Giudizio: 8/10
Nel Kossovo pacificato sotto il protettorato dell'Onu che ha restituito la regione alla sua maggioranza albanese-musulmana dopo il ritiro delle truppe serbe, vive l'undicenne Nenad, relegato in una delle tante piccolissime enclave che nel nord del paese sono abitate dalla minoranza serba, dopo che per una beffarda legge del contrappasso la diaspora ha allontanato decine di migliaia di serbi effettuando una pulizia etnica meno sanguinosa ma non per questo meno tragica.
Nenad vive in un minuscolo villaggio di poche case e tante rovine, risultato dell'ultimo conflitto che ha percorso la ex Jugoslavia, per andare a scuola viene prelevato da un blindato delle forze dell'ONU e accompagnato in una classe dove è l'unico alunno; anche nel suo villaggio è l'unico ragazzino e vive col padre e con l'anziano nonno dopo che la madre è andata a cercare fortuna a Belgrado.
Gli sguardi che si scambia coi coetanei albanesi nascondono a stento un odio atavico represso in centinaia di anni e drammaticamente esploso con la guerra; lo stesso odio che percorre lo breve spazio che intercorre tra l'enclave e i villaggi vicini abitati da kossovari albanesi.
L'unico passatempo del ragazzino è il gioco del domino col nonno e le quattro chiacchiere col prete ortodosso della vicina chiesa.
La morte del nonno prima, cui risulta difficile persino dare i conforti religiosi e la sepoltura, e un gioco tra ragazzini finito male riaccendono la fiamma dell'odio interetnico che covava nascosta sotto le ceneri, come un eterno magma sotterraneo pronto ad esplodere alla minima scintilla.
Il finale nella periferia urbana di Belgrado dove Nenad si è trasferito per cercare di allontanare l'odio si tinge però di pessimismo solo in parte mitigato da uno spiraglio di speranza che solo le nuove generazioni possono cogliere e far crescere.