domenica 24 maggio 2026

Il testamento di Ann Lee [aka The Testament of Ann Lee] ( Mona Fastvold , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 7.5/10

C'è un momento, verso la metà del film di Mona Fastvold, in cui Amanda Seyfried, nei panni di Ann Lee, rimane ferma davanti alla macchina da presa per minuti interi, il volto attraversato da qualcosa che non è esattamente emozione ma piuttosto trasparenza, come se la carne cedesse il posto a una luce interiore, difficile da nominare e impossibile da ignorare. È in quel preciso istante che Il testamento di Ann Lee rivela la propria natura più autentica: un film che ambisce a fare della biografia spirituale qualcosa di fisico, quasi viscerale, e che riesce nell'impresa ogni volta che si affida al silenzio e al corpo piuttosto che alla parola e alla spiegazione.
Il soggetto è straordinario, e quasi del tutto ignoto al grande pubblico europeo. Ann Lee nacque a Manchester nel 1736, figlia di un fabbro, cresciuta nella miseria degli slum industriali della città. Analfabeta per tutta la vita, lavorò giovanissima nelle manifatture tessili, fu costretta a un matrimonio combinato e vide morire in fasce tutti e quattro i suoi figli. Da quel dolore privato, radicale e irrimediabile, nacque qualcosa che non era rassegnazione religiosa ma furia mistica. 
Ann Lee abbracciò la setta dei cosiddetti "Shaking Quakers", i Quaccheri Tremanti, un gruppo di dissidenti religiosi che aveva già rotto con la Chiesa anglicana e con il Quaccherismo più moderato, e in breve divenne la loro guida. 
Nel 1774 condusse una piccola comunità di fedeli attraverso l'Atlantico verso il Nuovo Mondo, stabilendosi nell'area di Albany, nello stato di New York, dove fondò la prima vera comunità Shaker d'America. I suoi seguaci la venerarono come il Cristo femminile, come la seconda incarnazione del principio divino in forma di donna in una sorta di egualitaresimo di genere ante litteram. 
Morì nel 1784, a quarantotto anni, dopo anni di persecuzioni, arresti e un'instancabile attività missionaria lungo la costa orientale americana. Il movimento che lasciò in eredità avrebbe nel tempo attratto migliaia di fedeli, costruito villaggi modello fondati sulla parità tra i sessi, sulla vita comunitaria che richiamava idee primitive di collettivismo socialista, sul celibato totale e su una forma di culto che integrava il canto e la danza come strumenti di elevazione spirituale.
Fastvold e Brady Corbet, che firmano insieme la sceneggiatura, affrontano questo materiale con un approccio che si potrebbe definire lirico-cronachistico; il film è formalmente un musical biografico, ma appartiene a quella tradizione del cinema d'autore in cui la musica non serve a rendere la storia più digeribile, bensì a farla risuonare in profondità, ad aprire fessure nella superficie narrativa attraverso cui passa qualcosa di più oscuro e più vero. 
I canti Shaker, rielaborati dal compositore Daniel Blumberg , già autore della colonna sonora di The Brutalist , non sono numeri spettacolari, sono preghiere fisiche, sequenze di suono e movimento che il film usa per trasmettere ciò che il racconto da solo non potrebbe: la sensazione di come deve essere stato, per uomini e donne del Settecento poveri e perseguitati, lasciarsi andare alla trance collettiva, scrollarsi di dosso la vergogna e il peso del corpo attraverso il ballo.



