Con La grazia, Paolo Sorrentino torna a confrontarsi con il potere, ma lo fa da una prospettiva inattesa: non più quella barocca e spettacolare che caratterizzava Il Divo, né quella malinconicamente autobiografica di E' stata la mano di Dio o la dimensione mitologica e sensuale di Parthenope. Qui il regista sembra compiere un passo indietro, scegliendo la via di una narrazione più raccolta e quasi crepuscolare, concentrata sulla coscienza di un uomo che si avvicina alla fine della propria stagione pubblica. Il risultato è un film che riflette sul rapporto tra giustizia, pietà e responsabilità morale, mettendo in scena la solitudine di un presidente della Repubblica negli ultimi mesi del suo mandato, mentre il peso delle decisioni istituzionali si intreccia con i fantasmi della sua vita privata.
Il protagonista del film è il presidente della Repubblica italiana, ormai prossimo alla conclusione del suo mandato al Palazzo del Quirinale. Uomo riservato, colto e profondamente introspettivo, vive con accanto la figlia che è un po’ una sua factotum, rigidissima custode della salute paterna oltre che preziosa consigliera e valida giurista, degna prole di cotanto padre, sommo giurista autore di testi sacri nell’ambito legislativo; trascorre le sue giornate tra incontri istituzionali, letture notturne e lunghe passeggiate solitarie nei corridoi del palazzo presidenziale, che nel film appare come uno spazio quasi metafisico: immenso, silenzioso, immerso in una penombra carica di storia.
Durante gli ultimi mesi al Quirinale, due questioni decisive arrivano sulla sua scrivania: la prima riguarda la promulgazione di una controversa legge sull’eutanasia, che divide il paese tra sostenitori del diritto all’autodeterminazione e difensori della sacralità della vita. Il presidente, profondamente credente, si trova così davanti al dilemma costituzionale e morale di firmare o rinviare il provvedimento, consapevole che ogni scelta avrà profonde implicazioni etiche e politiche.
Parallelamente, gli vengono sottoposte due richieste di grazia presidenziale: i casi riguardano due ergastolani condannati per l’uccisione dei rispettivi partner: storie diverse, ma accomunate da un passato di violenza, disperazione e colpa. Attraverso dossier, testimonianze e colloqui indiretti, il presidente cerca di comprendere se in quelle vite segnate dal delitto possa esistere spazio per la redenzione.
Mentre affronta queste decisioni, la sua mente torna spesso al passato: soprattutto al ricordo della moglie, morta alcuni anni prima. Il loro rapporto era stato segnato da un tradimento da parte sua, una ferita mai completamente rimarginata. Ora, nella solitudine del potere e della vecchiaia, quel rimorso torna a tormentarlo.
Tra i corridoi silenziosi del Quirinale, ascoltando inaspettatamente musica rap nelle sue stanze private o rievocando momenti della sua vita con la moglie, oppure fumando di nascosto l’unica sigaretta che si concede sul terrazzo del palazzo presidenziale in compagnia del fidato colonnello dei corazzieri, il presidente si interroga sul significato più profondo della parola “grazia”: quella istituzionale che può concedere ai detenuti, ma anche quella umana e spirituale che forse egli stesso continua a cercare.
Uno dei tratti più evidenti del film è il modo in cui Sorrentino rappresenta il potere come esperienza radicalmente solitaria,non c’è quasi mai folla attorno al presidente, i collaboratori entrano ed escono dalle stanze come figure fugaci; i dialoghi sono brevi, spesso formali, l’attenzione del film è tutta concentrata sul volto del protagonista e sulle sue pause di riflessione.
Il Quirinale diventa così uno spazio simbolico: non tanto il cuore della vita istituzionale italiana, quanto una sorta di monastero laico dove il potere si trasforma in meditazione.Sorrentino filma questi ambienti con luci soffuse, corridoi interminabili e stanze semivuote, creando una sensazione di vetustà quasi museale. Il palazzo sembra custodire non solo la storia della Repubblica, ma anche il peso morale delle decisioni che vi sono state prese.Il presidente appare come l’ultimo custode di questa tradizione, ma anche come un uomo che ne avverte tutta la fatica.
Il cuore emotivo del film è il rapporto del protagonista con la moglie scomparsa;la sua assenza è costante: fotografie, oggetti, brevi ricordi evocati nella voce narrante: più che un fantasma cinematografico, la moglie è una presenza interiore che accompagna ogni decisione del presidente.
Il rimorso per un tradimento passato diventa una sorta di ferita morale che il tempo non ha cancellato. Questo elemento introduce nel film una dimensione profondamente intima: dietro l’uomo delle istituzioni emerge un individuo fragile, incapace di perdonare se stesso.
