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giovedì 19 febbraio 2026

After the Hunt [aka After the Hunt: Dopo la caccia] ( Luca Guadagnino , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 6.5/10

Nella prestigiosa università americana di Yale, dove il pensiero critico e il dibattito filosofico sembrano costituire il cuore pulsante della vita accademica, una stimata docente, Alma (nome non casuale) Imhoff si trova improvvisamente al centro di una tempesta morale e professionale. 
Quando una giovane studentessa accusa un celebre professore, Hank figura carismatica e influente dell’ateneo nonchè candidato in gara con Alma per ottenere la cattedra, di aver oltrepassato i confini etici del rapporto docente-allieva, l’intera comunità universitaria viene travolta da un conflitto che non è solo giudiziario, ma profondamente simbolico.
Tra seminari sull’etica della virtù, riunioni interne, colloqui privati e cene nei salotti colti della città, emergono tensioni latenti, rivalità accademiche e gerarchie consolidate; Alma, inoltre, divisa tra fedeltà personale, ambizione professionale e senso di giustizia, si trova costretta a interrogare non solo il comportamento del collega, ma anche le proprie responsabilità e soprattutto il proprio passato nel quale è sepolto un episodio che potrebbe diventare pericolosissimo se divulgato. 
In un clima segnato dall’eco del movimento #MeToo, ogni parola, ogni presa di posizione diventa un atto politico, sebbene una delle frasi simbolo di questa opera è quella che viene scandita durante un cena tra colleghi a casa di Alma : "se sei bianco, maschio e cisgender in questo momento non hai nessuna possibilità di carriera".
Mentre la vicenda si dipana tra spazi pubblici e privati, tra dichiarazioni ufficiali e verità sussurrate, il film mette a nudo le dinamiche di potere che regolano l’istituzione universitaria: il prestigio come scudo, il talento come arma, l’amore e l’ammirazione come strumenti di dominio. Dopo la “caccia” , l’accusa, l’indagine, l’esposizione mediatica , ciò che resta è un campo minato di reputazioni, silenzi e scelte morali da cui nessuno può dirsi davvero estraneo e dove trovare il bene e il male o il giusto e il cattivo diventa operazione quasi fideistica.
Presentato in concorso alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, After the Hunt – Dopo la caccia segna un nuovo capitolo nella filmografia di Luca Guadagnino. 
Dopo aver attraversato l’eros cannibale e ambiguo di Challengers e la febbre desiderante di Chiamami col tuo nome, Guadagnino si sposta dentro un’arena apparentemente più austera: l’università americana, i suoi corridoi tappezzati di libri, i seminari sull’etica, i salotti intellettuali dove si citano Aristotele e si sorseggia vino biodinamico. Ma, come spesso accade nel suo cinema, la superficie culturale è solo il velo di una battaglia più primordiale: quella per il potere, anche se in questo caso la dissertazione filosofica è essa stessa facente parte del più ampio tema del potere e del suo esercizio.