Il contesto storico che il film ricostruisce è tutt'altro che ornamentale , l'Inghilterra della seconda metà del Settecento era una società in profonda trasformazione: la rivoluzione industriale stava mutando il volto delle città manifatturiere come Manchester, dissolvendone le strutture sociali tradizionali e creando masse di lavoratori poveri, privi di rappresentanza politica e spirituale. La Chiesa anglicana, chiesa di Stato, appariva a molti come distante e formale, incapace di rispondere ai bisogni di una popolazione sempre più disorientata. In questo vuoto proliferarono movimenti di dissidenza religiosa — i Metodisti di John Wesley, i Quaccheri nelle loro varie declinazioni, i Camisardi francesi rifugiati in Inghilterra dopo le guerre di religione — che offrivano forme di fede più personali, più emotive, più corporee. 
Gli Shakers erano tra i più radicali di questi movimenti. Il film rende molto bene questo clima di fermentazione, mostrando come la predicazione di Ann Lee non cadesse in un vuoto, ma rispondesse a una sete spirituale reale e diffusa, specialmente tra le donne e i poveri, che nella dottrina Shaker trovavano il riconoscimento di una dignità negata altrove.
L'approdo in America porta il film in un territorio ancora più complesso, l'arrivo degli Shakers coincide con gli anni della Rivoluzione americana, e qui Il testamento di Ann Lee mostra la sua acutezza storica. I Quakers e i gruppi a loro affini, per ragioni teologiche legate al pacifismo, si rifiutarono di prendere le armi per nessuno dei contendenti e  questo li espose all'accusa di simpatie lealiste, creando attriti con le comunità locali che si trovavano nel pieno dello sforzo bellico rivoluzionario. 
La posizione degli Shakers era dunque doppiamente scomoda: stranieri, estatici, guidati da una donna che si proclamava voce di Dio, e per di più obiettori di coscienza in un momento in cui il neutralismo era percepito come tradimento. Il film non esplora questa tensione in modo esaurientemente documentaristico — è una scelta consapevole, non un'omissione — ma la fa sentire come pressione costante sull'esistenza della comunità.
Attorno al nucleo spirituale del film, Fastvold tesse una riflessione sulla natura del carisma religioso che è tra le cose più interessanti che il cinema degli ultimi anni abbia dedicato a questo tema: Ann Lee non è presentata come una santa senza macchia né come una manipolatrice cinica, è qualcosa di molto più ambiguo e per questo più vero: una donna che ha trasformato il proprio dolore in dottrina, che ha costruito un sistema di credenze attorno alle proprie ferite personali. Il celibato assoluto predicato dagli Shakers, la condanna della sessualità come radice della corruzione, non sono nel film semplici precetti teologici astratti: sono la risposta di Ann Lee a un matrimonio imposto, a corpi di bambini morti, a un'esperienza del desiderio e della procreazione vissuta esclusivamente come violenza e perdita. La grandezza della performance di Seyfried sta nell'evitare ogni psicologismo a buon mercato; non "spiega" Ann Lee dall'esterno: la abita dall'interno, con una fisicità trattenuta e al tempo stesso sempre sul punto di esplodere.
Il fervore religioso Shaker che il film mette in scena merita una riflessione a parte. Le sequenze di culto collettivo ( il tremito, la danza, i canti ripetuti come mantra ) sono tra le più affascinanti e inquietanti del film; Fastvold evita due errori opposti che sarebbero stati ugualmente fatali: non ridicolizza quelle pratiche dallo sguardo distaccato del laico moderno, ma non le mitizza nemmeno in qualcosa di dolcemente pittoresco. Le osserva con una curiosità rispettosa e leggermente inquieta, lasciando allo spettatore la libertà di sentire in esse sia la bellezza genuina di un tentativo di comunione tra le persone e con il divino, sia l'ambivalenza di un sistema che usa l'estasi collettiva anche come meccanismo di controllo sociale. 

giovedì 21 maggio 2026

78 Days ( Emilija Gasic , 2024 )

 



