Giudizio: 8/10
Schilinski, regista berlinese di 41 anni al suo secondo lungometraggio, arriva a Cannes 2025 con un film che rifiuta categoricamente di comportarsi secondo le regole del cinema convenzionale. Intrecciando in modo intricato le vite di quattro generazioni di ragazze che vivono, o muoiono, in una stessa, cupa fattoria nel nord della Germania, Schilinski ha costruito una storia di casa infestata di proporzioni uniche e devastanti, condensando una litania di crudeltà storiche inflitte alle donne nel corso del Novecento, fino ai giorni nostri in cui molto è cambiato ma la musica è rimasta la stessa. Il risultato è un film che non si lascia semplicemente guardare: bisogna abitarlo, lasciare che i suoi spazi respirino addosso allo spettatore, accettare l'inquietudine come condizione permanente della visione.
La costante assoluta del film è una fattoria nella regione dell'Altmark, nel nord della Sassonia, nei pressi di Magdeburgo e del fiume Elba. Uno dei territori rurali più importanti della Germania dai tempi di Federico il Grande, dove si seguono le stagioni e la natura, si vive senza quasi avere uno spazio personale, con la sensazione di essere talvolta fuori dal mondo. Questo luogo è insieme scenario, personaggio e prigione. Le mura della fattoria non cambiano mai davvero: i mobili si spostano, le porte assumono forme diverse, i costumi e le acconciature segnalano epoche distinte, eppure è come se lo spazio stesso fosse immune al tempo, un contenitore eterno di dolore trasmesso di generazione in generazione, spesso in un rincorrersi lento di spazi temporali successivi, altre volte in un inquietante sfirarsi, collidere e sovrapporsi L'immutabilità del luogo è la metafora più precisa che Schilinski potesse scegliere: a cambiare sono i nomi delle donne, non la loro condizione.
Le quattro protagoniste sono Alma, Erika, Angelika e Lenka, e ciascuna di loro è presentata come una sorta di capitolo di un romanzo scritto su carta trasparente, dove i fogli si sovrappongono e le parole di un'epoca filtrano attraverso quelle di un'altra. Frasi e situazioni si ripetono in periodi diversi, e, nella strategia più audace di tutte, i commenti in voce fuori campo delle ragazze, come se parlassero a noi dall'aldilà, non sempre corrispondono a ciò che vediamo. Questo scarto tra la parola narrata e l'immagine mostrata è il dispositivo più inquietante del film: ci dice che la memoria non è mai fedele, che la storia che raccontiamo di noi stesse è sempre una riscrittura, e che l'identità stessa è qualcosa che si costruisce nell'abisso tra ciò che sentiamo e ciò che gli altri vedono.
Alma, la progenitrice, vive a cavallo tra Ottocento e Novecento ed è interpretata con fredda, morbosa inquisitività dalla piccola formidabile Hanna Heckt, alla sua prima apparizione sul grande schermo. La bambina, nel giorno della commemorazione dei Defunti, quando i parenti scomparsi della famiglia vengono esposti sul caminetto in dagherrotipi in bianco e nero, scorge un'altra bambina morta, rigidamente in posa con una bambola accanto. Quella ragazza, le dicono le sorelle, porta il suo stesso nome; e la somiglianza apre uno strano vortice di significati. La morte, per Alma, non è un evento remoto ma una presenza familiare, quasi domestica, qualcosa che siede a tavola con la famiglia senza essere mai nominata. Quando alla bambina viene detto che dopo la morte non c'è nulla, la risposta non produce terrore ma una specie di desiderio oscuro: il nulla come unica libertà possibile.
Erika abita lo stesso spazio durante la Seconda Guerra Mondiale, ha la gamba sinistra tenuta piegata sotto il vestito a simulare un arto amputato e cammina sulle grucce dello zio Fritz, un amputato costretto a letto, vittima della Prima Guerra Mondiale.
La performance di Erika è quella di qualcuno che impara a sopravvivere attraverso la mimesi del dolore altrui: imitare la menomazione fisica come forma di appropriazione simbolica di un'esperienza che non le appartiene, ma che sente come necessaria per capire il mondo che la circonda. Fritz, amputato di forza dalla sua stessa famiglia per evitare la leva della guerra, diventa in seguito oggetto di fascinazione erotica da parte di Erika, sua nipote. In questo dettaglio perturbante Schilinski condensa anni di studi sul trauma intergenerazionale: il corpo mutilato, il dolore non elaborato, si trasmettono come linguaggio segreto tra chi non ha altri strumenti per comunicare l'inesprimibile.
