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sabato 6 dicembre 2025

No Other Choice [aka Non c'è altra scelta] ( Park Chanwook , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 8.5/10

No Other Choice ( pedissequamente tradotto in Non c'è altra scelta nella versione italiana) di Park Chan-wook —autore che torna a Venezia giusto 20 anni dopo Lady Vendetta, è un’opera che, manifesta con forza la cifra estetica e morale del suo autore il quale dimostra ancora una volta di trovarsi a suo agio anche al di fuori del suo ambito cinematografico nazionale.
Il film, ispirato al romanzo The Ax di Donald E. Westlake e già portato sullo schermo col titolo Cacciatore di teste da Costa Gravas cui Park dedica la sua opera, racconta la storia di You Mansu (interpretato da un eccellente Lee Byung-hun), un uomo che, dopo aver dedicato 25 anni della sua vita a un’industria cartaria, viene improvvisamente licenziato in seguito ad una riorganizzazione dettata dai nuovi proprietari americani della industria. 
Di colpo, la sua sicurezza economica, la sua posizione sociale, la quotidianità della famiglia — basata su uno status acquisito — vengono spazzate via. In un mercato del lavoro feroce e implacabile, in un Paese dove la competizione è spietata e i posti sempre più rari, Mansu decide di reagire a modo suo: architetta un piano spietato per ottenere un nuovo impiego, una sorta di gioco ad eliminazione.
Questa parabola al limite dell’assurdo — eppure tragicamente credibile — è l’asse attorno a cui ruota il film, che, pur partendo da una premessa quasi grottesca su cui Park indugia molto mostrando il suo consueto humor nero e sarcasmo, si trasforma progressivamente in un poderoso atto di denuncia sociale e di riflessione esistenziale che culmina in un finale agrodolce nel quale si sedimenta tutto il dramma della vicenda.
Uno dei temi centrali di No Other Choice è come il lavoro, nella società contemporanea , e in particolare in quella sudcoreana, con le sue pressioni economiche e sociali e la sfrenata competitività , non sia solo un mezzo di sostentamento, ma l’asse intorno a cui ruota la dignità individuale, l’identità, lo status. Per Mansu la perdita del lavoro non è una semplice “perdita di stipendio”: è un’“ascia” che tronca le aspirazioni, cancella certezze, distrugge gerarchie familiari. 
Il film evidenzia come, di fronte alla precarietà e all’“ottimizzazione” spietata del capitale, ogni elemento identitario ( mestiere, posizione, abitazione, ruolo di capofamiglia ) diventi fragile.
La narrazione scava nella paura  molto reale  della discesa sociale: la perdita del lavoro significa non solo crollo economico, ma perdita di status, vergogna, impotenza. Mansu teme non solo per sé, ma per la sua famiglia, per il tenore di vita, per il futuro dei figli. La tensione sociale, la competitività esasperata, la scarsità di opportunità rendono quasi inevitabile la deriva verso la disperazione che si concretizza nella rinuncia alle automobili, agli indici dello status sociale agiato quale le lezioni di tennis della moglie, persino l'abbandono dei cani "perchè non ce la facciamo a sfamare tutte queste bocche".
Il film mette in luce il crollo delle certezze e le conseguenze psicologiche — gelosia, tensioni, sfiducia — che si intrecciano col senso di colpa e la percezione di impotenza. La disgregazione non è solo materiale, ma morale e familiare. 