IMDB

Giudizio: 7.5/10

Esistono film che  si insinuano piano nella memoria dello spettatore, con la semplicità disarmante di chi non ha nulla da dimostrare; 78 giorni, titolo originale 78 dana della regista serba Emilija Gašić, è uno di questi. Il film racconta la primavera del 1999 attraverso gli occhi di tre sorelle che vivono i bombardamenti della NATO non come spettatori di un evento storico, ma come protagoniste inconsapevoli di una stagione della vita che il conflitto ha reso irripetibile e profondamente segnante. Il risultato è un'opera di rara onestà emotiva, imperfetta in alcuni snodi narrativi ma capace di toccare corde che il cinema di guerra convenzionale raramente raggiunge.
Il titolo si riferisce ai settantotto giorni della campagna aerea della NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia, avviata il 24 marzo 1999 e terminata il 10 giugno dello stesso anno; un'operazione militare che rimane ancora oggi uno dei capitoli più controversi della storia europea recente: condotta senza mandato esplicito del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, come sempre piuttosto ambiguo in quelle circostanze e in quel periodo, giustificata come intervento umanitario per fermare le violenze contro la popolazione albanese del Kosovo, essa colpì però anche infrastrutture civili, ponti, impianti industriali e quartieri residenziali di Belgrado e di numerose altre città serbe, generando vittime civili e un trauma collettivo che la Serbia porta ancora con sé. 
Gašić non sceglie di fare cinema politico nel senso didascalico del termine , non si schiera apertamente, non accusa, non assolve, sceglie invece di restare vicino alla pelle delle sue protagoniste, e in quella prossimità risiede tutta la forza morale del film.
Prima ancora di essere un'opera cinematografica, 78 giorni è un atto di memoria personale. La regista Emilija Gašić ha confermato apertamente la natura autobiografica del racconto: come qualsiasi cittadino serbo che abbia vissuto quella primavera del 1999, porta dentro di sé il ricordo indelebile di quei settantotto giorni, e il film nasce precisamente dal bisogno di trasformare quella memoria privata in narrazione condivisa. 
Non è un caso che questa dimensione autobiografica si percepisca in ogni fotogramma: c'è una precisione nell'evocazione dei dettagli quotidiani, una fedeltà nella resa degli stati d'animo, una capacità di restituire la texture emotiva di quella stagione che difficilmente potrebbe provenire da una ricerca documentaria, per quanto accurata. Viene dall'interno, da qualcuno che c'era, che aveva l'età giusta per osservare e non ancora quella per capire tutto, e che ha impiegato anni per trovare le parole e le immagini per raccontarlo.
Questa origine autobiografica conferisce al film una qualità di autenticità che è forse la sua risorsa più preziosa: non si tratta di autenticità ostentata, di quel realismo forzato e a tratti persino scontato che certi film indossano come un'uniforme per conquistarsi credibilità, si tratta invece di qualcosa di più quieto e di più profondo: la sensazione che ciò che vediamo sullo schermo sia già accaduto davvero, che quelle tre sorelle esistano o siano esistite, che quelle conversazioni siano state dette e registrate e conservate in qualche cassetto di una casa di Belgrado.
Il film costruisce il suo universo narrativo attorno a una famiglia, e più precisamente attorno all'assenza improvvisa di uno dei suoi pilastri. Il padre delle tre ragazze parte per la guerra all'inizio della storia, lasciando la moglie e le figlie a gestire da sole i settantotto giorni dei bombardamenti. Questa partenza è il vero motore emotivo del film, la ferita attorno a cui tutto il resto si organizza, anche quando il racconto sembra occuparsi d'altro.



