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martedì 28 giugno 2022

Last of the Wolves ( Shiraishi Kazuya , 2021 )

 




The Blood of Wolves II (2021) on IMDb
Giudizio: 7.5/10


Tre anni dopo The Blood of Wolves, Shiraishi Kazuya, uno dei registi più interessanti degli ultimi anni proveniente dal Giappone, dirige il sequel, attesissimo anche in Italia e presentato al FEFF del 2021; le entusiastiche reazioni che avevano accompagnato  The Blood of Wolves hanno creato un clima d’attesa quasi spasmodico intorno a Last of the Wolves, anche perché il regista non è venuto meno alla formula narrativa che tanto successo aveva portato al lavoro precedente.

Last of the Wolves, come il primo episodio del dittico, infatti si sviluppa su canoni da yakuza movie ultraclassico, nel quale abbondano le efferatezze, e che ricrea il clima dei tardi anni 80-primi anni 90 in cui è ambientato , poco prima della promulgazione della legge contro il crimine organizzato  che nel 1992 segnò una svolta nel paese e nella storia delle organizzazioni criminali.

Il film di Shiraishi riparte da dove era finito il primo: dopo la morte del detective Ogami e il colpo decisivo inferto al capo della gang Jinsei-kai grazie al ruolo avuto dal poliziotto Hioka, erede dell’azione di controllo propugnata dal collega ucciso, per tre anni la guerra tra le varie organizzazioni con base ad Hiroshima e dintorni ha subito una lunga tregua, anche grazie ai metodi di Hioka che nell’ombra manovrava le varie bande per assicurare una pace e scongiurare guerre sanguinose.




Quando però viene rilasciato Uebayashi, delfino dichiarato del boss ucciso tre anni prima e ben deciso a prendere in mano le sorti dell’organizzazione dell’ex boss, la guerra torna ad  esplodere in maniera fragorosa, più truculenta e sanguinaria che mai e che vedrà inevitabilmente coinvolto anche Hioka, colpevole di essere stato colui che causò la morte del vecchio boss.

Il personaggio di Uebayashi è un po’ la miccia che accende il film con una deflagrazione inaudita: psicopatico , folle, ben deciso a rimanere fedele al codice della vecchia yakuza fatto di violenza sangue e mutilazioni varie, fiero avversario della nuova yakuza dai colletti bianchi da brooker e uomini di finanza: un personaggio al limite, talmente sopra le righe, e non solo per i raccapriccianti outfit che presenta, da apparire subito una emanazione di un fumetto, un po’ come certi eroi tarantiniani.

Naturalmente dietro a questa follia dilagante si nasconde un’infanzia mutilata, umiliata e offesa per uscire dalla quale il piccolo Uebayashi si rende protagonista del suo esordio efferato nel mondo della violenza colorato da infinite scie di sangue.

Un background psicologico che il regista tende ad accennare in svariati personaggi, quasi che l’aver subito soprusi e violenze possa essere l’anticamera obbligata dell’entrata nel mondo del crimine.

Il film mantiene sempre un ritmo sostenuto, non stancano le quasi due ore e venti minuti, si rivolge a stereotipi ben consolidati ma che non sanno mai di già visto, si affida a un paio di colpi di scena che servono a creare una prospettiva diversa alla storia; ma fondamentalmente  Last of the Wolves è un film che esplicita in tutta la sua potenza l’immagine di un mondo del crimine privo di ogni controllo che portò il governo nel 1992 ad introdurre una legge durissima per combattere le organizzazioni criminali che infestavano ormai persino le strade delle città giapponesi.

mercoledì 1 luglio 2020

One Night ( Shiraishi Kazuya , 2019 )




One Night (2019) on IMDb
Giudizio: 7/10

Il decimo film di Shiraishi Kazuya, uno degli autori più interessanti del recente panorama cinematografico giapponese è un potente drammone famigliare dalle tinte fosche che in qualche maniera, seppur con un genere e quindi tematiche diverse, sembra accodarsi al recente The Blood of Wolves; ispirato ad una opera teatrale di Kawabara Yuko One Night inizia con un prologo ambientato nel 2004: in una serata piovosa in un parcheggio di una compagnia di taxi di cui è proprietaria Koharu investe deliberatamente il marito e lo ammazza; il contesto famigliare che ci viene presentato in qualche flashback è quello di una famiglia tiranneggiata e abusata da un padre e marito violento che non perde occasione per maltrattare e umiliare i figli; per tale motivo Koharu compie quel gesto di liberazione pensando di rendere la vita migliore ai tre figli adolescenti; finirà in galera dove sconterà quindici anni.


