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venerdì 5 settembre 2014

Revivre ( Im Kwon-taek , 2014 )

Giudizio: 7.5/10

La presenza di Im Kwon-taek, probabilmente il più grande cineasta coreano vivente, nobilita una Mostra, che ha detta dei presenti, finora non ha destato grandi entusiasmi. Revivre è presentato fuori concorso ed è lavoro di una solida drammaticità, rigoroso nella regia come è costume di Im che affronta varie tematiche e che solo nei fotogrammi finali mostra una incertezza piccola ma da sottolineare.

E' la storia di un uomo ultracinquantenne, dirigente di una grande azienda produttrice di cosmetici, la cui moglie dopo un paio di interventi chirurgici al cervello giace sul letto di morte; attraverso lunghi e ben articolati flash back seguiamo la storia della malattia della donna, dell'impegno dell'uomo nel prestarle assistenza, ma anche la nascita di una attrazione celata verso una giovane collaboratrice.
La recensione completa può essere letta su LinkinMovies.it

lunedì 7 novembre 2011

Hanji ( Im Kwon-taek , 2011 )

Giudizio: 8.5/10
La tradizione riscoperta nella memoria

Il grande patriarca del cinema coreano, uno tra i più grandi registi viventi giunto al suo 101° film, dopo avere raccontato con occhi poetici e commossi il pansori, prosegue nella sua opera di affermazione della cultura coreana rivolgendo il suo acutissimo occhio narrativo all'Hanji, antichissimo metodo tradizionale di produzione della carta, attività peculiare della Corea e che affonda le sue radici indietro nei secoli.
Se il pansori era il canto dello spirito malinconico, l'Hanji è il trionfo della tradizione e della disciplina manifatturiera, il tramite col quale tramandare nei secoli la memoria; Im Kwon-taek , mostrando la sua consueta grandezza stilistica, costruisce un racconto intorno a questa tradizione centenaria col quale, lungi dal cadere nel formalismo di stampo storico documentaristico, riesce ancora una volta a coniugare perfettamente la memoria e il presente, la Corea di ieri, da riscoprire nei suoi valori, e quella di oggi troppo spesso in preda ad una dilagante spersonalizzazione.

lunedì 24 maggio 2010

The Taebaek Mountain ( Im Kwon-taek , 1994 )

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Quando la storia diventa riflessione

Im Kwon-taek, tra i più grandi cantori della tradizione  coreana, racconta la Storia di una delle più grande ferite, ancora  aperta, del paese: quella che fu una vera guerra civile scatenatasi al termine della dominazione giapponese, protrattasi per lunghi anni del dopoguerra e che portò alla spartizione della nazione in due stati.
Da scrupoloso osservatore quale è, attentissimo all'aspetto umano, non indugia in aspetti cronachistici, pur rimandando continui riferimenti storici, bensì si interessa maggiormente a come le persone comuni, i contadini, i soldati, i ribelli comunisti sudcoreani affrontino gli eventi nella loro umanità di fronte alla tragedia incombente.
La lotta tra latifondisti e contadini fa da sfondo sociale alle vicende, foriera di quel malcontento che permetteva ai filocomunisti di fare proseliti; la descrizione è indubbiamente grandiosa e ben racconta come le spinte rivoluzionarie trovino il substrato favorevole nei momenti di profondo disagio sociale.

domenica 27 dicembre 2009

Ebbro di donne e di pittura ( Im Kwon-taek , 2002 )


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La pittura e il cantico per una nazione

Prendendo a pretesto la storia del famoso pittore coreano Jang Seung Up, vissuto nella seconda metà dell'800, Im tratteggia il consueto affresco sulla storia coreana, fatta di tradizioni, usi, costumi ed arte.
Partendo dalle umili origini del pittore, passando per la giovinezza , la maturità e la fine misteriosa che ne ha contribuito alla creazione dl mito, viene narrato come il talento pittorico, espresso già in età giovanissima, trova sfogo in maniera acerba e non strutturata; l'incontro con i mecenati e i maestri dell'epoca poco inclini ad apprezzare un'arte fatta solo di grezza genialità e sensibilità non supportate da conoscenze tecniche e scolastiche; parallelamente vediamo l'affermarsi di un carattere fiero seppur sregolato, alla perenne ricerca del meglio di sè e del superamento dei limiti , la ricerca dell'ebbrezza come fonte di ispirazione, la difesa dell'indipendenza dell'artista di fronte ai lavori commissionati dai ricchi e dal potere.
Sullo sfondo campeggia una precisa ed accurata descrizione del periodo storico, la Corea priva di qualsiasi identità, soggiogata dai cinesi e pronta ad offrirsi all'altro giogo dei giapponesi, la difesa dell'arte come unico polo condensante di una identità culturale in rovina, la figura del pittore intesa come orgoglio nazionale e soprattutto la difesa strenue dei valori e delle tradizioni di un popolo vicino all'annientamento.
Im sa descrivere come pochi tutto ciò e sa far vibrare forte le corde dell'emozione, si parli di pantsori o di pittura poco importa: per farlo da vita ad un personaggio indimenticabile, ben disegnato nei suoi tormenti artistici e nella sua furia che rappresenta la vitalità della cultura coreana. Il sacro furore o la calma riflessiva con cui Seung muove il pennello sulla carta sono momenti di altissimo cinema: la carta bianca che diviene la visione del mondo di un'anima perennemente tormentata ed inquieta.
La regia di Im è superba, ricchissima di inquadrature fisse in cui il movimento è dato dalla scena che si pone agli occhi; le ricostruzioni sono bellissime, con gran dispendio di particolari utilissimi a noi poveri occidentali; la bravura di Choi Min-sik, confermata in maniera definitiva l'anno seguente con Old Boy, contribuisce a dar vita ad un personaggio di quelli che il Cinema non dimenticherà così facilmente.

