Giudizio: 6.5/10
Il genere cinematografico rabbia giovanile-disagio-guai trova in May We Chat un personale e solo a tratti riuscito tentativo di modernizzazione e contestualizzazione grazie all'idea di Philip Yung di raccontare una storia per molti versi ovvia e ben poco originale ma che si impone come una indagine sulla generazione-smartphone, quella cioè di post-adolescenziali che usano il telefonino e le tecnologie annesse come un prolungamento sensoriale ed esecutivo corporeo.
La storia si impernia intorno a tre ragazze, che di questa generazione del social imperante sono il tipico esempio, aggiungendo però il carico da novanta nel loro background personale: Wai-Wai vive con la madre tossica e la sorellina, va a scuola quando capita e frequenta teppistelli e delinquenti di mezza tacca; Ying è muta, gira con una parrucca rosa, si prostituisce (via chat ovvio...) e vive con la vecchia nonna che raccatta cartoni in un bassofondo squallido; Yan invece è sì di buona famiglia, ma delusa perennemente negli affetti, trascurata da madre e patrigno e dedita all'uso di droghe.
Le tre si conoscono solo virtualmente tramite WeChat e si considerano amiche pur non sapendo ognuna come sono fatte le altre due.
Quando Yan dopo un tentativo di suicidio andato male sparisce le altre due amiche decidono di mettersi sulle sue tracce, cadendo in pericoloso terreno paludoso dove regnano drogati, patetici boss malavitosi, violenti, stupratori e gentaglia varia.
Partendo da questi presupposti il film ondeggia sempre un po' troppo pericolosamente tra indagine sociale, spesso fatta di troppe ovvietà, e racconto realista infarcito di venature melodrammatiche con al centro sempre il mondo del disagio giovanile acuito dalla freddezza dei rapporti personali basati sulla social-tecnologia.