Giudizio: 8/10
In una notte come tante altre nella pianura veneta, Doriano e Carlobianchi , due cinquantenni squinternati e alla ricerca spasmodica dell'ultimo bicchiere che diventa però subito dopo il penultimo, si mettono in viaggio da un bar all'altro, da un locale all'altro, in un vagabondare senza meta apparente tra le strade illuminate dai neon e i capannoni industriali che punteggiano il territorio. In effetti debbono andare a prendere un amico che torna dopo essere partito diversi anni prima per l'Argentina e il loro vagabondare alcolico diventa una sorta di fuga dalla realtà; nel loro peregrinare incontreranno un giovane studente che si aggregherà a loro formando un terzetto improbabile. Dietro l'apparente leggerezza di questa fuga notturna, fatta di risate, bevute e cameratismo, si cela il tentativo di ciascuno di loro di sfuggire, almeno per qualche ora, ai fallimenti e alle delusioni di un'esistenza che non ha mantenuto le promesse fatte e il ritorno dell'amico dal Sud America sarà anche un evento che svelerà ulteriormente il loror fallimento. Il film segue il loro peregrinare attraverso una provincia trasformata in un paesaggio quasi irriconoscibile, sospeso tra il ricordo di un mondo contadino ormai scomparso e la realtà anonima di un territorio ridotto a pura infrastruttura, restituendo il ritratto di un'umanità che cerca nella notte una salvezza precaria e provvisoria.
Proprio in questo rimando continuo si annida il secondo grande tema del film, quello del fallimento personale che i protagonisti cercano disperatamente di tenere a distanza. Sossai costruisce personaggi che portano addosso, più o meno visibilmente, il peso di esistenze non riuscite: relazioni interrotte, progetti mai portati a termine, un rapporto con il lavoro e con il denaro che si è incrinato o che non ha mai davvero preso la forma sperata. Ma la cosa più interessante, e più dolorosa, è la strategia che questi uomini adottano per convivere con tale fallimento: non l'elaborazione, non il confronto, bensì la regressione a un registro adolescenziale. Le risate fragorose, le sfide da bar, il cameratismo chiassoso, persino certe piccole millanterie e vanterie da ragazzi, sono la corazza con cui i protagonisti si proteggono dalla consapevolezza della propria età adulta fallita. È un meccanismo di sopravvivenza commovente e insieme inquietante: tornare adolescenti, o fingere di esserlo ancora, per non dover fare i conti con ciò che si è diventati, o non diventati ( quel richiamo tra il bonario e il dimesso del vecchio che gli chiede quando mai diventeranno adulti è nella sua semplicità e quasi ovvietà, uno dei momenti più intensi di tutto il film); Sossai osserva questa dinamica senza mai ridicolizzarla del tutto, ma nemmeno assolvendola: la racconta con la giusta distanza critica, lasciando che sia lo spettatore a percepire, dietro la risata, la crepa. È una salvezza fittizia, sappiamo che non potrà durare, eppure capiamo perché i personaggi vi si aggrappino con tanta ostinazione: è l'unica forma di leggerezza che sono in grado di procurarsi.
Il terzo tema, forse il più originale e il più politicamente rilevante dell'intero film, riguarda la rappresentazione del paesaggio veneto non più come campagna nel senso tradizionale, idillico o comunque riconoscibile del termine, ma come una vera e propria infrastruttura.
Sossai filma capannoni industriali, rotonde, strade statali illuminate al neon, distributori di benzina aperti nella notte, centri commerciali ai margini dell'abitato, con la stessa attenzione compositiva che un regista dedicherebbe a un paesaggio naturale. È una scelta che ha un valore quasi documentario e insieme fortemente simbolico: la campagna veneta, storicamente identità agricola e poi motore del cosiddetto miracolo economico del Nordest, è oggi un territorio che ha perso ogni connotazione bucolica per diventare puro spazio funzionale alla produzione e al consumo, un tessuto continuo di capannoni e svincoli in cui è sempre più difficile distinguere dove finisca la città e dove cominci la campagna. Questa trasformazione, che Sossai osserva con occhio quasi antropologico, non è mai raccontata con toni di facile nostalgia per un mondo contadino scomparso, ma con la lucidità di chi comprende che quello che si è perso non è tanto un paesaggio quanto un senso di appartenenza, una possibilità di identificazione dell'uomo con il proprio territorio. E qui sta la vera forza del film: quella che a prima vista può sembrare una vicenda squisitamente provinciale, legata a una specifica geografia e a una specifica temperie economica e sociale del Nordest italiano, si rivela in realtà una parabola universale sulla trasformazione di ogni margine del mondo occidentale in territorio infrastrutturale, anonimo, indistinguibile, privo di quella dimensione simbolica che un tempo il paesaggio offriva a chi lo abitava. Non è un caso che, guardando certe inquadrature notturne di rotonde deserte e insegne luminose, si possa pensare tanto alla provincia veneta quanto a qualsiasi periferia industriale d'Europa o, ancor di più degli Stati Uniti con tanto di locali squallidi lungo le strade dove si scimmiottano balli americani e strimpellate alla chitarra in stile folk: Sossai, partendo dal particolare più minuto e circoscritto, arriva a toccare una condizione globale.
