venerdì 1 luglio 2022

Are You Lonesome Tonight ? / 热带往事 ( Wen Shipei / 温仕培 , 2021 )

 




Are You Lonesome Tonight? (2021) on IMDb
Giudizio: 8/10

Promettentissima opera prima del giovane regista cinese Wen Shipei,  proiettata sia sui prestigiosi schermi del Festival di Cannes che su quelli di Toronto, Are You Lonesome Tonight ? (sì, proprio quella cantata e resa da famosa da Elvis Presley, per la quale rimane però arduo trovare un collegamento con la storia nonostante la sentiamo cantata svariate volte se si esclude forse il mood del racconto che ben si sposa con le parole del testo) è pellicola che vive molto sulle suggestioni delle atmosfere ben create a strutturate dal regista che sembra avere dei chiari riferimenti nel cinema di autori cui evidentemente si è più o meno volontariamente ispirato.
Tipico neo-noir cinese, il film racconta di un giovane, Xueming ,che uccide, investendolo, un uomo per poi , preso dalla paura gettarne il corpo in un fiume e fuggire; la scena dell'investimento verrà riproposta svariate volte quasi un loop nartrativo che ha però la funzione di farci capire sin da subito che qualcosa non è andato precisamente nel modo cui abbiamo assistito.



Quando poi Xueming dapprima casualmente incontra la moglie del defunto e poi intenzionalmente , mosso da un rimorso ingombrante che si presenta con numerosi volti, quasi come uno stalker, cerca di insinuarsi nella sua vita, come a voler trovare il modo di chiedere un perdono che possa almeno in parte redimerlo, scopriamo dalla signora Liang che il marito è stato dichiarato morto per numerosi colpi di arma da fuoco che chiaramente non è stato Xueming ad infliggere all'uomo.
Per tale motivo da un lato il ragazzo è sempre più mosso dal rimorso che lo porta a rivedere, addirittura a volte con connotati onirici, la scena di quella notte in cui investì l'uomo e dall'altra a cercare di capire come le cose siano effettivamente andate.
Senza spingerci nei territori che sanno di spoiler possiamo dire  che l'uomo ucciso frequentava qualche giro non proprio limpido e sembra indissolubilmente legato ad una borsa piena di soldi.
Ambientato in una Guanzhou umida, sporca , derelitta, dove tutto trasuda qualcosa, dove la pioggia non porta via lo sporco bensì lo nutre, l'opera prima di Wen possiede uno stile molto personale, fatto di atmosfere cupe dove predominano i colori virati al rosso grazie ad una fotografia che tende ad accentuare i contrasti soprattutto notturni, alcuni momenti richiamano in maniera limpida il cinema di Diao Yinan per talune tematiche e per l'atmosfera tetra intrisa di pessimismo, ma anche quello Bi Gan, con il suo sguardo che sconfina nel sogno e per certi versi, il ritmo dell'incedere del racconto ad esempio, quello di Wong Karwai.

giovedì 30 giugno 2022

The Novelist's Film ( Hong Sangsoo , 2022 )

 




The Novelist's Film (2022) on IMDb
Giudizio: 8/10

In un mondo globalizzato in cui le certezze sono sempre di meno e l'estemporaneità regna sovrana, l'annuale film  ( a volte anche più di uno) ,con annesso immancabile premio festivaliero , del regista coreano Hong Sangsoo si erge a baluardo di una delle pochissime certezze granitiche; da 26 anni Hong continua a sfornare lavori che sembrano ( ma non lo sono) sempre più tutti uguali a se stessi, mostrando una prolificità non comune che ne ha fatto uno dei beniamini  dei festival maggiori oltre che apprezzatissimo autore di quella frangia oltranzista di critici e spettatori che guardano al cinema d'autore come all'unico che rimane degno di rappresentare la Settima arte ai livelli più elevati.
La regolarità con cui Hong presenta i suoi lavori, al di là di ogni discorso fideistico, ha fatto delle sue opere una sorta di appuntamento, quasi una reunion ,di amanti dei suoi racconti quasi sempre dal forte impatto autobiografico, una sorta di finestra su stesso del regista.
Naturalmente the Novelist's Film non sfugge alle regole: Orso d'Argento Gran Premio della Giuria a Berlino e giudizi entusiastici da parte di coloro che son pronti a scommettere ad ogni nuovo lavoro sul capolavoro assoluto.
Molto più modestamente per molti di noi amanti del cinema , asiatico in particolare (sebbene Hong deve essere considerato a tutti gli effetti il meno asiatico tra i registi del lontano oriente), ogni nuova opera è vissuta come un rito annuale da consumare collettivamente: i lavori di Hong insomma ormai scandiscono le nostre vite come e meglio di tanti altri eventi più o meno globali.



The Novelist's Film si immette perfettamente nella scia delle ultime opere del regista coreano, precisamente da quando il suo sguardo si è spostato soprattutto sull'universo femminile, mantenendosi però fedele all'ambiente e alle tematiche che costituiscono lo scheletro indissolubile dei suoi film.
In quest'opera, di fatto un compendio e una riflessione su alcuni aspetti dell'arte in pochi quadri statici che trovano vitalità solo nelle zoommate e in piccoli spostamenti di macchina da presa, seguiamo una nota scrittrice, in evidente crisi di ispirazione che in una giornata trascorsa fuori Seoul va a fare visita ad una sua ex collega scrittrice anche lei che  sembra però aver mollato tutto e gestisce una libreria, poi incontra per caso un regista famoso, e sua moglie, col quale ha ancora qualche lontano conto in sospeso per non avere voluto rappresentare su pellicola un suo testo letterario; poco dopo passeggiando nel parco si imbatte in una attrice famosa, anche lei in un momento  prolungato di pausa del lavoro, e suo nipote studente di cinema; infine , seguendo un percorso circolare che nei film di Hong è sempre quanto meno accennato, ritorna insieme all'attrice  nella libreria dell'amica dove incontra un vecchio amico poeta e dove si consuma l'immancabile rito della bevuta purificatrice e inibitoria.
La protagonista è una donna che sembra essere avviata sul viale del tramonto, a suo dire si sente una scrittrice che enfatizza troppo la realtà ingrandendola e che per tale motivo vorrebbe dirigere un film, facendosi aiutare dal giovane studente e con interprete l'attrice e suo marito, perchè il film deve cogliere l'essenza della realtà che deve scaturire spontaneamente.

martedì 28 giugno 2022

Last of the Wolves ( Shiraishi Kazuya , 2021 )

 




The Blood of Wolves II (2021) on IMDb
Giudizio: 7.5/10


Tre anni dopo The Blood of Wolves, Shiraishi Kazuya, uno dei registi più interessanti degli ultimi anni proveniente dal Giappone, dirige il sequel, attesissimo anche in Italia e presentato al FEFF del 2021; le entusiastiche reazioni che avevano accompagnato  The Blood of Wolves hanno creato un clima d’attesa quasi spasmodico intorno a Last of the Wolves, anche perché il regista non è venuto meno alla formula narrativa che tanto successo aveva portato al lavoro precedente.

