lunedì 16 febbraio 2026

Dreams ( Dag Johan Haugerud , 2024 )

 



IMDB

Giudizio: 6.5/10

Con Dreams (titolo originale Drømmer), Dag Johan Haugerud chiude la trilogia dedicata alle relazioni umane iniziata con Sex e Love e firma una  opera certamente raffinata ma di certo non priva di aspetti poco convincenti evidentemente non considerati tali dalla giuria della Berlinale che gli ha assegnato l'Orso d'Oro  alla 75ª edizione del Festival. 
Il film, si configura come un racconto di formazione sentimentale capace di trasformare l’esperienza dell’innamoramento in un laboratorio esistenziale e artistico. Al centro dell’opera troviamo Johanne, diciassettenne che sviluppa una profonda infatuazione per la propria insegnante, esperienza che diventa materia narrativa attraverso la scrittura di un memoir che coinvolgerà madre e nonna in un intenso confronto generazionale che porterà alla decisione di pubblicare il memoriale sotto forma di racconto. 
L’ossatura tematica del film risiede nella costruzione di un percorso di crescita che si svolge soprattutto sul piano interiore. Haugerud tratteggia l’adolescenza come un’età dominata da una percezione amplificata della realtà, in cui l’innamoramento assume la forma di un sogno ad occhi aperti, più che di una relazione concreta. Johanne vive il sentimento amoroso come un processo di scoperta di sé, in cui la fascinazione per l’insegnante rappresenta tanto un oggetto del desiderio quanto un riflesso delle proprie aspirazioni identitarie.
Il regista costruisce il percorso della protagonista come una meditazione universale sull’amore, raccontato con uno sguardo che evita il sensazionalismo per concentrarsi sulle sfumature emotive e sull’ambivalenza del desiderio. 
La vicenda mostra infatti come l’esperienza sentimentale sia al contempo rivelazione e smarrimento, capace di produrre una tensione tra immaginazione e realtà. La protagonista tenta continuamente di colmare questo divario, oscillando tra la dimensione fantastica del sentimento e la necessità di confrontarsi con le sue implicazioni concrete e sociali.
In questa prospettiva, il film assume i tratti di un racconto sulla cristallizzazione adolescenziale: il sogno non è semplice evasione, ma una forma di elaborazione dell’esperienza, un luogo mentale in cui la protagonista può esplorare liberamente desideri e paure prima di affrontarli nel mondo reale.
Uno degli aspetti più originali dell’opera risiede nel ruolo centrale attribuito alla scrittura. Johanne racconta il proprio innamoramento attraverso un diario che funge da dispositivo narrativo e da strumento di autoanalisi. La scrittura diventa il mezzo con cui la protagonista tenta di dare ordine alle proprie emozioni, pur nella consapevolezza che il linguaggio non potrà mai restituire pienamente la complessità del vissuto.
Il film riflette dunque sulla natura stessa dell’arte, mostrando come il processo creativo trasformi inevitabilmente l’esperienza in qualcosa di altro rispetto alla realtà originaria. 
Il passaggio dal vissuto alla narrazione introduce una distanza che permette alla protagonista di rielaborare il sentimento, ma al tempo stesso lo altera e lo reinterpreta. Lo stesso Haugerud ha sottolineato come mettere in parole ciò che si prova comporti sempre una trasformazione dell’esperienza emotiva, evidenziando la tensione tra il desiderio di controllo e l’impossibilità di afferrarlo completamente. 



Questa riflessione conferisce al film una dimensione profondamente  letteraria che risulta certamente l'aspetto più convincente dell'opera: Dreams non racconta infatti soltanto un amore adolescenziale, ma interroga il rapporto tra vita e rappresentazione, suggerendo che l’arte nasce proprio dalla frizione tra ciò che si vive e ciò che si riesce a raccontare.
Uno dei nuclei più complessi e affascinanti dell’opera è il confronto tra tre generazioni femminili: Johanne, la madre Kristin e la nonna Karin: quando le due donne leggono il diario della ragazza, il film si trasforma in una riflessione sulle differenze culturali e morali che separano, ma allo stesso tempo collegano, le varie età della vita.
La reazione iniziale di madre e nonna è segnata da sorpresa e inquietudine, soprattutto per le implicazioni etiche della relazione, ma progressivamente il loro sguardo si apre alla dimensione artistica del testo. 
Questo passaggio segna una trasformazione importante: l’esperienza personale della protagonista diventa oggetto di una valutazione culturale e letteraria, aprendo una discussione sulla possibilità di trasformare la vita in arte. 
Il dialogo tra le tre donne costruisce un ritratto generazionale in cui il tema dell’amore viene declinato secondo prospettive differenti: per la protagonista è scoperta e proiezione ideale, per la madre rappresenta un terreno di responsabilità e protezione, mentre per la nonna diventa occasione di riflessione estetica e memoria. Il film suggerisce così che il sentimento amoroso non è un’esperienza universale e immutabile, ma una realtà che cambia con il passare del tempo e con il contesto culturale.
Haugerud adotta uno sguardo particolarmente delicato nel trattare la relazione tra Johanne e l’insegnante; il film evita di trasformare la vicenda in una narrazione scandalistica o moralistica, o peggio ancora morbosa, preferendo concentrarsi sulla complessità emotiva del desiderio. In questo senso, l’opera si inserisce nel solco della trilogia dedicata alle molteplici forme dell’intimità e della sessualità contemporanea, mostrando come i sentimenti sfuggano spesso a definizioni rigide o normative. 
Il desiderio è presentato come una forza fluida, che travalica categorie identitarie e convenzioni sociali, e che trova la propria verità nella dimensione soggettiva dell’esperienza. Tale approccio contribuisce a rendere Dreams un’opera profondamente moderna, capace di affrontare tematiche omosessuali senza trasformarle in manifesto ideologico, ma integrandole organicamente nel percorso di crescita della protagonista.

Sorry , Baby ( Eva Victor , 2025 )

 



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Giudizio: 7.5/10

Con Sorry, Baby, opera prima scritta, diretta e interpretata da Eva Victor, il cinema indipendente statunitense finalmente accoglie una voce sorprendentemente matura, capace di affrontare tematiche estremamente delicate attraverso una grammatica narrativa raffinata, anticonvenzionale e profondamente empatica. Presentato al Sundance Film Festival del 2025 esuccessivamente distribuito su scala internazionale, il film si configura come un dramma intimo e stratificato che riflette sul trauma, sul potere delle relazioni e sulle dinamiche di genere  all’interno di contesti istituzionali e accademici. 
Il film segue Agnes, giovane docente universitaria ed ex studentessa di letteratura, alle prese con le conseguenze psicologiche di un evento traumatico avvenuto durante gli anni di formazione accademica. Sin dall’impostazione narrativa, Victor compie una scelta radicale: la violenza non viene mai mostrata direttamente, anzi a volte sembra insinuarsi il dubbio se sia veramente accaduta. L’opera si concentra invece sugli effetti persistenti e invisibili del trauma, lasciando che lo spettatore entri nel mondo interiore della protagonista attraverso frammenti temporali e percezioni emotive.
Questa strategia produce un doppio effetto. Da un lato, sottrae la violenza alla dimensione voyeuristica spesso presente nel cinema mainstream; dall’altro, restituisce con straordinaria autenticità l’esperienza soggettiva della vittima. Il trauma emerge non come un singolo evento ma come una presenza diffusa, che altera la percezione del tempo, dei rapporti sociali e dell’identità personale.
Victor indaga in modo sottile il rapporto tra corpo e mente, mostrando come la dissociazione e l’incapacità di nominare l’esperienza traumatica costituiscano meccanismi di sopravvivenza. Agnes fatica a definire ciò che le è accaduto, oscillando tra vergogna, rabbia, negazione e senso di confusione, una rappresentazione psicologica che rispecchia dinamiche reali vissute da molte vittime di violenza sessuale.
Uno dei meriti più significativi del film risiede nella sua capacità di inserire il trauma personale in un quadro sistemico più ampio: l’episodio che segna Agnes si colloca infatti all’interno di un ambiente universitario, spazio teoricamente deputato alla formazione e alla meritocrazia ma che, nella narrazione, appare attraversato da dinamiche di potere profondamente asimmetriche.
Victor non costruisce una denuncia didascalica del maschilismo accademico, ma ne suggerisce l’esistenza attraverso la rappresentazione dell’impunità e dell’indifferenza istituzionale. Il professore responsabile dell’abuso non subisce conseguenze significative, mentre la protagonista è costretta a confrontarsi con procedure burocratiche fredde e disumanizzanti, evidenziando come i sistemi di tutela possano talvolta contribuire alla rivittimizzazione. 



