Giudizio: 8/10
A cavallo tra il 1970 e il 1975 , Fritz Honka un inquietante personaggio solitario alcolizzato e frequentatore di postriboli nel malfamato quartiere di St Pauli ad Amburgo, uccise in maniera feroce quattro donne per poi smembrarle e conservare i pezzi di cadavere dentro casa, nelle intercapedini del sottotetto o in qualche ripostiglio.
Su questo personaggio e la sua lugubre storia Fatih Akin costruisce il racconto di The Golden Glove ( uscito nelle nostre sala con lo squallidamente evocativo titolo di Il Mostro di St Pauli ), lavoro che ci restituisce, finalmente , un autore che ultimamente non aveva sempre pienamente convinto.
Riuscire a costruire una pellicola che avesse il giusto connubio tra cronaca, seppur ormai quasi storia, ,analisi sociologica e antropologica e costruzione dei personaggi non era per nulla facile, ma Akin, con un rigore narrativo e formale impeccabile riesce in maniera più che convincente a confezionare un film bello, durissimo , al limite dell'insopportabile in alcuni passaggi ma che non cade mai nell'autocompiacimento nemmeno nei momenti autenticamente gore che presenta.
Fritz Honka è descritto come una relitto umano alla deriva di una esistenza segnata da drammi famigliari, da solitudine e da alcolismo, un essere che già con il suo aspetto, che lombrosianamente parlando possiede i tratti del volto respingenti del folle violento; vive in una catapecchia insana, lurida dove l'unica cosa che non manca è l'alcol da quattro soldi che consuma in dosi industriali; frequenta un bar squallido e lurido altrettanto dove tra ubriachi, prostitute disperate e umanità votata alla deriva implacabile passa le sue giornate dopo il lavoro di scarsissimo livello che svolge.
Il bar è per lui il pulpito dove lanciare i suoi violenti strali carichi di odio e di avversione e soprattutto è il luogo di caccia dove recluta qualche disperata attempata in cerca di alcol disposta a offrirsi alle sue perversioni sessuali, tipiche dell'impotente maniaco.
Il film si apre proprio con la scena del primo omicidio nel 1970, una scena ripresa quasi fossimo dei voyeur nascosti dietro la porta della ributtante alcova che culmina con la morte della poveraccia , il suo successivo smembramento e la decisione di Honka di gettare alcuni pezzi in giro per la città e di tenerne altri in una intercapedine del sottotetto in cui vive che diventa così un immondo cimitero e deposito di pezzi umani, di cui cerca di nascondere il tanfo, in maniera ridicola, usando una selva di arbre magique.
In una progressione apparentemente inarrestabile il rito messo in piedi da Honka si ripete, non sempre le sventurate finiscono fatte a pezzi, qualcuna fa in tempo a scappare, qualcun'altra se la cava solo son una bella ripassata di botte, perchè alla fine per l'uomo l'importante non è tanto ammazzare quanto annientare e umiliare le sue estemporanee accompagnatrici; le sue vere fantasie sessuali sono rivolte verso una giovane liceale che casualmente ha incontrato e che da allora immagina nelle situazioni più perverse.