In questo scenario, la morale tradizionale  è schiacciata dalla logica della sopravvivenza. Nel film, “non c’è altra scelta” diventa la frase-salvezza: un alibi che giustifica il tradimento, la menzogna, persino l’omicidio e che al contempo, paradossalmente è anche quello che dicono al protagonista nel momento in cui chiede spiegazioni sul licenziamento: "non abbiamo altra scelta" , un mantra che vale per chi subisce e per chi invece mette in atto l'azione.
Il fatto che ogni personaggio, direttamente o indirettamente, pronunci quella frase rende evidente come la crisi del lavoro e del mercato abbia effetti sistemici: non solo su un individuo, ma su un intero tessuto sociale, dove la competizione diventa guerra, e la sopravvivenza un “diritto” da conquistare a qualsiasi prezzo. 
Il film non è quindi solo un dramma individuale, ma una radiografia crudele e impietosa  di una società che sacrifica l’umano sull’altare del profitto, dell’efficienza, del rendimento; relativamente a questo aspetto non può non tornare in mente la lotta di classe che Bong Joonho racconta in Parasite opera cui per qualche aspetto il film di Park sembra avvicinarsi.
Una delle caratteristiche più riuscite di No Other Choice è la miscela di humour nero, assurdo e violenza ,un cocktail che, nelle mani di Park, diventa un potente strumento di satira: il film inizia quasi come una commedia nera, con battute taglienti, situazioni surreali, un primo omicidio quasi “cartoonesco” nella sua tragicomica goffaggine. 
Ma quella risata si fa sempre più amara, e la commedia sfuma nella tragedia. Il passaggio non è solo di tono, ma di profondità: la brutalità e il grottesco lasciano il posto alla disperazione, all’alienazione, alla dissoluzione dei legami. È una transizione lenta ma inesorabile, che riflette il crollo dell’interiorità umana, assediata da un sistema che svuota di senso. 
L’opera può essere vista come un attacco frontale — seppur camuffato da thriller — a quel capitalismo contemporaneo di derivazione americana ( ben sottolineato nel primum movens della vicenda) che riduce gli esseri umani a “risorse”: intercambiabili, sacrificabili, sostituibili. Il protagonista non è un “cattivo” canonico: è un uomo normale, spinto dal panico, dalla paura, dalla necessità di sopravvivere. E la sua discesa morale è presentata come possibile “da chiunque”. Così, il film espone l’assurdità e la crudeltà di un sistema che trasforma la sopravvivenza in guerra fratricida nella quale si perde ogni minimo residuo di etica e di moralità che non sia la sopravvivenza bruta
Chi conosce il cinema di Park Chanwook — dalla sua fama consolidata con svariati lavori — riconoscerà in No Other Choice una sua cifra distintiva: l’attenzione ossessiva per l’inquadratura, la composizione, la messa in scena; ogni dettaglio visivo ,dalla scenografia alla fotografia, fino al suono e al montaggio , contribuisce a costruire un mondo che vive di contrasti forti: il già visto del quotidiano e il disturbante dell’imprevisto.

lunedì 6 febbraio 2023

Decision To Leave ( Park Chanwook , 2022 )

 




Decision to Leave (2022) on IMDb
Giudizio: 9.5/10

Vincitore del Premio per la regia all’ultimo Festival di Cannes, doppiando quindi i riconoscimenti ottenuti negli ultimi 18 anni dapprima con Old Boy e quindi con Thirst, inspiegabilmente lasciato fuori dalla cinquina finale degli Oscar, nonostante sia largamente superiore a tutti quelli inseritevi, Decision to Leave , ultima fatica di Park Chanwook ,grazie alla Lucky Red, trova una distribuzione italiana stranamente tempestiva, segnale , forse, che, soprattutto per l’opera di alcune case di distribuzione un po’ più lungimiranti e meno ossessionate dal botteghino, i tempi stiano finalmente cambiando con l’idea che anche cinematografie che storicamente hanno meno penetrazione nel panorama italiano possano finalmente trovare lo spazio che meritano.
L’opera del regista coreano ci consegna una figura di cineasta definitivamente ed inequivocabilmente tra le più grandi del Cinema moderno, un autore che ha saputo percorrere sentieri variegati, a volte addirittura divergenti pur di sperimentare e di consolidare il suo concetto di cinema classico, pur partendo da opere ( si pensi alla Trilogia della vendetta) che sono state al contempo tra le più deflagranti del cinema del nuovo millennio e che hanno creato una scia di ammiratori , al limite del fanatismo, in ogni angolo del mondo.
Ma sul discorso dell’idea di Cinema di Park converrà tornare in seguito, con più attenzione , perché è uno degli argomenti più importanti che emerge da Decision to Leave in particolare, ma dall’opera omnia del regista in generale.



