Giudizio: 9/10
C'è un momento, nel cinema più raro e quasi magico, in cui un film smette di raccontare storie e comincia a respirare, comincia ad emanare una sensazione di vitalità, trasmette palpiti e ampi getti di aria che rinfresca e focalizza la mente sulle immagini, è il momento in cui il Cinema riesce a regalare quella meraviglia magica che ne ha fatto l'arte visiva più completa e più coinvolgente; Silent Friend di Ildikó Enyedi è esattamente questo tipo di opera: un'esperienza sensoriale e intellettuale che si deposita lentamente nello spettatore, come la linfa si muove nel legno di un albero antico, silenziosa e inarrestabile. Presentato in concorso alla 82ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nel 2025, il film ha confermato la regista ungherese come una delle voci più singolari e coraggiose del cinema contemporaneo, capace di abitare territori dove la scienza incontra la poesia e l'umano si misura con il vivente non umano.
Enyedi, che nel 2017 aveva vinto l'Orso d'Oro a Berlino con l'eccellente Corpo e anima e ottenuto una candidatura all'Oscar per il miglior film internazionale, torna con un'opera ancora più ambiziosa per struttura, durata e vastità tematica.
Silent Friend è un trittico narrativo che si svolge nella città medievale di Marburg, in Germania, attorno al giardino botanico della sua antica università. I tre segmenti si collocano in epoche diverse — 1908, 1972 e 2020 — eppure condividono un protagonista immobile e immortale: un maestoso ginkgo biloba, albero antichissimo, testimone silenzioso di oltre un secolo di vicende umane il vero nucleo pulsante del racconto, l'unico elemento sempre presente seppur nel suo lento e progressivo invecchiare diventando però sempre più maestoso; i piani temporali dopo una iniziale e quasi rigide catalogazione di epoca, tendono a scorrere uno nell'altro a sovrapporsi senza mai dare però un senso di confusione o di difficoltà a seguire la trama dell'opera.
La scelta del ginkgo non è casuale: è una delle specie arboree più antiche del pianeta, un fossile vivente sopravvissuto alle glaciazioni e alle estinzioni di massa. Enyedi fa di questo albero non soltanto il fulcro geografico e narrativo del film, ma il suo vero punto di vista. La macchina da presa, con una sensibilità straordinaria, si muove attorno alla pianta come se ne avesse paura e rispetto insieme, come si farebbe con una creatura che osserva e giudica. Ed è proprio questo capovolgimento dello sguardo il gesto più radicale e bello dell'opera: non siamo noi a osservare la natura, ma è la natura, attraverso le fronde giganti dell'albero a osservare noi.
Il primo segmento, dal punto di vista temporale storico, è ambientato nel 1908 e segue Grete, una giovane donna interpretata da Luna Wedler bravissima , che riesce a iscriversi al prestigioso dipartimento di botanica dell'università, in un'epoca in cui le donne erano ancora largamente escluse dal mondo accademico scientifico. Girato in bianco e nero su pellicola 35mm, questo capitolo ha la texture delle fotografie d'epoca, una qualità quasi tattile nell'immagine che evoca il peso della storia e la durezza delle convenzioni. Grete deve combattere ogni giorno contro il disprezzo dei colleghi e la condiscendenza dei professori, eppure è lei a portare nel racconto lo sguardo più puro e diretto sul mondo vegetale, uno sguardo non ancora mediato dalle ideologie del progresso o dalle macchine della modernità. Luna Wedler ha vinto il Premio Marcello Mastroianni come miglior attrice emergente proprio a Venezia, e la sua performance è di una precisione rara: nel silenzio delle aule e tra i rami del giardino, Wedler restituisce una giovane donna la cui intelligenza e sensibilità sono costrette a imparare le forme della resistenza.
Il secondo segmento, girato in pellicola 16mm a colori con la grana calda e saturata che evoca il cinema del decennio in questione, è ambientato nel 1972. Il protagonista è Hannes, uno studente di letteratura interpretato da Enzo Brumm, giovane provinciale che si sente a disagio tra compagni più agiati e politicamente più militanti. Quando la sua coinquilina, studentessa di botanica di nome Gundula, parte per un viaggio e gli affida la cura di un geranio fondamentale per le sue ricerche, Hannes si trova invischiato in un'improbabile relazione con una pianta; la osserva, la annaffia, le parla, impara a leggerne le variazioni, sembra quasi scorgerne una forma di comunicazione primitiva. Il geranio diventa così il tramite di un sentimento amoroso difficile da dichiarare, uno specchio in cui riconoscere il proprio stato emotivo. È il segmento forse più intimo e tenero del film, quello in cui la dimensione del desiderio umano si intreccia più esplicitamente con il mondo botanico.
