato le scene che rifiuta addirittura la richiesta della Regina d’Inghilterra di tornare sul palco a dirigere almeno per una volta, l’altro è un regista americano che con i suoi collaboratori sta ultimando la scrittura di quello che dovrebbe essere il suo ultimo film, un testamento artistico e personale. 
I due sono legati da profonda amicizia ed affetto e solo nelle loro chiacchierate abbiamo modo di vedere il loro vero animo: apatico , disilluso e schiacciato dalla perdita della moglie , amatissima e trascuratissima, nonché musa artistica, Fred, cinico e beffardo Mick ancora animato dalla voglia di lavorare dietro la macchina da presa.

mercoledì 5 giugno 2013

La Grande Bellezza ( Paolo Sorrentino , 2013 )

Giudizio: 8/10
La Roma sacra e la Roma puttana

La Roma di Paolo Sorrentino sembra rimandare ad archetipi antichi, a cartoline cinematografiche del passato su cui è stampigliata la firma indelebile di Federico Fellini: La Grande Bellezza sembra muoversi verso quei modelli, salta subito alla memoria e all'occhio La Dolce Vita e Roma del Maestro riminese, ma il rimando è quasi automatico, come un riflesso condizionato, probabilmente improprio perchè Sorrentino non ha la stessa pietas narrativa di Fellini, non chiede empatia per i suoi personaggi, semmai suscita e invoca sentimenti opposti dal disgusto al disprezzo più totali, pur servendosi di un bestiario umano e di una gusto per il grottesco affini al grande regista de La Dolce Vita.
La Roma  di Fellini era il caos del GRA , le sfilate di moda dell'abbigliamento clericale, i rioni popolari, quella di Sorrentino è la Città Eterna Sacra delle chiese barocche e dei palazzi signorili, è la Roma del Colosseo ma è soprattutto la Roma puttana e sguaiata, il ventre molle in cui galleggiano i disperati che hanno venduto l'anima al divertimento a tutti i costi, gli psudo-colti che vivono di gossip e di falso edonismo; una umanità che trova nelle Feste sulle terrazze vista-mozzafiato la sua esaltazione fatta di cattivo gusto e di apparenza, dove saltano felici al ritmo delle canzoni dell'estate che lavano il cervello donnine scosciate, milf che tentano di essere arrapanti con movenze sinuose ed ammiccanti, peracottari arricchiti, cialtroni di ogni risma, cocainomani attempati e, primo fra tutti Jep Gambardella, autentico deus ex machina di questa grottesca movida privata notturna, colui che crea e distrugge le feste, che fa della mondanità l'essenza di una vita annoiata e arrendevole.

domenica 23 ottobre 2011

This must be the place ( Paolo Sorrentino , 2011 )

Giudizio: 5/10
Stavolta Sorrentino stecca

Va in America Paolo Sorrentino per il suo ultimo film e la sua prepotente parabola di qualità subisce una brusca frenata.
Vero che la rockstar in rottamazione protagonista del film somiglia molto come stereotipo ai personaggi atipici che popolano il cinema del regista (usurai viscidi, cassieri della mafia eroinomani e sociopatici, il politico per eccellenza , il Divo Giulio), ma tutta la storia che ruota intorno a lui zoppica pesantemente, accellera confusamente e frena repentinamente, si perde in divagazioni tenute assieme da una buona capacità di regia e dalla figura del personaggio protagonista, ma alla fine, lascia poco e niente.
Ma nonostante questo e nonostante la prova istrionescamente buona di Sean Penn, il personaggio stesso disegna più spesso ombre che luci al punto che tutto ciò che ruota intorno a lui si perde in mille rivoli, taluni dei quali francamente poco comprensibili.

domenica 23 agosto 2009

Il Divo ( Paolo Sorrentino , 2008 )


Giudizio: 8.5/10
Il Divo messo a nudo

Film politico e di denuncia , dice qualcuno, collocando l'opera di Sorrentino in una gabbia troppo stretta. Non è così: pur omaggiando i maestri di tal genere , il regista va oltre: descrive con una graffiante ironia al limite del sarcasmo tutta una stagione politica che si concretizza in maniera indissolubile con la figura di Giulio Andreotti; ne tratteggia con linee precise e taglienti le miserie e le grandezze , i vizi e le virtù , scava nel personaggio del Divo fino a mostrarcelo nella sua nudità morale, ne esplicita i suoi capisaldi politici non risparmiando accuse neppure tanto sommesse.
Ma soprattutto va ancora oltre: è l'essenza del potere e del rapporto che l'uomo ha con esso che viene sviscerata; Giulio Andreotti, la quintessenza macchiavellica del potere è uomo più votato alla sofferenza, alla cristiana sopportazione e alla solitudine che allo sfrenato edonismo in cui sguazzano invece i suoi più o meno fidati collaboratori, disegnati come una masnada volgare di avidi di potere e bella vita mentre il loro mentore rimugina, si lascia quasi schiacciare dall'immensa forza e dal carisma che la sua figura sprigiona. Sorrentino sembra quasi voler smentire il famoso aforisma a tutti noto del Divo :"Il potere logora chi non ce lo ha"; la sua figura , cui da il volto un incommensurabile Toni Servillo, ci appare ancora più ingobbita sotto le responsabilità di partito assunte nell'affaire Moro, sotto i colpi della Giustizia che lo vorrebbe colpevole di tutte le malefatte italiche; ma forse , intuiamo, è questo che rende vivo e tenace l'uomo.
Lo studio posicologico del personaggio è molto ben condotto, Servillo ci mette molto del suo soprattutto nei momenti in cui il Divo si conforta e si confronta con la moglie, attimi privati carpiti con l'unico essere umano che lo abbia mai pienamente capito e affiancato fino alla fine; in tal senso la scena della coppia che ascolta Renato Zero in TV cantare "I migliori anni della nostra vita", mano nella mano , è uno dei momenti più belli che il Cinema ci ha donato negli ultimi anni.
Il taglio che Sorrentino da al film lo rende godibile, coi ritmi giusti e soprattutto evita di farlo cadere pericolosamente nel film cronachistico e nella denuncia delle (presunte) malefatte del protagonista: in ciò mostra grandissima maturità e capacita narrativa.
Per fortuna ancora c'è qualcuno a dar fiato ad un cinema incredibilmente asfittico come quello italiano: opere come questa ci lasciano ancora un minimo di speranza.

domenica 28 giugno 2009

Le conseguenze dell'amore ( Paolo Sorrentino , 2004 )


Giudizio: 8/10
Il peso della vita


Il silenzio domina il film, il silenzio costruisce un film intimo , quasi minimalista ma nello stesso tempo, di una grandiosità spaventosa.
All'inizio l'albergo sembra la fortezza de "Il deserto dei tartari" e Servillo il tenente in attesa di qualcosa che non arriva; ma non è così : Titta vive nella sua condizione tragica e monotona, circondato dal peso della sua stessa vita segnata da segreti e da paure fin quando capisce, scrivendolo sotto l'occhio della telecamera, che sono le conseguenze dell'amore che deve attentamente valutare e che , forse, daranno un senso alla sua vita.
Un film grandioso nella sua semplicità nel suo attrarre lo spettaore nel gioco a metà tra il noir e la introspezione; girato mirabilmente con una maestria tecnica che fa di Sorrentino, finalmente vien da dire, un vero regista italiano degno di nota.
Riguardo a Servillo, nulla da dire: parlano gli occhi fissi e gelidi, il silenzio ostinato, quell'essere ieraticamente imprigionato nel suo ruolo, il fumo delle sue mille sigarette.....
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