Last of the Wolves, come il primo episodio del dittico, infatti si sviluppa su canoni da yakuza movie ultraclassico, nel quale abbondano le efferatezze, e che ricrea il clima dei tardi anni 80-primi anni 90 in cui è ambientato , poco prima della promulgazione della legge contro il crimine organizzato  che nel 1992 segnò una svolta nel paese e nella storia delle organizzazioni criminali.

Il film di Shiraishi riparte da dove era finito il primo: dopo la morte del detective Ogami e il colpo decisivo inferto al capo della gang Jinsei-kai grazie al ruolo avuto dal poliziotto Hioka, erede dell’azione di controllo propugnata dal collega ucciso, per tre anni la guerra tra le varie organizzazioni con base ad Hiroshima e dintorni ha subito una lunga tregua, anche grazie ai metodi di Hioka che nell’ombra manovrava le varie bande per assicurare una pace e scongiurare guerre sanguinose.




Quando però viene rilasciato Uebayashi, delfino dichiarato del boss ucciso tre anni prima e ben deciso a prendere in mano le sorti dell’organizzazione dell’ex boss, la guerra torna ad  esplodere in maniera fragorosa, più truculenta e sanguinaria che mai e che vedrà inevitabilmente coinvolto anche Hioka, colpevole di essere stato colui che causò la morte del vecchio boss.

Il personaggio di Uebayashi è un po’ la miccia che accende il film con una deflagrazione inaudita: psicopatico , folle, ben deciso a rimanere fedele al codice della vecchia yakuza fatto di violenza sangue e mutilazioni varie, fiero avversario della nuova yakuza dai colletti bianchi da brooker e uomini di finanza: un personaggio al limite, talmente sopra le righe, e non solo per i raccapriccianti outfit che presenta, da apparire subito una emanazione di un fumetto, un po’ come certi eroi tarantiniani.

Naturalmente dietro a questa follia dilagante si nasconde un’infanzia mutilata, umiliata e offesa per uscire dalla quale il piccolo Uebayashi si rende protagonista del suo esordio efferato nel mondo della violenza colorato da infinite scie di sangue.

Un background psicologico che il regista tende ad accennare in svariati personaggi, quasi che l’aver subito soprusi e violenze possa essere l’anticamera obbligata dell’entrata nel mondo del crimine.

Il film mantiene sempre un ritmo sostenuto, non stancano le quasi due ore e venti minuti, si rivolge a stereotipi ben consolidati ma che non sanno mai di già visto, si affida a un paio di colpi di scena che servono a creare una prospettiva diversa alla storia; ma fondamentalmente  Last of the Wolves è un film che esplicita in tutta la sua potenza l’immagine di un mondo del crimine privo di ogni controllo che portò il governo nel 1992 ad introdurre una legge durissima per combattere le organizzazioni criminali che infestavano ormai persino le strade delle città giapponesi.

martedì 14 giugno 2022

America Latina ( Damiano D'Innocenzo , Fabio D'Innocenzo , 2021 )

 




America Latina (2021) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Già nelle loro opere precedenti, La terra dell’abbastanza e Favolacce, i fratelli D’Innocenzo, gemelli romani  trentaquattrenni, avevano ampiamente dimostrato l’indubbio talento soprattutto visivo che si connota in uno stile personale spesso ai confini con la fiaba; l’ultimo lavoro , presentato in concorso a Venezia, conferma una volta in più quanto a fiumi, e spesso in maniera anche scriteriata, è stato scritto sul loro cinema: America Latina, che nel suo essere un "grande imbroglio" dal punto di vista narrativo più profondo si presenta già dal titolo fuorviante, è lavoro complesso, molto personale sia nella cifra stilistica sia nel suo nocciolo di scrittura, ci restituisce l’immagine di due cineasti che mettono la ricerca stilistica e le ambientazioni al vertice del loro percorso cinematografico.

America Latina è anche opera difficile da raccontare senza cadere in spoiler o in semplici interpretazioni fallaci, motivo per il quale sposerò la causa della sinossi minimalista, che se non altro  mette al riparo dall’anticipazione selvaggia per ogni valutazione o riflessione fatta in fase di commento.

Massimo è un affermato dentista, ha una bella famiglia di sole donne, una moglie e due figlie, una villa “bella” nel mezzo della campagna; una esistenza insomma di quelle invidiabili, da autentico professionista di successo, che si concede solo ogni tanto una bevuta con l’amico del cuore Simone, una innocente evasione tra amici di vecchia data.




Può bastare una lampadina che si fulmina a rivoltare la vita di una persona in maniera sconvolgente? Quando Massimo scende in cantina per recuperare una lampadina il suo sguardo si apre su un abisso senza fondo che renderà la sua vita un qualcosa che sta a metà tra l’incubo e l’inferno.

Ed ecco allora che il grande inganno narrativo di cui si parlava prima prende piede: dopo dieci minuti abbiamo in mano tutto e come ogni buon thriller psicologico quale America Lattina è si tratta solo di mettere le tessere al posto giusto, ma quello che succede è meglio tacerlo.

La discesa di Massimo agli inferi della sua mente è qualcosa di tangibile o è solo frutto della sua psiche distorta?  Come si concilia l’America , cioè l’affermazione di se stessi, la vita agiata consona al livello sociale , la famiglia e tutti i valori che fanno delle società liberistiche i suoi capisaldi, con Latina, la città nella cui periferia si erge l’inquietante villa di Massimo e famiglia, tra residuati industriali, terre che un tempo erano paludi e scheletri edilizi in rovina?

