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sabato 14 marzo 2026

Father Mother Sister Brother ( Jim Jarmusch , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 6.5/10

C'è un Rolex falso che attraversa tutti e tre gli episodi di Father Mother Sister Brother come un totem silenzioso, un oggetto che misura ore che non vogliono passare, che promette un valore che non possiede. È probabilmente la sintesi più onesta del cinema di Jim Jarmusch: le cose sembrano quello che non sono, il tempo si inceppa, e in quel cortocircuito tra apparenza e sostanza si annida tutta la complessità dei rapporti umani. Con questo film, presentato all'82esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica della Biennale di Venezia e vincitore a sorpresa del Leone d'oro , il settantaduenne regista di Akron, Ohio, torna al grande schermo dopo sei anni dall'ultima fatica, e lo fa con quella che potrebbe essere considerata la sua opera più intima.
Father Mother Sister Brother è strutturato come un trittico: tre episodi che esplorano le relazioni tra figli adulti e genitori anziani, ambientati rispettivamente e curiosamente nel New Jersey, a Dublino e a Parigi. Il titolo stesso è un inventario della famiglia come istituzione, una lista secca di ruoli che ciascuno di noi eredita alla nascita senza averlo scelto. Padre, Madre, Sorella, Fratello. Quattro parole che portano il peso del mondo.
Il film nasce, come racconta Jarmusch in diverse interviste, da un'intuizione semplice quanto feconda: l'idea iniziale era quella di immaginare Tom Waits nel ruolo del padre di Adam Driver. Da quella scintilla si sono sviluppate tre storie parallele, legate da motivi ricorrenti — gli skater al rallentatore, i brindisi impossibili, i colori coordinati degli abiti, il Rolex contraffatto, una atmosfera pacata, quasi stagnante — che funzionano come variazioni su un tema musicale. E la musica, in Jarmusch, è sempre tutt'altro che ornamentale.
Il primo episodio, intitolato Father, è forse il più dinamico e completo, nel senso della tematica che lo percorre: Jeff (Adam Driver) ed Emily (Mayim Bialik) guidano tra le colline innevate di un'anonima cittadina del Nordest americano per far visita al loro padre anziano e vedovo, interpretato da Tom Waits. Jarmusch ama il paesaggio invernale del New Jersey come ama certi volti consumati dal tempo: entrambi portano i segni di un'esistenza che si è vissuta senza risparmio. Il padre vive in una baracca caotica, circondata da libri, oggetti arrugginiti, cianfrusaglie accumulate in decenni di solitudine elettiva. Jeff appare come il figlio conciliante, quello che mantiene un filo di comunicazione con il vecchio e lo sostiene economicamente; Emily è più scettica, preoccupata per la salute mentale del padre e infastidita dalla sensazione di essere stata manipolata affettivamente per anni.


La visita si svolge secondo un copione prevedibile — album di fotografie, chiacchiere leggere, silenzi gravidi, un'uscita precipitosa — ma è disseminata di piccoli dettagli stranianti che fanno vibrare la scena su una frequenza più misteriosa. Il padre indossa un Rolex: è vero o falso? È davvero contento di vederli, o sta solo aspettando che se ne vadano? Un momento di comicità secca e perfetta arriva quando i figli, preoccupati per la salute del padre, gli chiedono se stia assumendo droghe — intendendo farmaci — e lui risponde con un elenco meticoloso di sostanze illegali che non ha mai preso, includendo il fentanyl e i tranquillanti per cavalli. È Jarmusch nella sua forma migliore: l'umorismo che scivola nell'inquietudine, il comico che si fa esistenziale senza avvisare e Tom Waits fa la parte sua, naturalmente. La sua voce di sabbia bagnata, la sua presenza fisica da oracolo consumato, la sua capacità di sembrare contemporaneamente saggio e completamente perduto: è l'attore ideale per incarnare il paradosso del genitore che resta un mistero anche per i propri figli, come il twist finale lascia intendere.
Il secondo episodio, Mother, si sposta a Dublino e replica la struttura del primo con variazioni significative. La madre (Charlotte Rampling) è una romanziera di successo che vive in una casa elegante e ordina meticolosamente ogni aspetto della propria esistenza; prepara un tè elaborato per le sue due figlie, Timothea (Cate Blanchett) e Lilith (Vicky Krieps), in quello che sembra essere l'unico appuntamento annuale che le tre donne condividono nonostante vivano tutte nella stessa città e duna di esse si è addirittura trafserita in città prioprio per stare vicina alla madre. Il dettaglio è rivelatore: la distanza emotiva è tale da rendere superflua qualsiasi altra occasione di incontro. La famiglia come rito, non come sentimento.
Jarmusch aveva originariamente scritto il ruolo della sorella maliziosa per Blanchett e quello della sorella imbranata per Krieps; fu Blanchett stessa a chiedere di scambiare i ruoli, e Krieps fu entusiasta di farlo. Il risultato è una Blanchett sorprendente nel ruolo di Timothea, la figlia "brava" che veste in modo appropriato e dice sempre le cose giuste, ma che nel farlo rivela un bisogno disperato di approvazione che la rende fragile e quasi goffa. Krieps invece è Lilith, l'irregolare, quella che arriva in Uber accompagnata dalla propria fidanzata che finge di essere l'autista — perché la madre, si capisce, non approva. La triangolazione di motivi e relazioni in questo segmento è così bizzarra che anche uno spettatore attento potrebbe trovarsi disorientato davanti al comportamento della madre, insieme dominante e distaccata. Rampling porta in scena una Madre che sembra aver scelto i propri figli come si sceglie un set da tè: con gusto, certo, ma soprattutto con l'intenzione di esporlo in una vetrina.
Il terzo episodio, Sister Brother, è il più enigmatico e forse il più audace ed il più bello: i gemelli Skye (Indya Moore) e Billy (Luka Sabbat) tornano nell'appartamento parigino dei genitori dopo la loro morte, per fare i conti con un lutto e con un patrimonio materiale che è anche inventario di una vita condivisa che non conoscevano fino in fondo. Parigi qui non è la città romantica da cartolina, non si vede infatti nessuno dei mille luoghi emblematici e famosi della città: è uno spazio vuoto, un appartamento svuotato, un silenzio da riempire. I due giovani attori , entrambi provenienti da mondi lontani dal cinema d'autore , portano una freschezza e una naturalezza che contrasta efficacemente con la densità dei capitoli precedenti. Il lutto, qui, non è elaborato ma aggirato: si parla d'altro, si guarda fuori dalla finestra, si fuma. Il dolore è quella cosa che sta nel mezzo della stanza e nessuno vuole nominare, anche se i silenzi spesso mascherano una emotività pronta ad esplodere.
Il tema che attraversa tutti e tre gli episodi come una corrente sotterranea è quello del segreto. Segreti, bugie e misteri non detti definiscono le relazioni familiari in tutti e tre i racconti; nel primo episodio il colpo di scena finale — quieto ma definitivo — mette in luce la distanza incolmabile tra genitori e figli. Jarmusch sembra credere che la famiglia sia il primo e più duraturo luogo dell'incomprensione reciproca, un posto dove l'amore esiste ma non riesce sempre a tradursi in conoscenza autentica. Come ha dichiarato il regista stesso, i genitori non sono onesti con i propri figli per svariate ragioni: vogliono proteggere i propri confini, guidarli, o nascondere aspetti di se stessi. E i figli, a loro volta, costruiscono versioni dei genitori che corrispondono ai propri bisogni emotivi più che alla realtà.