Il titolo non è solo un riferimento narrativo: la “caccia” è un dispositivo simbolico; dopo la caccia – dopo l’atto, dopo l’accusa, dopo lo scandalo – resta il campo di battaglia morale. Restano le macerie di reputazioni, i silenzi, le prese di posizione. Resta la domanda: chi è predatore e chi è preda?
Guadagnino costruisce il film come un progressivo smascheramento. La struttura è calibrata su un crescendo dialettico: dalle aule universitarie, dove si discute di etica della virtù, si passa ai corridoi del potere accademico, fino agli spazi privati , case eleganti, cene sofisticate, stanze cariche di oggetti che stimolano il senso dell'estetica del regista, dove le gerarchie si fanno più sottili ma non meno violente.
La dissertazione filosofica sull’etica della virtù , evocazione aristotelica di un equilibrio tra carattere e azione, diventa il controcampo teorico di una pratica quotidiana che di virtuoso ha ben poco. Il film sembra interrogarsi: la virtù è davvero una disposizione morale o è una maschera sociale? E chi decide cosa è virtù in un contesto governato dalla reputazione e dalla carriera?
Al centro del racconto si staglia la figura del maschio intellettuale: colto, carismatico, progressista a parole, ma profondamente accentratore di potere. È il professore che incarna il privilegio strutturale. e non  è certo un villain caricaturale: Guadagnino evita la semplificazione. Il suo maschio è sofisticato, brillante, persino seducente. Ed è proprio questo il punto.
Il potere non si manifesta solo nella coercizione, ma nella capacità di definire il discorso, di orientare l’interpretazione dei fatti, di stabilire la narrativa; il professore domina lo spazio pubblico attraverso l’eloquenza, quello privato attraverso l’intimità selettiva. Manipola senza apparente violenza, ma con un controllo sottile delle relazioni.
In questo senso, After the Hunt dialoga apertamente con l’onda lunga del #MeToo: non come cronaca, ma come sedimentazione culturale. Il film non si limita a mettere in scena un’accusa; mette in discussione l’intero ecosistema che la rende possibile o la neutralizza. L’università diventa microcosmo di una società in cui il potere è distribuito lungo una piramide: in alto il maschio affermato, sotto le giovani studiose, precarie, ambiziose, vulnerabili.
Guadagnino è finissimo nel mostrare le disparità sociali che attraversano l’istituzione accademica. Non si tratta solo di genere, ma di classe, di provenienza, di capitale culturale. Chi ha accesso ai codici linguistici del potere? Chi sa come muoversi tra fondazioni, pubblicazioni, convegni?
Le cene nei salotti intellettuali – illuminate da una fotografia calda e studiata – sono luoghi di raffinata ipocrisia: si parla di giustizia sociale, di inclusione, di teoria critica, ma quando il conflitto si fa concreto, prevale la tutela della reputazione. L’istituzione protegge se stessa.
Qui Guadagnino tocca uno dei nodi più brucianti del film: l’autoconservazione del sistema. Non è il singolo a essere processato, ma la stabilità dell’élite. Le solidarietà si costruiscono in base al calcolo. La verità è subordinata alla convenienza.
Come già in altri suoi lavori, Guadagnino intreccia desiderio e dominio. L’amore , o ciò che viene chiamato tale , è sempre una negoziazione di potere, chi ama di più è più vulnerabile, chi desidera di meno controlla il ritmo della relazione.
Le relazioni affettive nel film non sono mai pure: sono attraversate da gerarchie. Il mentore e l’allieva, il partner affermato e la compagna meno visibile, l’intellettuale celebrato e la giovane promessa. Ogni legame contiene uno squilibrio.
In questo senso, After the Hunt suggerisce che l’amore stesso, dentro una struttura sociale diseguale, diventa una tecnologia del potere. Non c’è sentimento che non sia inscritto in un contesto di status, riconoscimento, prestigio.

mercoledì 26 febbraio 2025

Queer ( Luca Guadagnino , 2024 )

 




