Giudizio: 7.5/10
Il ritorno di Cai Shangjun dietro la macchina da presa, dopo otto anni di silenzio produttivo dai tempi di The Conformist, si materializza in The Sun Rises on All of Us come un'opera che rifiuta ogni scorciatoia consolatoria e sceglie invece la via più scomoda: quella di un dramma morale costruito interamente sull'attrito fra due coscienze che si riconoscono colpevoli l'una verso l'altra, e che il caso , o forse la necessità narrativa travestita da caso , costringe a fare nuovamente i conti con un passato mai davvero elaborato.
Il film si apre a Guangzhou, in un presente che pulsa di ritmi contemporanei: capannoni tessili semivuoti, agenzie immobiliari, live streaming di vendita al dettaglio, il rumore sordo di una città che ha sposato senza riserve i modelli economici occidentali e ne porta, insieme al benessere apparente, tutte le crepe strutturali. È in questo tessuto urbano, reso con un naturalismo quasi documentaristico, che Cai Shangjun colloca l'incontro fra Meiyun e Baoshu, due ex amanti separati da una tragedia avvenuta sette anni prima e mai realmente sepolta. La loro riunione non ha nulla della romantica coincidenza cinematografica: è piuttosto un ritorno del rimosso, l'irruzione violenta di ciò che entrambi avevano tentato, con esiti opposti e ugualmente fallimentari, di archiviare.
Il cuore pulsante del film è precisamente questo: non una storia d'amore che rinasce, ma un regolamento di conti emotivo fra due persone che si sono reciprocamente feriti e che ora, costrette dalla vicinanza fisica e dalla memoria che riaffiora, devono scegliere se continuare a fuggire dalla propria responsabilità o affrontarla.
Cai Shangjun rifiuta la facile dicotomia vittima-carnefice: Meiyun e Baoshu sono entrambi, a turno, artefici e vittime del proprio passato, e questa ambiguità morale è ciò che rende il film, nei suoi momenti migliori, un'opera di autentico spessore etico. Non c'è redenzione a buon mercato in questo film: la si conquista, quando arriva, attraverso un processo doloroso di ammissione, non di assoluzione reciproca gratuita.
Xin Zhilei, nel ruolo di Meiyun, offre un'interpretazione che si fa carico del peso emotivo dell'intero film. Il suo personaggio , una donna che gestisce un piccolo negozio di abbigliamento in un centro commerciale e integra il reddito con la vendita online, figura emblematica di un ceto medio-basso urbano costretto a reinventarsi continuamente per sopravvivere alle logiche del mercato , incarna la tensione fra aspirazione all'autonomia e vulnerabilità strutturale che attraversa tutto il film. È un personaggio scritto con una attenzione rara alla fisicità della condizione femminile: il corpo di Meiyun, la sua salute, la sua fertilità compromessa, diventano territorio su cui si scrive il conflitto fra desiderio di autodeterminazione e le ferite lasciate da scelte compiute sotto pressione, spesso imposte da altri.
Zhang Songwen, nei panni di Baoshu, costruisce invece un personaggio più opaco, trattenuto, la cui colpa si manifesta non tanto in dichiarazioni esplicite quanto in una serie di gesti mancati, di silenzi che pesano più delle parole. Il triangolo si completa con Feng Shaofeng, che interpreta Qifeng, l'uomo che rappresenta per Meiyun la possibilità ,mai del tutto convincente a dire il vero ma mai del tutto negata , di una vita "normale", lontana dal magnetismo distruttivo del legame con Baoshu.
Sul piano tematico, il film funziona su almeno tre livelli che si intrecciano con esiti disuguali. Il primo è quello, già discusso, del dramma morale interpersonale: la domanda se sia possibile perdonare e farsi perdonare senza negare la gravità di ciò che è accaduto. Il secondo livello è la critica sociale, più implicita che dichiarata, di una Cina che ha ormai integrato pienamente i meccanismi del capitalismo tardo-occidentale: il precariato del lavoro autonomo, la fragilità delle piccole imprese, la spersonalizzazione delle relazioni umane mediata dal commercio digitale, l'ansia da prestazione economica che si insinua persino nelle dinamiche affettive. Cai Shangjun non didascalizza mai questo substrato sociale , non ci sono monologhi esplicativi, non c'è retorica , ma lo lascia emergere per accumulazione di dettagli: gli spazi vuoti dei magazzini in fallimento, i consultori medici affollati e disumanizzati. È un metodo che si rifà a una tradizione di realismo osservazionale ben radicata nel cinema d'autore cinese contemporaneo, e che nei momenti migliori del film raggiunge un'efficacia notevole nel restituire il tessuto di una società in transizione permanente, dove il benessere materiale convive con un vuoto esistenziale mai colmato.
Il terzo livello, quello della memoria come dispositivo narrativo e come tema filosofico, è probabilmente il più ambizioso e anche il più problematico. Cai Shangjun sembra voler suggerire che la radice dei conflitti umani risieda proprio nella memoria , nella sua persistenza, nella sua capacità di deformare il presente , ma la struttura narrativa scelta per veicolare questa idea, fatta di rivelazioni dilazionate e di una certa opacità informativa mantenuta forse troppo a lungo, rischia di indebolire piuttosto che rafforzare l'impatto tematico.
Lo spettatore viene tenuto all'oscuro di elementi cruciali della vicenda per gran parte del film, una scelta che genera tensione ma che, protraendosi oltre la misura necessaria, produce anche un effetto di dispersione, come se il film faticasse a fidarsi della propria materia drammatica e sentisse il bisogno di ricorrere al meccanismo del mistero per sostenere l'attenzione.
È qui che va collocata la principale parziale riserva critica su quest'opera: la confezione visiva è ineccepibile, la fotografia di Kim Hyun-seok restituisce Guangzhou con una luce calda e densa, capace di rendere quasi tattile l'afa estiva della città, e il montaggio alterna con intelligenza tempi lunghi di osservazione a improvvise accelerazioni emotive.