mercoledì 22 febbraio 2017

Paterson ( Jim Jarmusch , 2016 )




Paterson (2016) on IMDb
Giudizio: 7/10

Paterson, New Jersey, città di 150 mila anime che come tante località americane ha la sua storia da raccontare: qui avvenne il triplice omicidio che portò in galera Rubin "Hurricane" Carter, il poeta William Carlos Williams, uno dei letterati più importanti del primo novecento, e Lou Costello della premiata ditta Gianni e Pinotto, nacquero in questa città, Gaetano Bresci, l'anarchico che nel 1900 uccise a Monza il Re d'Italia Umberto I, soggiornò a Paterson prima di compiere il regicidio.
E a Paterson vive Paterson, autista di pullman dei trasporti pubblici della città: un uomo mite, abitudinario di cui seguiamo una settimana di vita nel racconto costruito da Jim Jarmusch.
Paterson ha una bella e creativa moglie, Laura ( Petrarca è nell'aria...) che dipinge arredi casalinghi , si diletta con artistici dolci e che sogna di diventare cantante folk; ogni giorno che trascorre è uguale a se stesso: una sveglia interna lo mette in piedi ogni mattina intorno alle 6.30, la breve passeggiata tra le vestigia delle gloriose fabbriche di seta che fecero della città uno dei centri più importanti del mercato tessile, ormai in disuso, il pullman che aspetta nel garage, il breve scambio di battute col collega che ha sempre qualche guaio di cui lamentarsi e poi le corse in città con il pullman, l'orecchio teso ai dialoghi che avvengono tra i passeggeri, siano essi il racconto di due playboy da strapazzo o di due studenti anarchici seguaci di Bresci, la pausa pranzo di fronte alla cascata del parco, il ritorno a casa e la cena, il giro col cane fino al bar dove si consuma una birra tra storie di vita.


Ma Paterson ha un potere che gli rende la vita particolare: l'amore per la poesia che lo porta a comporre versi negli intervalli delle sue attività quotidiane e soprattutto ad avere una visione "poetica " della vita; tutto quello che per qualsiasi altra persona sarebbe causa di insoddisfazione e di noia per lui è profonda ispirazione.
Nella settimana di vita di Paterson che vediamo puntualmente scandita giorno per giorno e attraverso gesti che si ripetono quasi meccanicamente, sono incastonati i versi che il protagonista compone di volta in volta a formare le sue poesie: la moglie Laura è la sua musa, l'effige di Dante Alighieri lo accompagna sempre, conservata nel piccolo bauletto nel quale trova posto il pranzo, il suo sguardo poetico che vaga per la città cercando qualcosa che ispiri poesia laddove per chiunque altro sarebbe solo qualcosa di noiosamente abitudinario.

giovedì 6 gennaio 2011

The limits of control ( Jim Jarmusch , 2009 )

Giudizio: 5/10
Un giochino che non appassiona


Chi sarà mai quell'uomo che ieraticamente, con la faccia amimica ed elegantemente vestito, incontra vari personaggi girovagando per la Spagna, i quali immancabilmente gli pongono le stesse domande, sembrano indicargli qualche misterioso indizio e concludono l'incontro con uno scambio di scatole di fiammiferi al cui interno c'è un foglietto cifrato che l'uomo costantemente ingoia bevendo uno dei due caffè che ordina sempre nei locali dove si siede?
E perchè mai si reca metodicamente presso uno dei musei di Madrid a rimirare una sola opera, di volta in volta diversa?
Con la fine del film , forse , lo capiamo, ma quello che invece non si capisce nella maniera assoluta è dove voglia andare a parare Jim Jarmusch con questo film.
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