A ben guardare tutto il film è un oscillare tra l’America e Latina , tra realtà e immaginazione, tra farsa e disperazione, tra una mente che perde gradualmente ogni contatto con il mondo reale ed insegue il suo mondo fatto di tenebre  e di orrore che ben si concretizza in quello scantinato ridotto a discarica e poi trasformato in una putrida piscina.

Il processo mentale e psichico che il protagonista imbastisce  è una guerra logorante tra ciò che gli si presenta agli occhi e ciò che non sa  e che teme di sapere, tra i  buchi della sua memoria ricolmi di psicofarmaci e alcool e un presente che nasconde una fragilità devastante.

venerdì 10 giugno 2022

L'Angelo dei muri ( Lorenzo Bianchini , 2021 )

 




L'angelo dei muri (2021) on IMDb
Giudizio: 8.5/10

Dopo cinque opere in vent’anni, quasi tutte rimaste all’interno dello stretto circolo di cinofili amanti del genere , finalmente Lorenzo Bianchini, regista , o meglio artigiano del cinema , friulano , trova il giusto e illuminato appoggio non solo di Rai Cinema e di MyMovies ma anche della Tucker Film ,  distributrice e produttrice del film, per finalmente presentare un lavoro che esce dai limiti del low cost e che consente al pubblico, anche quello non di nicchia, di poter apprezzare le doti del regista; l’Angelo dei muri infatti vedrà la luce nelle sale il prossimo 9 giugno, dopo essere stato presentato al Torino FilmFest dell’inverno scorso.

Lorenzo Bianchini nelle sue opere precedenti ha sempre attinto a piene mani a quell’horror del folklore che trova le sue radici nei racconti popolari, nelle leggende nere, nelle superstizioni della tradizione confezionando lavori di notevole fattura; con la sua ultima opera , in una sorta di processo naturale di tipo narrativo, il regista friulano si affida prevalentemente al genere del thriller psicologico nel quale si respira anche qualche influsso del ghost movie.

Un magnifico piano sequenza iniziale ci porta subito nel centro del racconto: la casa che Pietro deve abbandonare perché sfrattato ci mostra tutta la sua vetustà, la polvere posata su pavimenti e suppellettili, i letti , le finestre che si agitano sotto i colpi della bora; un sinuoso procedere della macchina da presa che sembra piuttosto entrare nelle viscere della casa piuttosto che percorrerne i corridoi e sbirciare nelle stanze.




Il vecchio Pietro, barba bianca e vecchiaia che incombe col suo peso  nelle sigarette e negli sguardi carichi di rassegnata melanconia, non vuole abbandonare la casa che è stata sua per tanti anni e verso la quale prova un legame profondo, per cui nel momento di andarsene si costruisce in fondo ad un corridoio un bugigattolo, alzando un muro e posizionando una grata che funge da sportello, ritrovandosi cos’ autorecluso in quella che è stata la sua casa per anni e che presto diventerà di qualcun altro, mentre lui assiste al via vai di operai e possibili compratori.

Il piccolo mondo di Pietro nel quale si è chiuso pur di mantenere un contatto con quella casa, diventa in un certo momento il suo tramite con una misteriosa ragazzina cieca che abita la casa con la giovane mamma; la ragazzina sa che Pietro esiste lo chiama il suo angelo ed il vecchio solo in quei momenti di fugace contatto con la piccola mostra una quasi ritrovata vitalità.

Chi sono quelle due figure che occupano la casa e che si muovono nelle stanze?  Perché Pietro guarda con tenerezza quella ragazzina sfortunata?

Ovviamente non lo diremo, ma non c’è dubbio che abbastanza presto nel racconto si intuiscono le line di confine del plot: ed è qui che la bravura di Bianchini come scrittore e regista segna il primo successo; sebbene appaia ben presto abbastanza chiaro cosa ci sia dietro alla storia, il regista ci conduce lungo le vie del racconto in maniera tale da costruire una sottile crescente tensione che trova soltanto nella forza narrativa la sua efficacia.

Bianchini insomma dimostra di sapere tenere lo spettatore in bilico sulla sedia rifuggendo tutte le classiche situazioni del genere, anche perché l’Angelo dei muri sa ben miscelare atmosfere da dramma e da thriller, riesce ad essere poetico in alcuni passaggi, scava nel recessi profondi della coscienza, indaga sul perdono e sulla colpa.

venerdì 20 maggio 2022

Sundown ( Michel Franco , 2021 )

 



Sundown (2021) on IMDb

Giudizio: 6.5/10

C'è sempre il Messico nel cuore cinematografico di Michel Franco: l'ultima volta che lo avevamo visto era stato il politico-apocalittico pluripremiato , ma per certi versi deludente, Nuevo Orden che nel 2020 vinse il Gran premio della giuria a Venezia; ora il ritorno al Lido, quasi un atto di fedeltà e gratitudine, è con Sundown, altro dramma moderatamente violento che per certi versi sembra riprendere anche l'analisi sociologica e antropologica che il precedente Nuevo Orden sbatteva in faccia allo spettatore con inaudita violenza e crudezza.
In una Acapulco che dietro l'apparente splendore e sfrenato lusso dei resort, nasconde un'anima marcia , decadente e schifosa Alice e Neil , fratello e sorella britannici, oziano al sole , godendosi drink e vedute marittime da cartolina; con loro i figli di lei, fratello e sorella, da poco usciti dalla adolescenza; sono i rampolli di una ricca famiglia inglese, proprietaria di una immensa catena di distribuzione di prodotti derivati dal maiale, macellai di gran lusso insomma.
Nel breve prologo il tempo passa come ci si aspetterebbe in ogni film ambientato nel sole cocente delle località marittime messicane, manca solo il sombrero e poi l'iconografia classica è completa.