Il racconto del film si snoda intorno alla figura di Haejoon, stimato detective della polizia di Busan, insonne e spesso impegnato in appostamenti notturni, ossessionato dai cold case irrisolti che gli pesano sul collo come macigni, rammentati in maniera macabra da una parete  di casa interamente tappezzata di foto di cadaveri di persone che cercano ancora giustizia; il detective ha anche una vita privata, a sua volta molto ordinaria ( la moglie lo accusa di avere bisogno di omicidi su cui indagare per sentirsi vitale), in cui tutto sembra ordinato e piatto ed una moglie che si preoccupa che il loro rapporto comunque non vada in crisi.
Quando si trova ad indagare sulla morte di un uomo dal passato non proprio cristallino avvenuta per una caduta durante una scalata in montagna, Haejoon si convince subito che non si è trattato di incidente, a maggior ragione quando incontra la giovane moglie dell’uomo,Seorae, una cinese immigrata da alcuni anni in Corea, che a suo dire non maneggia ancora a pieno la lingua.
L’incontro è un fulmine a ciel sereno per il detective, anche perché , oltre alla repentina attrazione per la donna , cresce altrettanto rapidamente la convinzione che questa non sia totalmente estranea alla morte del marito.
Da qui parte un racconto che si sviluppa su vari binari, tra i quali emergono quello puramente da thriller procedurale e quello più torbido di una attrazione che si trasforma immancabilmente in una storia d’amore dove disperazione e melodramma si accavallano.
Inutile dire, come hanno fatto tutti, visto che è innegabile , che il punto di partenza di Decision to Leave è il cinema di Alfred Hitchcock, sebbene Park abbia smentito qualsiasi forma di citazione o riferimento; se è vero che la tematica in effetti ha prodotto centinaia di opere cinematografiche, è anche vero che il film di Park nel suo insieme va confrontarsi coi capolavori di stampo antico, quel cinema classico, senza tempo che rimane un archetipo cui pochi possono tendere.
Se il punto di partenza è quindi Hitchcock inteso come modello ancestrale, Decision to Leave regala in alcuni momenti le stesse emozioni del miglior Wong Karwai, quello di In The Mood For Love per intenderci, capace di raccontare come pochi un amore proibito, tribolato, sussurrato quasi con pudore ma al contempo animato da una forza e da una sensualità dirompenti.

venerdì 2 settembre 2016

The Handmaiden ( Park Chan-wook , 2016 )




The Handmaiden (2016) on IMDb
Giudizio: 8/10

Se Thirst poteva apparire come un lavoro quasi sperimentale nel quale fede e vampiri cercavano una difficile coniugazione narrativa e Stoker una divagazione occidentale con tanto di contorsione stilistica associata, The Handmaiden, proprio alla luce dei due precedenti lungometraggi ,conferma in maniera netta ed inequivocabile una sterzata spettacolare nella cinematografia di Park Chan-wook.
Alla luce di ciò va premesso che il film è caldamente sconsigliato agli orfani inconsolabili della Trilogia della Vendetta: ad oltre dieci anni di distanza dall’ultimo capitolo di quello straordinario trittico, Park è un altro regista, inutile ricercare quel cinema primordiale, cattivo, asciutto, ma ricco del suo stile rivoluzionario, perché l’evoluzione di Park ha toccato altri lidi, forse più convenzionali ma non per questo meno apprezzabili.


Leggere critiche che rinfacciano al regista di avere dimenticato la Trilogia in favore di uno stanco formalismo estetico fa pensare a certi integralismi cinematografici che nascono dal pensare che un autore debba rimanere sempre uguale a se stesso, pena l’abiura dei suoi fans.
La premessa era d’obbligo perché è alla base delle controversie che The Handmaiden ha ingenerato nel pubblico e nella critica di tutto il mondo, a dimostrazione comunque della considerazione che il regista coreano ha raggiunto, essendo stato, tra l’altro, uno dei pochi registi orientali ad uscire con le ossa intatte dal suo incontro col cinema occidentale.
Ispirato al romanzo Fingersmith della scrittrice gallese Sarah Waters, Park cambia l’ambientazione vittoriana del racconto e la trasporta nella Corea degli anni Trenta durante l’occupazione giapponese, operazione che gli consente di gettare uno sguardo su un periodo storico e su una sanguinosa contrapposizione tra Corea e Giappone che nel cinema coreano degli ultimi due anni è stata finalmente affrontata squarciando il velo di doloroso pudore col quale i coreani tendono a nascondere quell’epoca storica; sebbene The Handmaiden non sia propriamente un film storico, indubbiamente Park il dito nella piaga della occupazione giapponese ce lo affonda, seppur a modo suo.