Il film sottolinea inoltre come la violenza non distrugga solo la sicurezza personale ma comprometta anche la fiducia nel proprio valore intellettuale. Agnes interiorizza il disprezzo mascherato da elogio ricevuto dal suo aggressore, sviluppando un senso di inadeguatezza che permea la sua carriera accademica e le relazioni interpersonali.
Un altro asse tematico centrale è il senso di colpa, sentimento che Victor esplora con estrema sensibilità. Agnes vive una contraddizione interiore tipica delle vittime di violenza: pur non avendo responsabilità oggettive, interiorizza il dubbio, interrogandosi su ciò che avrebbe potuto fare per evitare l’accaduto. Questo processo psicologico, spesso taciuto, diventa nel film un elemento narrativo fondamentale.
La regista rifiuta consapevolmente qualsiasi forma di catarsi giudiziaria. Nel racconto non esiste una vera giustizia, ma soltanto un lento processo di adattamento alla convivenza con la ferita. Tale scelta contribuisce a rendere l’opera profondamente realistica, perché sottolinea come la guarigione non coincida con la punizione del colpevole ma con una rinegoziazione dell’identità e del rapporto con il mondo.
Sul piano formale, Sorry, Baby adotta una struttura non lineare articolata in capitoli che coprono circolarmente un anno intero  della vita della protagonista. Questo dispositivo narrativo riflette la natura stessa del trauma, che non si sviluppa secondo una progressione cronologica ordinata ma emerge attraverso ricordi, regressioni e improvvisi ritorni del passato. 
La frammentazione temporale permette allo spettatore di osservare Agnes in momenti differenti della sua esistenza,evidenziando come la sofferenza non sia costante ma si manifesti attraverso cicli alterni di apparente normalità e ricadute emotive. In tal senso, il film traduce in linguaggio cinematografico la complessità della memoria traumatica.
La regia privilegia inoltre spazi domestici e ambienti raccolti, spesso caratterizzati da silenzi e tempi morti, rafforzando l’impressione di sospensione esistenziale. Il paesaggio rurale ,apparentemente accogliente, assume così un valore simbolico ambivalente: rifugio e prigione emotiva allo stesso tempo.
Una delle componenti più originali dell’opera è l’uso dell’umorismo. Victor inserisce dialoghi ironici e situazioni surreali che non banalizzano il trauma, ma lo rendono più umano e riconoscibile. L’umorismo diventa un meccanismo difensivo, una forma di resistenza che consente alla protagonista di mantenere una connessione con la vita quotidiana. 
Questo equilibrio tra leggerezza e dramma richiama la tradizione della tragicommedia contemporanea e contribuisce a evitare una rappresentazione monolitica della sofferenza ,mostrando invece la coesistenza di dolore e vitalità.

sabato 14 febbraio 2026

The Old Woman with the Knife ( Min Kyudong , 2025 )

 




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Giudizio: 7.5/10

Nel panorama del cinema sudcoreano contemporaneo, spesso caratterizzato da una sorprendente ibridazione di generi e da una raffinata attenzione alla dimensione morale dei personaggi, The Old Woman with the Knife di Min Kyu-dong, autore che sin dall'esordio nel 1999 con Memento Mori secondo atto della serie Whispering Corridors in cui fu regista in coppia con Kim Tae Young ha dimostrato indubbie qualità,  emerge come un’opera pervasa da una misurata ambizione . 
Presentato in anteprima alla Berlinale del 2025, il film rappresenta l’adattamento cinematografico del romanzo Pagwa di Gu Byeong-mo e si configura come un thriller d’azione che trascende i codici del genere per riflettere su temi esistenziali e identitari di grande profondità.
Il film segue Hornclaw, una sicaria sessantacinquenne che da oltre quarant’anni lavora per un’organizzazione clandestina specializzata nell’eliminazione di criminali e individui ritenuti “nocivi”. Considerata una leggenda nel suo ambito, la protagonista vive una fase di progressivo declino fisico e di instabilità emotiva che sembrano condurla inevitabilemnte alle porte del ritoro di scena, mentre l’ingresso di un giovane assassino, Bullfight, innesca un conflitto personale e professionale destinato a destabilizzarne l’esistenza. 
Già nella premessa narrativa emerge uno degli elementi cardine dell’opera: l’uso del thriller come veicolo per una riflessione etica. L’organizzazione per cui Hornclaw lavora si autodefinisce un servizio di “disinfestazione”, suggerendo un’ambiguità morale che attraversa l’intero film e mette in discussione il concetto di giustizia privata. 
Il tema più evidente  di certo però non il più innovativo, riguarda la rappresentazione dell’invecchiamento all’interno di un genere tradizionalmente dominato da protagonisti giovani o maschili. Hornclaw è un personaggio che vive una tensione costante tra la persistenza della propria competenza e la consapevolezza del deterioramento fisico.
Il film utilizza questa dicotomia per riflettere sul rapporto tra identità e funzione sociale. La protagonista ha costruito la propria esistenza interamente attorno alla violenza professionale, e il venir meno delle sue capacità operative coincide con una crisi ontologica: senza il lavoro, Hornclaw rischia di perdere il senso della propria esistenza. Questo conflitto tra utilità sociale e valore individuale diventa uno dei fulcri tematici dell’opera, mostrando come l’invecchiamento possa trasformarsi in una forma di invisibilità sociale.
La pellicola sottolinea simbolicamente questo tema attraverso elementi ricorrenti, come l’adozione di un cane anziano e l’attenzione verso oggetti o prodotti “scartati”, che fungono da metafora della marginalizzazione degli individui considerati ormai inutili. 