Queer (2024) on IMDb
Giudizio: 5.5/10


Luca Guadagnino affronta con Queer una sfida complessa e a quanto pare perseguita per anni: adattare per il cinema uno dei testi più personali e difficili di William S. Burroughs. Il romanzo dal titolo omonimo, scritto nei primi anni '50 ma pubblicato solo nel 1985, rappresenta un tassello fondamentale della letteratura beat, non solo per il suo contenuto esplicitamente omosessuale, ma per la sua natura frammentaria, febbricitante, ossessiva e drammaticamente visionaria. 
Il film, presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, cerca di restituire l’essenza del libro con un rigore filologico che, tuttavia, finisce per limitarne l’efficacia cinematografica; come ogni opera di Guadagnino anche Queer ha creato una profonda divisione riguardo ai giudizi espressi dalla critica: capolavoro (o quasi) per qualcuno , deludente e scialbo per altri, confermando una caratteristica del cinema di Guadagnino capace di suscitare sentimenti diametralmente opposti.
Il protagonista della storia è William Lee , un alter ego trasparente di Burroughs, che vaga per  Città del Messico dove si è rifugiato per sfuggire alla legge americana che perseguita i tossicodipendenti, una pistola sempre nella fondina , in bella vista, come si fosse in un western metropolitano; passa il tempo con altri americani rifugiati oltre confine in locali per gay in cerca di avventure estemporanee almeno finchè non compare il giovane Gene Allerton ,  anche lui americano probabilmente in fuga anch’esso, uomo con cui intrattiene un rapporto ambiguo e irrisolto. 
Tra bar decadenti, stanze d’hotel impregnate di solitudine e un Sud America esotizzato ma mai realmente afferrato, il film segue il percorso errante del protagonista, accompagnandolo nella sua deriva esistenziale, che nella parte centrale prende una direzione autenticamente allucinata e visionaria, imperniata dalla ricerca nel Sud America di una pianta che aumenterebbe le capacità telepatiche.
Guadagnino opta per una trasposizione fedele, quasi reverente, del romanzo. I monologhi interiori di Lee, carichi di desiderio e disperazione, vengono tradotti in voice-over, e le situazioni ripetitive, quasi ossessive, in cui il protagonista cerca di catturare l’attenzione di Gene sono riproposte con una pedanteria che, se da un lato rispetta la struttura del libro, dall’altro rischia di appesantire il film. 
La fedeltà al testo, pur rispettosa, soffoca la possibilità di una vera reinterpretazione cinematografica, lasciando la pellicola priva di un’identità autonoma; l’impressione più forte che rimanda Queer è quella di un film confezionato con l’unica  finalità di esaltare il testo di riferimento e di farlo assurgere a soggetto cinematografico scintillante.
Uno degli aspetti più interessanti di Queer, sebbene non sviluppato compiutamente per la scelta quasi aprioristica della fedeltà al testo, è la sua esplorazione dell’ossessione amorosa come sintomo di una più profonda alienazione esistenziale. 
William Lee non è semplicemente innamorato di Gene: è ossessionato da lui, lo insegue con un bisogno che rasenta la dipendenza. Questa dinamica riflette il senso di spaesamento e di esclusione che Burroughs stesso provava, amplificato dal senso di colpa per la tragica morte della moglie Joan Vollmer, uccisa accidentalmente da lui in un gioco al bersaglio.



Accanto alla tematica del desiderio irrealizzabile, il film affronta il tema della dipendenza, sebbene in modo meno esplicito rispetto ad altri adattamenti di Burroughs (Il pasto nudo, di David Cronenberg, ad esempio, ne fa un elemento centrale). Qui la droga è più un sottotesto che un protagonista, uno status che il protagonista vive come simbolo del suo dolore interiore ,mentre il vero centro del racconto è il bisogno compulsivo di un altro essere umano, con il quale è impossibile stabilire una relazione soddisfacente.
Se la prima parte del film si concentra sull’ossessione amorosa e sulla deriva esistenziale di Lee, è nella parte centrale che Guadagnino introduce una dimensione più marcatamente allucinatoria e psichedelica. Mentre il protagonista e Gene si spostano verso l’interno del Sud America alla ricerca di una pianta con proprietà telepatiche, la narrazione si sfalda progressivamente, trasformandosi in un viaggio lisergico tra percezioni alterate e allucinazioni disturbanti.
Guadagnino utilizza effetti visivi come distorsioni dell’immagine, sfocature e una fotografia che vira su toni acidi e surreali per immergere lo spettatore nella mente frammentata di William Lee. Sequenze che mescolano realtà e immaginazione si susseguono in un crescendo ipnotico, con scene che evocano l’instabilità psichica del protagonista attraverso montaggi sincopati e bruschi cambi di prospettiva.
In questo frangente, il film riesce a distaccarsi per un attimo in maniera più netta dal rigore letterario per abbracciare un’estetica più libera, ispirata tanto al cinema sperimentale quanto all’opera di tanti registi che hanno fatto della psichedelia il loro credo cinematografico . 
Il viaggio psichedelico di Lee, segnato da incontri con personaggi enigmatici e simbolici, funge da metafora per la sua incapacità di distinguere tra desiderio e realtà, tra memoria e proiezione fantastica.

