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venerdì 21 novembre 2025

Le verità ( Kore'eda Hirokazu , 2019 )

 



IMDB

Giudizio: 7.5/10

Kore-eda Hirokazu arriva per la prima volta in Europa con Le verità, film che conserva il garbo riflessivo del suo cinema ma lo rotea volutamente verso un palcoscenico occidentale: una grande diva del cinema (Catherine Deneuve) nella sua villa parigina, una figlia sceneggiatrice (Juliette Binoche) sposata con un attore americano tornata dopo anni, e una serie di visite e confessioni che smuovono memorie, omissioni e menzogne. 
Quel che Kore-eda mette in scena non è tanto un “giallo” della verità oggettiva quanto una partitura delicata e stratificata sul rapporto tra finzione e vita, su come il mestiere dell’attore , e l’atto di raccontare , possano rimodellare l’identità, i valori e perfino la percezione della verità stessa.
Al cuore del film c’è un’interrogarsi sottile e costante: fino a che punto l’attore, nel dar voce a personaggi e memorie, finisce per imporre una propria versione del reale sulle persone che lo circondano? Kore-eda sviluppa questo quesito attraverso la figura della diva , una donna la cui fama è costruita su ruoli che, per il pubblico e talvolta anche per lei, finiscono per sovrapporsi alla persona. L’attore diventa dunque un agente di verità (o di falsità): la sua interpretazione può rivelare, occultare, tradire. È la recitazione che porta a galla ricordi sopiti, che piega i fatti in funzione di un’immagine più vendibile o più sopportabile.
La protagonista (Fabienne nella pellicola) incarna la tensione fra persona pubblica e intimità privata: il suo passato, il suo essere madre e donna di spettacolo, è un “testo” continuamente riletto e reinterpretato. 
La figlia, che si trova a raccontare e ricostruire eventi, offre la voce del racconto che cerca la verità , ma la verità emerge sempre filtrata, mediata da memoria, risentimento, narrazione personale. Kore-eda ci ricorda che la verità non è solo un dato fattuale, ma una costruzione fragile e plurale.
L’azione è largamente confinata nella villa-residenza della protagonista, scelta registica che trasforma il film in una specie di racconto da camera. Questo spazio chiuso funziona da lente: i dialoghi, gli sguardi, i piccoli gesti guadagnano peso; i conflitti familiari e professionali si concentrano e si intensificano. 
Kore-eda usa l'ambiente domestico come set drammaturgico , la quotidianità diventa palcoscenico e la casa stessa un teatro delle illusioni. La villa, con i suoi corridoi, le stanze affrescate, gli specchi, è luogo di prova: qui si mettono in scena memorie, si fanno prove di verità, si recitano giustificazioni.
Questa economia di spazio ricorda i migliori “film di salotto” europei  e allo stesso tempo conserva l’attenzione ai dettagli relazionali tipica del regista giapponese. Lo scontro tra intimità e spettacolarità si gioca in pochi ambienti, ma ogni inquadratura è calibrata per far emergere la rete di affetti ambivalenti, l’imbarazzo e la complicità che legano madre e figlia.
Kore-eda costruisce la narrazione per strati: conversazioni che sembrano banali diventano rivelatrici; flash di memoria si insinuano come piccoli terremoti emotivi. Non c’è un’unica rivelazione risolutiva ma una progressiva sedimentazione di punti di vista. Questa scelta strutturale sottolinea la natura multiforme della verità: non la cerchiamo come un enigma da risolvere, ma la scopriamo come risultato di ascolto, confronto, spesso di fraintendimenti che però dicono qualcosa di autentico su chi parla.