domenica 9 giugno 2013

Stoker ( Park Chan-wook , 2013 )

Giudizio: 7/10
La mano di Park c'è, la storia zoppica

L'esordio lontano dalla natia Corea di Park Chan-wook era uno degli appuntamenti cinematografici più attesi di questo scorcio del 2013: co-prodotto dal defunto Tony Scott e basato su una sceneggiatura di Wentworth Miller, Park dirige in America questo psyco-thriller sul quale incombono un paio di equivoci che è bene risolvere subito.
Il presunto riferimento hitchcockiano dello script è forzatissimo, basato solo su qualche analogia nell'intreccio narrativo; la stessa sceneggiatura,al di là dei riconoscimenti ricevuti, oltre ad esser deboluccia ha un peculiare gusto occidentale nel suo svolgimento, motivo per il quale riconoscere quelle che sono le tematiche care  al Park che tutti conosciamo sarà particolarmente difficile, molto più semplice pensare ad un Polanski ad esempio.
Fatte queste debite premesse Stoker è nel complesso un thriller che in più parti scricchiola nonostante alcuni momenti , che sembrano derivare più dalla sola ed autentica mano del regista, in cui si respira l'aria conturbante del grande Cinema.
India Stoker è una diciottenne cui la morte del padre proprio a ridosso del suo compleanno sembra aprire definitivamente le porte sulla vita e sul mondo; la madre è una fredda e incostante donna che sembra tutt'altro che affranta dal lutto piovuto addosso; fra di loro piomba uno zio, il fratello del defunto, di cui nessuno conosce l'esistenza e che si installa nella casa andando a scompaginare un fragilissimo equilibrio famigliare mettendo i piedi una sorta di morboso triangolo alimentato dal sospetto e dal dubbio.

domenica 27 dicembre 2009

Three...extremes ( Fruit Chan , Park Chan-wook , Takashi Miike , 2004 )


*****
Tris d'assi, tris di ossessioni

Presentato a Venezia con immancabile scia di polemiche (per lo più fuori luogo), il film ripete l'esperimento già riuscito con Three , di cui è formalmente un proseguimento : mettere assieme tre fra i più validi e visivamente provocatori registi orientali per confezionare un thriller in tre parti tra loro svincolate.
Dumplings di Fruit Chan è senz'altro il più bello, quello più completo nel suo insieme nonchè il più duro e disturbante: la ricerca dell'eterna giovinezza attraverso la consumazione di ravioli ripieni di tritato di feti umani. Zia Mei, moderna fattucchiera, possiede la ricetta per sanare l'ossessione femminile per la giovinezza da mantenere a tutti i costi; si rivolge a lei Qing ex attrice ormai avviata ad una inevitabile maturità che vede sfuggirle di mano il marito che la tradisce con donne giovani e belle. L'iniziale disgusto di fronte all'orrido pasto si tramuta quindi in una sorta di dipendenza, visti pure i risultati; il finale drammatico da un lato e ammiccante dall'altro lascia più di un punto interrogativo.
Chan dirige il corto con maestria consumata, soffermandosi su particolari che potrebbero essere orridi ma che di fatto risaltano solo per la vivacità cromatica; affronta senza mezze misure quella che anche in oriente ormai è una mania , mostrandoci Qing quasi come una versione femminea di Faust, a tutto disposta pur di placare la propria folle ossessività.
Cut di Park Chan-wook narra la storia di una vendetta (tanto per cambiare...) : quella dell'attore mediocre, fallito che scatena la sua violenza contro chi ha fama, talento, denaro e che non mostra alcun lato negativo di sè, impersonificato dalla figura di un regista cinematografico. Per metterla in atto trasporta il malcapitato e la moglie nello studio cinematografico che riproduce la casa del regista, infliggerà torture indicibili alla moglie, umilierà il regista accusandolo di essere privo di difetti e di cattiveria e il finale, con colpo di scena, sarà in perfetto stile Park col sangue che si disperde sul pavimento a scacchiera.
Se dal punto di vista tecnico il film è magnifico (basti pensare alla scena iniziale) con la consueta regia provetta di Park, dall'altro manca qualcosa in fatto di consistenza della storia che appare un po' deboluccia, avendo come risultato la netta sensazione che Park stavolta abbia voluto semplicemente mettere in piedi un magnifico esercizio di stile.
Box di Takashi Miike , tra i tre, risulta il più enigmatico e al contempo il più intigante, così sospeso tra sogno e realtà , condizione nella quale Kyoko, giovane scrittrice di successo, si trova: il sogno di una scatola sotterrata che la contiene che si interrompe sempre allo stesso punto. Dietro ciò c'è il senso di colpa per la morte della sorellina quando lavoravano in un circo come illusioniste e il morboso rapporto col patrigno dal quale lei non si è ancora liberata.
Un finale in bilico tra attività onirica e realtà sembrerà far quadrare il cerchio, ma il dubbio su cosa sia stato sogno e cosa realtà rimarrà sospeso.
Miike è bravissimo con la regia, offre riprese molto belle pur nella loro essenzialità, gioca col sogno e con la vita reale di Kyoko senza risolvere l'enigma, ma solo mostrandoci il potere destruente del senso di colpa e del rammarico.
Tre film, tre ossessioni che ognuno saprà metabolizzare secondo la propria sensibilità ed esperienza, sapientemente stimolate dalla forza visiva e narrativa di tre grandi registi.