giovedì 16 gennaio 2025

Challengers ( Luca Guadagnino , 2024 )


 


Challengers (2024) on IMDb
Giudizio: 6/10

Il ritorno di Luca Guadagnino alla regia con Challengers segna un’incursione nel mondo dello sport, ma con l’inequivocabile tocco autoriale che contraddistingue il regista. Presentato come un dramma sportivo e sentimentale, il film si sviluppa tra i campi da tennis e le complessità delle relazioni umane, affrontando temi come l’ambizione, il desiderio e le dinamiche di potere che si instaurano tra i personaggi. 
Il film doveva avere la sua premiere a Venezia80 ma la ben nota serrata che ha messo in crisi Hollywood non ha consentito a Guadagnino di presentare il suo film alla rassegna veneziana bensì nella ben meno prestigiosa cornice di Sydney; da lì il film ha raccolto riconoscimenti e premi in ogni angolo risultando tra i lavori più premiati del 2024.
La storia ruota attorno a Tashi Duncan (Zendaya), un’ex promessa del tennis trasformata in allenatrice di successo dopo che un infortunio ha stroncato la sua carriera. Tashi è sposata con Art Donaldson (Mike Faist), un giocatore che si trova in una fase della carriera che sembra aver intrapreso la parabola discendente, dopo aver trionfato in tutti i tornei più importanti del mondo , escluso l’US Open, al quale però ha intenzione di dare un ultimo assalto.
Pensando di poter ridare un po’ di fiducia al marito Tashi lo iscrive ad un torneo minore  del circuito Challenger dove incontrerà giocatori con una classifica nel ranking nettamente inferiore alla sua e quindi facilmente battibili. Quando però i due scoprono che iscritto al torneo è anche Partick, un vecchio amico sin dall’adolescenza di Art, oltre che primo fidanzato di Tashi ai tempi degli US Open juniores ormai parecchi anni indietro, ed ora giocatore di basso rango che cerca di sbarcare il lunario coi premi miseri del circuito satellite, la loro relazione è messa duramente alla prova  ed  il film inizia a svilupparsi  attraverso un intreccio di flashback nel passato remoto e in quello prossimo e il presente e a  mostrare come il passato influenzi le dinamiche attuali tra i personaggi.
Guadagnino utilizza il tennis come una metafora per esplorare le relazioni umane, facendo del campo da gioco un microcosmo in cui si manifestano tensioni, tradimenti e passioni. Ogni colpo, ogni partita, riflette una dinamica emotiva tra i personaggi, intrecciando il destino professionale e personale in un’unica narrazione.
Tashi incarna la figura dell’ambiziosa stratega che sacrifica tutto – inclusi i sentimenti e le relazioni più intime – per raggiungere il successo, una ambizione che non mostra pietà per nessun cedimento. Guadagnino mostra  come l’ambizione possa trasformarsi in un'ossessione capace di plasmare identità e destini, lasciando al contempo cicatrici profonde su chi ne è coinvolto. 