Due momenti fulminei danno però , in maniera diversa, la svolta al racconto: da Londra una telefonata annuncia la morte della matriarca della famiglia e un breve ,e al primo impatto inspiegabile, segmento di qualche secondo, ci offre la chiave di lettura di tutto il film, ma sfido chiunque a capirlo prima che si giunga alla fine, una trappola narrativa insomma che funziona perchè non svela niente ma che al termine darà una prospettiva nuova alla storia, ammesso che uno si ricordi di quel piccolo inserto.
Neil finge di smarrire il passaporto e quindi non abbandona Acapulco per fare ritorno in Inghilterra, anzi, trascinandosi con i suoi bermuda lisi e le sue camiciole sempre sgualcite prende una stanza in un albergo di infimo ordine nella Acapulco nascosta dietro le cartoline fatte di mare splendente e di scogliere mozzafiato, dove prosegue il suo buen retiro messicano stavolta su spiagge in stile ostiense con fagottari panzoni, bellezze sfiorite , delinquenti e assassini in libera attività.
Neil vive nella indolenza assoluta , lo sguardo che scivola sempre più verso l'ebete, stringe un rapporto con una giovane ragazza del posto di cui diventa amante, una deriva personale che appare addirittura ridicola vista alla luce dell'inedia che sembra circondarlo.
Quando la sorella tornerà per capire cosa è successo a Neil, quest'ultimo compirà il gesto che porterà alla frattura conclusiva con quello che è stato il suo mondo.
Sundown vive essenzialmente su due binari narrativi sostanziali: da un lato quello sociale che ci mostra la visione di Franco del Messico attuale, dall'altro quello antropologico che ci racconta le conseguenze di una presa di posizione netta che porta alla volontà di tagliare con tutti ed isolarsi nel mondo che intorno continua a scorrere.

giovedì 5 maggio 2022

E' andato tutto bene [aka Everything Went Fine] ( François Ozon , 2021 )

 




Everything Went Fine (2021) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Nel variegato e polimorfo universo cinematografico di Francois Ozon, mancava fino a qualche anno fa il racconto che una volta si sarebbe definito di impegno civile: con Grazie a Dio prima e con E' andato tutto bene ora nell'arco di due anni mette sul piatto la sua visione di due tematiche a forte impronta civile, la pedofilia nella Chiesa e l'eutanasia; ma mentre nel primo caso affronta l'argomento partendo da un fatto realmente accaduto che scosse la comunità cattolica di Lione fin nei suoi vertici ecclesiastici per approdare ad una pellicola carica di dramma personale e sociale, nel caso di quest'ultimo E' andato tutto bene, lo spinoso argomento dell'eutanasia e della autodeterminazione del malato a decidere una fine dignitosa, viene descritto sotto una prospettiva nella quale la mano consueta del regista parigino è evidentissima soprattutto per il suo tocco di humor e per l'eleganza con cui viene raccontata la storia.
Tratto da un romanzo autobiografico di Emmanuele Bernheim, scrittrice e collaboratrice di Ozon negli ultimi anni , scomparsa nel 2017 all'età di 62 anni, il film narra la storia dell'ultraottantenne Andrè, che colpito da un ictus che lo invalida nei movimenti, per nulla nelle funzioni cerebrali, decide di voler ricorrere all'eutanasia non sopportando più di vivere su una sedia a rotelle con tanto di assistenza continua, lui che nella sua lunga vita è stato uno di quei personaggi un po' bohemien che popolano i racconti di Ozon: musicista di fama ,sposato e separato da una donna i cui parenti si opposero fieramente al matrimonio, in quanto ritenevano Andrè un gay , ed in effetti l'uomo, da bravo viveur non disdegnava i piaceri corporali con altri uomini, padre tutt'altro che esemplare anche con le figlie cui decide di gettare sulle spalle la croce della sua decisione di porre fine alla sua vita.



Le due figlie, Emmanuelle, la maggiore, e Pascale, si trovano quindi ad affrontare il problema non solo dal punto di vista morale ed etico, che è poi di fatto il perno su cui ruota tutta la riflessione contenuta nel film, ma anche pratico visto che anche in Francia la legge vieta tale procedura , motivo per cui, dovranno rivolgersi  all'accogliente Svizzera (basta avere i soldi, ovvio...) per portare a termine i desideri del vecchio patriarca.
Lungi dall'essere carica di drammaticità, l'opera di Ozon è percorsa da venature di umorismo, a volte anche un po' grigiatsro, se non proprio nero, e da una prospettiva comunque mai di parte, senza essere schierato, evitando quindi la battaglia ideologica in favore di un equilibrio e soprattutto di una tematica che si discosta un po' dal cuore del problema: il tormento , l'imbarazzo e il dolore di chi si trova a dover diventare come colui che stacca la spina dalla macchina che tiene in vita, una macchina stavolta, nel caso di Andrè, puramente figurata, visto che comunque l'uomo mantiene viva la sua funzione intellettiva e la sua lucidità; è insomma la prospettiva tipica del regista che predilige raccontare l'uomo davanti alle sua contraddizioni e alle sue responsabilità, ieri era contro il potere oggi è contro il destino e la dinamica famigliare.
La scelta di Andrè inoltre fa ben presto venire a galla il passato della due figlie, la maggiore , la prediletta, che però ha sempre pensato da giovane di voler vedere il padre morto e che ora ha sulle sue spalle il  gravoso compito di accompagnarlo nella fossa, e la minore che ha sempre vissuto un po' all'ombra della sorella: la famiglia borghese benestante, cui va aggiunta la figura di una madre artista in perenne crisi depressiva che vive da sola e che però non ha mai strappato definitivamente il legame con un marito che ha molto amato comunque, altro bersaglio abituale di Ozon, calderone nel quale ribollono le passioni e le contraddizioni personali, i vissuti dell'infanzia e le esperienze di una vita.

giovedì 7 aprile 2022

A Writer's Odyssey [aka L'eroe dei due mondi] / 刺殺小說家 ( Lu Yang / 路阳 , 2021 )

 




A Writer's Odyssey (2021) on IMDb
Giudizio: 7/10

In un periodo storico in cui il cinema cinese sta vivendo una metamorfosi che si presenta vertiginosa ed in cui da un lato rimangono quelle zone periferiche nelle quali si posiziona il cinema d'autore e quello indipendente e dall'altro invece irrompe in maniera sempre più decisa e fragorosa il blockbuster in grande stile, lasciando un spazio centrale che appare insolitamente disabitato , quello in cui si poneva il cinema che sapeva coniugare l'aspetto commerciale e la qualità, un film come A Writer's Odyssey si distingue per il suo essere un prodotto dal forte impatto commerciale , dal budget solido ma anche da una certa qualità di fondo e il cui risultato è quello di risultare un'opera mainstream e di intrattenimento che presenta però anche aspetti interessanti.
Il film è tutto raccontato in un continuo alternarsi di realtà e fantasy: c'è infatti il protagonista Guan che dopo sei anni non si riesce a dar pace per la scomparsa della figlioletta, dà la caccia ai trafficanti di bambini che crede di avere individuato come i rapitori della ragazzina, possiede una capacità balistica con le mani tale che neppure il miglior lanciatore della Major Legue si può minimamente paragonare a lui.



