C'è un momento, nel cinema di Bi Gan, in cui il tempo smette di essere una coordinata e diventa una sostanza, qualcosa di denso, visibile quasi, che avvolge i personaggi come una nebbia calda e li trattiene sospesi tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora essere.
Questo momento, che nei precedenti Kaili Blues e nel magnifico Un lungo viaggio nella notte si manifestava attraverso la potenza ipnotica del piano sequenza, raggiunge in Resurrection la sua forma più ambiziosa, più debordante, più pericolosamente bella. Il terzo lungometraggio del regista cinese nato nel 1989 ha fatto il suo ingresso nel Concorso ufficiale della 78ª edizione del Festival di Cannes il 22 maggio 2025 come una presenza anomala, quasi extraterrestre rispetto al panorama del cinema contemporaneo, e la giuria presieduta dalla saggia Juliette Binoche gli ha assegnato il Prix Spécial, un riconoscimento che suona come un inchino davanti a qualcosa che sfugge alle categorie ordinarie della valutazione critica. Il titolo internazionale, Resurrection, è già di per sé una scelta carica di significati. Il titolo originale del film in cinese è "Tempi selvaggi", ma la parola resurrezione, più che il titolo originale, cattura con precisione l'anima più profonda del film: è una parola che riguarda la morte e il ritorno alla vita, il cinema e la sua eterna capacità di sopravvivere a se stesso, la Cina e i suoi cento anni di trasformazioni radicali, il sogno e la minaccia della sua definitiva estinzione.
Il film si svolge in un futuro indistinto, in cui gli esseri umani hanno rinunciato all'immaginazione per scegliersi eterni e superare il tempo e il suo fisiologico cambiamento inarrestabile. Senza sogni si può vivere in eterno: questo è il patto faustiano che l'umanità ha concluso con se stessa, consegnando la propria vita interiore in cambio dell'immortalità biologica.
Il cinema, in questo scenario distopico, è scomparso insieme ai sogni, o forse è scomparso perché i sogni sono scomparsi, o forse è la stessa cosa. Un titolo che è una promessa poetica: la resurrezione dei sogni, del cinema, della memoria stessa. Nel mondo asettico e decadente dipinto da Bi Gan, le persone non sognano più, il tempo ha eroso l'immaginazione collettiva, lasciando il pianeta come un teatro abbandonato.
In questo contesto nasce la figura del Delirante, l'ultimo uomo capace di sognare in un mondo che ha dimenticato come si fa, diventando così una figura mostruosa metà Nosferatu , metà Frankstein, un Freak antesignano insomma. Alcuni individui continuano a sognare e, pur consumandosi nel farlo, acquisiscono il potere di viaggiare nel tempo, specie se direzionati dai "Grandi Altri".
Il Delirante è interpretato da Jackson Yee, giovane attore e star della musica pop cinese, che attraversa il film in una performance camaleontica di rara profondità: lo stesso corpo, le stesse ossa, cambiano pelle e identità in ogni capitolo, portando su di sé il peso di un secolo intero di Storia e di cinema. Accanto a lui c'è la straordinaria Shu Qi, interprete leggendaria del cinema di Hou Hsiao-hsien, qui nel ruolo della "Grande Altra", la donna che resuscita questo essere mostruoso, dentro la cui schiena riposa al posto del cuore una sorta di primordiale proiettore che intreccia bobine di pellicola in movimento, vero motore propulsivo dell’ideologia filmica di Bi Gan.
Con l'idea di rianimarlo solo per un momento, il sogno del mostro risorge sullo schermo in due ore di vita futura che per il cinema e la storia della Cina moderna e contemporanea corrispondono a cento anni di illusioni e rivoluzioni, a violenze e guerre, passato e modernità fino a giungere, non certo casualmente alla ultima notte del secondo millennio che sembra quasi voler gettare via il passato e aprirsi al futuro per la Cina.
La struttura del film è la prima cosa che colpisce e disorienta. I sei segmenti del film corrispondono ognuno a uno dei sei sensi riconosciuti nel pensiero buddhista ( altro cardine filosofico che struttura il film ): vista, udito, olfatto, gusto, tatto e mente. È una decisione che appartiene alla radice filosofica del progetto: non raccontare, ma percepire; non spiegare, ma attraversare.
Ogni segmento è quasi un cortometraggio a sé, un piccolo universo stilistico con le proprie regole, le proprie citazioni, la propria temperatura emotiva.
Bi Gan intraprende un viaggio nel mondo e nello stile cinematografico che ha plasmato il XX secolo: si comincia con l'espressionismo tedesco del cinema muto, dove le ombre sono piatte e spigolose, le inquadrature oblique e oblunghe, e il riferimento è il Murnau di Nosferatu. Si passa poi al noir bellico, con echi di Orson Welles e della Signora di Shanghai, con quel celebre duello tra gli specchi che Bi Gan reinterpreta in chiave propria. Si arriva poi al gangster movie dell'Estremo Oriente, con richiami a John Woo e al cinema di Jean-Pierre Melville, per approdare a una storia d'amore vampirica di una bellezza lancinante, girata nella notte di Capodanno del 1999 con quella febbre sentimentale alla Wong Kar-wai che è uno dei momenti più alti di tutto il film.
