giovedì 3 settembre 2026

The Chronology of Water [aka La cronologia dell'acqua] ( Kristen Stewart , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 7/10

Presentata a Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard,  The Chronology of Water (tradotto per il mercato italiano come La  Cronologia dell'acqua), tratto dal memoir omonimo di Lidia Yuknavitch, è l'opera prima  di Kristen Stewart, attrice americana già da tempo sul proscenio grazie alla sua collaborazione con alcuni tra i registi più affermati. La cronologia dell'acqua non è un film che si lascia guardare , anzi in alcuni tratti , vuoi per la forte carica introspettiva, vuoi per il ritmo tutt'altro che frenetico, può anche risultate ostico; è però un film che si lascia attraversare, come un corpo immerso controvoglia in una corrente che non si può controllare. 
Kristen Stewart, al suo esordio dietro la macchina da presa dopo anni di onorata carriera come attrice presso alcuni dei registi più esigenti del cinema d'autore contemporaneo, sceglie per il proprio debutto un materiale che più autobiografico e più scomodo non potrebbe essere: la vita di Lidia, nuotatrice agonista da bambina, figlia di un padre violento e manipolatore, poi giovane donna smarrita nella tossicodipendenza e negli amori sbagliati, infine scrittrice che trova nella parola scritta l'unico argine possibile contro l'autodistruzione. È una materia incandescente, ed è proprio dal modo in cui Stewart sceglie di maneggiarla che nasce tanto il fascino quanto i limiti dell'operazione.La prima cosa che colpisce, e che resta impressa per tutta la visione, è la struttura temporale del film, radicalmente anti-lineare. Stewart non racconta la vita di Lidia procedendo per capitoli ordinati — infanzia, adolescenza, età adulta — ma la fa esplodere in frammenti che si rincorrono, si sovrappongono, si contaminano a vicenda. Un gesto della Lidia adulta può innescare, per pura risonanza fisica o emotiva, il ricordo improvviso della bambina che nuotava in piscina sotto lo sguardo esigente e predatorio del padre; una scena di intimità disturbata nel presente può franare senza preavviso in un flashback dell'infanzia, come se il corpo della protagonista non avesse mai smesso di essere, contemporaneamente, quello di allora e quello di oggi. Questa scelta non è un vezzo stilistico fine a se stesso: è la traduzione visiva di come funziona realmente la memoria traumatica, che non progredisce in linea retta ma torna, si ripete, si sovrappone al presente fino a renderlo indistinguibile dal passato. Il montaggio, spesso associativo più che narrativo, lavora per assonanze d'acqua, di luce, di pelle, costruendo una trama sensoriale che punta a farci sentire la disgregazione interiore della protagonista più che a spiegarcela.