Quando viene avvicinato da una giovane donna che lavora per una società piuttosto misteriosa che le propone la possibilità di ritrovare la figlia in cambio dell'uccisione di uno scrittore di romanzi-live in rete, l'uomo ovviamente accetta, salvo scoprire presto che il patto stretto conduce in un turbinio di situazioni apparentemente assurde: il racconto scritto dal giovane romanziere infatti sembra avere la capacità di condizionare la realtà e di imbricarsi pericolosamente con essa; come non bastasse Guan si rende conto che in quel romanzo e e nel suo interagire con la realtà potrebbe esserci la chiave per ritrovare la figlia scomparsa oltre che la possibilità di penetrare lui stesso nel mondo fantastico raccontato dallo scrittore.
Dietro la richiesta di uccidere lo scrittore c'è il capo della società per cui lavora la giovane segretaria che aveva abbordato Guan e col procedere del racconto si riesce ad intuire meglio come  e perchè la realtà si interseca con la fantasia.
Nel corso delle abbondanti due ore del film i registri intorno cui il racconto si sviluppa variano continuamente: in una atmosfera di fantasy troviamo accenni al Wuxia, all'action movie, alle leggende tipiche della cultura e della tradizione cinese, all'horror movie: come filo comune c'è una dissertazione di fondo, abbastanza superficiale a dire il vero, sul ruolo del narratore e su come la realtà possa effettivamente interagire con la fantasia, l'inevitabile battaglia sempiterna tra bene e male  e soprattutto uno sfoggio di mirabili tecnologiche che a ben vedere costituiscono probabilmente l'aspetto più accattivante ed interessante del film, a maggior ragione se consideriamo che la crew tecnica che si occupa delle riprese digitali e delle varie altre tecnologie è totalmente cinese, quando fino a poco tempo fa ci si affidava , anche nei kolossal, a cast tecnici coreani o americani.

martedì 5 aprile 2022

La persona peggiore del mondo [aka The Worst Person in the World] ( Joachim Trier , 2021 )

 




The Worst Person in the World (2021) on IMDb
Giudizio: 4.5/10 

Quasi inspiegabilmente entrato nella cinquina finale per gli Oscar da cui è stato prescelto il vincitore, affiancato ad opere come Drive My Car ed  E' stata la mano di Dio, La persona peggiore del mondo di Joachim Trier  soffre della sindrome del "film carino"; così infatti viene largamente definito in una sola parola la pellicola del regista danese , che a sua volta già non aveva granchè convinto con le sue due ultime opere.
Film carino, che come ben sappiamo non significa nulla , perchè nè di persone nè di oggetti più o meno inanimati si tratta, bensì di cinema che dovrebbe accendere i nostri sentimenti , le passioni, la curiosità o la maraviglia; il film di Trier, purtroppo, sebbene avvolto da una livrea a tratti addirittura seducente è pellicola che cinematograficamente non desta alcuno stimolo.
Strutturato in maniera alquanto pretenziosa in  capitoli ( 12 ) un prologo e  un epilogo, iniziamo con atmosfere che sembrano derivate da Woody Allen, con tanto di voce narrante che ci inquadra la protagonista che vuole fare il medico per poi capire che le interessa la psiche e quindi abbraccia gli studi di psicologia per concludere poi che il suo mondo è quello della fotografia e per finire comunque a fare la commessa in una libreria.



Si va avanti con ambientazioni da Il grande freddo di Kasdan per inanellare, capitolo dopo capitolo, dissertazioni più o meno filosofiche e altrettanto più o meno sbrigative , in ordine sparso su: tradimento amoroso, femminismo militante ("si può essere femministe e provare piacere a farselo mettere in bocca?" "teoria del pene flaccido che è bello da far indurire" per finire "al sesso orale in tempi di Metoo") , passando per gli immancabili problemi famigliari con figure paterne patetiche, per Freud e la cultura fumettistica underground, la questione ambientale, funghi allucinogeni, arte  e ovvietà da telenovela tipo " spero di essere me stessa con te", il tutto imperniato intorno alla figura della protagonista e della sua presunta maturazione personale trattata con un coming-of-age un po' troppo maturo, visto che di una trentenne si parla, che entra in conflitto coi suoi compagni amorosi per la sua mancanza di volontà ad esser madre , sempre spinta a sperimentare , a cambiare pagina rapidamente, a buttare nel cesso tutto per i suoi semplici capricci ( " Vogliamo cose diverse")
E nonostante come il titolo del film si definisca uno dei suoi partner , la vera persona detestabile è proprio lei , Julie, la biondina che non  matura mai, che lascia Aksel perchè questi vuole un figlio, si mette con Eivind il bambacione che non si sa se i figli li voglia o meno però la ingravida, e lei che torna da Aksel malato di cancro a chiedergli se lui pensa che possa essere una brava madre: complimenti per la sensibilità e delicatezza ! Il fato comunque ci darà la soluzione dell'enigma.

venerdì 1 aprile 2022

Benedetta ( Paul Verhoeven , 2021 )

 