La sceneggiatura privilegia i dialoghi misurati, gli scambi a volte ironici, che consentono agli attori di scavare nelle sfumature; il ritmo è lento ma attentamente modulato: Kore-eda concede tempo alla parola, ai silenzi, ai ritorni su un episodio che assume nuovi significati mano a mano che emergono altre testimonianze. È una struttura che riflette il suo cinema precedente (la sua inclinazione per il realismo riflessivo e le famiglie allargate), ma qui la posta in gioco è più meta-cinematografica: come si costruisce una narrazione, quali interessi la modellano.
Anche girando in Europa, Kore-eda non rinuncia alla propria cifra: la macchina da presa è discreta, spesso statica, attenta ai volti, ai piccoli movimenti che tradiscono emozioni. Tuttavia, lavorare con attrici del calibro di Deneuve e Binoche e inserirsi in un contesto francese introduce nel film una nuova tessitura stilistica , un certo gusto per la mise-en-scène più teatrale, per l’eleganza degli scorci domestici e per la parola come performance. Il risultato è un equilibrio tra la delicatezza minimalista che conosciamo e un registro stilistico più esplicito, più “francese-parigino” che a tratti ricorda in maniera decisa Francois Ozon, che non stride ma arricchisce l’opera.
Questa operazione cross-culturale ha un altro esito importante: Kore-eda dimostra una capacità di adattamento rara , accoglie il linguaggio e la teatralità occidentali senza subirle né snaturarsi. Il film funziona proprio perché riesce a mediare due tradizioni: la sensibilità intimista giapponese e la cultura del grande attore europeo che è al centro del racconto.
Le interpretazioni sono il vero cuore pulsante del film. La diva anziana riesce a incarnare il paradosso tra magnetismo pubblico e vulnerabilità privata; la figlia, con erranze emotive e sarcasmo, rappresenta la mediazione fra affetto e risentimento. Gli incontri con altri personaggi (partner, amici, colleghi) agiscono come specchi che riflettono versioni diverse di uno stesso fatto, costringendo lo spettatore a navigare fra prospettive discordanti.
Kore-eda dirige gli attori con mano lieve: sa quando chiedere il grande gesto e quando lasciare che un minuto sguardo dica tutto. Il tema del “ruolo che condiziona la vita” diventa evidente quando la carriera e le scelte dell’attrice si rivelano come elementi che hanno plasmato , e magari deformato , le relazioni familiari.
Una delle questioni morali più pregnanti del film è la responsabilità connessa al raccontare: chi ha il diritto di narrare la vita dell’altro? Quali omissioni sono giustificabili? 
Kore-eda ci mette davanti a dilemmi etici: l’arte libera, ma può ferire; la memoria sopravvive, ma si corrompe. Il regista invita a considerare la verità come qualcosa che ha conseguenze pratiche sulle vite delle persone: rivelare o tacere non è un esercizio puramente intellettuale, ma una scelta che incide sui rapporti, sulla dignità, sul futuro.

sabato 27 gennaio 2024

Monster ( Kore-eda Hirokazu , 2023 )

 




Monster (2023) on IMDb
Giudizio: 9/10

Quattro anni è durata la lontananza cinematografica di Kore-eda Hirokazu dal suo Giappone: l'esperienza francese prima e coreana poi , oltre a portare in dote il consueto bagaglio di premi e riconoscimenti, ha dimostrato come il regista sia stato capace di produrre due opere  apprezzabili, non cadendo nella trappola che troppo spesso, soprattutto per i registi asiatici, si è dimostrata l'esperienza all'estero e soprattutto in Europa.
Il Festival di Cannes, dove Kore-eda è abituale ospite, ha tributato a  Monster il Premio per la migliore sceneggiatura, scritta da Yuji Sakamoto, unica pellicola, insieme a Moborosi , la sua opera prima, in cui il regista non figura anche come sceneggiatore e dove ha ricevuto giudizi dalla critica positivi.
La storia, che presenta un tripartitura informale ma strutturalmente chiarissima e di cui parleremo poi, inizia con un incendio che divora un palazzo di una città di provincia giapponese, da un balcone una giovane donna e un ragazzino osservano e quest'ultimo chiede " se ad un uomo trapiantano il cervello di un maiale , è un essere umano o un maiale? " , stupita della domanda la donna chiede chi gli ha detto una cosa simile , e il ragazzo risponde che è stato un insegnante della scuola che frequenta.
In questo microscopico prologo e nelle parole del ragazzo c'è il centro della tematica che sta alla base di Monster.