Infine, il film si distingue per lo sguardo complesso e sfaccettato che il regista rivolge alla propria terra, uno sguardo che si potrebbe definire di severo affetto, o forse di affettuosa severità: non c'è mai, in Sossai, la tentazione di un giudizio sprezzante verso i suoi personaggi e verso il mondo che li circonda, ma nemmeno la tentazione opposta di un'indulgenza consolatoria. Il regista conosce bene quella terra, ne comprende le contraddizioni, ne registra con attenzione l'apparente ricchezza economica, il benessere diffuso, l'operosità, ma sa vedere, dietro questa superficie di efficienza e prosperità, le sacche di solitudine, di marginalità, di disagio che quella stessa ricchezza produce e al tempo stesso occulta. È un ritratto che rifiuta sia la retorica del Nordest operoso e virtuoso sia quella, altrettanto semplificatoria, della provincia come luogo di sola desolazione: Sossai restituisce piuttosto la complessità di un territorio che ha guadagnato in benessere materiale quanto ha perso in coesione sociale e in senso comunitario, dove il denaro non basta a colmare il vuoto esistenziale di chi non riesce più a trovare un ruolo, un significato, un futuro dentro quello stesso sistema che pure lo ha reso, statisticamente, benestante. È un cinema che sa farsi carico della contraddizione senza risolverla, e proprio in questa capacità di tenere insieme affetto e critica risiede la maturità dello sguardo di Sossai.
Nel complesso, Le città di pianura è un film che riesce nell'impresa non facile di essere insieme leggero e grave, comico e malinconico, latore di un profondo messaggio sociale circoscritto in una geografia molto precisa e insieme capace di parlare a una condizione più ampia e diffusa.
La regia si muove con naturalezza tra i toni da commedia notturna e i momenti di silenziosa desolazione, senza mai forzare la mano verso il dramma esplicito né verso la macchietta regionale, con una efficacissima colonna sonora curata da Krano, cantautore autoctono più che interessante. Ne esce un ritratto che, proprio per la sua apparente modestia di ambizioni, per la scelta di raccontare uomini comuni in luoghi comuni con un linguaggio cinematografico sobrio e mai ostentato, riesce a raggiungere una verità più profonda di tanto cinema più esplicitamente ambizioso.
Il cast è composto da un terzetto capace di rendere al massimo: Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla e Filippo Scotti , sono eccellenti nel regalare tre personaggi difficili da dimenticare , soprattutto per la loro tragicomica carica di umanità a volte dolorosa.
È un film che merita attenzione, sicuramente tra i migliori del nostro panorama del 2025 come dimostrano i vari David di Donatello vinti, non solo per chi conosce quei luoghi, ma per chiunque voglia interrogarsi su cosa significhi oggi abitare i margini di un mondo che ha smarrito la propria dimensione simbolica per diventare pura funzione, puro passaggio, pura infrastruttura, anche se poi alla fine l'importante è che ci sia sempre l'ultima da bere.
Le città di pianura, secondo film di Francesco Sossai, è un film che si presenta sotto le mentite spoglie di una commedia notturna e picaresca, ambientata tra i bar, le sagre, ristoranti chiusi e le strade di provincia del Veneto, ma che nasconde, sotto la superficie scanzonata, una riflessione amara e lucidissima sulla condizione di un'intera regione, e per estensione di un intero modo di vivere occidentale contemporaneo. Sossai racconta il vagabondare notturno di uomini di età diverse, uniti da un legame di amicizia e da un comune bisogno di fuga, in un territorio che il regista conosce bene, essendo egli stesso originario di quei luoghi, e che filma con uno sguardo che oscilla continuamente tra l'affetto e la denuncia, tra la tenerezza per i suoi personaggi e la severità nei confronti del mondo che li ha prodotti.
Il primo elemento che colpisce, e che costituisce l'ossatura narrativa del film, è la ripresa del genere on the road, qui declinato non nella forma classica dell'attraversamento di grandi spazi americani, ma in quella più dimessa e circoscritta del vagabondare in automobile tra le città minori e i paesi della pianura veneta, quelle città di pianura appunto che separano le Dolomiti dal mare.
