Giudizio: 8/10
Ci sono film di Hong Sangsoo che sembrano nascere da un'urgenza e altri che sembrano sgorgare da una quiete, e The Day She Returns appartiene senza esitazioni alla seconda famiglia, quella dei lavori in cui il regista coreano, ormai al suo trentaquattresimo lungometraggio e padrone di un metodo che nessuno dei suoi epigoni è riuscito davvero a imitare, porta la sottrazione a un grado di purezza tale da far quasi dimenticare che dietro l'apparente semplicità ci sia una costruzione rigorosissima, calcolata al millimetro, in cui ogni ripetizione e ogni minimo scarto tra una scena e l'altra hanno una funzione precisa e mai gratuita.
Il film dura ottantaquattro minuti, è girato in un elegante ed essenziale bianco e nero asciutto e luminoso, è suddiviso in cinque atti numerati e si svolge quasi per intero nello spazio di un ristorante tedesco, con il suo giardino e i suoi tavoli, dove un'attrice di mezza età, Bae Jeong-su, interpretata da una Song Seon-mi di straordinaria misura, incontra uno dopo l'altro tre giovani giornalisti per parlare del film indipendente che segna il suo ritorno sul set dopo dodici anni di assenza, un periodo che coincide con un matrimonio, con la nascita di una figlia e con una separazione appena conclusa e di cui nessuno, né lei né chi la intervista, sembra sapere esattamente come parlare.
Il dispositivo è quello che i frequentatori del cinema di Hong riconoscono al primo sguardo: la macchina da presa fissa, lo zoom che a tratti si avvicina ai volti o li allontana con quel gesto leggermente goffo che è diventato una firma, le conversazioni lunghe girate in un unico piano, i bicchieri che si riempiono e si svuotano, con la sola variazione, più sottile di quanto sembri, che al posto del soju sulla tavola compaiono le birre tedesche, come se anche l'alcol, che nei film di Hong è sempre il lubrificante della verità o della sua parodia, dovesse adeguarsi al luogo e al cambio di stagione di un cinema che da qualche anno si guarda con crescente serenità allo specchio.
Ciò che il film mette in scena, in fondo, è un gioco di ripetizioni che non sono mai identiche, perché ciascuno dei tre incontri riprende gli stessi argomenti, le domande sul ritorno al lavoro, sul film, sull'invecchiare, sul matrimonio finito, sui cani che qualcuno ha o non ha, sul Buddhismo e sul Taoismo ,e li sposta ogni volta di pochi gradi, di modo che lo spettatore, che pure assiste a conversazioni quasi interscambiabili, si trova a registrare lo scarto minuscolo tra la prima versione di una frase e la seconda, tra il modo in cui Jeong-su si concede a una giornalista e il modo in cui si ritrae di fronte a un'altra, e a capire che quel che gli viene mostrato non è un personaggio ma una persona in cerca di una forma, o meglio di più forme tra cui scegliere a seconda di chi le sta davanti.
È qui che il film incontra il suo tema più dichiaratamente hongiano, il rapporto tra il mondo del cinema e il mondo esterno, che nel regista coreano non è mai una contrapposizione tra due territori separati ma una zona di continuo passaggio in cui l'una cosa filtra nell'altra senza che si riesca a dire dove finisca l'arte e dove cominci la vita.
Jeong-su è un'attrice, e dunque per mestiere abituata a presentarsi in un certo modo e a recitare una parte, ma l'intervista è una forma di recitazione di secondo grado, perché chiede a chi la subisce di recitare sé stesso, di costruire in tempo reale una versione presentabile e coerente della propria esperienza, della propria assenza e del proprio dolore, e Hong sembra interessato proprio a questo cortocircuito, a quanto lavoro di messa in scena richieda l'apparente spontaneità del dire "io", a quanto di ciò che chiamiamo autenticità sia in realtà una pratica ripetuta, affinata e adattata alle circostanze. Nei film di Hong le persone raramente mentono in senso stretto, ma si raccontano sempre un po' diversamente a seconda del pubblico e dell'ora e della quantità di alcool già bevuto, e The Day She Returns porta questa intuizione alle sue conseguenze più radicali facendone la struttura stessa del racconto.
