Giudizio: 9/10
C'è qualcosa di quasi temerario nel voler portare sullo schermo un romanzo come L'étranger di Albert Camus: un libro che vive di assenza, di silenzi, di una voce narrante ridotta all'osso, di una prosa che sembra rifiutare qualsiasi ornamento superfluo proprio come il suo protagonista rifiuta qualsiasi sentimento superfluo. Un libro in cui la letteratura diventa essa stessa manifesto esistenziale, in cui la forma coincide con il contenuto fino a renderli inseparabili. Eppure François Ozon, tra i cineasti francesi contemporanei più colti e versatili, ha accettato questa sfida con un coraggio che rasenta l'incoscienza e ne è uscito, straordinariamente, vincitore proprio in quell'aspetto per cui ha ricevuto da parte della critica le maggiori critiche, e cioè l'assoluta fedeltà filologica al testo intesa non solo in senso letterario, ma anche in quello filosofico che il capolavoro di Camus contiene tra le sue righe.
L'étranger di Ozon, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia del 2025 e accolto da un successo di critica che ha poi trovato conferma nei premi più prestigiosi del cinema francese, è molto più di una semplice trasposizione cinematografica. È un atto d'amore riverente verso Camus, una lettura profonda e meditata del testo originale, una traduzione visiva che riesce nell'impresa rarissima di non tradire lo spirito del libro pur reinventandone la superficie. È, soprattutto, un film che parla al nostro tempo con la stessa urgenza con cui il romanzo parlava al suo.
La storia è quella che milioni di lettori conoscono a memoria. Algeri, fine degli anni Trenta, Meursault, giovane impiegato di modeste ambizioni, viene informato con un telegramma della morte della madre, ricoverata in una casa di riposo. La seppellisce senza versare una lacrima, senza manifestare la benchè minima emozione. Il giorno seguente va in spiaggia, incontra Marie, una collega, fa il bagno con lei, va al cinema a vedere una commedia con Fernandel e quindi i due vanno a casa di lui e danno inizio ad una relazione "amorosa"; riprende la sua vita ordinaria e poi, in circostanze quasi casuali, quasi sonnambule, uccide un uomo arabo su una spiaggia accecata dal sole. Viene quindi processato e condannato a morte, non per il crimine commesso ( in fin dei conti ha solo ucciso un arabo...), ma per la sua incapacità di fingere sentimenti che non prova.
Ozon rispetta questa trama con una fedeltà che è quasi filologica; ogni scena del romanzo trova il suo equivalente visivo nella pellicola, ogni snodo narrativo, ogni personaggio, ogni dettaglio che Camus aveva disseminato nel testo con quella precisione chirurgica che lo contraddistingueva, riappare sullo schermo con un'accuratezza che testimonia la profondità con cui il regista ha studiato il materiale di partenza.
Le sequenze si susseguono con la stessa logica narrativa del romanzo: la veglia funebre nel villaggio, le conversazioni con Raymond il vicino dal passato e dal presente torbido, le giornate di mare con Marie, lo scontro con gli arabi sulla spiaggia, il caldo feroce come personaggio autonomo nella scena dell'omicidio, il carcere, il processo, il dialogo finale con il cappellano, non manca nulla.
Ozon non ha ceduto alla tentazione di semplificare o di spettacolarizzare. Ha avuto la pazienza e l'intelligenza di fidarsi di Camus.
Ma è nell'interpretazione che questa fedeltà si trasforma in arte cinematografica autentica. Ozon sceglie di girare il film in un bianco e nero rigoroso, esatto, classico , quasi architettonico, e la scelta si rivela non un omaggio nostalgico ma una necessità estetica e filosofica. Il colore sarebbe stato una forma di seduzione, un invito alla partecipazione emotiva, il bianco e nero invece mantiene la distanza, obbliga lo spettatore a guardare senza lasciarsi travolgere, esattamente come Meursault guarda il mondo senza lasciarsi travolgere.
La fotografia, algida e solare al tempo stesso, restituisce l'atmosfera della costa algerina degli anni Trenta con una precisione che è anche metafora: quella luce bianca, quasi violenta, non rivela i dettagli, li cancella. Come la coscienza di Meursault cancella le sfumature della vita morale.
Benjamin Voisin, l'attore scelto da Ozon per incarnare Meursault dopo aver lavorato con lui in Été 85, offre una delle prove più ammirevoli del cinema europeo degli ultimi anni. Il compito era immane: interpretare un personaggio che non esprime emozioni senza che la sua performance diventi monotona o ermetica. Voisin risolve questo paradosso con una sottigliezza straordinaria. Il suo Meursault non è apatico nel senso clinico del termine, non è uno spento, è piuttosto un uomo che percepisce tutto con un'intensità quasi fisica, i colori, i suoni, i profumi, il calore del sole sulla pelle, il sapore del mare, ma che non riesce a tradurre queste percezioni sensoriali in emozioni socialmente riconoscibili, in sentimenti codificati. C'è qualcosa di dolorosamente onesto in questo personaggio, e Voisin lo trasmette attraverso gli occhi, attraverso certi movimenti minuti, attraverso una presenza corporea che esprime una forma di attenzione assoluta e al tempo stesso di irriducibile separazione dal mondo.