Benedetta (2021) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

Concluso nel 2018, programmata la sua uscita nel 2019 a Cannes, rimandato per problemi di salute del regista che ne hanno bloccato la post produzione fino a tutto il 2019 e per ulteriori ritardi che hanno portato alla sua anteprima sempre a Cannes ma nel 2021, l'ultimo film di Paul Verhoeven, attesissimo anche perchè si immaginava foriero di polemiche e crociate religiose di vecchia memoria, ci riporta  in maniera quasi automatica alle atmosfere di Flesh+Blood, opera del 1985 a tutt'oggi uno dei suoi lavori più belli e visionari.
Per questo racconto ambientato nella Toscana del XVI secolo in piena epidemia di peste, il regista olandese si affida al testo di Judith C.Brown "Atti impuri-Cronaca di una monaca lesbica nell'Italia del Rinascimento" una cronaca ispirata alla figura di Benedetta Carlini, uno dei tanti personaggi che hanno arricchito il Rinascimento italiano e dei quali non si riesce a capire quanto ci sia di santità e quanto di ciarlataneria.
Sin da bambina la piccola Benedetta dimostra una fede incrollabile nella Vergine, un afflato quasi morboso che la porta però a salvare se stessa e la sua famiglia dai briganti come si vede nella prima scena del film, proprio durante il viaggio che la famiglia ha organizzato per portarla al convento delle monache teatine di Pescia; qui dietro pagamento di una cospicua dote richiesta per accedere al convento ed essere avviata al noviziato, la ragazzina inizia la sua carriera di monaca che tra un mezzo miracolo e l'altro la porta un po' di anni dopo ad essere un personaggio di spicco del convento al punto di spingere le autorità locali a sostituire la badessa con Benedetta stessa, nel frattempo (auto)assurta a ruolo di santa con tanto di stigmate ricevute e visioni di Cristo con il quale la giovane donna ha frequenti contatti in visioni che a volte appaiono quasi blasfeme.



Tra un miracolo presunto o gridato e l'altro, tra una visione e una profezia, tra un sogno e una aura di santità Benedetta stringe una relazione lesbica con una novizia del convento che lei stessa ha salvato dalle grinfie di una famiglia che abusava di lei.
Per buona parte del segmento centrale il film si impernia sulla relazione lesbica che si imbrica narrativamente quasi in modo naturale con il fervore messianico della donna sempre in contatto con Cristo: l'amore carnale ricercato e voluto e quello spirituale , che però sembra scivolare ,  in maniera piuttosto ambigua, sempre verso il fervore sessuale, conducono Benedetta sulla soglia della santità ( processo che fu molti anni dopo riaperto), all'essere elevata protettrice contro la peste che in effetti sembra risparmiare il piccolo borgo di Pescia.
Quando le autorità ecclesiastiche superiori intervengono stimolate dalla badessa soppiantata animata da spirito di vendetta , per Benedetta passare dalla santità all'accusa di stregoneria sarà un attimo, nonostante il popolino e le sue consorelle continuino a considerarla una santa.
Il finale, unica licenza che il regista, come ha dichiarato, si prende verso il riferimento letterario lascia aperta la domanda: è stata Bnedetta una santa, una strega , una ciarlatana o una puttana?
Verhoeven naturalmente si guarda bene dal dare un suo punto di vista personale e quindi un giudizio sulle mille domande che accompagnano il racconto, anzi sembra divertirsi a farci sguazzare nelle mille domande e nei mille dubbi che la figura di Benedetta produce.

mercoledì 30 marzo 2022

Spencer ( Pablo Larrain , 2021 )

 




Spencer (2021) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Dopo Jackie e Ema, che comunque incarna un ideale femmineo seppur più moderno, Pablo Larrain torna ad esplorare probabilmente l'unico altro personaggio femminile della seconda metà del secolo scorso che possa essere paragonata in quanto a dimensione del mito a Jacqueline Kennedy, la principessa Diana d'Inghilterra la cui vita tragicamente conclusasi con l'incidente del ponte dell'Alma di Parigi è assurta in breve tempo ad icona incancellabile  di grazia, umanità ed in un certo senso di ribellione.
Come per il film sulla figura della moglie di John Kennedy, anche Spencer si focalizza su un piccolissimo segmento della vita di Diana, le festività natalizie del 1991 nella tenuta reale del Norfolk, attraverso il quale il regista delinea i contorni del personaggio e della costruzione del suo mito attraverso quella che è stata la più grande contraddizione della vita di Diana: l'essere entrata a corte , pensando di vivere la sua favola d'amore regale e ritrovarsi ben presto ai margini della famiglia per la suo desiderio di scrollarsi di dosso tutti i doveri che l'etichetta rigida impone; un mito che passa per la ribellione personale pagata a caro prezzo considerate le vere e proprie umiliazioni che Lady D dovette subire.



Già l'inizio del film ci presenta una Diana in lotta con l'ambiente che la opprime: a bordo della sua spider non riesce a trovare la strada per arrivare al castello, si ferma nei campi stimolata dai ricordi del Norfolk , sua terra natale, si sottrae quasi con sdegno ai riti che lo corte impone all'arrivo, primo fra tutti quello grottesco della pesatura, i fantasmi dell'anoressia-bulimia la assalgono in continuazione, il rapporto col marito Carlo è già avviato alla catastrofe visto che la sua relazione con Camilla è ormai praticamente ufficiale, persino l'incubo del fantasma di Anna Bolena ( non a caso altra figura la cui vita a corte subì una parabola discendente fino a portarla a morte per mano del marito Enrico VIII ); unico lampo di luce nel grigio di una vita piena di delusioni e di tormenti, il rapporto coi due figli, che erano per lei l'unico motivo che manteneva ancora un tenue filo di contatto con la corte.
Con tali premesse è facilmente comprensibile come il film di Pablo Larrain sia tutt'altro che un biopic classico che si basa sulla cronaca o sulle letture nascoste dei fatti: d'altronde Diana è stato forse il primo personaggio globale della storia, conosciuta in tutto il mondo anche grazie alle sue opere caritatevoli, ai suoi rapporti con il mondo dello spettacolo e dello sport, oltre che con gli uomini politici di tutto il mondo, motivo per il quale sarebbe difficile trovare da scrivere o aggiungere qualcosa a quanto già non si sappia della sua vita.

giovedì 24 marzo 2022

True Mothers ( Kawase Naomi , 2020 )

 




True Mothers (2020) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

C'è voluto un evento unico e drammaticamente globale come la pandemia da Sars-Covid per impedire la rituale prima sulla Croisette per un film di Kawase Naomi, che da anni ormai è stata adottata dalla rassegna francese anche per il costante contributo produttivo che riceve la regista giapponese dai nostri cugini d'oltralpe; è stato quindi il Festival di Toronto prima e quello di San Sebastian subito dopo a fare da palcoscenico per la prima di True Mothers, l'ultimo lavoro della regista nativa di Nara, opera di quasi due ore e mezzo di durata , centrata sui temi della maternità, quella biologica e quella acquisita, e dell'adozione, argomenti che rimandano inevitabilmente alla esperienza personale della regista che fu abbandonata dai genitori in tenera età.
Per affrontare un tema così vasto, così carico di angolature e prospettive e soprattutto così scivoloso, la regista ripiega su una narrazione molto più convenzionale, quasi un racconto lineare, per riservare solo piccoli momenti al suo cinema a volte astratto , altre etereo, sempre comunque raccontato con delicatezza e con grazia, privilegiando la scelta di affrontare da un punto di vista prettamente femminile le tematiche contenute nel film.