Una delle trovate più felici del film, e anche una delle più discretamente spiazzanti, è che le tre giornaliste non siano semplici spalle funzionali al ritratto della protagonista, perché ciascuna di loro finisce per parlare almeno altrettanto di sé quanto dell'intervistata, trascinando la conversazione verso le proprie incertezze, le proprie aspettative e i propri piccoli smarrimenti di giovani donne che fanno un mestiere in cui si chiede loro di stare sempre un passo indietro rispetto a chi sta davanti al microfono, con il risultato che il rapporto tra intervistatrice e intervistata si trasforma a poco a poco in uno scambio quasi paritario, imbarazzato e a tratti persino tenero, in cui la distinzione tra chi fa domande e chi risponde perde nettezza. Ne esce un'idea di cinema, e di mondo, in cui nessuno possiede davvero la parte del protagonista, e in cui ognuno è a sua volta testimone e oggetto dello sguardo altrui, secondo quel principio di moltiplicazione dei punti di vista che attraversa tutta l'opera di Hong e che qui trova una declinazione di straordinaria economia, perché bastano un tavolo, due sedie e una bottiglia di birra per far emergere tre diverse maniere di guardare la stessa donna, e quindi tre diverse Jeong-su, nessuna delle quali è più vera delle altre e tutte insieme costituiscono qualcosa che somiglia a un ritratto senza mai pretendere di esserlo, perchè come spesso ripete la protagonista quello che è importante è vivere ogni momento cercando di essere se stessi.
La seconda metà del film, che in un certo senso è anche la sua parte più audace e più sottilmente inquietante, introduce un elemento di rottura che altera il modo in cui avevamo guardato fino a quel momento, perché le conversazioni vissute nella prima parte vengono riprese e rimesse in scena in una sorta di laboratorio, nel quale Jeong-su si ritrova a ripercorrere gli incontri insieme a un'altra attrice, e scopre, o noi scopriamo con lei, che non riesce a ricordare con precisione ciò che ha detto, che inciampa sulle battute, che le parole che credeva sue e sicure le sfuggono o cambiano forma mentre prova a riprodurle.
Si tratta di un passaggio di grande intelligenza, perché trasforma quello che fino a quel momento sembrava un semplice film di conversazioni in una riflessione sulla fragilità della memoria e sul rapporto tra l'esperienza e la sua rappresentazione, sul fatto che ciò che abbiamo vissuto, una volta passato, esiste soltanto nella versione che ne diamo e che ogni nuova versione è già una piccola infedeltà, un compromesso tra quello che è stato e quello che vorremmo fosse stato o che ci conviene raccontare.
La realtà che si specchia nella finzione, tema cardine del cinema di Hong fin dagli esordi, qui si capovolge con un'eleganza quasi crudele, perché non è più il film a imitare la vita ma è la vita, nel momento in cui viene ricostruita, a rivelarsi già pervasa dalla finzione, già in qualche modo scritta, interpretata, ripetuta e dunque falsata dal semplice fatto di essere ricordata.
Non è un caso, naturalmente, che al centro del film ci sia un'attrice che torna a lavorare dopo anni di assenza e che ha alle spalle una vita che il cinema non ha né raccontato né contenuto, perché Hong ha sempre guardato con una certa tenerezza ai suoi personaggi che fanno arte e ne è sempre stato anche il più lucido e spietato osservatore, e in Jeong-su condensa una condizione che è insieme professionale ed esistenziale, quella di chi ha dovuto sospendere una parte di sé per dedicarsi a ciò che la vita richiedeva e ora si trova a riprendere il filo come si riprende una conversazione interrotta, con qualche impaccio, con il timore di non ricordare più il tono giusto e con la vaga consapevolezza che nel frattempo gli altri, e forse lei stessa, siano cambiati senza che se ne accorgesse: ne esita uno dei ritratti umani più belli della lunga carrellata costruita negli anni dal regista, ben lontana da quei personaggi che riuscivano quasi sempre a provocare una sorta di sottile fastidio. Gli affanni della vita, nel film, non hanno mai il tono del dramma né si fanno plateali, si insinuano nelle pause, in una risposta data a mezza voce, in un sorriso che arriva un istante dopo del dovuto, in una domanda sul divorzio che viene accolta con una cortesia leggermente difensiva, e proprio per questo risultano più veri di qualsiasi esibizione di dolore, perché Hong ha capito da tempo che l'esperienza del vivere si dà soprattutto nei margini, nelle zone di indeterminatezza, nelle cose dette per riempire un silenzio e non per comunicare qualcosa, e sa metterle in scena con una discrezione che rasenta il pudore.