Saori è la mamma di Minato, ragazzino che frequenta quelle che da noi sono le scuole medie, il padre del ragazzo è morto giovane ed il figlio vive ancora nel mito paterno, ma negli ultimi giorni la madre si accorge che Minato si comporta stranamente: è scontroso, silenzioso, tende ad isolarsi e soprattutto ha dei segni sul corpo che lascerebbero intendere a qualche percossa ricevuta, solo dopo numerose insistenze e di fronte a una mezza ammissione del ragazzo, Saori si convince che il figlio abbia subito maltrattamenti da un insegnante per cui si reca alla scuole per chiedere spiegazioni e di fronte all'ammissione molto formale da parte della preside, in presenza del presunto colpevole, Hori, appunto uno degli insegnanti della classe di Minato, Saori pretende una spiegazione che sia meno omertosa da parte della scuola, da parte loro gli insegnanti sostengono che Minato sia violento con alcuni compagni e che si comporti da bullo.
Appare subito chiaro insomma che la situazione è ben lungi dall'essere ben definita e molti dubbi permangono su come siano andate realmente le cose, anche in funzione delle testimonianze degli altri alunni della scuola; sta di fatto che Minato appare troppo spesso come un soggetto problematico e l'unico compagno che frequenta è Yori, un ragazzino mansueto dal sorriso intriso di tenerezza.
Quando si cominciano a profilare i contorni della storia che sembrano emergere da una fitta coltre di nebbia narrativa e che sembrano portare verso ipotesi inquietanti, torniamo da capo, all'incendio del palazzo , e quello che avevamo visto e ascoltato fino ad allora non era altro che la prospettiva di Saori; a questa seguirà , come un rewind programmato , la prospettiva del maestro Hori, e poi quella di Minato.
Quasi un thriller insomma, che però del thriller non ha nulla se non questo riuscitissimo , e tutto sommato anche abbastanza utilizzato, gioco di prospettive, di sguardi, di verità , di supposizioni che pone il film sotto una luce ben diversa da quella che si era strutturata nella prima parte.
Se la struttura filmica di Monster, sostenuta da una attenta e misurata , come sempre , regia di Kore-eda è un po' il cardine narrativo su cui si regge la storia, i contenuti dell'opera sono molteplici e ci offrono uno sguardo un po' diverso da parte del regista: non inganni il ricorso ad una storia di ragazzini e famiglie a pezzi che costituisce il marchio di fabbrica del cinema di Kore-eda perchè questa volta c'è dell'altro in Monster, una sorta di deriva annunciata , verso altre tematiche che siano anche innovative per il cinema del regista giapponese.
Cosa è dunque Monster? L'opera di Kore-eda è un film sulla diversità, sulla percezione di questa e sulla sua accettazione , individuale e sociale; spesso sentiamo dire nel film "Io sono il mostro" da uno dei due  ragazzini protagonisti della storia quasi ad esorcizzare l'epiteto che nasconde omofobia, razzismo, grettezza, ma soprattutto è il racconto di una lotta per scindere in maniera netta il binomio diversità-malattia, attraverso una critica sociale alla scuola e alla famiglia ; la prima per il suo patetico formalismo ( la scena degli incontri di Saori con il preside e gli insegnanti è al limite del surreale , pur tenendo in considerazione quanto i giapponesi siano legati alle loro ritualità sociali) la seconda per la sua forza destruente nel colpire i più giovani attraverso padri alcolizzati e storie di abbandono; la difesa della diversità contro il bullismo e la violenza diventa quindi anche la critica feroce del perbenismo e della omogeneizzazione della società.

lunedì 1 agosto 2022

Broker ( Koreeda Hirokazu , 2022 )

 




Broker (2022) on IMDb
Giudizio: 8/10

Il 2018 segna l’anno di svolta nel percorso cinematografico di Koreeda Hirokazu , regista che fino a quella data si era dimostrato come il cineasta che maggiormente richiamava alla mente i grandi autori del cinema classico nipponico; in quell’anno Cannes lo incorona con la Palma d’Oro per Un affare di famigli (Shoplifters) , sdoganandolo da quel ruolo di regista di nicchia molto connotato col suo paese d’origine ma inevitabilmente tagliato fuori dal percorso cinematografico occidentale al di fuori dei festival.

Con i lavori seguenti Koreeda perde progressivamente quella sua magnifica unicità, non perdendo comunque la capacità di costruire un Cinema di altissima qualità e di grande sensibilità, fino a intraprendere, come molti cineasti asiatici negli ultimi anni, la sua sfida con l’occidente e il suo sistema cinematografico: dapprima Le Verità, presentato sempre a Cannes e non poteva essere altrimenti considerato lo sforzo fatto dai transalpini per promuovere e produrre il film, e ora Broker (tralascerei per pudore l’incomprensibile titolo italiano…), girato in Corea del Sud, mostrano un regista che pur cercando di mantenersi fedele a se stesso, affronta la prova del confronto con altri mondi cinematografici, l’Europa da una parte, la Corea dall’altra, forse la cinematografia asiatica più sui generis riguardo al suo sistema generale.




La premessa appare indispensabile, perché costituisce un momento importante per la valutazione e il giudizio dell’ultima opera del regista giapponese, anche perché , tanto per rimanere fedele alle tematiche a lui più care, la storia si occupa di un problema sociale in evoluzione quale quello dell’abbandono dei neonati da parte delle madri.

La storia infatti inizia con l’immagine di una giovane che lascia sui gradini di una chiesa un infante, proprio di fronte ad una baby box, versione moderna della ruota degli esposti utilizzata nel passato per abbandonare i figli indesiderati; una mano più pietosa infilerà il neonato nella scatola  al caldo e con la musichetta di una ninna nanna e dall’altra parte due imbroglioni, uno dei quali vestito da prete, si appropriano del bambino: sono infatti due soci che si occupano del traffico di neonati cercando di piazzarli presso famiglie che non hanno figli.