Rebecca Marder nel ruolo di Marie è luminosa in un modo che contrasta magnificamente con l'opacità di Meursault. Marie ama, o almeno vuole amare, vuole essere amata, vuole dare senso alla propria esistenza attraverso il legame con un altro essere umano; la sua incomprensione di fronte all'indifferenza di Meursault non è mai ridotta a semplice reazione emotiva ma diventa essa stessa un commento sulla natura del desiderio umano; Swann Arlaud, Denis Lavant e soprattutto Pierre Lottin nel ruolo di Raymond completano un cast di altissimo livello.
Uno degli elementi più intelligenti della regia di Ozon riguarda la scelta di aprire il film non con l'incipit celeberrimo del romanzo, "Aujourd'hui, maman est morte", ma con la frase "J'ai tué un arabe". Questa inversione non è un capriccio stilistico ma una scelta interpretativa precisa e coraggiosa.
Collocando il crimine al centro narrativo fin dall'inizio, Ozon costringe lo spettatore a guardare la storia da una prospettiva diversa, a chiedersi chi è la vittima, a interrogarsi sul contesto coloniale in cui tutto si svolge. Il film si chiude, simmetricamente, con la canzone dei Cure, Killing an Arab, che fa eco a questa scelta di apertura in modo quasi liturgico.
Qui si tocca uno degli aspetti più originali e al tempo stesso più rispettosi dell'operazione di Ozon. Il regista francese riconosce nella storia di Meursault una dimensione coloniale che Camus aveva lasciato implicita ma che era inevitabilmente presente nel testo.
La vittima anonima, nel romanzo chiamata semplicemente "l'Arabe", diventa nel film un essere umano con un nome, con un volto, con una presenza( unica libertà che il regista si è preso rispetto al completo anonimato del testo) che rivendica la propria esistenza contro il meccanismo narrativo che la aveva ridotta a pretesto.
Ozon inoltre apre il film con un montaggio tipo cinegiornale d'epoca di immagini d'archivio dell'Algeria coloniale, accompagnate dalla voce paludata di un narratore che esalta la modernità portata dalla Francia ai suoi possedimenti nordafricani. La satira è sottile ma implacabile: quella voce mente, e il film lo sa, e lo spettatore lo sa.
Questa contestualizzazione storica non tradisce Camus, che fu lui stesso un feroce critico del colonialismo francese, al contrario, porta alla luce una dimensione del testo che era sempre stata lì, in attesa di essere riconosciuta. Meursault come allegoria dell'indifferenza del colonizzatore verso la vita del colonizzato. La sua incapacità di attribuire valore morale alla propria azione si rispecchia nella struttura di un sistema che considera certe vite più importanti di altre.
Il processo che condanna Meursault non per l'omicidio di un arabo ma per la sua insensibilità alla morte della madre rivela il vero scandalo morale: agli occhi della giustizia coloniale, la vita di "l'Arabe" non pesa abbastanza da giustificare un'indignazione autentica. Ciò che indigna la corte è la violazione del codice sentimentale borghese, non il delitto.
Il film indaga con straordinaria lucidità la tematica dell'assurdo, che è il cuore filosofico non soltanto di questo romanzo ma dell'intera opera camusiana.
L'assurdo, in Camus, non è il bizzarro o il grottesco nel senso popolare del termine bensì è la discrasia irriducibile tra il bisogno umano di chiarezza, di significato, di ordine morale, e il silenzio del mondo di fronte a questo bisogno. Meursault incarna questo assurdo nella sua forma più radicale: non perché sia un nichilista, non perché creda che nulla abbia importanza, ma perché percepisce con un'onestà feroce l'impossibilità di giustificare razionalmente le convenzioni morali e sociali che gli vengono richieste. Quando i giudici lo condannano a morte, la sua reazione, magnificamente espressa in alcune pagine e in un brano del film, tra i più dolorosamente belli, il confronto col cappellano del carcere, non è disperazione ma qualcosa di più strano e più profondo: una specie di sollievo, quasi, come se la certezza della morte fisica fosse paradossalmente l'unica verità solida in un mondo di finzioni.
Ozon rende questa dimensione filosofica senza ricorrere alla didascalia: non c'è un personaggio che spieghi Camus allo spettatore, non c'è una voce fuori campo che commenti la vicenda in chiave saggistica. C'è invece una messa in scena che incanala la filosofia nell'immagine, che traduce il pensiero in gesto, in luce, in ritmo.








