Giudizio: 6.5/10
Father Mother Sister Brother è strutturato come un trittico: tre episodi che esplorano le relazioni tra figli adulti e genitori anziani, ambientati rispettivamente e curiosamente nel New Jersey, a Dublino e a Parigi. Il titolo stesso è un inventario della famiglia come istituzione, una lista secca di ruoli che ciascuno di noi eredita alla nascita senza averlo scelto. Padre, Madre, Sorella, Fratello. Quattro parole che portano il peso del mondo.
Il film nasce, come racconta Jarmusch in diverse interviste, da un'intuizione semplice quanto feconda: l'idea iniziale era quella di immaginare Tom Waits nel ruolo del padre di Adam Driver. Da quella scintilla si sono sviluppate tre storie parallele, legate da motivi ricorrenti — gli skater al rallentatore, i brindisi impossibili, i colori coordinati degli abiti, il Rolex contraffatto, una atmosfera pacata, quasi stagnante — che funzionano come variazioni su un tema musicale. E la musica, in Jarmusch, è sempre tutt'altro che ornamentale.
Il primo episodio, intitolato Father, è forse il più dinamico e completo, nel senso della tematica che lo percorre: Jeff (Adam Driver) ed Emily (Mayim Bialik) guidano tra le colline innevate di un'anonima cittadina del Nordest americano per far visita al loro padre anziano e vedovo, interpretato da Tom Waits. Jarmusch ama il paesaggio invernale del New Jersey come ama certi volti consumati dal tempo: entrambi portano i segni di un'esistenza che si è vissuta senza risparmio. Il padre vive in una baracca caotica, circondata da libri, oggetti arrugginiti, cianfrusaglie accumulate in decenni di solitudine elettiva. Jeff appare come il figlio conciliante, quello che mantiene un filo di comunicazione con il vecchio e lo sostiene economicamente; Emily è più scettica, preoccupata per la salute mentale del padre e infastidita dalla sensazione di essere stata manipolata affettivamente per anni.
La visita si svolge secondo un copione prevedibile — album di fotografie, chiacchiere leggere, silenzi gravidi, un'uscita precipitosa — ma è disseminata di piccoli dettagli stranianti che fanno vibrare la scena su una frequenza più misteriosa. Il padre indossa un Rolex: è vero o falso? È davvero contento di vederli, o sta solo aspettando che se ne vadano? Un momento di comicità secca e perfetta arriva quando i figli, preoccupati per la salute del padre, gli chiedono se stia assumendo droghe — intendendo farmaci — e lui risponde con un elenco meticoloso di sostanze illegali che non ha mai preso, includendo il fentanyl e i tranquillanti per cavalli. È Jarmusch nella sua forma migliore: l'umorismo che scivola nell'inquietudine, il comico che si fa esistenziale senza avvisare e Tom Waits fa la parte sua, naturalmente. La sua voce di sabbia bagnata, la sua presenza fisica da oracolo consumato, la sua capacità di sembrare contemporaneamente saggio e completamente perduto: è l'attore ideale per incarnare il paradosso del genitore che resta un mistero anche per i propri figli, come il twist finale lascia intendere.
Il secondo episodio, Mother, si sposta a Dublino e replica la struttura del primo con variazioni significative. La madre (Charlotte Rampling) è una romanziera di successo che vive in una casa elegante e ordina meticolosamente ogni aspetto della propria esistenza; prepara un tè elaborato per le sue due figlie, Timothea (Cate Blanchett) e Lilith (Vicky Krieps), in quello che sembra essere l'unico appuntamento annuale che le tre donne condividono nonostante vivano tutte nella stessa città e duna di esse si è addirittura trafserita in città prioprio per stare vicina alla madre. Il dettaglio è rivelatore: la distanza emotiva è tale da rendere superflua qualsiasi altra occasione di incontro. La famiglia come rito, non come sentimento.
Jarmusch aveva originariamente scritto il ruolo della sorella maliziosa per Blanchett e quello della sorella imbranata per Krieps; fu Blanchett stessa a chiedere di scambiare i ruoli, e Krieps fu entusiasta di farlo. Il risultato è una Blanchett sorprendente nel ruolo di Timothea, la figlia "brava" che veste in modo appropriato e dice sempre le cose giuste, ma che nel farlo rivela un bisogno disperato di approvazione che la rende fragile e quasi goffa. Krieps invece è Lilith, l'irregolare, quella che arriva in Uber accompagnata dalla propria fidanzata che finge di essere l'autista — perché la madre, si capisce, non approva. La triangolazione di motivi e relazioni in questo segmento è così bizzarra che anche uno spettatore attento potrebbe trovarsi disorientato davanti al comportamento della madre, insieme dominante e distaccata. Rampling porta in scena una Madre che sembra aver scelto i propri figli come si sceglie un set da tè: con gusto, certo, ma soprattutto con l'intenzione di esporlo in una vetrina.
Il terzo episodio, Sister Brother, è il più enigmatico e forse il più audace ed il più bello: i gemelli Skye (Indya Moore) e Billy (Luka Sabbat) tornano nell'appartamento parigino dei genitori dopo la loro morte, per fare i conti con un lutto e con un patrimonio materiale che è anche inventario di una vita condivisa che non conoscevano fino in fondo. Parigi qui non è la città romantica da cartolina, non si vede infatti nessuno dei mille luoghi emblematici e famosi della città: è uno spazio vuoto, un appartamento svuotato, un silenzio da riempire. I due giovani attori , entrambi provenienti da mondi lontani dal cinema d'autore , portano una freschezza e una naturalezza che contrasta efficacemente con la densità dei capitoli precedenti. Il lutto, qui, non è elaborato ma aggirato: si parla d'altro, si guarda fuori dalla finestra, si fuma. Il dolore è quella cosa che sta nel mezzo della stanza e nessuno vuole nominare, anche se i silenzi spesso mascherano una emotività pronta ad esplodere.
Il tema che attraversa tutti e tre gli episodi come una corrente sotterranea è quello del segreto. Segreti, bugie e misteri non detti definiscono le relazioni familiari in tutti e tre i racconti; nel primo episodio il colpo di scena finale — quieto ma definitivo — mette in luce la distanza incolmabile tra genitori e figli. Jarmusch sembra credere che la famiglia sia il primo e più duraturo luogo dell'incomprensione reciproca, un posto dove l'amore esiste ma non riesce sempre a tradursi in conoscenza autentica. Come ha dichiarato il regista stesso, i genitori non sono onesti con i propri figli per svariate ragioni: vogliono proteggere i propri confini, guidarli, o nascondere aspetti di se stessi. E i figli, a loro volta, costruiscono versioni dei genitori che corrispondono ai propri bisogni emotivi più che alla realtà.