Diversamente da molti action contemporanei, Min Kyu-dong non romanticizza la violenza, le sequenze d’azione sono viscerali e coreograficamente elaborate, ma risultano sempre accompagnate da un senso di gravità emotiva. La narrazione insiste sulle conseguenze psicologiche delle uccisioni, suggerendo che ogni omicidio lasci una cicatrice morale e contribuisca all’isolamento della protagonista. 
La struttura narrativa del film rafforza questa prospettiva attraverso un uso estensivo dei flashback, che collegano il presente alle esperienze traumatiche del passato di Hornclaw, inclusa la sua prima uccisione avvenuta per autodifesa. 
Tale scelta stilistica produce un duplice effetto: da un lato, costruisce una genealogia della violenza che spiega la formazione del personaggio; dall’altro, evidenzia la circolarità del trauma, suggerendo che il passato, autentico primum movens, non può mai essere definitivamente superato.
Accanto al tema della violenza, il film sviluppa un’intensa riflessione sulla solitudine: Hornclaw vive inizialmente come una figura completamente alienata, incapace di stabilire relazioni autentiche, vuoi per il la professione che svolge, vuoi per un cinismo e un abbrutimento cronico. Tuttavia, il contatto con il veterinario che ha in cura il suo vecchio cane trovatello e con la sua famiglia introduce una dimensione affettiva che mette in crisi il suo codice professionale. 
Questa dinamica evidenzia un conflitto centrale: la possibilità di redenzione è costantemente ostacolata dall’impossibilità di sfuggire al proprio passato e quindi al proprio ruolo. Il film suggerisce che la vulnerabilità emotiva, pur rappresentando un rischio per la sopravvivenza della protagonista, costituisce anche l’unica via verso una possibile umanizzazione.
Il rapporto tra Hornclaw e Bullfight introduce una dimensione ulteriore, legata allo scontro tra generazioni e alla mutazione delle strutture di potere. Bullfight rappresenta una nuova concezione della violenza, più individualista e priva del codice morale che regolava l’operato della protagonista.
Parallelamente, l’organizzazione per cui lavorano evolve verso una logica puramente economica, perdendo la dimensione ideologica originaria. Questo passaggio suggerisce una critica implicita alla trasformazione del capitalismo contemporaneo, dove anche la violenza diventa una merce regolata dal profitto.

giovedì 5 febbraio 2026

Nouvelle Vague ( Richard Linklater , 2025 )

 



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Giudizio: 7.5/10

Con Nouvelle Vague, Richard Linklater realizza un’opera che si colloca a metà tra il film storico, il saggio cinematografico e la riflessione meta-autoriale. Il regista statunitense, da sempre interessato al rapporto tra tempo, memoria e costruzione identitaria, affronta uno dei momenti fondativi della modernità filmica: la nascita della Nouvelle Vague francese e, in particolare, la genesi di À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro, 1960) di Jean-Luc Godard.
Il film non si limita a ricostruire un episodio cruciale della storia del cinema europeo, ma si propone come una riflessione teorica sulla trasformazione dell’autorialità cinematografica, inscrivendosi nel solco di un discorso più ampio sul passaggio dal cinema classico al cinema moderno, così come teorizzato da studiosi quali André Bazin, David Bordwell e Gilles Deleuze.
La ricostruzione operata da Linklater si inserisce nel contesto della Francia della fine degli anni Cinquanta, periodo segnato da profondi mutamenti sociali e culturali. 
La nascita della Nouvelle Vague coincide con la crisi del cosiddetto cinéma de qualité, ovvero quella produzione cinematografica francese dominata da adattamenti letterari e da una regia formalmente raffinata ma considerata da molti giovani critici priva di vitalità espressiva.
In questo senso, il film evidenzia il ruolo cruciale della rivista Cahiers du Cinéma, fondata nel 1951 da André Bazin, Jacques Doniol-Valcroze e Joseph-Marie Lo Duca. 
Linklater restituisce con notevole accuratezza il clima intellettuale che caratterizzava la redazione della rivista, dove giovani critici come François Truffaut, Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Éric Rohmer e Jacques Rivette sviluppavano un nuovo modo di pensare il cinema.
Particolarmente significativa è la citazione implicita del celebre saggio di Truffaut del 1954, Une certaine tendance du cinéma français, nel quale il futuro autore di Les Quatre Cents Coups denunciava la rigidità del cinema accademico e introduceva la necessità di un cinema personale e autoriale. Linklater utilizza questo momento teorico come punto di svolta narrativo, evidenziando come la Nouvelle Vague nasca da una rivoluzione critica prima ancora che produttiva.
Uno dei nuclei teorici centrali di Nouvelle Vague è la rappresentazione della cosiddetta politique des auteurs, concetto sviluppato dai critici dei Cahiers e successivamente rielaborato negli Stati Uniti da Andrew Sarris.
Linklater mette in scena Godard come incarnazione dell’autore moderno: un cineasta che considera il film non come prodotto collettivo subordinato all’industria, ma come espressione di una visione personale. Tuttavia, il film evita una rappresentazione puramente celebrativa, sottolineando le contraddizioni della figura godardiana, oscillante tra rigore teorico e impulso sperimentale.



La ricostruzione del set di Fino all’ultimo respiro evidenzia come Godard sovverta sistematicamente le convenzioni produttive del cinema francese dell’epoca. L’uso della macchina a mano, le riprese in esterni nelle strade di Parigi e il ricorso all’improvvisazione attoriale diventano strumenti di una poetica che rifiuta la pianificazione tradizionale.
Il film sottolinea inoltre l’importanza del montaggio discontinuo e dei celebri jump cut, introdotti da Godard con il montatore Cécile Decugis. Linklater mostra come questa innovazione non rappresenti soltanto una soluzione tecnica, ma una trasformazione radicale della percezione temporale dello spettatore, anticipando quella che Deleuze avrebbe definito la nascita dell’“immagine-tempo”.
Pur concentrandosi sulla figura di Godard, Nouvelle Vague restituisce la natura collettiva del movimento: Linklater ricostruisce le relazioni tra i diversi cineasti della Nouvelle Vague, evidenziando le differenze stilistiche e ideologiche.
François Truffaut viene rappresentato come figura più narrativa e sentimentale, in linea con opere come Les Quatre Cents Coups (1959) e Jules et Jim (1962), mentre Claude Chabrol emerge come autore più attento alla dimensione sociologica e borghese, anticipata da film come Le Beau Serge (1958). Éric Rohmer, invece, appare come intellettuale legato alla riflessione morale e filosofica che caratterizzerà successivamente i Contes moraux.
Linklater mostra come la Nouvelle Vague nasca da un dialogo continuo tra queste diverse sensibilità, configurandosi come una vera comunità culturale in cui la competizione artistica convive con la collaborazione intellettuale.
Uno degli elementi più evidenti del film è la precisione della ricostruzione storica, Linklater riproduce con estrema cura l’ambiente culturale della Parigi di fine anni Cinquanta: i cineclub del Quartiere Latino, le sale della Cinémathèque Française diretta da Henri Langlois, i caffè frequentati dai giovani critici e cineasti.

mercoledì 4 febbraio 2026

The Secret Agent [aka O Agente Secreto] ( Kleber Mendonça Filho , 2025 )

 