Satoko e Kiyokazu sono una coppia che dopo averle tentate tutte, a causa della infertilità di lui, decidono di adottare un bambino, il figlio di una quindicenne i cui genitori non hanno intenzione di far rimanere con la giovane madre.
Il piccolo Asato cresce circondato dall'amore dei genitori che cercano di proteggerlo in ogni modo soprattutto da quella forma di strisciante discriminazione, oltrechè di pura cattiveria, cui i figli adottati a volte vengono sottoposti, come dimostra la scena iniziale dell'incidente scolastico.
Improvvisamente, quando il piccolo ha ormai cinque anni, ricompare dal nulla Hikari la madre biologica , reclamando a sè il figlio o in alternativa il pagamento di una somma per impedire che il ragazzino venga a sapere le sue origini.
Il film vive per larghissima parte su questo dualismo che appare tra l'altro quasi naturale, perchè secondo la regista entrambe le donne possono legittimamente considerarsi madri alla stessa stregua.
Con l'utilizzo di lunghi flashback veniamo a conoscere quindi il modo in cui Hikari rimane incinta , conseguenza del primo rapporto amoroso adolescenziale con un compagno di scuola, la reazione della famiglia e il suo isolamento su un'isola dove sorge una struttura in cui trovano ospitalità le giovani nella sua stessa condizione, per poi ritrovarla in un altro salto temporale qualche tempo dopo quando se ne va di casa e inizia una vita difficile priva di stabilità e fatta di amicizie estemporanee.
Grazie a questo procedere non lineare fatto di balzi temporali si arriva al presente e all'epilogo in cui il confronto tra le due madri è inevitabile, sebbene se un difetto True Mothers possiede è quello di scegliere un finale un po' troppo forzato.

mercoledì 23 marzo 2022

Licorice Pizza ( Paul Thomas Anderson , 2021 )

 




Licorice Pizza (2021) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

E' il giorno delle foto al liceo, quelle che poi finiscono negli annuari di rito, il piano sequenza di qualche minuto mostra lui, Gary, grassoccio, brufoloso quindicenne, all'apparenza impacciato ma in effetti ciarliero e intraprendente al limite della cialtroneria  che incrocia lei, Alana, l'assistente del fotografo, venticinquenne nel pieno della vitalità di chi si sente adulto ma vuol rimanere per sempre adolescente; si incrociano nel corridoio e scocca il momento magico; amore? non si può dire , ed in effetti lo si potrà dire , forse, solo alla fine del film; direi più una magnetica attrazione (nel senso della fisica applicata) dalla quale nasce e si sviluppa la storia lasciando solo quei pochi minuti come traccia, una esile trama sulla quale Paul Thomas Anderson imbastisce il suo film dall'anarchica libertà espressiva ( e per taluni questo può anche non essere un fattore positvo...).
Il resto delle due ore e passa di Licorice Pizza  ( non aspettatevi una vera pizza alla liquirizia, neppure gli americani sono riusciti in tanto) è un flusso di energia , di sentimenti, di maree che salgono e scendono , di corse a perdifiato , di inserti al limite del demenziale e grottesco, di libertà e di gioia di vita come solo gli anni 70 hanno saputo regalare.



La storia è ambientata infatti nei primi  anni 70 nella San Fernando Valley, propaggine periferica della sterminata Città degli Angeli, che viveva la rinascita della grande Hollywood: Gary e Alana diventano due esseri simbiotici che si cercano , si allontanano, ma poi come appunto un fenomeno fisico di attrazione magnetica si ritrovano: affari in comune , amici in comune, bravate insieme, corse a volte appaiate a volte convergenti fino all'ultima salvifica conclusasi con una scena degna di una comica da avanspettacolo; i due giovani corrono sempre: uno verso l'altra o a volte uno lontano dall'altra; vivono la loro stagione di libertà e di indipendenza, quasi sperimentano il sogno americano che è sempre lo stesso: segui con forza quello che vuoi e lo raggiungerai, prima o poi.
Ma Licorice Pizza ( a proposito, fa riferimento ad un negozio cult di dischi degli anni 70 e inoltre  rimandi agli LP -acronimo appunto-come pizze di liquirizia nera) è anche un grande omaggio spensierato, se vogliamo leggero e se vogliamo ancora di più forse inatteso da un autore rigoroso come Anderson, al cinema: perchè solo lì può succedere che a 15 anni diventi imprenditore di te stesso dopo essere stato un attore ragazzino, dove in seguito alla crisi petrolifera modifichi il tuo core business passando dai materassi ad acqua al ritorno del flipper finalmente legalizzato, solo nel Cinema può succedere ad Alana di incontrare cloni che sembrano macchiette di personaggi come William Holden ( un grandioso Sean Penn) o come Jon Peters ,parrucchiere-fidanzato di Barbra Streisand-produttore cinematografico, demenziale e grottesco ( un Bradley Copper assolutamente fuori ogni schema), il tutto buttato lì quasi come fossero degli sprazzi di ricordi, di estemporanee rimembranze di un'epoca che fu per il regista il palcoscenico della sua vita, un Cinema che rivive nei rimandi più o meno espliciti ad Altman e Scorsese, a Clint Eastwood  e George Lucas.

venerdì 18 marzo 2022

Klondike ( Maryna Er Gorbach , 2022 )

 