In questo senso il tema della grazia assume un significato speculare: mentre il presidente deve decidere se concedere il perdono dello Stato a due condannati, lui stesso sembra incapace di ricevere una forma di perdono personale.
Il titolo del film è uno dei suoi nuclei concettuali più ricchi.
Nel corso della narrazione, la parola “grazia” assume diversi significati: giuridico, come atto di clemenza presidenziale, religioso, come forma di redenzione o misericordia, umano, come possibilità di perdonare e perdonarsi o semplicemente come viene definita dal presidente stesso “la bellezza del dubbio”.
I due casi di grazia sottoposti al presidente non sono semplicemente questioni legali. Sorrentino li utilizza come specchi morali: attraverso le storie dei detenuti emergono interrogativi sulla violenza domestica, sulla disperazione emotiva e sul diritto alla seconda possibilità.Il film evita facili risposte, la grazia non viene presentata come un atto di bontà assoluta, ma come una scelta complessa che si colloca in una zona grigia tra giustizia e pietà.
Dal punto di vista stilistico, La grazia rappresenta una deviazione interessante nella filmografia di Sorrentino.
Il regista resta fedele ad alcune delle sue caratteristiche più riconoscibili: improvvise deviazioni surreali, momenti musicali inattesi, piccoli lampi visionari che interrompono la linearità narrativa e si ergono a prospettive personali, l’episodio della musica rap ascoltata dal presidente è uno di questi momenti: una scelta che introduce una nota di ironia e straniamento.
Tuttavia il film rinuncia in gran parte al barocchismo visivo tipico del regista, le immagini sono più sobrie, i movimenti di macchina più contenuti, l’atmosfera complessiva quasi minimalista, una eleganza delle forme e della messa in scena, Sorrentino sembra voler costruire un film di meditazione più che di spettacolo , nel quale la dialettica interiore del protagonista diventa il cardine della meditazione che sovente rimane senza risposta alle domande.
Questa scelta comporta però anche qualche limite in quanto il film tende spesso a ripiegarsi su se stesso in modo eccessivamente riflessivo; la presenza di una voce narrante — quasi un diario interiore del presidente — finisce talvolta per spiegare troppo; l’impressione è che Sorrentino, nel tentativo di chiarire i dilemmi morali del protagonista, finisca per irrigidire il racconto con il risultato che alcuni passaggi risultano didascalici, come se il film volesse guidare lo spettatore verso determinate conclusioni invece di lasciarlo libero di interpretare e ciò inevitabilmente rende la narrazione sorprendentemente lineare per un autore solitamente incline alle ellissi e alle ambiguità.
Se si confronta La grazia con Parthenope, il cambiamento è evidente: in quest’ultimo, Sorrentino costruiva un affresco sensuale e mitologico della città di Napoli, ricco di eccessi visivi, ironia e slanci poetici, era un film che respirava libertà narrativa e visiva; La grazia, al contrario, è un film introverso e quasi ascetico.
Rispetto a È stata la mano di Dio, che rappresentava un momento di confessione personale del regista, questo nuovo lavoro appare più astratto e filosofico, il tema autobiografico lascia spazio a una riflessione universale sul potere e sulla responsabilità morale.
Nel complesso La grazia è un’opera che colpisce più per la sua dimensione meditativa che per la sua forza narrativa.
Sorrentino sembra interessato soprattutto a esplorare la fine di un ciclo: non solo quello del mandato presidenziale, ma anche quello di una vita intera fatta di scelte, rimorsi e interrogativi.
Il film non possiede la vitalità visionaria di alcune opere precedenti, ma offre momenti di autentica intensità emotiva, soprattutto quando il protagonista si confronta con il ricordo della moglie e con l’impossibilità di una piena riconciliazione con il proprio passato.
Un elemento che il film introduce con discrezione, ma che assume progressivamente un peso significativo, è il rapporto del presidente con i figli, Sorrentino non costruisce attorno a loro un vero sottotesto narrativo dominante, ma li utilizza piuttosto come un controcampo emotivo della figura paterna.
I figli rappresentano una generazione diversa, distante per sensibilità e per modo di intendere il mondo, nel quotidiano rapporto con la figlia (il maschio vive da anni in Canada), spesso segnati da un affetto trattenuto e da un certo imbarazzo, emerge la difficoltà di comunicazione tra chi ha incarnato per decenni la responsabilità pubblica e chi invece guarda alla vita con uno sguardo più disincantato, talvolta persino ironico.