Eppure la scelta di Sossai non è affatto un ridimensionamento del genere, quanto piuttosto una sua traduzione critica: il viaggio non è più conquista di un altrove, ma circolarità nevrotica, un girare a vuoto tra bar aperti fino a tardi e locali che si somigliano tutti, in cerca di qualcosa che i personaggi stessi non sanno bene definire. La strada, che nella tradizione del genere è sempre stata metafora di scoperta di sé e di possibilità di reinvenzione, qui diventa piuttosto il sintomo di un'impossibilità di fermarsi, di guardare in faccia la propria vita; il movimento sostituisce la stasi che spaventa, il chiacchiericcio da bancone sostituisce l'introspezione, è un on the road che ha perso la sua carica utopica ma ne conserva intatto il bisogno, la fame di un altrove che possa essere anche solo il locale successivo, la serata che si prolunga, l'ennesimo giro in macchina prima di tornare a casa, o meglio, prima di rimandare ancora una volta il ritorno a casa.
Il primo elemento che colpisce, e che costituisce l'ossatura narrativa del film, è la ripresa del genere on the road, qui declinato non nella forma classica dell'attraversamento di grandi spazi americani, ma in quella più dimessa e circoscritta del vagabondare in automobile tra le città minori e i paesi della pianura veneta, quelle città di pianura appunto che separano le Dolomiti dal mare.
Eppure la scelta di Sossai non è affatto un ridimensionamento del genere, quanto piuttosto una sua traduzione critica: il viaggio non è più conquista di un altrove, ma circolarità nevrotica, un girare a vuoto tra bar aperti fino a tardi e locali che si somigliano tutti, in cerca di qualcosa che i personaggi stessi non sanno bene definire. La strada, che nella tradizione del genere è sempre stata metafora di scoperta di sé e di possibilità di reinvenzione, qui diventa piuttosto il sintomo di un'impossibilità di fermarsi, di guardare in faccia la propria vita; il movimento sostituisce la stasi che spaventa, il chiacchiericcio da bancone sostituisce l'introspezione, è un on the road che ha perso la sua carica utopica ma ne conserva intatto il bisogno, la fame di un altrove che possa essere anche solo il locale successivo, la serata che si prolunga, l'ennesimo giro in macchina prima di tornare a casa, o meglio, prima di rimandare ancora una volta il ritorno a casa.
Proprio in questo rimando continuo si annida il secondo grande tema del film, quello del fallimento personale che i protagonisti cercano disperatamente di tenere a distanza. Sossai costruisce personaggi che portano addosso, più o meno visibilmente, il peso di esistenze non riuscite: relazioni interrotte, progetti mai portati a termine, un rapporto con il lavoro e con il denaro che si è incrinato o che non ha mai davvero preso la forma sperata. Ma la cosa più interessante, e più dolorosa, è la strategia che questi uomini adottano per convivere con tale fallimento: non l'elaborazione, non il confronto, bensì la regressione a un registro adolescenziale. Le risate fragorose, le sfide da bar, il cameratismo chiassoso, persino certe piccole millanterie e vanterie da ragazzi, sono la corazza con cui i protagonisti si proteggono dalla consapevolezza della propria età adulta fallita. È un meccanismo di sopravvivenza commovente e insieme inquietante: tornare adolescenti, o fingere di esserlo ancora, per non dover fare i conti con ciò che si è diventati, o non diventati ( quel richiamo tra il bonario e il dimesso del vecchio che gli chiede quando mai diventeranno adulti è nella sua semplicità e quasi ovvietà, uno dei momenti più intensi di tutto il film); Sossai osserva questa dinamica senza mai ridicolizzarla del tutto, ma nemmeno assolvendola: la racconta con la giusta distanza critica, lasciando che sia lo spettatore a percepire, dietro la risata, la crepa. È una salvezza fittizia, sappiamo che non potrà durare, eppure capiamo perché i personaggi vi si aggrappino con tanta ostinazione: è l'unica forma di leggerezza che sono in grado di procurarsi.
Il terzo tema, forse il più originale e il più politicamente rilevante dell'intero film, riguarda la rappresentazione del paesaggio veneto non più come campagna nel senso tradizionale, idillico o comunque riconoscibile del termine, ma come una vera e propria infrastruttura.
