Giudizio: 7.5/10
C'è un momento, verso la metà del film di Mona Fastvold, in cui Amanda Seyfried, nei panni di Ann Lee, rimane ferma davanti alla macchina da presa per minuti interi, il volto attraversato da qualcosa che non è esattamente emozione ma piuttosto trasparenza, come se la carne cedesse il posto a una luce interiore, difficile da nominare e impossibile da ignorare. È in quel preciso istante che Il testamento di Ann Lee rivela la propria natura più autentica: un film che ambisce a fare della biografia spirituale qualcosa di fisico, quasi viscerale, e che riesce nell'impresa ogni volta che si affida al silenzio e al corpo piuttosto che alla parola e alla spiegazione.
Il soggetto è straordinario, e quasi del tutto ignoto al grande pubblico europeo. Ann Lee nacque a Manchester nel 1736, figlia di un fabbro, cresciuta nella miseria degli slum industriali della città. Analfabeta per tutta la vita, lavorò giovanissima nelle manifatture tessili, fu costretta a un matrimonio combinato e vide morire in fasce tutti e quattro i suoi figli. Da quel dolore privato, radicale e irrimediabile, nacque qualcosa che non era rassegnazione religiosa ma furia mistica.
Ann Lee abbracciò la setta dei cosiddetti "Shaking Quakers", i Quaccheri Tremanti, un gruppo di dissidenti religiosi che aveva già rotto con la Chiesa anglicana e con il Quaccherismo più moderato, e in breve divenne la loro guida.
Nel 1774 condusse una piccola comunità di fedeli attraverso l'Atlantico verso il Nuovo Mondo, stabilendosi nell'area di Albany, nello stato di New York, dove fondò la prima vera comunità Shaker d'America. I suoi seguaci la venerarono come il Cristo femminile, come la seconda incarnazione del principio divino in forma di donna in una sorta di egualitaresimo di genere ante litteram.
Morì nel 1784, a quarantotto anni, dopo anni di persecuzioni, arresti e un'instancabile attività missionaria lungo la costa orientale americana. Il movimento che lasciò in eredità avrebbe nel tempo attratto migliaia di fedeli, costruito villaggi modello fondati sulla parità tra i sessi, sulla vita comunitaria che richiamava idee primitive di collettivismo socialista, sul celibato totale e su una forma di culto che integrava il canto e la danza come strumenti di elevazione spirituale.
Fastvold e Brady Corbet, che firmano insieme la sceneggiatura, affrontano questo materiale con un approccio che si potrebbe definire lirico-cronachistico; il film è formalmente un musical biografico, ma appartiene a quella tradizione del cinema d'autore in cui la musica non serve a rendere la storia più digeribile, bensì a farla risuonare in profondità, ad aprire fessure nella superficie narrativa attraverso cui passa qualcosa di più oscuro e più vero.
I canti Shaker, rielaborati dal compositore Daniel Blumberg , già autore della colonna sonora di The Brutalist , non sono numeri spettacolari, sono preghiere fisiche, sequenze di suono e movimento che il film usa per trasmettere ciò che il racconto da solo non potrebbe: la sensazione di come deve essere stato, per uomini e donne del Settecento poveri e perseguitati, lasciarsi andare alla trance collettiva, scrollarsi di dosso la vergogna e il peso del corpo attraverso il ballo.
Il contesto storico che il film ricostruisce è tutt'altro che ornamentale , l'Inghilterra della seconda metà del Settecento era una società in profonda trasformazione: la rivoluzione industriale stava mutando il volto delle città manifatturiere come Manchester, dissolvendone le strutture sociali tradizionali e creando masse di lavoratori poveri, privi di rappresentanza politica e spirituale. La Chiesa anglicana, chiesa di Stato, appariva a molti come distante e formale, incapace di rispondere ai bisogni di una popolazione sempre più disorientata. In questo vuoto proliferarono movimenti di dissidenza religiosa — i Metodisti di John Wesley, i Quaccheri nelle loro varie declinazioni, i Camisardi francesi rifugiati in Inghilterra dopo le guerre di religione — che offrivano forme di fede più personali, più emotive, più corporee.
Gli Shakers erano tra i più radicali di questi movimenti. Il film rende molto bene questo clima di fermentazione, mostrando come la predicazione di Ann Lee non cadesse in un vuoto, ma rispondesse a una sete spirituale reale e diffusa, specialmente tra le donne e i poveri, che nella dottrina Shaker trovavano il riconoscimento di una dignità negata altrove.
L'approdo in America porta il film in un territorio ancora più complesso, l'arrivo degli Shakers coincide con gli anni della Rivoluzione americana, e qui Il testamento di Ann Lee mostra la sua acutezza storica. I Quakers e i gruppi a loro affini, per ragioni teologiche legate al pacifismo, si rifiutarono di prendere le armi per nessuno dei contendenti e questo li espose all'accusa di simpatie lealiste, creando attriti con le comunità locali che si trovavano nel pieno dello sforzo bellico rivoluzionario.
La posizione degli Shakers era dunque doppiamente scomoda: stranieri, estatici, guidati da una donna che si proclamava voce di Dio, e per di più obiettori di coscienza in un momento in cui il neutralismo era percepito come tradimento. Il film non esplora questa tensione in modo esaurientemente documentaristico — è una scelta consapevole, non un'omissione — ma la fa sentire come pressione costante sull'esistenza della comunità.
Attorno al nucleo spirituale del film, Fastvold tesse una riflessione sulla natura del carisma religioso che è tra le cose più interessanti che il cinema degli ultimi anni abbia dedicato a questo tema: Ann Lee non è presentata come una santa senza macchia né come una manipolatrice cinica, è qualcosa di molto più ambiguo e per questo più vero: una donna che ha trasformato il proprio dolore in dottrina, che ha costruito un sistema di credenze attorno alle proprie ferite personali. Il celibato assoluto predicato dagli Shakers, la condanna della sessualità come radice della corruzione, non sono nel film semplici precetti teologici astratti: sono la risposta di Ann Lee a un matrimonio imposto, a corpi di bambini morti, a un'esperienza del desiderio e della procreazione vissuta esclusivamente come violenza e perdita. La grandezza della performance di Seyfried sta nell'evitare ogni psicologismo a buon mercato; non "spiega" Ann Lee dall'esterno: la abita dall'interno, con una fisicità trattenuta e al tempo stesso sempre sul punto di esplodere.
Il fervore religioso Shaker che il film mette in scena merita una riflessione a parte. Le sequenze di culto collettivo ( il tremito, la danza, i canti ripetuti come mantra ) sono tra le più affascinanti e inquietanti del film; Fastvold evita due errori opposti che sarebbero stati ugualmente fatali: non ridicolizza quelle pratiche dallo sguardo distaccato del laico moderno, ma non le mitizza nemmeno in qualcosa di dolcemente pittoresco. Le osserva con una curiosità rispettosa e leggermente inquieta, lasciando allo spettatore la libertà di sentire in esse sia la bellezza genuina di un tentativo di comunione tra le persone e con il divino, sia l'ambivalenza di un sistema che usa l'estasi collettiva anche come meccanismo di controllo sociale.