La struttura familiare che rimane è quella di quattro donne di età diverse riunite da una necessità che nessuna ha scelto: la madre, che cerca di mantenere una parvenza di normalità e di disciplina in una situazione che di normale non ha quasi niente; la figlia maggiore, sui diciassette anni, già abbastanza grande da capire la gravità di ciò che sta accadendo ma ancora abbastanza giovane da non saper del tutto cosa farsene di quella comprensione; la seconda figlia, di poco più piccola, nel mezzo dell'adolescenza con tutto il carico di turbamenti e intensità emotiva che quella fase comporta; e la minore, undici o dodici anni, che attraversa la guerra con gli occhi di chi non ha ancora gli strumenti per nominarla ma ne registra ogni vibrazione con la sensibilità acutissima dei bambini che stanno diventando grandi.
La madre è un personaggio che il film tratta con rispetto e con intelligenza. Non è una figura eroica nel senso monumentale del termine, ma una donna comune che cerca di fare il proprio dovere in circostanze straordinarie: cucinare, far rispettare gli orari, ricordare alle figlie che la scuola esiste anche quando le bombe cadono, tenere insieme una casa e tre caratteri diversi mentre fuori il mondo sembra volersi disfare. La sua presenza è quella di un argine: non sempre sufficiente, non sempre ascoltato, ma tenacemente presente, e nelle sue interazioni con le figlie, soprattutto nei momenti in cui la sua autorità viene messa alla prova dalla ribellione adolescenziale, il film tocca alcune delle sue note più vere e più umane.
Il padre assente è invece una presenza fantasmatica che percorre tutto il film senza quasi mai rendersi visibile. La sua partenza non viene spiegata né giustificata in termini politici o ideologici: semplicemente accade, come accadde a migliaia di famiglie serbe in quei mesi, e il vuoto che lascia si misura non in grandi scene drammatiche ma in piccoli dettagli quotidiani, in silenzi, in domande che le ragazze non fanno ad alta voce ma che si leggono nei loro sguardi ogni volta che la telecamera amatoriale indugia un momento di troppo su un volto.
La scelta formale più coraggiosa e più riuscita del film è anche quella che lo definisce nella sua interezza: tutto ciò che vediamo è mediato da una telecamera amatoriale, che le tre sorelle si passano di mano in mano nel corso della loro quotidianità. Non si tratta del found footage nel senso horror o thriller del termine, ma di qualcosa di più sottile e più preciso: una simulazione del documento privato, del diario filmato in famiglia, di quella forma di auto-rappresentazione domestica che esisteva già prima dei social network e che aveva nei nastri VHS il suo supporto privilegiato.
Il fatto che la telecamera sia condivisa tra tutte e tre le sorelle non è un dettaglio trascurabile. Significa che il punto di vista del film è necessariamente multiplo, frammentato, ricco di angolature diverse sulla stessa realtà. 
La maggiore filma con una certa consapevolezza, con qualcosa che assomiglia già a uno sguardo da regista, la mediana filma con l'impulsività e l'intensità emotiva di chi vive tutto al massimo, la piccola infine filma con quella curiosità totale e non selettiva che è propria dell'infanzia che sta per finire, puntando l'obiettivo su tutto ciò che le sembra degno di essere ricordato senza ancora sapere perché. Il risultato è un mosaico di sguardi che restituisce la realtà familiare con una ricchezza e una sfaccettatura che un punto di vista unico non avrebbe potuto raggiungere.
Le ragazze filmano tutto: le feste di compleanno celebrate comunque, nonostante tutto; il taglio dei capelli che diventa un piccolo rito domestico di normalità rivendicata; i dialoghi sulla scuola, sugli amici, sulle cose che succedono e su quelle che non succedono più; le domande innocenti su qualsiasi argomento, quelle domande diritte e senza filtri che solo i bambini e i ragazzi sanno fare. La telecamera diventa così uno strumento di resistenza psicologica, un modo per affermare la continuità della vita ordinaria anche quando quella vita è interrotta di continuo dalle sirene.
La qualità granulosa, spesso instabile, talvolta sfocata delle immagini non è un limite tecnico ma una scelta estetica che produce effetti narrativi precisi. Le panoramiche improvvisate, i fuori fuoco nei momenti di concitazione, le inquadrature traballanti durante le corse verso il rifugio, i bruschi cambi di inquadratura: tutto concorre a restituire l'idea che ciò che stiamo guardando sia realmente accaduto, che quella paura non sia una ricostruzione ma un ricordo. La distanza tra la rappresentazione e l'esperienza si accorcia fino a quasi annullarsi, e lo spettatore si trova in una posizione insolita e scomoda: non quella del testimone esterno, ma quella del partecipante.
Il vero cuore pulsante del film è la rappresentazione dell'adolescenza in condizioni estreme, e in questo ambito 78 giorni raggiunge i suoi risultati più convincenti: le tre sorelle sono in fasi diverse ma ugualmente decisive del loro sviluppo, e il film ha l'intelligenza di non appiattire le loro esperienze in un'unica traiettoria emotiva. Ognuna porta avanti la propria storia personale con un'intensità che non si lascia spegnere dalla guerra, e in questa resistenza inconsapevole sta forse il messaggio più profondo dell'opera.
Quello che colpisce, e che costituisce la scelta narrativa più originale del film, è la decisione di mostrare come la guerra non fermi la vita ma la attraversi. Le tre sorelle non smettono di essere adolescenti perché ci sono i bombardamenti, stringono amicizie nuove amicizie, si innamorano con quella prima intensità assoluta che non si replicherà mai più, litigano con la madre e tra di loro con la ferocia tipica di chi vive ogni conflitto domestico come una questione di vita o di morte, esplorano il mondo e se stesse con la curiosità irrefrenabile di chi è nel mezzo del diventare. La guerra è lo sfondo, non è il primo piano. O meglio: è il primo piano solo quando le sirene suonano, e poi torna ad essere sfondo non appena il silenzio ritorna.