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Giudizio: 8.5/10

Con The Secret Agent (O Agente Secreto), Kleber Mendonça Filho conferma con forza la propria centralità all’interno del panorama del cinema contemporaneo, firmando un’opera che si impone come uno dei titoli più significativi e discussi del 2025. 
Il film, accolto con entusiasmo dalla critica internazionale, premiato a Cannes e coronato da quattro nomination agli Oscar, rappresenta un lavoro di straordinaria densità narrativa e tematica, capace di intrecciare riflessione storica, indagine politica e sperimentazione linguistica all’interno di un racconto complesso e profondamente suggestivo.
Ambientato nel Brasile degli anni Settanta, durante uno dei momenti più duri della dittatura militare, il film costruisce una narrazione che, pur radicata nella ricostruzione storica, si rivolge costantemente al presente, interrogando lo spettatore sulle fragilità della memoria collettiva e sulle persistenti minacce che, anche nelle democrazie contemporanee, possono riaffiorare sotto forme più sottili ma non meno insidiose.
Il protagonista  Armando (alias Marcello nella sua nuova identità) trona nella sua città natale nel nord del paese, Recife, per fuggire ad un passato misterioso, qui trova l'appoggio e la copwertura di un gruppo di avversari del regime e soprattutto può riunirsi al figlioletto che vive coi nonni materni dopo che la madre ( e moglie di Armando) è morta in giovane età.Nonostante questa fuga e le precauzioni da autentico agente segreto da film di genere,   il protagonista si troverà ben presto braccato.
La prima cosa che colpisce in The Secret Agent è il neppure tanto celato citazionismo con elaborazione personale di Mendonça Filho: un inizio da western leoniano e con atmosfere coeniane, una sala di proiezione dentro il cinema dove lavora il suocero di Armando che non può non richiamare alla mente il Nuovo Cinema Paradiso, la lunga e geniale citazione de Lo Squalo di Steven Spielberg, gli appostamenti e gli inseguimenti da thriller da guerra fredda; quasi una dichiarazione all'essenza della settima arte che permette di scorrere negli anni ( c'è un importante piccolo brandello di film che si ambienta nei giorni nostri, quasi una narrazione che riporta indietro il tempo) , di saltare nel tempo , ma al contempo di tramandare eventi, grandi e piccoli , fatti, persone, amori e morti.
Il cuore tematico di The Secret Agent risiede nella capacità di trasformare il racconto storico in un dispositivo critico che parla direttamente all’oggi. Mendonça Filho non si limita a rappresentare la brutalità della dittatura brasiliana, ma costruisce un discorso più ampio sulla natura ciclica del potere autoritario e sulla fragilità delle conquiste democratiche.
Il film dialoga idealmente con Io sono ancora qui di Walter Salles, altra recente opera fondamentale del cinema brasiliano contemporaneo; entrambi i lavori condividono la volontà di interrogare il trauma storico non come capitolo chiuso, ma come presenza latente, pronta a riemergere attraverso derive politiche e sociali che si manifestano nel presente. Tuttavia, se Salles predilige un registro emotivo più intimo e memoriale, più convenzionale narrativamente, Mendonça Filho adotta un approccio più complesso, articolato e ambiguo, giocando costantemente sul confine tra realismo e allegoria.



Nel film, la memoria diventa un terreno instabile, popolato da rimozioni, distorsioni e narrazioni parziali. Il passato non appare mai come un blocco monolitico, ma come una materia viva, soggetta a reinterpretazioni e manipolazioni, un archivio emotivo e politico che continua a esercitare la propria influenza sul presente.
Uno degli elementi più affascinanti del film è il modo in cui Mendonça Filho affronta la complessa relazione tra nostalgia e violenza politica: The Secret Agent infatti restituisce l’immagine di un Brasile attraversato da profonde contraddizioni; da un lato un paese che vive una fase di sviluppo economico e di trasformazione sociale, dall’altro una società soffocata da un clima di repressione, censura e corruzione sistemica.
Il regista evita qualsiasi rappresentazione nostalgica univoca, la nostalgia che attraversa il film è ambivalente, quasi ingannevole, essa emerge come sentimento legato a un’idea di stabilità e prosperità, ma viene costantemente incrinata dalla presenza di un potere autoritario che controlla e manipola ogni aspetto della vita civile. Questo contrasto produce un senso di inquietudine permanente, una percezione di benessere apparente che nasconde una realtà fatta di paura e controllo.
La società descritta da Mendonça Filho appare come una costruzione fragile, nella quale la quotidianità convive con la minaccia costante della violenza istituzionale. È proprio in questa tensione tra normalità e terrore che il film trova la propria dimensione più potente e universale.
Dal punto di vista stilistico, The Secret Agent si distingue per una regia estremamente personale, capace di mescolare registri apparentemente inconciliabili: il regista costruisce un racconto che sfugge a qualsiasi categorizzazione rigida, alternando momenti di tensione politica a sequenze che sembrano appartenere a una commedia nera, fino a sconfinare in territori quasi surreali.
L’incipit del film, che richiama, come già accennato, esplicitamente le atmosfere del western contemporaneo, evoca per costruzione narrativa e per gestione dello spazio una sensibilità vicina al cinema dei fratelli Coen. Questa apertura non rappresenta soltanto una citazione stilistica, ma stabilisce fin dall’inizio il tono ambiguo dell’opera, in cui il genere diventa uno strumento per destabilizzare le aspettative dello spettatore.

lunedì 2 febbraio 2026

It Was Just an Accident [aka Un semplice incidente] ( Jafar Panahi , 2025 )

 



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Giudizio: 8.5/10

Un evento marginale, apparentemente privo di conseguenze, innesca una serie di incontri imprevisti. It Was Just an Accident (Un semplice incidente) segue il percorso incerto di un piccolo gruppo di individui costretti a condividere uno spazio chiuso e un tempo sospeso, mentre il passato riemerge sotto forma di sospetto, memoria e rancore. Jafar Panahi costruisce un racconto mobile e ambiguo in cui il quotidiano si trasforma in un campo di prova morale, dove giustizia, vendetta e responsabilità individuale si intrecciano senza mai trovare una soluzione pacificante.

Nel cinema di Jafar Panahi l’urgenza politica non passa mai dalla solennità, ma dall’attrito; It Was Just an Accident, Palma d’Oro a Cannes e già indicato come uno dei titoli più forti nella corsa all’Oscar per il miglior film internazionale, è forse il suo film più spiazzante proprio perché sceglie di contaminare apertamente i registri, di scivolare con apparente naturalezza dal thriller politico alla commedia nera, dal dramma morale al picaresco per approdare al  paradosso quasi grottesco.

Il momento chiave di questa deriva controllata è la nascita di un gruppo improbabile di personaggi, tutti “sui generis”, costretti a condividere un viaggio in pulmino insieme a un prigioniero. 
È qui che il film cambia passo e rivela la sua natura più ambigua: la tensione non si scioglie, ma si deforma, le dinamiche diventano a tratti farsesche, i dialoghi assumono una cadenza ironica, persino surreale, e il racconto sembra flirtare con una dimensione da commedia nera on the road che sconfina a momenti addirittura nel western; ma è un riso che, seppur spontaneo e sincero, non libera, che non alleggerisce: al contrario, inchioda i personaggi e lo spettatore  a una condizione di disagio crescente.
Panahi usa la commedia come dispositivo critico: l'assurdità delle situazioni, la goffaggine morale dei personaggi, la loro incapacità di trovare una linea d’azione condivisa diventano lo specchio deformante di un paese in cui la violenza del potere ha frantumato ogni certezza etica. In quel pulmino non viaggia solo un prigioniero e una improbabile armata brancaleone in stile persiano, ma un intero sistema di colpe, paure, giustificazioni e compromessi. Ognuno dei personaggi incarna una diversa modalità di relazione con il regime: la complicità passiva, l’obbedienza, la rimozione, il desiderio di vendetta, l’illusione di potersi chiamare fuori.
È proprio attraverso questa contaminazione dei generi che Un semplice incidente diventa ancora più radicale. Il film non sceglie mai una direzione definitiva: non è un puro film di denuncia, non è un racconto di vendetta, non è una satira politica in senso stretto. È tutte queste cose insieme, ed è nel loro attrito che trova la sua forza. 
L’ironia, lungi dall’attenuare la violenza del discorso, la rende più insidiosa, più penetrante, perché mette a nudo il carattere profondamente ordinario del male, la sua capacità di annidarsi nei gesti minimi, nelle decisioni rimandate, nelle responsabilità condivise e mai davvero assunte.