venerdì 27 novembre 2009

Beyond the years ( Im Kwon-taek , 2007 )


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Cento volte Im

Per onorare il suo centesimo lavoro, Im si permette il lusso ( lui può...) di autocitarsi riprendendo il suo magnifico Sopyonje e manipolarlo al punto che il risultato non è nè un sequel nè un film parallelo: utilizza gli stessi protagonisti inserendoli in un background diverso e ci porta a spasso nel tampo per circa 40 anni.
Vediamo Dong-ho alla ricerca della amata sorella , che poi sorella non è visto che entrambi sono stati adottati dal padre, imbattersi in luoghi che scatenano tempeste di ricordi e la sua ricerca a ritroso nel tempo, vista come racconto, assume ben presto i connotati melanconici e del rimpianto.
Il suo non è amore fraterno, tanto che se ne accorge anche la moglie svogliatamente spostata, è amore quasi platonico in cui manca assolutamente l'aspetto carnale e fisico.
Song-hwa , avendo più talento di lui, vivrà tutta la vita a fianco del padre alla ricerca della perfezione nell'arte del pansori, subendo le vessazioni e l'egoismo di quest'ultimo.Morto il padre arriva il momento di ricongiungersi, ma questo avverrà solo fugacemente tanto doloroso sembra essere il loro rapporto affettivo. Nel corso della vita Dong-ho rincorre la sorella per tutta la Corea, le fa da bussola il canto triste e la voglia di tornare assieme.
Un finale quasi fiabesco lascerà molti dubbi, non certo quelli sulla qualità del film.
Ancora una volta Im mostra grandissma sensibilità e legame con la propria terra; presenta il pansori come la summa delle tradizioni da difendere e da rivalutare, guarda con occhio pessimista al futuro tecnologico che costruisce dighe, prosciuga fiumi, abbatte alberi e toglie asilo alle cicogne.
La maestria tecnica è sublime, creando un opera dal punto di vista stilistico quasi perfetta, con la giusta miscela di colori, paesaggi e natura.
Rispetto a Sopyonje le emozioni sono meno forti e laceranti e quindi colpiscono di meno, ma l'organicità del film , seppure tra magistrali flashback , è davvero superba.
Inviamo agli Dei della celluloide anche per Im la preghiera che ce lo conservino ancora per tanto tempo con la stessa forza poetica e voglia di cantare i sentimenti.

sabato 7 novembre 2009

Sopyonje ( Im Kwon-taek , 1993 )


Giudizio : 10/10
Il canto dei sentimenti

E' un epopea dei sentimenti , drammatica e purissima, quella che canta il grande Im attraverso il pansori: è il dolore della separazione, il pianto dell'anima ferita e lacerata, l'urlo disperato che proviene dal profondo di chi ha vissuto una vita alla ricerca della congiunzione del suo animo con il mondo esterno.
La storia di Songwha e del fratellastro Dongho , cresciuti dal padre nel rigore e nello spirito profondo che emana il canto popolare coreano intriso di eroismo e melanconia, diviene,attraverso la magnifica regia di Im, un grande racconto metaforico che va oltre gli spazi individuali, per elevarsi a emblema delle tradizioni e della storia di tutta una nazione.
La separazione tra i due giovani e la cecità della ragazza provocata dal padre con misture di erbe, al fine di renderla drammaticamente disperata, diviene il topos del film che è perennamente percorso dai versi del pansori, profondamente morali e intimamente legati alla melanconica vicenda.
Definire il film una storia sul pansori è assolutamente riduttivo, troppo più grande ed elevato è lo spirito che emana la pellicola; il canto diventa l'elemento portante in cui tutto confluisce e da cui tutto nasce, si ammanta di un potere quasi sovrannaturale, permea profondamente la vita della ragazza e del padre, pesa come un macigno sulle spalle al punto che il giovanoe Dongho abbandonerà la famiglia , non vedendo alcuna finalità materiale nel girovagare tra case e paesi cantando.
Sarà ancora lui, ormai adulto, a ritornare alla ricerca della sorella: e da qui parte il film, una affanosa e dolorosa ricerca a ritroso del tempo e degli affetti perduti.
Quando dopo tanto girare Dongho ritroverà la sorella, il film diviene poesia pura, una scena tra le più belle che il Cinema abbia mai mostrato: i due seduti uno davanti all'altro che si riconoscono vicendevolmente senza dire nulla affidando al tamburo lui e alla voce lei l'esplosione del sentimento per la ricongiunzione; non una parola, solo un canto mai così perfetto e il volto rigato dalle lacrime.
Indubbiamente Im Kwon-taek firma uno dei momenti più straordinari del cinema coreano, dirigendo un film bellissimo, struggente, ricchissimo di forza emotiva propulsiva, coloratissima metafora del suo paese oscillante tra tradizione e modernità importata, divisioni e dolori.
La regia, e non poteva essere diversamente, è magnifica: essenziale, senza ridondanze, proprio per dare modo ai sentimenti di squarciare lo schermo, con una straordinaria maestria nel muovere la macchina da presa da un volto ad un altro durante il canto, quasi a materializzare il tumulto dell'animo; anche i paesaggi esterni sembrano partecipare rimandando il canto con una eco stupita, donando al film un senso di armonia e di perfezione stilistica incantevole.
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