Giudizio: 7.5/10
Nello stesso incidente stradale Wei perde la moglie incinta e Ming il fidanzato col quale è prossima al matrimonio; seguendo le tradizioni e la ritualità buddhista che si svolge nei cento giorni seguenti alla morte, Zinnia Flower racconta il percorso dei due personaggi che parte dal dolore, passa attraverso l'elaborazione del lutto e della perdita per approdare alla accettazione della morte.
I due protagonisti percorrono strade quasi opposte nel loro processo , sfiorandosi solamente durante le funzioni che si svolgono nel tempio buddhista cadenzate dalle varie tappe che lo spirito errabondo del defunto deve intraprendere: Wei passa dalla rabbia violenta all'isolamento fino quasi all'abulia completa, rifiutando ogni cosa che gli ricorda la giovane moglie, soprattutto il pianoforte di cui lei era insegnante.
Ming da parte sua deve far fronte anche all'ostilità di buona parte della famiglia del futuro marito per cui decide di avviarsi in tutta solitudine nel difficile sentiero che la deve portare alla metabolizzazione del lutto e dell'abbandono: parte da sola per Okinawa dove avevano programmato di trascorrere la luna di miele, gira tutti i piccoli ristoranti dell'isola per raccogliere giudizi sulla cucina giapponese in onore del marito chef, ovunque si rechi prenota sempre per due, compreso l'albergo nel quale costruisce un bambinesco fantoccio con i cuscini da mettere nel letto accanto a lei ed infine, forse credendo di non riuscire a superare il dolore tenta un fantasioso quanto grottesco suicidio.
Giunto il centesimo giorno dopo la morte, la filosofia buddhista non ammette più lacrime, la vita deve riprendere perchè lo spirito finalmente ha raggiunto la sua dimora definitiva: al termine del rito al tempio , i due si ritrovano a tracciare un resoconto, tanto ermetico quanto delicato, del loro processo di accettazione; forse, senza indulgere in eccessi melodrammatici, è giunto il momento di tornare a vivere.