Il titolo stesso è una dichiarazione di poetica: Un semplice incidente rimanda a qualcosa di casuale, di apparentemente innocuo, ma è proprio su questa ambiguità che Panahi costruisce l’intero film. 
L’incidente iniziale ,minimo, quasi banale , diventa il detonatore di una catena di eventi che mettono a nudo un sistema di violenza strutturale, dove la responsabilità non è mai completamente astratta o lontana, ma sempre incarnata in corpi, gesti, scelte quotidiane.
Panahi evita qualsiasi forma di didascalismo, non ci sono proclami, non ci sono discorsi apertamente ideologici, tutto passa attraverso situazioni, dialoghi ellittici, silenzi carichi di tensione. È un cinema che chiede allo spettatore di prendere posizione, non di aderire a una tesi precostituita.
Il film si inserisce con forza nel contesto dell’Iran contemporaneo, un paese attraversato da un fermento sociale profondo, segnato dalle proteste, dalla repressione, dalla sistematica violazione delle libertà individuali da parte del regime degli ayatollah. Ma Panahi compie una scelta radicale: non mostra quasi mai il potere in forma diretta. Il regime non è rappresentato da figure monolitiche o da simboli evidenti, bensì dalla sua pervasività, dalla sua capacità di infiltrarsi nei rapporti umani, di trasformare cittadini comuni in esecutori, complici, ingranaggi di una macchina repressiva.
È qui che emerge uno dei temi centrali del film: la responsabilità personale. Panahi non si accontenta di denunciare il sistema; interroga le coscienze individuali. Fino a che punto chi “obbedisce agli ordini” può dirsi innocente? Dove finisce la necessità di sopravvivere e dove inizia la complicità? Un semplice incidente è un film che rifiuta le scorciatoie morali e costringe a fare i conti con zone grigie scomode e dolorose.
Uno degli snodi narrativi più potenti riguarda il tema della vendetta riparatrice: Panahi costruisce infatti  una situazione che potrebbe facilmente scivolare nel thriller politico o nel racconto di rivalsa, e invece ne smonta progressivamente le aspettative. La vendetta, nel suo cinema, non è mai liberatoria ; " è inutile scavargli la fossa , questa gente la fossa se l'è scavata da sola" recita saggiamente uno dei personaggi del film rivolto ad un aguzzino dello spietato sistema repressivo. Può placare momentaneamente la rabbia, ma non restituisce dignità, non risana le ferite, non ricostruisce ciò che è stato distrutto.
Anzi, il film suggerisce con lucidità spietata che la vendetta rischia di replicare la stessa logica di violenza del regime che si vorrebbe combattere. È un cortocircuito etico che Panahi mette in scena senza giudicare, ma mostrando le conseguenze interiori, il peso morale che ricade su chi sceglie di farsi giustiziere.

lunedì 26 gennaio 2026

The Mysterious Gaze of the Flamingo [aka La misteriosa mirada del flamenco] ( Diego Cespades , 2025 )

 



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Giudizio: 8/10

Con The Mysterious Gaze of the Flamingo (La misteriosa mirada del flamenco , titolo originale), Diego Céspedes firma un esordio sorprendentemente maturo, capace di tenere insieme memoria storica, allegoria e racconto intimo. 
Ambientato nel Cile settentrionale degli anni Ottanta, in una comunità mineraria isolata ai margini del deserto, il film utilizza la comparsa di una misteriosa malattia come detonatore narrativo per esplorare un tema più profondo e universale: il modo in cui la paura del contagio si trasforma in pregiudizio, superstizione e violenza contro il diverso; infatti presso il villaggio (che sembra una versione sudamericana di un ambiente da spaghetti western ) vive una comunità queer composta da un "branco di maricones" come li chiamano i minatori che comunque di sera frequentano il locale.
L'occhio narratore è quello di Lidia una ragazzina di 11 anni, una trovatella adottata dai transgender  che la trattano come una loro protetta, soprattutto Flamingo ( Fenicottero) che è un po' la star del gruppo queer e la sua madre surrogata, dove tutti hanno un soprannome che richiama gli animali e i loro caratteri.
Un po' pregiudizio, un po' realismo magico, un po' ignoranza , sta di fatto che la comunità queer viene considerata responsabile della diffusione di questa malattia  che si trasmetterebbe secondo la diceria con lo sguardo tra due uomini; è chiara la metafora che porta al pensiero dell'Aids.
Premiato a Cannes nella sezione Un Certain Regard, il film di Céspedes si muove fin da subito su un terreno instabile, sospeso tra realismo e dimensione simbolica. Non gli interessa tanto ricostruire fedelmente un contesto storico, quanto interrogare le dinamiche sociali che emergono quando una comunità fragile e chiusa viene messa di fronte all’ignoto. La malattia, infatti, non è mai spiegata in termini scientifici: ciò che conta è il racconto che se ne fa, la narrazione collettiva che nasce per dare un senso alla paura.
Nel villaggio, la diffusione della malattia viene attribuita a una leggenda tanto inquietante quanto rivelatrice: il contagio avverrebbe attraverso lo sguardo amoroso tra due uomini. Una spiegazione assurda, irrazionale, ma proprio per questo efficace nel suo funzionamento simbolico. 
Céspedes non costruisce un’allegoria esplicita, ma è impossibile non pensare alla paura e allo stigma che hanno accompagnato l’epidemia di AIDS negli anni Ottanta, quando il corpo omosessuale veniva percepito come corpo “pericoloso”, portatore di morte e disordine morale ed è ricco di significati che una tematica simile venga affrontata da un giovane trentenne che non ha certo vissuto gli anni bui del sorgere della malattia ma che, come ha spesso dichiarato, ha aperto una stagione che dura ormai da decenni di avversione verso gli omosessuali e i transgender e i "diversi" in genere.