martedì 10 novembre 2009

Thirst ( Park Chan-wook , 2009 )


Giudizio: 8/10
Amore e vampiri

Dopo la parentesi "leggera" di I'm a cyborg but that's ok , Park torna sui suoi passi e ci riconduce a tematiche più drammatiche e pregnanti: questo Thirst , attesissimo, è tutta farina del sacco del regista coreano, nelle tematiche e nell'impatto visivo.
Storia di vampiri che racchiude in sè molteplici facce, ci appare più come uno scandaglio che cerca, scova e porta alla luce drammi e conflitti, percuote la coscienza religiosa e soprattutto rappresenta l'amore, quello carnale, tragico, sofferto.
Il prete che con sommo spirito altruistico va in Africa come volontario per testare un vaccino contro una sconosciuta e terribile malattia e ne ritorna miracolato ma vampiro è il davide che combatte il fato-golia: con la fede cerca di contrastare la sua sete di sangue, non uccide , si abbevera alle flebo dei malati terminali, combatte la bestia che sente crescere dentro di sè; ma quando a ciò si aggiunge il richiamo della carne rappresentato dalla giovane moglie di un suo amico d'infanzia, la lotta è impari e non c'è fede che tenga e gli amplessi si susseguiranno perfino sui letti d'ospedale accanto ad un comatoso. La donna sarà il suo Caronte per l'inferno, si dichiara atea e quindi al di fuori dei problemi morali, e non contenta spingerà il prete-vampiro all'omicidio del marito e alla quasi morte della suocera, ridotta a vegetale.
La parabola quindi volge al termine: divenuto vampiro perchè voleva fare del bene , si ritrova, seppure macerato da colpe , ad essere amante diabolico e assassino, in balia della ragazza divenuta anch'essa vampira per sua colpa: colpa indotta dall'amore e dal desiderio di renderlo immortale.
Un finale di fortissimo impatto visivo darà un senso di compiuto: con un atto estremo, l'amore, dolorosissimo, trionferà anche agli inferi.
Park è bravissimo a girare un film difficilmente classificabile nell'ambito dei generi tradizionali : è senz'altro un grande film d'amore carnale e fisico in cui i due protagonisti mettono in gioco tutto ciò che hanno, condito da riflessioni sulla religione e sui rapporti umani, con una fortissima carica emotiva ed un impatto visivo potentissimo; ma soprattutto da ancora una volta dimostrazione di una grandezza stilistica con una regia formidabile, con ambienti ben studiati e con inquadrature splendide (la scena della madre che rivela come in realtà sia morto il figlio, gioco di sguardi e piccoli movimenti sui volti, è a dir poco spettacolare).
Menzione meritano i due protagonisti principali: Song Kang-ho nel ruolo del prete che va affermandosi sempre più come uno tra i più bravi ed eclettici attori coreani e Kim Ok-bin fantastica nel ruolo della ragazza , capace di dare vita ad una femme fatale che buca lo schermo.
Non siamo probabilmente ai livelli di Old Boy, ma la capacità di Park nel raccontare storie che colpiscono e affascinano è comunque sempre la stessa, per un altro capolavoro c'è tempo.



