Giudizio: 7/10
Un lungo prologo apre il racconto di Hikari, ultimo lavoro di Omori Tatsushi, presentato alla Festa del Cinema di Roma: in una piccola isola dell'arcipelago giapponese vivono quelli che sono i tre giovani protagonisti del film, Noboyuki, il più giovane Tasuku che tartassato da un padre violento vede nel primo una sorta di modello e di ancora di salvezza e Mika una giovane piuttosto spigliata di cui Noboyuki è innamorato.
Un ambiente naturale che sembra permeare di una strana e a tratti conturbante spiritualità l'isola ,viene spazzato via una notte dalla violenza di uno tsunami che i tre, salvandosi , vedono arrivare dalla cima di una collina dell'isola.
Venticinque anni dopo i tre hanno intrapreso vie diverse: Noboyuki è sposato , ha un buon lavoro, una donna ( che lo tradisce) e una figlia; Mika è diventata una attrice e Tasuku vive invece nell'indigenza lavorando saltuariamente. Le loro vie si sono insomma separate da un pezzo almeno fino a quando Tasuku, rintraccia i due ricattandoli affinchè lui mantenga sepolto un segreto che li riguarda.
Questo riemergere del passato lontano ha su tutti e tre i personaggi un effetto devastante: il passato, attraverso il legame in alcuni aspetti persino ossessivo, un episodio violento del quali i tre sono stati protagonisti o spettatori diventa un abbraccio mortale di interdipendenza nel quale dovranno muoversi.
Se la Festa del Cinema di Roma non è drammaticamente naufragata sotto il peso di film piatti, convenzionali e moralmente perbenisti e consolatori, il merito va di certo ai due esponenti della cinematografia giapponese ( gli unici provenienti dall'Estremo Oriente) che se non altro hanno buttato sullo schermo della rassegna storie tutt'altro che buoniste, giocando entrambi ( l'altro ricordiamo è il bellissimo Birds Without Names di Shiraishi Kazuya ) su tematiche abbastanza simili: la forza del passato che tende sempre a tornare , i legami interpersonali, la drammatica interdipendenza che questi creano quando si instaurano su persone fragili.
