Giudizio: 6.5/10
Quando una giovane studentessa accusa un celebre professore, Hank figura carismatica e influente dell’ateneo nonchè candidato in gara con Alma per ottenere la cattedra, di aver oltrepassato i confini etici del rapporto docente-allieva, l’intera comunità universitaria viene travolta da un conflitto che non è solo giudiziario, ma profondamente simbolico.
Tra seminari sull’etica della virtù, riunioni interne, colloqui privati e cene nei salotti colti della città, emergono tensioni latenti, rivalità accademiche e gerarchie consolidate; Alma, inoltre, divisa tra fedeltà personale, ambizione professionale e senso di giustizia, si trova costretta a interrogare non solo il comportamento del collega, ma anche le proprie responsabilità e soprattutto il proprio passato nel quale è sepolto un episodio che potrebbe diventare pericolosissimo se divulgato.
In un clima segnato dall’eco del movimento #MeToo, ogni parola, ogni presa di posizione diventa un atto politico, sebbene una delle frasi simbolo di questa opera è quella che viene scandita durante un cena tra colleghi a casa di Alma : "se sei bianco, maschio e cisgender in questo momento non hai nessuna possibilità di carriera".
Mentre la vicenda si dipana tra spazi pubblici e privati, tra dichiarazioni ufficiali e verità sussurrate, il film mette a nudo le dinamiche di potere che regolano l’istituzione universitaria: il prestigio come scudo, il talento come arma, l’amore e l’ammirazione come strumenti di dominio. Dopo la “caccia” , l’accusa, l’indagine, l’esposizione mediatica , ciò che resta è un campo minato di reputazioni, silenzi e scelte morali da cui nessuno può dirsi davvero estraneo e dove trovare il bene e il male o il giusto e il cattivo diventa operazione quasi fideistica.
Presentato in concorso alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, After the Hunt – Dopo la caccia segna un nuovo capitolo nella filmografia di Luca Guadagnino.
Dopo aver attraversato l’eros cannibale e ambiguo di Challengers e la febbre desiderante di Chiamami col tuo nome, Guadagnino si sposta dentro un’arena apparentemente più austera: l’università americana, i suoi corridoi tappezzati di libri, i seminari sull’etica, i salotti intellettuali dove si citano Aristotele e si sorseggia vino biodinamico. Ma, come spesso accade nel suo cinema, la superficie culturale è solo il velo di una battaglia più primordiale: quella per il potere, anche se in questo caso la dissertazione filosofica è essa stessa facente parte del più ampio tema del potere e del suo esercizio.
Il titolo non è solo un riferimento narrativo: la “caccia” è un dispositivo simbolico; dopo la caccia – dopo l’atto, dopo l’accusa, dopo lo scandalo – resta il campo di battaglia morale. Restano le macerie di reputazioni, i silenzi, le prese di posizione. Resta la domanda: chi è predatore e chi è preda?
Guadagnino costruisce il film come un progressivo smascheramento. La struttura è calibrata su un crescendo dialettico: dalle aule universitarie, dove si discute di etica della virtù, si passa ai corridoi del potere accademico, fino agli spazi privati , case eleganti, cene sofisticate, stanze cariche di oggetti che stimolano il senso dell'estetica del regista, dove le gerarchie si fanno più sottili ma non meno violente.
La dissertazione filosofica sull’etica della virtù , evocazione aristotelica di un equilibrio tra carattere e azione, diventa il controcampo teorico di una pratica quotidiana che di virtuoso ha ben poco. Il film sembra interrogarsi: la virtù è davvero una disposizione morale o è una maschera sociale? E chi decide cosa è virtù in un contesto governato dalla reputazione e dalla carriera?
Al centro del racconto si staglia la figura del maschio intellettuale: colto, carismatico, progressista a parole, ma profondamente accentratore di potere. È il professore che incarna il privilegio strutturale. e non è certo un villain caricaturale: Guadagnino evita la semplificazione. Il suo maschio è sofisticato, brillante, persino seducente. Ed è proprio questo il punto.
Il potere non si manifesta solo nella coercizione, ma nella capacità di definire il discorso, di orientare l’interpretazione dei fatti, di stabilire la narrativa; il professore domina lo spazio pubblico attraverso l’eloquenza, quello privato attraverso l’intimità selettiva. Manipola senza apparente violenza, ma con un controllo sottile delle relazioni.
In questo senso, After the Hunt dialoga apertamente con l’onda lunga del #MeToo: non come cronaca, ma come sedimentazione culturale. Il film non si limita a mettere in scena un’accusa; mette in discussione l’intero ecosistema che la rende possibile o la neutralizza. L’università diventa microcosmo di una società in cui il potere è distribuito lungo una piramide: in alto il maschio affermato, sotto le giovani studiose, precarie, ambiziose, vulnerabili.
Guadagnino è finissimo nel mostrare le disparità sociali che attraversano l’istituzione accademica. Non si tratta solo di genere, ma di classe, di provenienza, di capitale culturale. Chi ha accesso ai codici linguistici del potere? Chi sa come muoversi tra fondazioni, pubblicazioni, convegni?
Le cene nei salotti intellettuali – illuminate da una fotografia calda e studiata – sono luoghi di raffinata ipocrisia: si parla di giustizia sociale, di inclusione, di teoria critica, ma quando il conflitto si fa concreto, prevale la tutela della reputazione. L’istituzione protegge se stessa.
Qui Guadagnino tocca uno dei nodi più brucianti del film: l’autoconservazione del sistema. Non è il singolo a essere processato, ma la stabilità dell’élite. Le solidarietà si costruiscono in base al calcolo. La verità è subordinata alla convenienza.
Come già in altri suoi lavori, Guadagnino intreccia desiderio e dominio. L’amore , o ciò che viene chiamato tale , è sempre una negoziazione di potere, chi ama di più è più vulnerabile, chi desidera di meno controlla il ritmo della relazione.
Le relazioni affettive nel film non sono mai pure: sono attraversate da gerarchie. Il mentore e l’allieva, il partner affermato e la compagna meno visibile, l’intellettuale celebrato e la giovane promessa. Ogni legame contiene uno squilibrio.
In questo senso, After the Hunt suggerisce che l’amore stesso, dentro una struttura sociale diseguale, diventa una tecnologia del potere. Non c’è sentimento che non sia inscritto in un contesto di status, riconoscimento, prestigio.