lunedì 19 ottobre 2009

I'm a cyborg but that's ok ( Park Chan-wook , 2006 )


Giudizio: 7.5/10
Commedia poetica

Con uno strabiliante salto mortale carpiato ad altissima difficoltà, il grande Park abbandona la vendetta e il suo cinema duro per gettarsi anima e corpo in una commedia in cui si fondono surreale, poesia e profonda umanità; lo fa però a modo suo, con un lavoro quasi sperimentale, che a dire il vero in alcuni tratti rivela anche qualche pecca e una verbosità che non è propria del regista, e con una tecnica scintillante e policromaticamente abbagliante.
La storia narra di una adolescente rinchiusa in un manicomio (che nulla ha a che vedere con quello di "Qualcuno volò sul nido del cuculo") in quanto convinta di essere un cyborg con tanto di circuiti e fili: qui vedremo una pittoresca carrellata di personaggi che abitano l'istituto, tutti, ovviamente con comportamenti che denotano il loro disagio psichico. La nostra cyborg è convinta che non deve mangiare altrimenti si rovinano i ciruiti, parla solo con la macchinetta che distribuisce le bevande e con una radio costruita artigianalmente; unica persona che le starà vicino fino ad divenirne amica è un ladruncolo che asserisce di saper rubare qualcosa dall'animo delle persone , che si lava sempre i denti e che teme di scomparire dal mondo. Tra i due sboccerà, nonostante l'animo cyborg ed asettico della ragazza, anche un tenero affetto. Un finale un po' confuso forse e sicuramente ottimista metterà il punto ad una storia che Park è bravissimo a mantenere su binari di leggerezza con spunti poetici noetvoli, in cui descrive con la consueta grazia e sensibilità l'universo della diversità , della fantasia (forse) malata, la leggerezza dello spirito libero, la visione del mondo e dei sentimenti non unipolare. Si concede solo un paio di scene (immaginate tra l'altro) che hanno la sua impronta indelebile che sono lo sfogo fantastico della ragazza decisa ad uccidere tutti i medici e gli infermieri del manicomio usando armi micidiali che spuntano dai polpastrelli delle dita; è solo una licenza poetica in un contesto etereo, delicato che un Maestro come Park può tranquillamente concedersi.

venerdì 4 settembre 2009

Joint Security Area ( Park Chan-wook , 2000 )