Sin dall’inizio abbiamo davanti i protagonisti di questa storia: Soyoung è la giovane madre che ha deciso di liberarsi del figlio ma che vuole assicurarsi che gli venga trovata una buona sistemazione, Sanghyeon e Dongsoo sono i due compari, Soojin è la mano pietosa che infila il neonato nella box, una poliziotta che è sulle tracce dei trafficanti. 

La storia diventa ben presto una variante della caccia in stile guardie e ladri, road movie scalcagnato all’interno del quale si crea una famiglia surrogata e fittizia unita dal comune senso di sconfitta nella vita e carica di un passato duro che ogni tanto torna a galla: la madre snaturata, i due compari imbroglioni ma ricchi di una umanità quasi commovente, la poliziotta che poi tanto nemica e cattiva non è e il marmocchio aggregato di straforo alla comitiva, sembrano in certi momenti usciti fuori da una di quelle commedie all’italiana  in stile I soliti ignoti, il tutto perché Koreeda riesce in una impresa mirabolante a ben pensarci, e cioè mettere in piedi una storia su una tematica così dura e pregnante e svilupparla come una commedia agrodolce che spesso strappa un sorriso di compiacimento nel vedere una umanità e una compassione così debordante senza essere stucchevole.

Questa è indubbiamente una delle doti di Koreeda che maggiormente conosciamo: la sua prospettiva in cui al centro c’è sempre spazio per l’infanzia, per la famiglia (quella distrutta e quella fittizia), per i legami che si creano sull’affinità della propria condizione , per lo scollamento della società con la realtà famigliare e per la critica sociale (qui meno accentuata a dire il vero).

venerdì 21 settembre 2018

Un affare di famiglia [aka Shoplifters] (Koreeda Hirokazu , 2018 )



Shoplifters (2018) on IMDb
Giudizio: 8/10

Con la conquista della Palma d'Oro all'ultimo Festival di Cannes anche Koreeda Hirokazu entra finalmente nell'Olimpo dei grandi registi contemporanei: 27 anni di carriera da cineasta caratterizzati da 18 lavori trovano il loro riconoscimento a livello di grande rassegna cinematografica e di pubblico più vasto grazie a Un affare di famiglia; e come spesso accade, soprattutto per gli autori orientali, vedi Lav Diaz l'anno scorso alla Mostra Cinematografica di Venezia, il riconoscimento non arriva di certo col migliore film della vasta cinematografia dell'autore giapponese.
Un affare di famiglia, titolo molto poco convincente scelto per la distribuzione italiana, è lavoro che presenta molte delle tematiche care a Koreeda, seppur trattate e sviluppate con una spontaneità e una originalità inferiore ai suoi migliori lavori.


In una casa tradizionale giapponese fatiscente della periferia vive un curioso nucleo famigliare composto da una anziana donna , due sue nipoti, il convivente di una di esse ed un ragazzino senza genitori; sbarcare il lunario non è semplice perchè l'unico vero introito sicuro è la pensione della anziana donna, visto che gli altri componenti della piccola comunità svolgono lavori precari e ben poco retribuiti, motivo per cui la pratica del taccheggio nei negozi è diventata una metodica di sopravvivenza. Proprio al ritorno da una di queste spedizioni  l'uomo ed il ragazzino trovano per strada una bambina abbandonata e infreddolita cui offrono riparo nella loro casa.
La ragazzina porta addosso i chiari segni di maltrattamento oltre che psicologici anche fisici e quindi diventa ben presto un nuovo membro della famiglia, visto che nessuno ne ha denunciato la scomparsa e la ragazzina tutto vuole tranne che tornare dai suoi genitori.
Con una notevole maestria nel muovere la macchina da presa negli angusti spazi della casa Koreeda ci mostra sprazzi di vita di questo gruppo di persone, mettendoci un po' alla volta a conoscenza delle dinamiche che li hanno spinti a condividere lo stesso tetto, nonostante la mancanza di un vero legame famigliare: le giornate passano tra le difficoltà che una famiglia indigente incontra in una società come quella giapponese e i momenti di allegria fatti di piccoli gesti di pura e semplice umanità ed empatia, fino a quando a forza di scavare piano con una narrazione sempre misurata e in seguito ad un evento imprevisto le verità che si celano dietro le storie personali vengono drammaticamente a galla.

martedì 10 aprile 2018

The Third Murder ( Koreeda Hirokazu , 2017 )