Nel frattempo i figli, con la vita irrimediabilmente segnata da un simile evento, crescono senza genitori e si portano addosso le rovine della famiglia: la femmina, Sonoko, fa la squillo nei locali ed è prossima ad essere una alcolizzata, Yuji sbarca il lunario scrivendo per una rivista porno pur continuando a coltivare velleità letterarie, Daiki è balbuziente, lavora presso il negozio della moglie con la quale è in via di separazione, per cui quando quindi anni dopo vedono bussare alla porta la madre la reazione dei tre è ben lungi dall'essere quella di felicità per il ritorno della donna.
Tutti , seppur con sfumature diverse, pur continuando a detestare persino la memoria del padre, sono coscienti che il gesto della madre ha causato loro solo problemi , da tutti i punti di vista, sia socialmente per essere additati come i figli dell'assassina ed irrimediabilmente emarginati, sia personalmente per avere fatto crescere in loro una sorta di di senso di colpa e di rimorso represso.
Col ritorno della madre saranno inevitabili i confronti e gli scontri anche duri, specialmente Yuji, accusato dai due fratelli di avere usato la loro esperienza personale per tentare la via letteraria: l'uomo infatti possiede registrazioni e documentazione con le quali sta tentando di scrivere un libro.
Nel finale un'altra storia parallela di famiglia disgregata che vede protagonista un tassista della compagnia va a rafforzare la tematica del rapporto genitori-figli e il nesso di causa-effetto che simile rapporto produce sulle esistenze degli uni e degli altri.
Un finale probabilmente troppo frettoloso, uno tra i pochi difetti del film, sembra lasciare spazio ad un certo ottimismo affermando l'importanza fondamentale della elaborazione personali degli eventi della vita che ci segnano.

domenica 15 marzo 2020

The Blood of Wolves ( Shiraishi Kazuya , 2018 )




The Blood of Wolves (2018) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Hiroshima, tardi anni 80, la guerra tra bande della yakuza scoppia furibonda e riaccende vecchie dispute mai sopite; tra le bande di gangster si muove il detective Shogo, vecchio marpione con tanta esperienza alle spalle e un modo di agire anticonvenzionale e talvolta addirittura non proprio limpido. A Shogo viene affiancato un giovane poliziotto che deve anzitutto capire se nel modus operandi dell'esperto collega esista qualche ombra o , peggio, qualche chiara connivenza con i gangster, riscontrando però nel contempo quanto il grande carisma di cui gode presso gli altri colleghi e gli indubbi risultati che riesce ad ottenere.
Quando mettendosi alla sue dipendenze si accorge di buste che passano di mano verso le tasche di Shogo, atteggiamenti di chiara connivenza con i malavitosi, comportamenti molto spesso al di fuori dell'etica e della legge, il giovane Shuichi si convince che il suo collega sia colluso con la yakuza in maniera pesantissima.


Il seguito del racconto arriverà quasi a ribaltare le situazioni e scoprirà una serie di drammatici retroscena.
Attraverso una pellicola che potremmo non stupirci se fosse diretta da Kitano, animata da un sapore antico, quello dello yakuza movie che raccontava l'epoca d'oro della organizzazione mafiosa giapponese, Shiraishi Kazuya costruisce un racconto che pone al centro il consueto e mille volte ripetuto sviluppo del rapporto poliziotto-mafioso, ma è soprattutto la parabola professionale e morale del protagonista a dare sostanza al film.
Attraverso la prospettiva del giovane collega Shuichi conosciamo il modus operandi di Shogo, i suoi trascorsi nella lotta contro la yakuza, episodi del passato, il suo sapersi districare con abilità tra le tane dei gangster e attraverso il cambiamento della prospettiva con cui viene visto dal collega assistiamo anche alla metamorfosi del protagonista.
Shogo incarna inizialmente il poliziotto che cerca di mantenere lo staus quo tra le bande rivali, media, organizza incontri finalizzati alla ricerca di una sofferta convivenza, ma al tempo stesso assume i caratteri del poliziotto che ormai le ha viste e vissute tutte, sostenuto da un fatalismo che lo porta a pensare che comunque la yakuza controlla la polizia, a tutti i livelli e che quindi quella è una situazione che bisogna accettare: bisogna muoversi come chi cammina su una corda, camminare avanti per potersi salvare.