Eppure Bi Gan non è mai un imitatore: il suo è un sogno che genera altri sogni, una forma che divora le forme altrui per restituirle trasformate; il suo è un atteggiamento ben lungi dal citazionismo di maniera, è invece il suo a tratti commosso al mondo del cinema, alla sua capacita di maravigliare, di perpetrare nel sogno lo spirito umano che si agita
La principale questione tematica del film riguarda il destino del sogno in un'epoca che ha scelto l'efficienza al posto dell'immaginazione. La rinuncia al sogno non è una catastrofe improvvisa ma un processo lento, quasi naturale, il frutto di un mondo che ha scelto la longevità biologica sopra qualsiasi altra forma di vita interiore. In questo senso Resurrection parla di noi adesso, del nostro rapporto sempre più mediato, sempre più digitale, sempre più anestetizzato con la realtà e con l'immaginazione.
Il cinema stesso, nella visione di Bi Gan, è il sogno per eccellenza. Resurrection sembra ripartire da il collasso di un'arte ormai priva di senso, di un dispositivo d'immagine in cui "non è rimasto più nessuno a guardare". Ma dove qualcuno certificava con amarezza testamentaria la crisi del cinema, Bi Gan va oltre: il problema, sembra voler dire, non è la macchina organica e meccanica del cinema, che magari può pure consumarsi e liquefarsi, ma la capacità di chi guarda di accogliere ancora il sogno, di lasciarsi attraversare dalle immagini senza difese razionali. Con le sue citazioni ,si direbbe quasi spontanee e dotate di forza autonoma , Resurrection è così una sorta di visionario remake , forse l'ultimo film nella storia del cinema, ma anche il primissimo.
La seconda grande tematica del film è quella storica. Nel corso di Resurrection ci sono riferimenti allla rivoluzione Xinhai, agli anni drammatici della contrapposizione tra comunisti e Kuomintang , alla folle corsa dell'economia cinese iniziata negli anni 80-90 sostenuta dal connubio sacrilego tra socialismo e capitalismo che ha portato all’insanabile frattura all’interno della società cinese tra chi ha retto il ritmo di crescita e chi invece lo ha subito, che approda al fine alle porte del XXI secolo in cui il paese diventa la più grande potenza mondiale e non manca , come accennato, la cosante e sottile presenza della filosofia buddhista che sembra quasi segnare il percorso del racconto.
Ogni capitolo del film è ambientato in un'epoca diversa della Cina moderna, e ogni stile cinematografico adottato da Bi Gan corrisponde non solo a una stagione della storia del cinema ma a una stagione della storia del suo paese.
Il cinema non è qui un contenitore neutro della storia: è la storia stessa, il modo in cui una civiltà sogna se stessa, si racconta, si trasforma. Il 1999 funge da fulcro: si temeva la fine del mondo, il famoso Millennium Bug, ma poi alla fine per Bi Gan è il confine tra la vecchia Cina e la nuova che spinge verso l'epoca digitale e tecnocratica, moderna ed efficiente, però anche priva di sogni, di un'identità genuina.
Questa lettura politica è implicita ma costante: il mostro che sogna in un mondo di immortali anestetizzati è una figura di resistenza, quasi una metafora dell'artista in un sistema che non ha bisogno dell'arte perché non ha bisogno della vita interiore. La donna che lo aiuta, interpretata da Shu Qi con quella grazia malinconica che la rende una delle grandi attrici del cinema asiatico, è una figura di compassione e di memoria, custode di qualcosa che il mondo ha deciso di dimenticare. Il loro incontro non è soltanto una storia d'amore ma un atto politico: il tentativo di preservare, attraverso il racconto e l'immagine, ciò che una civiltà rischia di perdere per sempre.
C'è poi una terza dimensione tematica, quella della morte e della rinascita, che il titolo evoca direttamente e che attraversa il film a tutti i livelli. La resurrezione è un'altra caratteristica dei vampiri, ma anche del cinema in senso stesso, araba fenice destinata a rinascere dalle proprie ceneri proprio quando pare non vi sia più alcuna speranza. Il film è costruito come una serie di morti e rinascite: il Delirante muore e rinasce in ogni capitolo, il cinema muore e rinasce in ogni stile, la Cina muore e rinasce in ogni epoca storica. Questa struttura a spirale è il contrario della narrazione lineare: non c'è un inizio, un mezzo e una fine nel senso aristotelico, ma un movimento continuo, pulsante, che assomiglia più al battito del cuore che all'arco narrativo.