Angelika vive nell'era della Repubblica Democratica Tedesca, la Germania Est degli anni Settanta, e porta con sé una riflessione straordinaria sulla costruzione identitaria: pensa tra sé e sé che non l'ha mai convinta l'idea che le persone siano ciò che fanno, affermando con acutezza che le persone sono quello che sentono mentre fanno ciò che fanno. In questa distinzione c'è un intero programma filosofico: il primato dell'esperienza interiore su quella esteriore, la resistenza all'essere definite dall'azione piuttosto che dalla percezione, la rivendicazione di uno spazio soggettivo in un contesto che nega sistematicamente tale spazio alle donne. Lenka e sua sorella Nelly sono invece le rappresentanti del presente, e in loro il film trova il suo snodo finale, la chiusura di un cerchio che in realtà non si chiude mai reiterando una circolarità che sembra senza tempo.
La struttura narrativa del film è ciò che più divide la critica, ed è anche ciò che lo rende più coraggioso. La memoria e il tempo sono qui concetti astratti, e la macchina da presa di Fabian Gamper ha una presenza fantasmatica, sempre in osservazione eppure mai del tutto rivelatrice, a volte in così poca luce che è difficile vedere cosa sta succedendo nell'oscurità. Gamper è co-artefice di un'esperienza visiva che si muove tra il documentario e l'onirico, tra la fotografia di scena e il sogno febbricitante. Per una referenza visiva, il team di produzione si è ispirato alle opere della fotografa americana Francesca Woodman, nota per i suoi autoritratti in cui il corpo femminile si sfuma nello spazio, diventa quasi invisibile, tende a dissolversi negli ambienti. Quella stessa qualità eterea, quella sensazione di corpi che esistono a metà tra il mondo dei vivi e quello dei morti, permea ogni inquadratura del film.
La regia rifiuta il comfort della linearità per abbracciare qualcosa che assomiglia più alla struttura di un ricordo traumatico che a quella di una storia raccontata. Attraverso questa membrana acronologica della memoria, talvolta privata, talvolta disincarnata, paralleli inquietanti, da singole frasi a schemi di sofferenza e sfruttamento sessuale, vengono portati in superficie.
La ripetizione è la figura retorica dominante: le stesse parole pronunciate in secoli diversi, le stesse posture, le stesse forme di violenza camuffata da normalità. Questo sistema di echi e rispecchiamenti tra le epoche non è mero esercizio formale: è la tesi del film, il suo argomento più potente. Il trauma, ci dice Schilinski, non si esaurisce con chi lo subisce. Sopravvive, si adatta, si mimetizza, trova nuove forme per ripresentarsi alle generazioni successive.
Il trattamento del patriarcato è uno degli aspetti più discussi e più sfumati del film: Sound of Falling non diventa un racconto che punta il dito contro il genere maschile, l'intenzione della Schilinski è più sfumata: ci parla di un mondo, una società, dove non esiste alcuna possibilità per i diversi, soprattutto le diverse dalla norma. Quasi che ci parlasse del patriarcato, della violenza sul corpo e sulla mente femminile, come di un sintomo di un quadro generale improntato all'incomunicabilità, all'impossibilità di palesare il proprio pensiero e sentimento. I personaggi maschili sono figure in controluce, quasi archetipi: il padre padrone, lo zio invalido, il soldato mutilato, il contadino silenzioso. Non sono mostri cartesiani, ma sono portatori inconsapevoli di una struttura di potere che si perpetua senza bisogno di consapevolezza. Ed è proprio questa inconsapevolezza la forma più insidiosa di violenza che Schilinski denuncia.
Il film affronta anche la morte, e lo fa con un'audacia che disorienta. Schilinski non vuole creare una crisi come fa Lars von Trier in Melancholia; vuole dire che anche con la morte non c'è una definitività. La morte nel film non è mai una liberazione né una tragedia completamente compiuta: è un passaggio, una soglia permeabile attraverso cui le donne continuano a comunicare tra epoche diverse. Questo trattamento del lutto si ricollega a una tradizione letteraria europea soprattutto nordica, in cui la morte delle donne è sempre anche un commento sulla vita che si è stata costrette a vivere.