martedì 7 novembre 2017

Birds Without Names ( Shiraishi Kazuya , 2017 )




Birds Without Names (2017) on IMDb
Giudizio: 8/10

Towako è una giovane donna che condivide il suo appartamento con Jinji, uomo di 15 anni più grande di lei.
Un rapporto ambiguo in cui l’uomo sembra avere il compito di proteggere in maniera ossessiva la donna; non sono una vera coppia, anzi lei detesta l’uomo che in effetti brilla per rozzezza e goffaggine; ma soprattutto Towako, che sembra un po’ il prototipo della donna scontrosamente instabile, nevrotica, sempre sull’orlo di una crisi isterica, vive ancora dei ricordi della sua storia d’amore con Kurosaki, terminata ormai otto anni prima.
Quando incontra Mizushima, un uomo sposato che le ricorda nei modi e per il fascino il suo amore mai dimenticato, Towako instaura con lui una relazione che ben presto però si rivelerà destinata al fallimento; quando poi la donna si accorge che Jinji la pedina e la tiene sotto controllo, qualcosa si mette in moto nella sua mente, soprattutto nel momento in cui viene a sapere che il suo ex fidanzato Kurosaki è scomparso da cinque anni senza lasciare traccia.


Attraverso efficaci e taglienti flashback Shiraishi ci mostra il passato sentimentale di Towako, che a ben guardare poi così roseo non è rivelando come la ragazza si trovi invischiata in un rapporto sbilanciato e di dipendenza; così come nello stesso modo sempre attraverso balzi narrativi nel passato scopriamo come Jinji si sia insinuato nella sua vita.
Riuscitissimo lavoro del regista giapponese Kazuya Shiraishi, Birds Without Names è film che mette sotto la sua lente di ingrandimento alcune tematiche che permeano la società giapponese e di conseguenza la cinematografia di quel paese: la solitudine e la paura che essa genera, la complessità dei rapporti interpersonali improntati alla dipendenza reciproca, l’amore malato nella sue forme patologiche totalizzanti.
La storia che da racconto drammatico scivola lentamente nel thriller rifulge per una regia elegante ma contenuta e sostanziale, per alcuni momenti di grande impatto cinematografico, per le tematiche tutt’altro che rassicuranti che i personaggi, tutti più o meno dei perdenti cronici, rappresentano e che creano un certo disagio e caricano il film di una cupezza dolorosa.

venerdì 9 maggio 2014

The Devil's Path ( Shiraishi Kazuya , 2013)

Giudizio: 6/10

Il Diavolo secondo il regista giapponese Shiraishi Kazuya, qui alla sua seconda opera, alberga nel profondo dell'animo umano, pronto a dare prova di sè con innegabile forza e nelle forme più variegate.
Il male è il killer che, condannato a morte, decide di raccontare al cronista altri omicidi passati impuniti; il male è l'immobiliarista senza scrupoli pronto a fare fuori chiunque , grazie all'opera del killer fuoriuscito della yakuza, pur di incassare terreni, proprietà immobiliari ed assicurazioni; il male risiede anche nel cronista che , attonito per tutto il film, abbandona al suo destino la giovane moglie e la madre demente.
Il male alberga anche nei congiunti delle vittime, spesso complici delle truffe assassine  per ripagare debiti inestinguibili.
The Devil's Path in effetti è un bel concentrato di malvagità che si estrinseca in omicidi brutali, tradimenti, stupri, torture e violenze varie, spesso senza alcun freno, al punto che diversi momenti del film risultano difficili da digerire per la loro crudezza e cattiveria.
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