sabato 2 maggio 2026

Kontinental '25 ( Radu Jude , 2025 )

 





Giudizio: 8/10

Il film si apre con un prologo che segue un uomo anziano e lacero nella sua esistenza ai margini assoluti: è stato un atleta di una certa importanza nel mondo dello sport nazionale ma ora sopravvive in un sottoscala adibito a locale caldaie, tira avanti chiedendo elemosina, raccattando plastica , urinando in mezzo alla strada accanto ai secchi dell'immondizia, si muove nella città come un fantasma che nessuno vede davvero. È una figura insieme patetica e dignitosa, osservata dalla macchina da presa con uno sguardo che non concede né pietà né distanza. 
Poi entra in scena la protagonista, Orsolya, una funzionaria statale incaricata di eseguire sgomberi di abitazioni destinate a cambio di destinazione d'uso o alla demolizione: un lavoro burocratico, apparentemente neutro, che però ha conseguenze concrete e spesso brutali sulla vita delle persone coinvolte. 
Quando tocca al locale caldaie, la donna si allontana brevemente insieme ai poliziotti che la scortano, e in quella finestra di assenza l'uomo si impicca a un calorifero, con un gesto che nella sua esecuzione ha qualcosa di quasi grottesco, quasi comico, come se persino la morte in quel contesto non riuscisse a sottrarsi al registro dell'assurdo. 
Da questo evento, che nessuno imputa formalmente alla protagonista, nasce la crisi personale attorno a cui si costruisce il resto del film: una donna che tutti assolvono ma che non riesce ad assolvere sé stessa, che porta il peso di una responsabilità che la legge non riconosce ma la coscienza non sa ignorare. Attorno a questa storia centrale si dispiegano, come cerchi concentrici, tutte le tensioni politiche, sociali e culturali della Romania contemporanea che il film esplora con la consueta ferocia intellettuale di Radu Jude.
C'è una certa crudeltà intellettuale nel cinema del regista rumeno, una volontà di disturbare che non si accontenta del fastidio superficiale ma mira direttamente alla coscienza dello spettatore, obbligandolo a fare i conti con sé stesso, con la storia, con le contraddizioni irrisolvibili del presente. 
Kontinental '25 non fa eccezione a questa vocazione del disagio, anzi la eleva a sistema narrativo, a struttura portante, a poetica dichiarata. Il film è un'opera ambiziosa, a tratti spiazzante, a tratti irritante nel senso più nobile del termine, costruita attorno a una serie di tematiche che si intrecciano senza mai comporsi in una sintesi rassicurante, perché Jude non è un regista che offre sintesi rassicuranti emmai presenta  collisioni a 360 gradi.
Il titolo stesso è un programma: Kontinental evoca al tempo stesso la dimensione geografica dell'Europa centrale, la sua stratificazione storica irrisolta, e qualcosa di più ambiguo, quasi commerciale, da nome di hotel di provincia o di catena alberghiera che sopravvive a sé stessa in una periferia dimenticata. Non è un caso che la Romania di Jude appaia sempre come un luogo sospeso tra le aspirazioni europee e il peso di una storia che non vuole passare, tra la modernità di facciata e le macerie visibili sotto ogni strato di intonaco fresco. In questo film quella sospensione diventa il soggetto principale, più ancora dei personaggi che la abitano.
La tensione tra Romania e Ungheria — e più precisamente la questione irrisolta della Transilvania — emerge nel film non come dibattito storico astratto ma come ferita ancora aperta nel corpo quotidiano della società rumena. 
Jude non si avvicina a questo tema con l'equanimità del moderatore televisivo, né con il nazionalismo di chi rivendica e basta, lo tratta invece come sintomo, come rivelatore di qualcosa che la politica non riesce a elaborare e che la cultura popolare tende a trasformare in rancore. Le dinamiche identitarie che circondano la questione transilvana vengono mostrate nella loro dimensione viscerale e grottesca, con quella capacità tipicamente judiana di far sembrare ridicolo ciò che è pericoloso e pericoloso ciò che sembra ridicolo. Il nazionalismo, in questa prospettiva, è una commedia che fa ridere finché non fa male davvero, e Jude sa benissimo dove si trova il confine tra le due cose.