È qui che il film tocca il suo nucleo più autentico e più doloroso: il racconto della violenza domestica subita da Lidia fin dall'infanzia, mai mostrata in modo compiaciuto o gratuito, ma restituita per accumulo di dettagli — uno sguardo, un tono di voce, un silenzio della madre che sa e non interviene — che si sedimentano nello spettatore esattamente come si sono sedimentati nella psiche della protagonista. Stewart evita, ed è un merito non scontato per un'opera prima, la tentazione di trasformare l'abuso in spettacolo: preferisce suggerire, lasciare fuori campo, far parlare le conseguenze piuttosto che l'atto in sé. Questa è una lezione appresa evidentemente da un cinema d'autore frequentato a lungo come interprete, e restituita ora con voce propria.
Dall'infanzia devastata discende, con coerenza quasi clinica, la seconda grande tematica del film: la forza oscura e autodistruttiva che accompagna Lidia nella sua vita adulta, fatta di dipendenze, relazioni tossiche, gravidanze interrotte, corpi usati come armi contro se stessi. Il film non giudica mai questa spirale, non la moralizza, ma la osserva con una empatia feroce, quasi fisica: la macchina da presa si fa complice del disordine della protagonista, ne adotta il ritmo sfrangiato, i respiri interrotti, gli sguardi persi. È un cinema che rifiuta la catarsi facile e preferisce restare nell'ambiguità della sopravvivenza, che non è mai un percorso lineare verso la guarigione ma un'oscillazione continua tra ricadute e piccoli, faticosi passi avanti.
Ed è proprio in questo terreno accidentato che emerge il terzo e più significativo strato tematico dell'opera: la scrittura come strumento di risalita dagli abissi della disperazione. Il film costruisce, con crescente insistenza mano a mano che si avvicina al finale, l'idea che raccontare ,mettere in parole il proprio dolore, dargli una forma, per quanto frammentaria e imperfetta ,sia l'unico atto capace di restituire a Lidia un controllo sulla propria storia che le era stato sottratto fin da bambina. 
Non è un caso che il film stesso, nella sua forma spezzata e ricomposta, sembri mimare il processo di scrittura della protagonista: scrivere, per Lidia, significa riappropriarsi cronologicamente e narrativamente di eventi che nella vita reale l'hanno travolta senza permetterle di comprenderli. 
La struttura non lineare del film, dunque, non è soltanto una scelta stilistica ma diventa essa stessa il soggetto: guardiamo una donna che impara a raccontarsi, e il film che stiamo vedendo è, in un certo senso, il prodotto di quell'apprendimento. L'acqua del titolo, elemento che accompagna ogni fase della vita di Lidia , dalla piscina agonistica dell'infanzia ai bagni catartici dell'età adulta , diventa metafora coerente di questo doppio movimento: elemento che può travolgere e annegare, ma anche elemento che purifica e permette di riemergere.
Detto questo, sarebbe disonesto non riconoscere che l'ambizione strutturale del film, per quanto affascinante nelle intenzioni, non sempre trova un pieno controllo nella realizzazione. 
Stewart, alla sua prima prova da regista, dimostra un coraggio non comune nel rifiutare le scorciatoie della biografia canonica, ma in più di un'occasione il film sembra smarrire il proprio filo conduttore: alcuni segmenti temporali si accavallano senza che la loro giustapposizione produca un reale guadagno di senso, certe transizioni sembrano dettate più dall'istinto che da una visione registica pienamente padroneggiata, e il ritmo generale, specie nella seconda parte, tende a diluirsi in una ripetizione di stati d'animo che rischia di stancare più che di ipnotizzare. È il limite tipico di chi, alla prima opera, osa più di quanto la propria mano sia ancora in grado di sostenere con piena disinvoltura: la sceneggiatura, scritta dalla stessa Stewart, a tratti fatica a distinguere tra frammentazione necessaria e dispersione accidentale.
Eppure, ed è qui che va reso merito alla regista, anche nei momenti in cui il film sembra perdersi tra i propri flussi temporali, non perde mai di vista il proprio centro emotivo e tematico. Che si tratti di una scena d'infanzia o di un episodio dell'età adulta, che la narrazione proceda per associazioni oscure o per salti bruschi, il messaggio di fondo , cioè la possibilità di trasformare il trauma in materia narrabile, e dunque in qualcosa che può essere infine attraversato anziché solo subito , resta sempre percepibile, quasi fosse la corrente sotterranea che tiene insieme le acque agitate in superficie. 
È un film imperfetto, a tratti disordinato, che chiede allo spettatore un atto di fiducia e di pazienza; ma è anche un film onesto, capace di una sincerità rara nel trattare l'abuso e la sua eredità psichica, e sorretto da un'interpretazione della protagonista di intensità straordinaria, capace di reggere da sola il peso emotivo di una costruzione narrativa così esposta.
Nel complesso, La cronologia dell'acqua si configura come un esordio ambizioso e sinceramente imperfetto, che sceglie la difficoltà anziché la comodità, e che proprio per questo merita rispetto più di quanto meriterebbe un debutto tecnicamente più levigato ma privo di rischio. Kristen Stewart non ha ancora trovato una piena padronanza della propria voce registica, ma ha già trovato, ed è forse la cosa più importante, la propria urgenza espressiva: quella di raccontare, senza sconti né consolazioni gratuite, come si possa nuotare — letteralmente e metaforicamente — per non annegare del tutto.

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