Giudizio: 9/10
La sottile linea di confine


La Joint Security Area altro non è che il confine a livello del 38° parallelo che divide le due Coree, costantemente presidiato dalle forze armate dove la vita scorre col dito perennemente sul grilletto, dove i soldati si fronteggiano a pochi metri uno dall'altro e dove un misterioso fatto di sangue rischia di scatenare una guerra: un duplice omicidio si consuma negli alloggi dei soldati del nord esito, sembrerebbe, di una solitaria incursione di un sergente del sud. La faccenda viene gestita in maniera neutrale da un ufficiale svedese e da una soldatessa svizzera di origini coreane: la verità come sempre è un caleidoscopio di menzogne più o meno studiate che conduce alla convinzione che per mantenere la pace meglio non sapere la verità.
Park questa volta va a fondo pesantemente e con decisione su un tema difficile e doloroso, molto sentito da tutti i coreani,costruisce una storia di amplissimo respiro ma fatta , al contempo, di storie personali; tratteggia le ostilità politiche e sociali come momenti di grande dolore e di dissesto interiore, contrappone la ragione di stato al sentire comune dei coreani che non riescono a capire come un fratello che parli la stessa lingua, abbia le stesse usanze, viva nello stessa penisola, debba essere considerato come un acerrimo nemico da abbattere: tutto ciò crea sgomento, rancore profondo , ostilità repressa verso una situazione frustrante.
Il film ci presenta i soldati al confine come delle vittime della politica, ed in questo effettivamente c'è un accenno di facile demagogia che viene facilmente sotterrata dal grande senso intimistico che la storia assume in quasi tutta la sua durata. C'è un lacerante senso di umanità e di pietas nel raccontare l'amicizia che va oltre anche le più invalicabili frontiere, pur se rappresentate solo da una striscia di cemento; la Joint security area è una zona franca per i sentimenti, una zona che mette a nudo verità nascoste, un limite che sta solo sulla carta e non nelle persone che ci vivono.
Avvalendosi di un ottimo cast , di un budget notevole e delle sue enormi capacità figurative Park crea un film potente, bello, molto duro , capace di ferire in modo profondo, costruito su piani narrativi che si intersecano , si fondono e si disgiungono e arrichito da momenti di altissimo Cinema: su tutte la scena dei soldati che si sputano al confine a dimostrare la labilità e la fallibilità di quella linea.
Il finale sarà drammatico, pessimista e stupendo insieme, impregnato di un senso di morte come unica via di uscita, immortalato in una istantanea che racconta tutto, basta leggerlo negli occhi dei protagonisti.

sabato 20 giugno 2009

Mr Vendetta - Sympathy for Mr. Vengeance ( Park Chan-Wook , 2002 )


Giudizio: 8.5/10
Vendetta atto primo


La vendetta insegue la vendetta, il carnefice diventa vittima sacrificale, la spirale si avviluppa su se stessa senza fine; tutto sembra già scritto: il sordomuto dai capelli verdi alienato dal lavoro che accudisce la sorella malata e bisognosa di trapianto di rene, motivo per cui si rivolge ai criminali trafficanti d'organi, senza con ciò poter salvare la ragazza e che impugna la mazza da baseball e parte a testa bassa alla ricerca dei malfattori; il suo datore di lavoro, cui il sordomuto rapisce la figlia allo scopo di poter pagare l'ospedale alla malata; i compari della fidanzata e complice del sordomuto appartenente ad un gruppo sovversivo. Tutti si inseguono , si cercano, si trovano si affrontano , si torturano, si ammazzano. Tutti personaggi perdenti, a modo loro, persi dietro a disagi, malattie , problemi coniugali, rivoluzioni utopiche che trovano nella vendetta l'unico, estremo motivo di esistenza, pietrificati nel dolore e nella certezza che altra via non esiste.
E la mano di Park dipinge , a tratti scolpisce, con perfezione e rigorosità la vicenda, senza cadere in sentimentalismi, senza venire mai meno al principio morale che lega tutta la storia: la vendetta è una gabbia angusta che soffoca, pesa come un macigno, paralizza, possiede senza tregua , ossessiona fino al punto di desiderare di possedere la vittima (il sordomuto, con un certo qual aspetto macabro e grottesco assieme, divora i reni dei trafficanti d'organi dopo essersi fatto giustizia). E' cinema duro questo,senza compromessi, cinema per chi sa soffrire e per chi vuole vedere nel fondo del baratro umano ; un cinema di sofferenza,di disagio,di viscere straziate e di cuore gonfio e il regista non ci nega nulla, non si lascia impietosire e non ci vuole rassicurare; lo fa con la solita magnificenza tecnica, con scene curatissime nei dettagli, con colori che penetrano gli occhi lacerandoli , con il risultato di regalarci un film bellissimo e potente che fa anche male , ma è quel male che a noi amanti del Grande Cinema esalta e delizia.
Basteranno mai le parole per spiegare quanto grande è questo genio coreano e quanto grandioso sia l'affresco che dipinge con la trilogia della vendetta? Non credo, almeno finchè i nostri organi lacerati nel profondo, alla fine dei suoi film, non riusciranno a parlare con voce propria.