Sossai filma capannoni industriali, rotonde, strade statali illuminate al neon, distributori di benzina aperti nella notte, centri commerciali ai margini dell'abitato, con la stessa attenzione compositiva che un regista dedicherebbe a un paesaggio naturale. È una scelta che ha un valore quasi documentario e insieme fortemente simbolico: la campagna veneta, storicamente identità agricola e poi motore del cosiddetto miracolo economico del Nordest, è oggi un territorio che ha perso ogni connotazione bucolica per diventare puro spazio funzionale alla produzione e al consumo, un tessuto continuo di capannoni e svincoli in cui è sempre più difficile distinguere dove finisca la città e dove cominci la campagna. Questa trasformazione, che Sossai osserva con occhio quasi antropologico, non è mai raccontata con toni di facile nostalgia per un mondo contadino scomparso, ma con la lucidità di chi comprende che quello che si è perso non è tanto un paesaggio quanto un senso di appartenenza, una possibilità di identificazione dell'uomo con il proprio territorio. E qui sta la vera forza del film: quella che a prima vista può sembrare una vicenda squisitamente provinciale, legata a una specifica geografia e a una specifica temperie economica e sociale del Nordest italiano, si rivela in realtà una parabola universale sulla trasformazione di ogni margine del mondo occidentale in territorio infrastrutturale, anonimo, indistinguibile, privo di quella dimensione simbolica che un tempo il paesaggio offriva a chi lo abitava. Non è un caso che, guardando certe inquadrature notturne di rotonde deserte e insegne luminose, si possa pensare tanto alla provincia veneta quanto a qualsiasi periferia industriale d'Europa o, ancor di più degli Stati Uniti con tanto di locali squallidi lungo le strade dove si scimmiottano balli americani e strimpellate alla chitarra in stile folk: Sossai, partendo dal particolare più minuto e circoscritto, arriva a toccare una condizione globale.
Infine, il film si distingue per lo sguardo complesso e sfaccettato che il regista rivolge alla propria terra, uno sguardo che si potrebbe definire di severo affetto, o forse di affettuosa severità: non c'è mai, in Sossai, la tentazione di un giudizio sprezzante verso i suoi personaggi e verso il mondo che li circonda, ma nemmeno la tentazione opposta di un'indulgenza consolatoria. Il regista conosce bene quella terra, ne comprende le contraddizioni, ne registra con attenzione l'apparente ricchezza economica, il benessere diffuso, l'operosità, ma sa vedere, dietro questa superficie di efficienza e prosperità, le sacche di solitudine, di marginalità, di disagio che quella stessa ricchezza produce e al tempo stesso occulta. È un ritratto che rifiuta sia la retorica del Nordest operoso e virtuoso sia quella, altrettanto semplificatoria, della provincia come luogo di sola desolazione: Sossai restituisce piuttosto la complessità di un territorio che ha guadagnato in benessere materiale quanto ha perso in coesione sociale e in senso comunitario, dove il denaro non basta a colmare il vuoto esistenziale di chi non riesce più a trovare un ruolo, un significato, un futuro dentro quello stesso sistema che pure lo ha reso, statisticamente, benestante. È un cinema che sa farsi carico della contraddizione senza risolverla, e proprio in questa capacità di tenere insieme affetto e critica risiede la maturità dello sguardo di Sossai.
Nel complesso, Le città di pianura è un film che riesce nell'impresa non facile di essere insieme leggero e grave, comico e malinconico, latore di un profondo messaggio sociale circoscritto in una geografia molto precisa e insieme capace di parlare a una condizione più ampia e diffusa.
La regia si muove con naturalezza tra i toni da commedia notturna e i momenti di silenziosa desolazione, senza mai forzare la mano verso il dramma esplicito né verso la macchietta regionale, con una efficacissima colonna sonora curata da Krano, cantautore autoctono più che interessante. Ne esce un ritratto che, proprio per la sua apparente modestia di ambizioni, per la scelta di raccontare uomini comuni in luoghi comuni con un linguaggio cinematografico sobrio e mai ostentato, riesce a raggiungere una verità più profonda di tanto cinema più esplicitamente ambizioso.
Il cast è composto da un terzetto capace di rendere al massimo: Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla e Filippo Scotti , sono eccellenti nel regalare tre personaggi difficili da dimenticare , soprattutto per la loro tragicomica carica di umanità a volte dolorosa.
È un film che merita attenzione, sicuramente tra i migliori del nostro panorama del 2025 come dimostrano i vari David di Donatello vinti, non solo per chi conosce quei luoghi, ma per chiunque voglia interrogarsi su cosa significhi oggi abitare i margini di un mondo che ha smarrito la propria dimensione simbolica per diventare pura funzione, puro passaggio, pura infrastruttura, anche se poi alla fine l'importante è che ci sia sempre l'ultima da bere.

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