The Third Murder (2017) on IMDb
Giudizio: 8/10

Dopo venticinque anni di carriera cinematografica che ha avuto momenti di altissima qualità e al diciassettesimo lavoro (compresi cinque documentari), Koreeda Hirokazu approda ad un genere mai sperimentato prima: The Third Murder è infatti una pellicola che si muove nel più classico sentiero del thriller giudiziario, orizzonte mai esplorato finora dal regista giapponese, ha visto la luce nell'ultima Mostra Cinematografica di Venezia e come svariate altre opere presenti alla rassegna ha subito l'onta di essere stata ignorata dalla giuria in favore di favolette spacciate per grande cinema.
Misumi ha già scontato più di venti anni di galera per un omicidio commesso, e finisce nuovamente in carcere accusato(si) di aver barbaramente ucciso il direttore della fabbrica presso cui lavora e di averne bruciato il cadavere spinto dall'odio per l'uomo che lo aveva licenziato e dal bisogno di denaro.
Sin da subito l'uomo si autoproclama colpevole rendendo una confessione piena con tanto di movente; la sua difesa viene assunta da Shigemori giovane avvocato, incidentalmente figlio del giudice che condannò Misumi trenta anni prima.


L'avvocato, ben corazzato dal proverbiale cinismo che sembra sorreggere la categoria, sembra quasi disinteressato a scoprire i  motivi che hanno condotto il suo cliente in carcere con una accusa che potrebbe portarlo al patibolo; per lui l'importante è trovare una strategia giudiziaria che eviti la pena capitale.
Quando però attraverso degli intensi confronti nella sala visite del carcere Misumi sembra volere modificare , aggiungendo ogni volta qualche particolare, la sua versione dei fatti, in Shigemori si innesta il tarlo di volere conoscere la verità che , man mano che ci si avvicina al processo, appare sempre più variegata e inafferrabile.
Viceversa, appurato il legame che unisce in qualche modo l'uomo alla famiglia del morto, quella verità che inizialmente vediamo gettata in faccia allo spettatore nella prima della scena del film, diventa sempre un qualcosa dai contorni labili e sfocati.
Nel finale, da vero e proprio legal thriller, la verità verrà a galla, forse...
Attraverso un percorso circolare che parte dal thriller, nelle sue varie forme, Koreeda giunge al termine ad un omaggio limpidissimo di Rashomon, improntato sul concetto filosofico di verità: le varie sembianze che essa può assumere in base allo svolgimento della storia , al suo squarciare veli e ricomporli, alla riflessione su chi è investito del ruolo di appurare la vera verità amministrando la legge.

venerdì 23 dicembre 2016

After the Storm ( Kore-eda Hirokazu , 2016 )




After the Storm (2016) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Con After the Storm, transitato anche esso per Cannes, seppure nella sezione collaterale di Un Certain Regard, Kore-eda Hirokazu, prosegue nel suo ormai ventennale racconto sulle relazioni famigliari e sui loro sviluppi in rapporto al singolo individuo.
I film di Kore-eda hanno quel marchio talmente netto e inconfondibile da risultare da subito ben connotati, coerenti con la ricerca cinematografica del regista sia dal punto di vista del linguaggio che da quello dello stile.
Lungi dall'essere un limite , come da qualche parte viene riferito, la famigliarietà delle atmosfere e delle tematiche raccontate, sono per lo spettatore un modo per potersi calare senza grosse difficoltà nella trama della pellicola.
After the Storm in tal senso è l'ennesima prova della grande capacità del regista giapponese di raccontare una quotidianità talmente semplice da poter sembrare quasi banale, salvo poi accorgersi che quello a cui assistiamo è veramente il racconto di vite che dallo schermo vanno a stuzzicare le nostre corde interiori.


La storia ha per protagonista Ryota, un tempo romanziere di successo ma ormai da dieci anni svuotato di ogni ispirazione  e ridotto a svolgere un lavoro da detective privato da quattro soldi, dopo che la famiglia è andata distrutta con la separazione dalla moglie Kyoko e dal figlio Shingo che può vedere una volta al mese, giusto allo scadere del termine per pagare la rata mensile di sostentamento; come non bastasse Ryota è impelagato in maniera compulsiva con le scommesse dove sperpera quel poco che riesce a mettere insieme. Una vita insomma alla deriva, sulle orme di un padre , morto da poco, bugiardo e scommettitore incallito anche lui di cui neppure l'anziana madre che vive da sola riesce a serbare un ricordo positivo.
Ryota però ancora non riesce a farsi una ragione della separazione, spia la moglie col suo nuovo compagno e carpisce al figlio informazioni sulla donna.

lunedì 15 giugno 2015

Our Little Sister ( Kore-eda Hirokazu , 2015 )