Nel film, la malattia diventa così un dispositivo narrativo che serve a legittimare l’esclusione: non è il virus a uccidere, ma il modo in cui viene raccontato. 
La superstizione permette alla comunità di individuare un colpevole, di trasformare l’ignoto in qualcosa di visibile e quindi controllabile; in questo senso, Céspedes mostra come il pregiudizio non nasca dall’assenza di spiegazioni, ma dal bisogno di semplificare la complessità attraverso una narrazione rassicurante, anche se violenta.
Il titolo del film indica con chiarezza il suo centro simbolico: lo sguardo. È attraverso lo sguardo che passa il desiderio, ma anche la colpa. Guardare significa riconoscere l’altro, accettarne l’esistenza, esporsi a un legame. Non a caso, nel film, lo sguardo diventa qualcosa da temere, da evitare, da demonizzare; ciò che spaventa davvero la comunità non è tanto l’atto sessuale in sé, quanto la possibilità che l’amore diventi visibile.
Céspedes lavora su questo tema anche dal punto di vista formale, la regia alterna momenti di grande intimità, fatti di corpi vicini e sguardi che si cercano, a inquadrature più distanti, in cui i personaggi appaiono piccoli e isolati nello spazio desertico (emblematica in tal senso la scena finale). È un cinema che mette costantemente in tensione prossimità e distanza, appartenenza ed esclusione. Lo sguardo, da strumento di connessione, si trasforma in veicolo di paura: non guardare diventa una forma di difesa, ma anche il segno più evidente di una disumanizzazione in atto.
La superstizione che attraversa il villaggio non è mai trattata con condiscendenza, Céspedes la mette in scena come un sistema di pensiero coerente, capace di organizzare comportamenti, paure e gerarchie. In una comunità povera, isolata e già segnata da una forte precarietà, la malattia diventa il catalizzatore di una violenza latente. La famiglia queer di Lidia viene progressivamente trasformata nel capro espiatorio perfetto: diversa, visibile, marginale.
La violenza che ne deriva non è improvvisa, ma costruita passo dopo passo, giustificata da un presunto bene collettivo ed  è qui che il film mostra la sua dimensione più politica: Céspedes non racconta solo una discriminazione individuale, ma il modo in cui una comunità intera accetta e normalizza l’esclusione, convinta di proteggere se stessa.
In contrasto con l’ostilità del villaggio, il film costruisce uno spazio alternativo: la famiglia queer in cui cresce Lidia, una famiglia non fondata sul sangue, ma sulla cura, sull’affetto, sulla condivisione quotidiana; è uno spazio fragile, esposto, ma anche profondamente vitale. Qui il corpo non è fonte di colpa, ma di espressione; la malattia non cancella il desiderio di vivere, amare, stare insieme.

mercoledì 21 gennaio 2026

Father ( Tereza Nvotovà , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 6.5/10

Father , presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, segna un nuovo tassello nel percorso artistico di Tereza Nvotová, regista slovacca che negli ultimi anni si è distinta per uno sguardo rigoroso, politicamente sensibile e attento alle ferite intime che attraversano l’individuo e la società. Dopo l’impatto forte e perturbante di Nightsiren, Father appare come un’opera più trattenuta, quasi ritrosa, che sceglie la via del distacco emotivo per affrontare una tragedia familiare ispirata a un fatto realmente accaduto.
Il film prende spunto da un episodio di cronaca legato alla cosiddetta “Sindrome del Bambino dimenticato”, una tragedia che si consuma nell’ordinario, nel cortocircuito fra abitudine e distrazione, e che porta a conseguenze irreversibili.
Il film inizia con una scena tipica di una qualsiasi famiglia: padre che fa jogging di prima mattina, mamma a casa che prepara la bambina per la scuola, la fretta che incalza e monta le dcisioni e i programmi scambiati tra i due adulti mentre ci si prepara per uscire, la bambina messa in macchina nel nuovo seggiolino, padre e madre si separano diretti verso il posto di lavoro; l'uomo fa tappa alla scuola e lascia la bambina, o almeno così crede, perchè quando nel pomeriggio riceve una chiamata dalla moglie che gli riferisce che a scuola la bambina non è mai arrivata il dramma esplode: la piccola giace morta nella macchina parcheggiata sotto un sole cocente estivo nel parcheggio della sede del giornale in cui il padre è proprietario.
Nvotová decide però di non costruire un film-inchiesta né un melodramma giudiziario: Father è piuttosto un’indagine sul dopo, sul tempo sospeso che segue l’irreparabile, quando il dolore non esplode ma si stratifica, avvelenando lentamente ogni gesto e ogni relazione.
La scelta più significativa , e al tempo stesso più problematica , è quella di adottare quasi esclusivamente la prospettiva del padre, figura che agli occhi dell’esterno appare come il principale responsabile della tragedia. Non si tratta di un’operazione assolutoria, ma di un tentativo di entrare in uno spazio mentale segnato da senso di colpa, rimozione e disperazione, evitando facili semplificazioni morali.
Il protagonista è un uomo comune, privo di tratti eccezionali, ed è proprio questa normalità a rendere la vicenda ancora più disturbante. Nvotová lo osserva con uno sguardo clinico, quasi entomologico, seguendolo nei suoi movimenti quotidiani, nel silenzio delle stanze, nei gesti minimi che tentano invano di ristabilire un ordine ormai perduto.



Il senso di colpa non viene mai verbalizzato in modo diretto: è inscritto nei corpi, negli sguardi bassi, nella difficoltà di sostenere la presenza dell’altro, soprattutto della madre, figura che rimane più laterale ma che incarna un dolore forse ancora più radicale, perché privo di qualsiasi possibilità di espiazione.
Il film suggerisce come la colpa non sia solo individuale, ma anche strutturale e culturale: il peso delle aspettative sociali, il ruolo genitoriale vissuto come funzione automatica, la fragilità della memoria e dell’attenzione in una vita scandita dalla ripetizione. Tuttavia, questa riflessione resta spesso implicita, lasciata ai margini dell’inquadratura.
Dal punto di vista formale, Father si affida a un impianto registico estremamente controllato. La fotografia fredda, i colori smorzati, l’uso parsimonioso della colonna sonora e la predilezione per piani fissi o movimenti di macchina minimi contribuiscono a creare un’atmosfera di distacco emotivo. È come se Nvotová volesse evitare qualsiasi forma di manipolazione dello spettatore, lasciandolo solo di fronte all’opacità del dolore.
Questa scelta, coerente con l’etica del film, rappresenta però anche il suo limite principale: se in Nightsiren il rigore formale si accompagnava a una tensione simbolica e sensoriale capace di incidere in profondità, qui la messa in scena rischia talvolta di diventare asettica, incapace di penetrare davvero nel trauma. La tragedia resta sullo sfondo, evocata più che affrontata, e il film sembra trattenersi proprio nel momento in cui potrebbe osare uno scavo più radicale.
L’impianto narrativo di Father appare volutamente ellittico, frammentato, ma questa frammentarietà non sempre si traduce in una reale complessità. La regista sceglie di non ricostruire l’evento centrale, né di esplorare in modo approfondito le dinamiche precedenti o successive alla tragedia. Ne deriva un racconto che non vuole, o forse non riesce ,a entrare fino in fondo nella storia dei due genitori, lasciando alcune zone emotive e psicologiche solo abbozzate.

domenica 11 gennaio 2026

TOP 10 2025

 



Non so quale istinto irrefrenabile mi abbia spinto a stilare la famigerata top 10 dei film del 2025 , soprattutto considerando che anche Topolino e il Giornalino di Sant'Antonio ormai lo fanno; forse il timore di rimanere un emarginato, forse perchè l'anno passato si è presentato ricco di buoni lavori, con pochissime vette assolute , ma con un valore medio di indubbia qualità altissima.
Come sempre qualche premessa irrinunciabile , anche se poi sono sempre le stesse: ovviamente entrano nella classifica solo i film che ho avuto modo di vedere e siccome il tempo è poco e le cose da fare tante è ovvio che non siano contemplati tutti i film della stagione.
Sono state prese in considerazione le pellicole prodotte  nel 2025 o comunque passate sugli schermi in Italia (festival, cinema etc) nel 2025 stesso a prescindere dall'anno di produzione.
Ovvio che con tali premesse si tratta di classifica parziale e lungi da me l'idea di voler stilare una lista  in stile Cahiers.