Klondike (2022) on IMDb
Giudizio: 8.5/10

L'aver ricevuto un importante riconoscimento dapprima al Sundance Film Festival quindi alla Berlinale , unito alla drammatica coincidenza dell'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, ha fatto di Klondike uno degli eventi cinematografici del cinema d'autore di questi primi mesi dell'anno.
Diretto dalla regista ucraina Maryna Er Gorbach, esordiente nei lungometraggi dopo avere codiretto tre lavori col marito regista turco Mehemet Bahadir Er, Klondike è un doloroso sguardo all'inizio delle ostilità che hanno visto contrapporsi dal 2014 Russia e Ucraina intorno al territorio conteso del Donbass, al confine tra i due paesi, rivendicato dai russi e abitato da una minoranza russa che cavalcando idee separatiste ha portato allo scontro i due paesi fino al drammatico epilogo di questi giorni.
Protagonista del racconto è una coppia in attesa del primogenito che vive nella campagna ucraina nella zone in cui imperversano le azioni militari; l'inizio del film lascia intendere attraverso un colloquio che avviene nel buio della stanza che l'angoscia della guerra ancora non è penetrata nella vita della coppia , sebbene Tolik cerchi di convincere la moglie di abbandonare la loro terra e spostarsi in qualche zona più tranquilla; Irka, la moglie, testardamente invece vuole continuare la sua vita su quella che considera la sua terra.



All'improvviso il boato, un muro che cade, polvere, il buio tutto intorno e laddove giganteggiava una parete con l'immagine di una spiaggia tropicale, si apre uno squarcio che viola l'intimità della coppia e al tempo stesso apre la loro vista sulla guerra; è il giorno 17 luglio e la dabbenaggine dei separatisti russi apre una ferita nella vita della coppia e , ancor peggio di lì a poco , proprio sulle teste dei protagonisti, la contraerea russa abbatterà il volo di linea della Malaysia Airlines causando la morte di circa 300 persone.
Per Irka e Tolik non c'è più modo di ritornare alla armonia sussurrata nel buio della notte, la loro casa viene investita dai rottami dell'aero abbattuto, le truppe dei separatisti, cui Tolik non riesce ad opporsi, arrivano a battere cassa e a chiedere cibo e sussistenza; nella famiglia inoltre c'è anche Yaryk il giovane fratello di Irka, accesso lealista ucraino che rinfaccia a Tolik il suo essersi schierato coi separatisti.
Con il passare del tempo il racconto si impregna di un lucido e spietato pessimismo attraverso il tentativo di spiegare una guerra  che non può essere spiegata  , se non come una rito scarificale famigliare visto che il legame tra russi ed ucraini ha portato a numerose unioni miste; ma la regista ucraina non si ferma nel suo scavare nel dramma  fino a giungere all'essenza dei danni della guerra.
L'immagine che Maryna Er Gorbach sceglie per meglio presentare la drammatica storia della coppia sta proprio in quello squarcio sul muro: dove c'era l'immagine riposante e serena della spiaggia tropicale campeggia ora la realtà della desolata campagna ucraina nella quale si alzano i pennacchi di fumo delle esplosioni, primo fra tutti quello del disastro aereo.Il poster tropicale lascia spazio alla fusoliera maciullata , al campo bruciato, ai detriti e ai resti dei bagagli sparsi tutto intorno e anche la scena dei due olandesi che arrivano alla ricerca della loro figlia ovviamente morta , ma della quale non hanno ancora in mano nulla, alimentando la patetica speranza che sia ancora viva è il momento più straniante del film, un concentrato di disperata irrazionalità.

venerdì 11 marzo 2022

The Hill Where Lionesses Roar ( Luana Bajrami , 2021 )

 




The Hill Where Lionesses Roar (2021) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Giunta ad un precoce e  meritato successo  nel 2019 con  Ritratto di una giovane in fiamme di Celine Sciamma , Luana Bajrami approda alla regia all'età di soli 20 anni con il lavoro franco-kosovaro The Hill Where Lionesses Roar, visto di recente al Festival di Trieste e che ce l'ha fatta conoscere anche come regista di talento e con un futuro davanti radioso.
L'opera è ambientata in Kosovo, terra natale della regista , emigrata a 7 anni in Francia, destino comune a tanti kosovari, emigrati in cerca di fortuna e di una stabilità che il paese natale non riusciva ad assicurare.
Il racconto si impernia intorno alle figure di tre teenager , amiche per la pelle, che si trovano ormai davanti al bivio della loro vita: scegliere cose volere per il proprio futuro e come fare per raggiungerlo; durante l'estate aspettano i risultati di ammissione all'università, vista come prima tappa per poter liberarsi dal peso di una provincia kosovara gretta e che lascia alle giovani ben poco spazio per inseguire i loro sogni; per l'estate le raggiunge anche la loro amica che è emigrata in Francia e ha cambiato vita, il personaggio che con un certo carico di autobiograficità la regista ha cucito su stessa anche attrice e che le amiche vedono con un misto di ammirazione ed invidia perchè è una di quelle che se ne è andata a cercare il suo futuro altrove.



Il desiderio di fuga delle tre ragazze non è semplice ribellione giovanile condita con rabbia feroce, ma un autentico desiderio di emanciparsi, di segnarsi da sole il percorso della loro vita, pagando però il prezzo delle difficoltà ad ottenere questa forma di libertà.
Le ragazze urlano la loro rabbia, sprigionano la loro energia semplicemente gridando quasi ruggendo ( da qui il titolo) in cima alle collina che sovrasta il loro villaggio dove si riuniscono durante le giornate trascorse nell'ozio, proprio come leonesse in gabbia che sognano l'infinita savana per correre a perdifiato incontro al mondo.
Ognuna di esse ha un carico emotivo alle spalle che le opprime: i ricordi della guerra, la famiglia disgregata, quella invece tirannica dominata da un patriarcato gretto e provinciale, i soprusi biechi di chi dovrebbe proteggerle, un vissuto che gonfia di una rabbia incontrollabile la vita delle ragazze.
L'essere state respinte al test di ingresso all'università le porta sul sentiero della disperazione, ognuna seguendo il suo carattere e il suo modo di affrontare il mondo, ma con un unico scopo: rendersi libere, mettere su una bella gang , inanellare rapine e maneggiare un po' di soldi coi quali colorare almeno in parte i sogni (macchine, alberghi, amori), sentirsi delle Thelma e Louise del XXI secolo; ma in fondo rimangono sempre quei ruggiti famelici e disperati che risuonano dalla collina, perchè come dice una di loro, "abbiamo ancora un cuore , un fottuto cuore che finisce per esplodere", anche a costo di rinunciare ai sogni.
Condividi