Our Little Sister (2015) on IMDb
Giudizio: 7/10

Kore-eda Hirokazu torna a Cannes due anni dopo il successo riscosso con Like Father, Like Son che gli portò in dote il Premio della Giuria; Our Little Sister , ispirato ad un manga di Yoshimi Akida, divide fortemente la critica soprattutto perchè , almeno in apparenza, la scelta narrativa del regista si orienta verso un lavoro in cui le tematiche a lui abituali sono molto depotenziate in favore di un atmosfera molto più rarefatta e con venature meno drammatiche. 
In effetti il film , il cui titolo originario è Diario di una città di mare, si presenta veramente come una piccola cronaca famigliare: tre sorelle vivono insieme in una grande e vetusta casa nella città marittima di Kamakura, il padre le ha abbandonate quindici anni prima per rifarsi una famiglia, la madre se ne è andata subito dopo e le tre hanno dovuto crearsi il loro mondo fatto di piccole e grandi responsabilità per tirare avanti sotto la guida di Sachi, la più grande.


In occasione della morte del padre al cui funerale partecipano con ben poca convinzione , conoscono la sorella più piccola che l'uomo ha avuto da un matrimonio successivo verso la quale provano subito un tenero sentimento; la quattordicenne Suzu è una ragazzina posata, tranquilla, molto responsabile che accetta ben volentieri di andare a vivere con le sorelle nella grande casa di famiglia , dove presto imparerà a conoscerle bene: la rigorosa Sachi, surrogato materno, pilastro della casa, la inquieta e frivola Yoshino sempre alla ricerca di una rapporto amoroso che la soddisfi, la stravagante e allegra Chika che coltiva il suo singolare rapporto con l'amico appassionato di alpinismo.

martedì 18 giugno 2013

Like Father, Like Son ( Hirokazu Kore-eda , 2013 )

Giudizio: 8/10
Quale legame inseguire?

Il Premio Speciale della Giuria del Festival di Cannes, assegnato al regista giapponese Hirokazu Kore-eda è il giusto riconoscimento per un cineasta che con Like Father, Like Son è giunto al suo nono lavoro e che presenta una filmografia fatta di pellicole che quasi tutte, per un motivo o per l'altro, hanno lasciato il segno nel panorama giapponese, risultando uno degli autori più attenti soprattutto alle tematiche famigliari che come sappiamo costituiscono uno dei cardini narrativi del cinema Giapponese.
Quest'ultimo lavoro, senza dubbio non il migliore del regista, è comunque un film bello, che si contraddistingue per il suo stile inconfondibile , uno dei puni di forza del cinema di Kore-eda: è un racconto che ti aspetti e nonostante ciò è capace di stimolare l'interesse e di toccare i sentimenti.
Come spesso è avvenuto nei lavori precedenti la trama del film è piuttosto esile, con pochissimi snodi, lineare nella sua semplicità e racconta di due famiglie cui , dopo 5 anni, viene comunicato che i loro figli sono stati vittima di uno scambio (non troppo accidentale scopriremo poi) nell'ospedale dove sono nati.

lunedì 28 novembre 2011

I wish [aka Kiseki] ( Hirokazu Koreeda , 2011 )

Giudizio: 7/10
Il miracolo ipertecnologico

Dopo la straniante e surreale divagazione  sull'erotismo solitario e sulle bambole che hanno un cuore di due anni orsono con Air Doll , lavoro che aveva spiazzato la critica, Hirokazu Koreeda, volge lo sguardo indietro , rivolto alle tematiche che tanto bene e con grande sensibilità e profondità aveva indagato nei precedenti lavori: torna quindi la famiglia e l'infanzia al centro del suo racconto con un film che adagiandosi su note più da commedia, apparentemente più soavi rispetto al dramma incombente di Nobody Knows, va comunque ad indagare su tematiche molto simili.
Se è vero che lo stile narrativo scelto, più leggero e apparentemente ottimista, allontana di molto I wish dalle atmosfere di Nobody Knows e in parte anche di Still walking, al centro comunque rimane una lucida e drammatica indagine sulla disgregazione della famiglia e sul disagio dell'adolescenza; un disagio però che scatena la forza del desiderio e dei sogni che non si avverano, sia per i grandi che per i ragazzini.

lunedì 12 luglio 2010

Maborosi ( Hirokazu Koreeda , 1995 )