L’ambizione di Tashi è ritratta come un’arma a doppio taglio: da un lato, la sua determinazione la spinge a eccellere, ma dall’altro ne sottolinea la solitudine e l’incapacità di mantenere connessioni autentiche. Guadagnino non giudica la protagonista, ma mette in luce come l’ambizione, pur non essendo intrinsecamente positiva o negativa, possa essere al contempo una forza creativa e distruttiva.
Il triangolo, di fatto incompleto, tra Tashi, Art e Patrick è il cuore pulsante del film, e si intreccia con una delle tematiche ricorrenti nel cinema di Guadagnino: l'ambizione e i suoi costi emotivi. Già in opere come Chiamami col tuo nome e Suspiria, il regista ha esplorato il desiderio come forza che spinge i personaggi verso la realizzazione personale, ma che comporta anche sacrifici e conflitti. 
In Challengers, il desiderio assume una dimensione molteplice: romantico, sessuale e professionale, riflettendo la complessità delle relazioni umane, una tensione narrativa che diventa sempre più sottile  senza però avere mai una esplosione reale, il che rappresenta un po’ il limite maggiore di questo film. Guadagnino scava nelle implicazioni psicologiche e morali di questa forza, mostrando come possa essere al contempo un motore per il cambiamento e una fonte di distruzione. 
Attraverso Tashi, il regista mostra come l’ambizione e il desiderio si intreccino in un equilibrio precario, capace di generare sia connessioni che distanze incolmabili tra i personaggi, ma non riesce a far deflagrare una situazione dal potenziale esplosivo immenso prediligendo anzi un finale piuttosto scialbo oltre che eccessivamente buonista: un abbraccio quasi casuale, tecnicamente persino grottesco è capace di mettere una pietra sopra a tutto e a sanare un “triangolo” che stava diventando sempre più tossico.

lunedì 26 febbraio 2018

Chiamami col tuo nome [aka Call Me by Your Name] ( Luca Guadagnino , 2017 )




Call Me by Your Name (2017) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Per il suo ultimo e osannatissimo lavoro, pluricandidato agli Oscar e ai Golden Globe, Luca Guadagnino porta sullo schermo il romanzo omonimo di Andrè Aciman su sceneggiatura  di James Ivory.
Rimanendo fedele al testo letterario il regista palermitano ambienta la storia nel 1983, in "qualche zona del nord Italia", come recita la sovraimpressione iniziale, facilmente individuabile nella regione a cavallo tra bresciano e bergamasco.
In una splendida villa d'epoca vive il diciassettenne Elio, figlio di un illustre archeologo che ogni anno ospita nella magione un neolaureato con cui lavorare ad alcuni studi del settore; in quell'anno il ragazzo prescelto è Oliver, americano ventiquattrenne, ebreo anche lui come il professore e la sua famiglia.
L'arrivo del giovane americano, spigliato, sfrontato, apparentemente anche superficiale, va a disturbare la quiete di Elio, ragazzo introverso, silenzioso,tutta lettura e musica nella quale esprime un talento eccezionale.


Ben presto però il turbamento prenderà piede in Elio che si sente violentemente attratto da Oliver; non siamo però di fronte alla classica tresca gay che tanti lavori spacciano come rivoluzionaria e coraggiosa storia d'amore che porta però con sè tematiche dozzinali; il rapporto che dapprima lentamente nasce tra i due è infatti qualcosa che passa dalla quasi indifferenza , all'amicizia, per finire all'innamoramento tra due persone che non si dichiarano certo gay ( Elio ha la sua fidanzatina, Oliver cede da buon vanitoso alle insistenze delle ragazzine del posto che gli corrono dietro).
Ed è proprio questo il punto in cui Chiamami col tuo nome riesce a distinguersi: il racconto di una attrazione  che si presenta sotto varie forme ( la cottarella estiva, l'amicizia e l'ammirazione, la scoperta di un sentimento forte probabilmente mai provato prima) ma che mai travalica il buongusto (cinematograficamente inteso), lasciando da parte l'anelito allo scandalo e alle scene audaci.
Vedere Chiamami col tuo nome è un po' come rileggere quei romanzi di Cassola che rimandano ai tempi delle vacanze , nei quali immersi nel sole si consumano i primi tormenti d'amore, perchè la scelta che fa Guadagnino è quella di contestualizzare il racconto rimanendo fedele al testo letterario ambientandolo nella torrida estate padana.
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