Il terzo segmento è il più contemporaneo e il più perturbante, e si svolge nel 2020, all'inizio della pandemia di COVID-19. Tony, un neuroscienziato di Hong Kong interpretato da un o strordinario Tony Leung Chiu-wai, alla prima esperienza nel cinema occidentale, si trova bloccato nel campus quasi deserto di Marburg dopo che l'emergenza sanitaria ha interrotto la sua ricerca originaria, che riguardava i pattern neurologici nei neonati preverbali.
Con il tempo sospeso che la pandemia ha imposto a tutti noi, Tony decide di spostare la propria ricerca sull'albero di ginkgo del giardino botanico, cercando di misurarne gli impulsi elettromagnetici, di ascoltarne in qualche modo la voce. A guidarlo da remoto, attraverso schermi e videochiamate, è Alice, una botanista francese interpretata da Léa Seydoux. I due non si incontreranno mai fisicamente, eppure tra loro si sviluppa una connessione intensa, intellettuale e affettuosa, mediata dall'albero, dalla scienza e dall'isolamento forzato.
È in questo terzo capitolo che Enyedi tocca i suoi apici più profondi, e lo fa con una lucidità quasi profetica. La pandemia, nel film, non è soltanto uno sfondo storico: è la metafora più esplicita della crisi comunicativa che attraversa l'intera opera.
Il COVID ha esasperato e reso visibile ciò che già esisteva: la difficoltà degli esseri umani a connettersi davvero, a superare le barriere del corpo, della distanza, della diffidenza reciproca. Tony, che della comunicazione è uno studioso, seppur in forma organica e clinica, solo in un campus svuotato, circondato da macchine di misurazione e da schermi luminosi, tenta di comunicare con un essere vivente non umano perché comunicare con i propri simili sembra impossibile o insufficiente.
La pandemia ha rappresentato per molti la prova più brutale della fragilità dei legami umani, oltre che una sorta di prova generale apocalittica e Enyedi usa questo scenario per chiederci una domanda fondamentale: se non riusciamo a capirci tra noi, forse il problema non è la mancanza di strumenti, ma la mancanza di ascolto. E l'albero, in questo senso, diventa maestro, l'ultimo baluardo alla perdita della capacità di comunicare.
Il tema della comunicazione percorre tutto il film con coerenza filosofica e profondità poetica. Enyedi sembra riflettere su come ogni epoca abbia sviluppato i propri strumenti per tentare il dialogo con il vivente: nel 1908 c'è lo sguardo scientifico pionieristico, ma che soffriva ancora di pregiudizi che solo qualche decennio dopo sarebbero diventati insopportabili, ancora ricco di meraviglia e privo di certezze; nel 1972 c'è l'intuizione emotiva, la scoperta che osservare è già un modo di riappropiarsi del proprio destino, come veniva inneggiato dai giovani sull'onda lunga del 68 e di un decennio successivo che fu basilare nella storia dell'uomo; nel 2020 ci sono le tecnologie neurobiologiche più sofisticate, eppure la comunicazione vera avviene ancora nell'imprevedibile, nell'irrazionale, nel silenzio che si apre tra un'onda elettromagnetica e un'emozione umana. La regista sembra suggerire che la comunicazione autentica non abita nei protocolli o negli strumenti, ma nell'apertura al non ancora compreso, nell'umiltà di ammettere che esiste un linguaggio che non siamo ancora in grado di tradurre.
Il dialogo tra Tony e Alice, interamente mediato dagli schermi, è uno dei cuori pulsanti del film: in un'epoca in cui ci siamo abituati a dichiarare che le relazioni digitali sono relazioni dimezzate, Enyedi compie un gesto coraggioso: prende sul serio quella forma di contatto, non la riduce a surrogato. La connessione tra i due cresce proprio nell'assenza, nella distanza, nella mediazione. C'è qualcosa di profondamente contemporaneo in questo, e al tempo stesso di molto antico: è la stessa logica con cui i personaggi di tutti e tre i segmenti si avvicinano alle piante, con rispetto verso ciò che non si può afferrare direttamente.
La dimensione filosofico-naturalista del film è quella che gli conferisce il suo respiro più ampio e la sua urgenza più attuale. Enyedi non è interessata a fare del ginkgo un simbolo romantico, né a cadere nel sentimentalismo ecologista di chi parla delle piante come se fossero bambini innocenti da proteggere. Il suo approccio è più severo e più onesto: ci dice che le piante hanno una vita interiore complessa, una forma di percezione e di risposta all'ambiente circostante che la scienza sta appena cominciando a esplorare, e che ignorare questa complessità è una forma di arroganza che impoverirebbe non le piante, ma noi.