*****
L'esordio di Koreeda

Risale a 15 anni fa l'opera prima di Hirokazu Koreeda, un film che impone da subito il marchio di fabbrica del grande regista giapponese.
A ben leggerlo, seppur in un forma molto essenziale e stringata, contiene gli aspetti dominanti del suo cinema, ricco di una vastissima umanità e di una ampiezza di respiro quasi uniche.
Trama stringatissima: Yumiko e Ikuo vivono la loro giovane vita da sposati, con un figlio in fasce, in maniera spensierata, quasi fanciullesca, fino a quando, fulmine a ciel sereno, Ikuo muore travolto da un treno in quello che sembra un suicidio.
Anni dopoYumiko troverà un altro marito, anche lui vedovo e si trasferisce da Osaka, ma il ricordo di Ikuo continua ad essere presente e soprattutto l'assoluta incapacità di capire il motivo che lo ha spinto al gesto la assilla.

martedì 11 maggio 2010

Air Doll ( Hirokazu Koreeda , 2009 )

*****
Anche le bambole hanno un'anima

Con un film che apparentemente abbandona le riflessioni sulla morte e sulla perdita e che anzi si presenta , nella forma e nella sostanza, lieve e quasi giocoso, Koreeda torna a deliziarci con questo Air Doll , in cui una bambola gonfiabile, sublimazione della solitudine sessuale, improvvisamente prende vita e si ritrova, essere inanimato miracolato, ad assaporare la vita e i battiti del cuore.
Trama esilissima, quindi, giocata intorno alla bambola con gli occhioni sgranati che dapprima , racchiusa nel suo guscio di plastica, siede a tavola col suo proprietario, quindi ne ascolta le sue noiose chiacchiere e infine ne soddisfa gli appetiti sessuali feticistici, ora vestita da scolaretta , ora da infermiera, ora da cameriera.
I primi passi verso la finestra fino a farsi travolgere dalla vitalità della goccia d'acqua, appaiono come un battesimo laico alla vita, cui segue la curiosità e la frenesia di gustare quel nuovo istinto vitale, pronta a trasformarsi a sera di nuovo nell'oggetto del desiderio.
Una storia bellissima di solitudini, quella del cameriere feticista padrone della bambola, e quelle degli altri personaggi che Koreeda ci fa apparire nello svolgersi della storia contrapposte alla solitudine della bambola, non più tale, animata però da forza vitale ingenua e primigenia.

venerdì 7 maggio 2010

Distance ( Hirokazu Koreeda , 2001 )

***** 
Vita e morte, ricordo e dolore

Film assolutamente scarno, privo quasi di una trama, grandemente intriso però di riflessioni e di profondità ,che conferma Koreeda come uno dei più bravi cineasti nipponici, dotato di grande sensibilità e abile narratore del rapporto vita-morte.
La storia prende spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto in Giappone e narra di alcuni personaggi , tutti imparentati con i componenti di una setta, che dopo avere provocato una carneficina avvelenando gli acquedotti, si tolgono la vita in un suicidio di massa.
I protagonisti si ritrovano come ogni anno in occasione dell'anniversario sulle sponde di un piccolo lago dove le ceneri dei loro cari sono state disperse. Per un inconveniente banale quella che doveva essere una semplice scampagnata si trasforma in una giornata e una notte di profonde riflessioni e di verità scoperte, anche grazie alla presenza di uno degli apparteneneti alla setta, all'ultimo minuto scampato per sua scelta alla morte.
L'affrontare il vuoto di chi ha scelto la morte, lasciando dietro se rimpianti e vite incompiute, provoca nei loro parenti una rivisitazione della propria esistenza forse priva di qualsiasi slancio, così come il rimembrare gli ultimi momenti della vita dei loro cari assume un connotato di scoperta di un lato oscuro che a loro è rimasto nascosto e che assurge ad un ideale ricongiungimento che potrebbe lenire la sofferenza di chi è stato abbandonato.

domenica 15 novembre 2009

Even if you walk and walk ( Hirokazu Koreeda , 2008 )