  1. The Brutalist   ( Brady Corbet )  Cinema di altri tempi, opera che fagocita e che disvela in maniera prorompente l'imbroglio  del cosiddetto sogno americano
  2. Caught by the Tides   ( Jia Zhangke )  Forse il film più importante del grande regista cinese, un compendio del suo universo cinematografico che si disvela in un arco temporale che abbraccia quasi tutta la sua carriera
  3. Black Dog   ( Guan Hu )  Ennesimo lavoro di un regista che rimane fedele al suo credo e fieramente difensore della filosofia cinematografica dei cineasti della Sesta Generazione 
  4. It Was Just an Accident   ( Jafar Panahi )  L'ultima riflessione dolorosa ma carica anche di una bella dose di ironia amara del grande regista persiano sulla realtà dell'Iran moderno e sulla responasbilità soggettiva
  5. Bugonia   ( Yorgos Lanthimos )  Stabilmente integrato ormai nel cinema americano , Lanthimos col suo inconfondibile  stile affronta  tematiche  che stanno diventando pressanti nella nostra civiltà allo sbando: il ruolo dei complottisti, le fake news, l'ecologia, la lotta di classe intesa non in senso marxista, la deriva del mondo sull'orlo di un baratro più vicino di quanto possa sembrare.
  6. Emilia Perez   ( Jacques Audiard ) Geniale escursione del regista francese su territori cinematografici ibridi che non gli sono propri, ma il racconto di un feroce capo dei narcos che diventa donna è uno spunto che crea un lavoro di grandissimo impatto
  7. No Other Choice   ( Park Chanwook )  Altra grande prova offerta dal regista coreano: non la risposta a Bong col suo Parasite come qualcuno ha detto, ma una riflessione amara , sarcastica e spietata sulla società coreana e la competitività presente in tutti i settori, soprattutto quelli lavorativi.
  8. Her Story   ( Shao Yihui )  Uno dei volti nuovi più interessanti   comparsi all'orizzonte del mondo cinematografico cinese: Shao confeziona un lavoro ad impronta femminista, che schiva con grande efficacia la scure della censura e che racconta la Cina ormai diventata grande potenza con tutti i malanni che hanno tristemente avvinghiato l'Occidente.
  9. El Jockey   ( Luis Ortega )   Divertente, dissacrante , rivoluzionario, profondamente umano con un ritratto di una Argentina che riesce ad infondere nostalgia , El jockey è stato sicuramente uno dei film più originali dell'anno.
  10. Sotto le foglie   ( Francois Ozon )   Un ritorno sfavillante del regista parigino ad atmosfere chabroliane che indagano sulla famiglia borghese e i suoi segreti. Lavoro di grande raffinatezza ed ambiguità narrativa .
      ex-aequo 10  Io sono ancora qui   ( Walter Salles )  Raccontando il passato Salles compie un atto di grande civiltà ammonendo sulla possibilità che quello che è stato può tornare ad essere, e con un bandito come Bolsonaro tutto è possibile...
      ex-aequo 10  Mickey 17   ( Bong Joonho ) Ancora una incursione in un futuro disopico, ancora una riflessione sulla lotta di classe e sull'ecologia , ma soprattutto un grido di allarme, che gli eventi accaduti poi in seguito nel mondo hanno pericolosamente confermato, sul potere in mano ai miliardari senza scrupoli.



Sentimental Value ( Joachim Trier , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 7.5/10


Sentimental Value, vincitore del Gran Premio della Giuria a Cannes, rappresenta uno dei momenti più alti e complessi della filmografia di Joachim Trier, regista norvegese che negli ultimi quindici anni ha saputo costruire un cinema profondamente intimo e al tempo stesso lucido nel leggere le inquietudini della contemporaneità. Dopo Reprise, Oslo, August 31st, Segreti di famiglia e  The Worst Person in the World Trier torna a interrogarsi , e non sempre in maniera convincente, sul rapporto tra identità, memoria e creazione artistica, scegliendo questa volta di mettere il cinema stesso al centro del racconto, non solo come tema, ma come struttura, linguaggio e dispositivo emotivo.
Il film si svolge intorno ad una famiglia con un padre ingombrante, Gustav, regista cinematografico che molla la famiglia con due figlie ragazzine; in occasione della morte della moglie ricompare a casa destando grande sorpresa e imbarazzo nelle figlie per le quali è sempre stata una figura assente e sfuggente; per l'occasione l'uomo propone alla figlia maggiore Nora, attrice di teatro dal carattere piuttosto problematico, di partecipare ad un suo progetto cinematografico, che scopriremo poi essere a forte impronta biografica e incentrato sulla sua madre e la famiglia; al rifiuto opposto da Nora , Gustav , ingaggia una starlet americana per il ruolo pensato per la figlia. Con la ricomparsa del padre situazioni rimaste sepolte ed altre che si vanno instaurando porteranno ad un inevitabile confronto nella famiglia.
Al cuore di Sentimental Value c’è una figura paterna ingombrante e fragile: un regista in fase calante, autore di un cinema che ha conosciuto un passato di riconoscimento ma che ora fatica a trovare spazio, pubblico e legittimazione. È un uomo che ha sacrificato tutto al lavoro, al punto da stravolgere e deteriorare le relazioni familiari, abbandonando le figlie quando erano ancora adolescenti. Il suo ritorno, tardivo e ambiguo, non è mosso da un autentico desiderio di riconciliazione, ma da una nuova idea di film: un progetto che, ancora una volta, rischia di trasformare la vita privata in materiale narrativo.
Trier costruisce qui un ritratto durissimo e al tempo stesso compassionevole di un artista che non sa più distinguere tra esperienza vissuta e rappresentazione. Il cinema non è solo il suo mestiere, ma l’unico modo che conosce per stare al mondo. Questo rende il personaggio tragicamente coerente: incapace di amare senza osservare, di ricordare senza riscrivere, di chiedere perdono senza inquadrarlo come una scena.
Il conflitto centrale del film non esplode mai in modo melodrammatico, al contrario, Sentimental Value lavora per sottrazione, su dialoghi ellittici, silenzi carichi di rancore e incomprensioni mai davvero risolte. Le figlie non sono semplici vittime: sono donne adulte che hanno costruito la propria identità anche in opposizione a quell’assenza. Il ritorno del padre non riapre solo vecchie ferite, ma mette in crisi equilibri che sembravano consolidati.



