Giudizio: 8.5/10
Ci sono film che si fanno ammirare per la loro costruzione e film che ti restano addosso come una domanda a cui non si riesce a rispondere, e The Beloved di Rodrigo Sorogoyen appartiene senza esitazione alla seconda categoria, perché è un'opera che sotto la superficie di un dramma familiare ambientato sul set di un film pone un interrogativo tanto semplice quanto spietato: che cosa accade a chi ama qualcuno attraverso il proprio mestiere, e a chi viene amato in quel modo, quando il mestiere in questione consiste nel trasformare la vita, la propria e quella degli altri, in materia narrativa?
Il punto di partenza è di una nettezza quasi teatrale: Esteban Martínez, interpretato da un Javier Bardem in uno stato di grazia feroce e quasi spaventoso, è un regista celebrato, pluripremiato, leggendario tanto per i suoi film quanto per un passato fatto di eccessi e di violenza, che torna in Spagna dopo essersi trasferito da anni negli States e siede davanti alla figlia Emilia, che non vede da tredici anni quando la abbandonò insieme alla madre, per convincerla a recitare nella parte principale del suo nuovo progetto, un'epopea coloniale ambientata nel Sahara.
L'attrice protagonista è Victoria Luengo, carriera balbettante e imperniata su serie Tv che comunque non la esentano dallo sbarcare il lunario lavorando come barista, e la sua è una prova di una precisione e di una sofferta intelligenza che regge senza mai arretrare il confronto con un mostro sacro, e già nella spettacolare sequenza d'apertura, lunga, tesa, un unico piano sequenza di 13 minuti fatto di primi piani esposti da una telecamera che rimbalza sui volti degli attori, giocata sul filo di ciò che i due personaggi dicono e soprattutto di ciò che non riescono a dirsi, tra sensi di colpa, pudicizia e smarrimento, Sorogoyen mette sul tavolo tutte le carte del film, perché quella proposta di lavoro è insieme un gesto d'affetto e una manovra di controllo, un ponte gettato verso la figlia e una trappola in cui lei è invitata a entrare con gli occhi aperti.
Il cuore del film, sta proprio in questa ambiguità irriducibile, nel fatto che Esteban non sappia, e con lui non lo sappiamo del tutto nemmeno noi spettatori, se stia offrendo alla figlia un'occasione di riscatto professionale e umano o se stia usando il cinema, l'unico linguaggio in cui sia davvero capace di esprimersi, come surrogato di una conversazione che non ha mai avuto il coraggio di affrontare in altro modo, facendo comunque sentire sul collo della figlia il fiato della sua notorietà a confronto del suo non sfavillante curriculum.
Il cuore del film, sta proprio in questa ambiguità irriducibile, nel fatto che Esteban non sappia, e con lui non lo sappiamo del tutto nemmeno noi spettatori, se stia offrendo alla figlia un'occasione di riscatto professionale e umano o se stia usando il cinema, l'unico linguaggio in cui sia davvero capace di esprimersi, come surrogato di una conversazione che non ha mai avuto il coraggio di affrontare in altro modo, facendo comunque sentire sul collo della figlia il fiato della sua notorietà a confronto del suo non sfavillante curriculum.
Per un uomo come lui la sala di montaggio, il set, il ciak sono i luoghi dove le cose si possono dire perché si possono dire per finta, dove la violenza può essere messa in scena anziché assunta come responsabilità, dove il pentimento può diventare una sequenza e il perdono una questione di luce; e il film ha l'intelligenza di capire che offrire un ruolo a una figlia che non si vede da tredici anni non è un atto neutro, è un atto che porta con sé tutta la storia che l'ha preceduto, e che chiede a Emilia di lavorare per il padre nel momento stesso in cui dovrebbe essere lui a rendere conto a lei. È qui che il rapporto tra la professione e i legami familiari smette di essere un tema e diventa una struttura, perché ogni gesto professionale di Esteban, ogni indicazione di regia, ogni richiesta fatta all'attrice, viene immediatamente percepito da Emilia, e dallo spettatore insieme a lei, sotto una doppia luce, quella del lavoro e quella della ferita, senza che sia mai possibile separare le due cose.
Sorogoyen e la sua co-sceneggiatrice Isabel Peña affrontano con una lucidità che non concede sconti la questione di fino a che punto il ruolo professionale possa condizionare, deformare, talvolta divorare i legami familiari, e in particolare il legame con i figli, quando questi appartengono al medesimo mondo del genitore e ne subiscono per forza di cose il confronto, perché Emilia non è soltanto la figlia di un regista, è un'attrice che non ha avuto fortuna, che è rimasta ai margini di un'industria in cui il cognome del padre è insieme un'ombra e un biglietto da visita avvelenato, e che si trova di fronte alla possibilità di ottenere finalmente un ruolo di rilievo proprio dalle mani di colui al quale non sa se potrà mai perdonare di averla in qualche modo condizionata, o peggio ancora segnata , che non manca mai di ripetere la stantia frase " Emilia il posto se lo è meritato".