Lady vendetta ( Park Chan-Wook , 2005 )


Giudizio: 8/10
Vendetta atto terzo : l'incesto


C'è la banda pagliaccesca ad aspettarla fuori dal carcere dove ha vissuto per 13 anni dopo essere stata costretta ad accusarsi per un efferato delitto, c'è il tofu bianco che le viene offerto: "Vai a farti fottere" è la risposta di Geum-ja la dolce; e allora capiamo subito come andrà a finire.
E' lei l'eroina di questa storia di vendetta, stavolta al femminile (che più femminile non si può) di Park. Ed è una storia che ha come vizio d'origine quello di seguire lo stupefacente Old Boy: secondo la regola aurea filmica, anche stavolta confermata, il bis non c'è.
Il film è tecnicamente grandioso, perfetto, girato con una maestria che non lascia più alcun dubbio sulle capacità di questo straordinario cineasta: i giochi coi flasback, i volti dei protagonisti, l'uso dei colori a volte caravaggesco altre volte cubista, il montaggio che alterna momenti di azione ad altri di intimismo, ora onirico ora grottesco, il tutto legato in una maniera che riempie gli occhi e che incanta.
Ma la storia , stavolta, non penetra, non sferza come in Old Boys, troppo incestuoso il legame tra colpa-vendetta-espiazione (che pure nel precedente strisciava nel profondo) e poi il tutto visto nell'ottica femminea , forse troppo incline a risvegli di lirismo,molto spirituale, è vero, ma mancante di violenta forza d'impatto.
Park stavolta cerca anche la morale (la durezza della vendetta individuale rispetto a quella del gruppo, i vendicatori che lasciano il numero di conto per riavere i soldi dei riscatti e che alla fine quindi tanto candidi nell'anima non sono).
Sia chiaro, il film è bello nel suo complesso, eccelso per l'aspetto tecnico, ma forse c'è troppo "bianco" e qualcuno probabilmente continua a preferire la vendetta "amorale", fine a se stessa, che non sia via espiatrice alla salvezza, quella dolorosa che lascia squarci irreparabili.

Old boy ( Park Chan-Wook , 2004 )


Giudizio: 9.5/10
Vendetta sublime

Finisce il film, passano i titoli di coda, lo sguardo segue le montagne innevate, ma nella mente scatta furiosa l'idea: potrebbe essere Eschilo l'autore di questa tragedia; perchè di tragedia a canone classico si tratta. La colpa, la vendetta, l'incesto gettati sullo schermo con la violenza e la grandiosità che potrebbero essere proprie di un antico dio implacabile, spietato.
Il senso di libertà privata si insinua in tutto il film, il rincorrersi del senso di colpa e della vendetta si fanno strada con fragore e con cattiveria, tutto gioca a stabilire un pathos che non ti lascia neppure dopo avere visto l'ultimo istante della pellicola. Dove finisce la vendetta e inizia la colpa? Può diventare una l'altra anche dopo tanto , troppo tempo?
Park elabora in maniera sublime questo rincorrersi e narra una storia che è l'apoteosi dell'Uomo imprigionato non da catene ma dal suo anelito di vendetta, da mille angosciose domande, da infiniti dubbi che corrodono, fino allo squarcio di un pallido sole che illumina la verità; e lo fa con una maestria tecnica e con una sensibilità artistica che lasciano stupefatti, con la bocca incapace di articolare parole ma con i sensi sconvolti, feriti, laceri. Questo è Cinema che prende , che tocca tutti i punti sensibili, che squassa, che crea una marea montante di tensione alla faccia dei tanti thrilleristi da parrocchia che popolano il mondo della celluloide. Questo è il grande Cinema di un grande  Maestro figlio di una cinematografia per troppo tempo tenuta nell'ombra.
Park gioca coi flashback , li interseca col presente, crea una delle scene più belle e struggenti del cinema moderno in un doppio binario narrativo nel momento topico del film all'interno della scuola; anche i cattivi di Park hanno un'anima e un cuore: ognuno ha qualcosa di cui liberarsi, come tutti noi, l'importante è farsi le domande giuste, perchè " domande sbagliate, portano a risposte sbagliate...."
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