Trier osserva con grande sensibilità come il trauma dell’abbandono non si manifesti attraverso grandi conflitti, ma in una diffidenza emotiva costante, in una difficoltà strutturale a fidarsi dell’altro, a credere nella durata dei legami. In questo senso, il film diventa anche una riflessione sul modo in cui l’arte, quando diventa totalizzante, può lasciare macerie affettive irreversibili.
Sentimental Value è un film che parla di cinema attraverso il cinema stesso: Trier mette in scena set, prove, riunioni produttive, discussioni sul casting, ma soprattutto il delicato e spesso violento processo di trasformazione della vita in racconto. Il film che il padre vuole realizzare diventa uno specchio deformante in cui le figlie si vedono riflesse, riconoscendosi e respingendosi allo stesso tempo.
Qui emerge uno dei temi più contemporanei dell’opera: il rapporto tra il cinema d’autore e le piattaforme, in particolare Netflix, che nel film appare come una presenza silenziosa ma determinante. Non demonizzata, ma osservata con lucidità, la piattaforma rappresenta una nuova forma di legittimazione e, insieme, di compromesso. Trier suggerisce come il cinema, nel suo passaggio verso modelli industriali e algoritmici, rischi di perdere quella dimensione di fragilità, fallibilità e tempo lungo che aveva reso possibile un certo tipo di sguardo personale.
Il tramonto del regista protagonista non è solo individuale, ma storico: è il declino di un’idea di cinema come gesto assoluto, totalizzante, che oggi fatica a trovare spazio senza adattarsi o snaturarsi.
Accanto al discorso sul cinema, Sentimental Value apre una riflessione più ampia sulla solitudine e sul rapporto con la religione, non intesa in senso dogmatico, ma come domanda di senso di fronte al fallimento, alla vecchiaia e alla morte. Il padre-regista appare come un uomo che ha creduto solo nel cinema, e che ora, nel momento del declino, scopre il vuoto lasciato da quella fede esclusiva.
Trier non offre risposte consolatorie. La spiritualità che attraversa il film è incerta, fragile, spesso muta. È una religiosità del dubbio, del silenzio, che si manifesta più nelle assenze che nelle presenze, più nei gesti mancati che nelle dichiarazioni esplicite.
Dal punto di vista formale, Sentimental Value conferma la maturità di Trier: una regia elegante, mai ostentata, capace di alternare momenti di intimità quasi documentaria a passaggi di forte costruzione simbolica; se solo avesse calcato meno la mano nella durata , sforbiciando magari una ventina di minuti almeno, la pellicola sarebbe stata quasi impeccabile La struttura del film riflette il suo tema centrale: una narrazione frammentata, fatta di ritorni, di versioni contrastanti dello stesso passato, di memorie che non coincidono mai del tutto.

lunedì 5 gennaio 2026

The Mastermind ( Kelly Reichardt , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 7.5/10


Con The Mastermind, Kelly Reichardt prosegue con coerenza e rigore uno dei percorsi più lucidi e radicali del cinema indipendente americano contemporaneo: quello di uno sguardo laterale, dimesso ma implacabile, sui margini del mito fondativo degli Stati Uniti. 
Ancora una volta, la regista sceglie di raccontare l’America non attraverso i suoi centri di potere o le sue narrazioni trionfalistiche, ma osservandone le crepe, i vuoti, le esistenze minime che si muovono in territori geografici e morali impoveriti. Il risultato è un film che, sotto l’apparente semplicità di uno sgangherato racconto criminale, si configura come una potente metafora del fallimento del sogno americano e delle sue conseguenze a lungo termine.
Il protagonista di The Mastermind ( un eccellente Josh O’Connor sempre a suo agio nei ruoli da stralunato ed in questo ricorda tanto il protagonista de La Chimera di Alice Rohrwacher) è una figura che incarna alla perfezione l’ossessione americana per il successo, declinata nella sua forma più patetica e autodistruttiva: è un uomo convinto di essere destinato a “diventare qualcuno”, di meritare un riscatto sociale ed economico che il mondo, a suo dire, gli ha negato. Eppure, Reichardt lo costruisce come una nullità assoluta: mediocre, privo di intelligenza strategica, incapace di leggere il contesto storico e umano che lo circonda.
Il suo progetto di arricchirsi attraverso il furto di opere d’arte , simbolo per eccellenza di un valore culturale che egli non comprende minimamente, non nasce da un autentico desiderio estetico o da una tensione intellettuale, ma da una mitomania grezza, da un’idea infantile di potere e prestigio che finisce col causare un ribaltamento totale e pericoloso della sua vita.
Il “mastermind” del titolo è dunque una beffa: un’auto-investitura ridicola che rivela, per contrasto, il vuoto di un individuo che non possiede né talento né visione, ma solo un desiderio astratto di riconoscimento.



Reichardt colloca questa parabola individuale sullo sfondo di un’epoca cruciale: gli ultimi bagliori del 1968, la guerra in Vietnam, la protesta giovanile, la diserzione e la fuga in Canada, Nixon come figura catalizzatrice di un clima bellico e paranoico che avrebbe lasciato un segno profondo e duraturo nella coscienza americana. Non è una scelta casuale: quel periodo rappresenta al tempo stesso l’apice e l’inizio della dissoluzione del sogno americano come promessa collettiva.
In The Mastermind, il sogno non viene raccontato attraverso l’utopia politica o l’impegno civile, ma attraverso la sua distorsione individualistica. Mentre una generazione tenta ,spesso goffamente, spesso tragicamente , di opporsi a una guerra percepita come ingiusta e insensata, il protagonista rimane completamente estraneo a ogni forma di partecipazione politica o etica ( in tal senso il finale beffardo è un piccolo capolavoro della Reichardt). La Storia scorre sullo sfondo, ma non lo attraversa: egli non protesta, non diserta per convinzione, non prende posizione. È un corpo opaco, impermeabile, centrato esclusivamente sulla propria fantasia di successo.
In questa prospettiva, il film suggerisce che il fallimento e la mistificazione del sogno americano non nascono solo dalla repressione o dalla violenza del potere, ma anche , e forse soprattutto , dall’assenza di un autentico senso di responsabilità individuale. Il sogno si frantuma perché viene ridotto a un’idea di arricchimento personale sganciata da qualunque dimensione collettiva.
Come spesso accade nel cinema di Reichardt, lo spazio è un elemento narrativo fondamentale. Le aree rurali, le periferie urbane depresse, i paesaggi anonimi e spogli diventano il riflesso esteriore della condizione interiore del protagonista. Non c’è alcuna romanticizzazione della provincia americana: è un territorio sospeso, privo di prospettive, attraversato da un’energia stagnante.
Il personaggio si muove in questi spazi come un corpo estraneo, quasi “autistico” nel suo isolamento emotivo e cognitivo. Non stabilisce legami autentici, non comprende i codici sociali che lo circondano, non riesce a inserirsi in nessun contesto. La sua estraneità non è quella dell’outsider consapevole, ma quella di chi non possiede gli strumenti per leggere il mondo. Reichardt filma questa condizione con il suo consueto minimalismo: pochi dialoghi, tempi dilatati, una messa in scena che rifiuta ogni enfasi spettacolare.
Dal punto di vista strutturale, The Mastermind si inscrive perfettamente nella poetica della regista. Il film procede per sottrazione, evitando i meccanismi classici del genere crime: niente colpi di scena, niente escalation drammatica, nessuna catarsi finale. Il furto d’arte, che in un altro cinema sarebbe il centro nevralgico del racconto, qui diventa quasi un pretesto, un gesto vuoto che non produce né ricchezza né redenzione.
Il fallimento del protagonista non è spettacolare, ma lento, inesorabile, silenzioso, comincia dalla famiglia con la moglie che è all’oscuro di tutto, prosegue con il suo rapporto coi genitori che vedono in lui, soprattutto il padre, giudice della contea, un povero nullafacente nonostante i lavori millantati , e finisce con i pochi amici pronti a voltargli le spalle una volta saputa la sua fuga di casa e la scia di guai che si tira dietro. Ed è proprio in questa assenza di dramma che Reichardt trova la sua forza politica: il sogno americano non esplode, semplicemente si sgonfia, rivelando la sua natura illusoria.
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