È una condizione che il film rende con una crudeltà sottile, perché il fallimento di Emilia non è presentato come un fatto oggettivo ma come qualcosa che il padre, con la sua sola esistenza, ha contribuito a produrre, e dunque l'offerta di lavoro assume i contorni di una riparazione che è anche una forma di appropriazione, come se Esteban volesse sistemare ciò che ha rovinato trasformando ancora una volta la figlia in uno strumento della propria opera, in una materia da plasmare, in un volto da inquadrare. E c'è in questo un paradosso che il film non risolve e che proprio per questo lo rende grande, perché il cinema è davvero, per Emilia, l'unica occasione di riavvicinamento possibile, l'unico terreno comune su cui padre e figlia possano incontrarsi senza che il silenzio diventi insopportabile, e al tempo stesso è lo strumento attraverso cui il potere paterno continua a esercitarsi, sicché ciò che potrebbe curare è esattamente ciò che rischia di infettare di nuovo la ferita.
Strettamente legata a questa dinamica è la riflessione sul ruolo di chi racconta storie e su quanto del personale finisca, volente o nolente, dentro la sua opera, un tema che il cinema ha frequentato infinite volte ma che qui assume una declinazione particolarmente dolorosa e particolarmente onesta.
Strettamente legata a questa dinamica è la riflessione sul ruolo di chi racconta storie e su quanto del personale finisca, volente o nolente, dentro la sua opera, un tema che il cinema ha frequentato infinite volte ma che qui assume una declinazione particolarmente dolorosa e particolarmente onesta.
Esteban è un artista che ha costruito la propria leggenda anche sulle proprie zone d'ombra, sull'idea che la violenza, l'eccesso, il tormento siano il prezzo inevitabile e quasi nobile del talento, e il film mette radicalmente in discussione questa mitologia romantica dell'autore maledetto, mostrando con quanta facilità essa si converta in un salvacondotto, in una licenza di fare del male purché se ne ricavi un'opera, in un sistema di venerazione collettiva che circonda il genio di persone disposte a perdonargli tutto e a tacere per non turbare il miracolo.
Non c'è nel film un processo sommario al personaggio e nemmeno una condanna facile, e se lo spettatore avverte il richiamo di certe discussioni contemporanee sul rapporto tra grandezza artistica e comportamento privato, lo avverte come un'eco e non come una tesi, perché Sorogoyen non sembra interessato a distribuire colpe in modo astratto quanto a mostrare, con una pazienza quasi clinica, il meccanismo concreto attraverso cui un uomo che si crede autorizzato dal proprio talento finisce per trattare gli affetti come materiali di lavorazione, e coloro che gli stanno intorno, a cominciare dalla figlia, come comprimari di una narrazione di cui lui soltanto detiene il copione.
La scelta di ambientare il film nel film in un contesto coloniale, con quel Sahara che richiama la storia di uno sfruttamento e di una dominazione, non è soltanto un elemento di cornice ma una risonanza tematica di straordinaria finezza, perché il racconto che Esteban vuole mettere in scena parla di potere, di appropriazione, di corpi e territori trattati come proprietà di chi comanda, e naturalmente lo spettatore non può non avvertire il parallelo con ciò che accade, nella dimensione più piccola e più feroce del nucleo familiare, tra il regista e sua figlia. È come se il film che Esteban sta girando fosse il racconto allegorico della sua stessa condotta, senza che lui abbia la lucidità, o forse il coraggio, di riconoscerlo, e questo gioco di specchi, che altrove potrebbe apparire compiaciuto o troppo scoperto, qui funziona perché è mantenuto sempre sul filo dell'inconsapevolezza del personaggio, il quale mette in scena la prevaricazione dentro un'opera mentre la pratica nella vita, e pretende di essere compreso come artista proprio nel momento in cui dovrebbe essere giudicato come padre.
La scelta di ambientare il film nel film in un contesto coloniale, con quel Sahara che richiama la storia di uno sfruttamento e di una dominazione, non è soltanto un elemento di cornice ma una risonanza tematica di straordinaria finezza, perché il racconto che Esteban vuole mettere in scena parla di potere, di appropriazione, di corpi e territori trattati come proprietà di chi comanda, e naturalmente lo spettatore non può non avvertire il parallelo con ciò che accade, nella dimensione più piccola e più feroce del nucleo familiare, tra il regista e sua figlia. È come se il film che Esteban sta girando fosse il racconto allegorico della sua stessa condotta, senza che lui abbia la lucidità, o forse il coraggio, di riconoscerlo, e questo gioco di specchi, che altrove potrebbe apparire compiaciuto o troppo scoperto, qui funziona perché è mantenuto sempre sul filo dell'inconsapevolezza del personaggio, il quale mette in scena la prevaricazione dentro un'opera mentre la pratica nella vita, e pretende di essere compreso come artista proprio nel momento in cui dovrebbe essere giudicato come padre.