In un'epoca in cui le follie umane si moltiplicano, in cui la crisi climatica, le guerre, le epidemie e le derive tecnologiche disegnano uno scenario di disconnessione crescente dalla terra che ci ospita, il mondo si popola di folli sanguinari che usano il pianeta come il cortile di casa dove dare sfogo alle loro follie da megalomani, Silent Friend propone non una soluzione ma un invito. L'invito è semplice nella sua formulazione e radicale nelle sue implicazioni: tornare a guardare, tornare ad ascoltare perchè del mondo conosciamo di fatto solo una piccola porzione, riconoscere che il mondo non umano non è uno sfondo della vicenda umana, ma un interlocutore che ci parla da sempre, con un ritmo e una lingua che dobbiamo ancora imparare a decifrare e soprattutto, nel cercare la comunicazione con gli altri esseri viventi, tornare a comunicare tra di noi, rispettando la natura , il prossimo ed il mondo intero nelle sue molteplici sfaccettature.
Il ginkgo di Marburg ha visto nascere e morire generazioni di uomini e donne, ha assistito a rivoluzioni scientifiche, a conflitti mondiali, a pandemie. Lui era lì prima di noi, e sarà lì dopo. E questa non è malinconia: è, nel disegno di Enyedi, una fonte di speranza.
La regia è di una raffinatezza assoluta. La decisione di girare ciascun segmento in un formato cinematografico diverso — bianco e nero 35mm per il 1908, 16mm a colori per il 1972, digitale per il 2020 — non è solo una virtuosistica scelta stilistica ma una riflessione sulla percezione stessa. Ogni epoca vede il mondo attraverso i propri strumenti, le proprie tecnologie dello sguardo, e il formato della pellicola è esso stesso uno sguardo. La grana del bianco e nero dice qualcosa sulla durezza del primo Novecento; i colori saturi e vibranti del 16mm dicono qualcosa sull'utopismo degli anni Settanta; la freddezza nitida del digitale dice qualcosa sulla nostra epoca di iperconnessione e isolamento.
Il montaggio intreccia i tre segmenti con una logica poetica più che narrativa, creando risonanze, echi, corrispondenze tra epoche diverse. Un gesto che si ripete, una luce che cambia allo stesso modo, un suono che attraversa il tempo. La musica del film contribuisce in modo determinante a creare questa atmosfera: il paesaggio sonoro è denso, stratificato, pieno di frequenze che sembrano venire dall'interno degli alberi stessi.
Le interpretazioni sono all'altezza della sfida. Tony Leung, offre una performance di intensità trattenuta e di precisione millimetrica che rimanda per la sua intensità e misura a quella di In the Mood for Love: il suo neuroscienziato è un uomo di rigore scientifico che si trova a fare i conti con qualcosa che la scienza non può ancora misurare. Il modo in cui Leung abita il silenzio, come i lunghi minuti in cui siede accanto all'albero con gli elettrodi e aspetta, è il momento più commovente e più cinematograficamente puro dell'intero film. Léa Seydoux, confinata nel suo appartamento francese davanti a uno schermo, riesce a proiettare una presenza fisica e intellettuale che supera la distanza con naturalezza straordinaria. Luna Wedler, già citata per il premio vinto a Venezia, porta il primo segmento sulle proprie spalle con una maturità che sorprende.
Silent Friend dura centoquarantacinque minuti e richiede allo spettatore la stessa disponibilità che richiede ai suoi personaggi: la disponibilità a rallentare, a cedere alla percezione, a tollerare il non detto e a sentire il profondo respiro che il film emana; non è un film per chi cerca trama densa o conflitti esplosivi, è invece un film che parla a chi sa che l'esperienza estetica può cambiare il modo in cui si guarda il mondo fuori dal cinema.
Dopo aver visto Silent Friend, è difficile passare davanti a un albero senza sentire che forse c'è qualcosa lì, qualcosa che osserva, che ricorda, che aspetta, qualcosa di vivo che palpita ,che percorre con le sue onde elettromagnetiche il tronco e le fronde, un sussurro di vita che magari vuole comunicarci qualcosa.
Ildikó Enyedi ha realizzato un'opera che sa essere, allo stesso tempo, profondamente personale e universalmente necessaria; in un mondo sempre più rumoroso, ha fatto un film sul silenzio, in un'epoca di disconnessione, ha fatto un film sulla comunicazione, in un tempo di arroganza umana, ha fatto un film sull'umiltà.
Silent Friend è il tipo di cinema che non si dimentica, che continua a lavorare dentro di noi come le radici di un albero antico che scavano nel buio senza che nessuno le veda.

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