Giudizio: 8/10
Lacerante saga familiare

C'è profumo di saga familiare nel nuovo lavoro di Hirokazu Koreeda: in poco meno di due ore siamo guidati con grande delicatezza e pudore nelle storie che si intrecciano nella famiglia Yokoyama, radunatasi come tradizione nel giorno dell'anniversario della morte del figlio maggiore.
Tutto l'ambiente infonde un clima di grande serenità ma man mano che proseguiamo nel racconto ci si rende facilmente conto che sotto l'armonia covano situazioni ed intrecci personali non proprio idialliaci.
Il capofamiglia è un anziano medico in pensione, burbero, ancora legato al suo lavoro che vive la delusione di non avere visto nessuno dei figli ripercorrere le sue orme professionali; la madre è una donna culinariamente dinamica che ancora cerca di insegnare alla figlia ricette e segreti di cucina e che vive di continui ed affettuosi contrasti col marito.
Il figlio maschio , restauratore che stenta ad affermarsi nel campo del lavoro, sposato con una donna vedova con figlio al seguito e la figlia femmina sposata con un cialtrone chiassoso e con prole altrettanto chiassosa che brigano per potere andare a vivere nella bella casa dei genitori; su tutti aleggia la figura del figlio morto giovane in mare nel tentativo di salvare un ragazzino che vediamo nel corso del film presentarsi in visita alla casa , come tradizione da quando il suo salvatore è morto, e che diviene l'inconsapevole bersaglio del dolore represso della madre che non allevia in minima parte, anzi rinfocola , il suo senso di colpa.
Tutto viene a galla, in modo pacato ma non per questo meno incombente: la delusione paterna, il senso di inadeguatezza e il rancore del figlio, ancora adesso troppo spesso paragonato e confuso col fratello morto, la possessività materna che si scontra con le dinamiche coniugali del figlio, la totale assenza di moralità della famiglia della figlia, il senso di strordimento del figlio della vedova che vorrebbe vedere nel marito della madre una nuova figura paterna. Tutto viene a galla e nulla si risolverà, mostrando il rimpianto per avere perso il momento adatto per sistemare le cose.
Pur non toccando le vette eccelse di Nobody knows, anche stavolta Koreeda fa centro in maniera splendida: un affresco di famiglia dilazionato in poco più di 24 ore in cui la forza dei sentimenti emerge senza fragore ma con un grande senso di rimpianto; quello che è stato ormai non è modificabile, manca il tempo e forse anche la volontà di non soffrire troppo. I fitti dialoghi sono il vero pezzo forte del film che, lungi dal soffrire di staticità,corre sullo schermo con grande grazia.
Rimane alla fine un amaro senso di incompiuto in cui la gran parte degli spettatori si rispecchierà: quante volte ci è mancato il tempo o abbiamo perso l'attimo fuggente per compiere un gesto piccolo o dire una parola? Vero, la famiglia Yokoyama avrà l'occasione l'anno seguente , al prossimo anniversario, ma intanto il tempo passa......

lunedì 2 novembre 2009

Nobody knows ( Hirokazu Koreeda , 2004 )


Giudizio: 9/10
La violenza dell'abbandono

Inizia che sembra un gioco: l'arrivo chiusi nelle valigie ,una casa tutta per loro, le faccende domestiche, la spesa da fare, leggere e studiare da autodidatti , cucinare, l'attesa del ritorno della madre , troppo affaccendata per stare dietro ai propri figli, il vivere nascosti perchè tutti pensano che là dentro vivano solo la donna con un figlio.
Ma poi il gioco diventa dramma: la madre che non torna, si assenta per lunghi periodi, Akira, il più grande, che porta da bravo ometto tutto il peso sulle spalle con diligenza prima e con ribellione poi; l'abbandono si fa tangibile, mancano i soldi, luce, gas e acqua tagliati e loro quattro che da una parte sfidano il mondo uscendo allo scoperto e dall'altra vivono la dolorosa reclusione tra piantine coltivate e sporcizia.
Finirà male, molto male con un senso di impotenza che opprime .
E' un film triste, durissimo a tratti angosciante che fa contorcere lo stomaco, è un film sulla violenza subita dall'infanzia e dall'adolescenza, non quella dell'orco cattivo, ma quella dell'indifferenza e dell'abbandono, della vita strappata al suo normale decorso, nonostante i tentativi commoventi di dare un senso di gioco e di divertimento da parte dei giovani protagonisti cresciuti troppo in fretta.
Nonostante la sobria e lucida durezza, il film appare soave e leggero in alcuni momenti, facendo accendere la speranza che il baratro prima o poi abbia fine; le quasi due ore e mezza trascorrono veloci grazie al taglio superbamente neorealista e grazie ad una regia essenziale , non invadente che lascia parlare i fatti di tutti i giorni.
Koreeda dimostra una sensibilità straordinaria soprattutto nel dirigere e mettere a loro agio i quattro giovincelli di cui due ( Yuya Yagira, premiato a Cannes , che interpreta Akira e Ayu Kitaura che da il volto a Kyoko la femmina più grande) hanno poi brillantemente intrapreso la carriera cinematografica; ma soprattutto ci sbatte in faccia quello cui può condurre lo stracciare con violenza la vita di persone indifese e lo fa con garbo e poesia, donandoci alcune scene che feriscono, fanno male e commuovono.
Il primo pensiero alla fine del film : sarebbero piaciuti quei bambini a De Sica, ne avrebbe sicuramente fatto dei piccoli eroi in qualche suo film. E gli sarebbe piaciuto anche il film, sicuro.

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