Il discorso su Viktor Orbán e più in generale sulla deriva autoritaria dell'Ungheria contemporanea è presente nel film con una precisione che non ha bisogno di essere urlata per farsi sentire. Jude usa l'Ungheria orbaniana come contrappunto, come specchio distorto in cui la Romania rischia di vedersi se non presta attenzione, ma anche come riferimento esplicito a un modello politico che ha trovato consenso perché ha saputo intercettare paure reali con risposte false. 
Il giudizio sul premier ungherese non è mai ridotto a caricatura, anche quando la caricatura sarebbe il registro più immediato. C'è invece una riflessione sulla seduzione del populismo, sul modo in cui le democrazie possono svuotarsi di senso pur mantenendo le forme esteriori, sul fatto che il pericolo non arriva sempre in uniforme. È una critica tanto più efficace perché non si esaurisce nel bersaglio ungherese ma allarga il tiro, implicitamente, a tutto il continente.
Tra i filoni tematici più interessanti del film c'è quello che riguarda la comunità rom, trattata con uno sguardo che rifiuta sia la romanticizzazione pittoresca che la demonizzazione populista. 
Jude conosce bene la storia della Romania e sa che il razzismo antirom non è una posizione marginale né un'escrescenza recente, ma qualcosa di strutturale, radicato nella stratificazione sociale e culturale del paese, alimentato da decenni di politiche di esclusione e da una narrativa che continua a fare dei rom il capro espiatorio di ogni disagio sociale. Nel film questa condizione viene mostrata senza didascalismi ma anche senza indulgenze, con quella secchezza documentaristica che caratterizza il miglior Jude: i rom ci sono, esistono, patiscono, non vengono redenti né condannati dalla macchina da presa, e questo semplice fatto di esistenza sullo schermo diventa già una dichiarazione politica in un paese dove la loro invisibilità è spesso preferita.
Il tema dell'antisemitismo, o meglio della sua persistenza strisciante nella cultura rumena, è un'altra delle punzecchiature tipiche di Jude, che in questo film torna sull'argomento con la stessa tenacia con cui lo ha affrontato in opere precedenti. Non c'è nulla di gratuito in questo ritorno ossessivo: la Romania ha una storia specifica e tragica nei confronti della sua comunità ebraica, una storia che la storiografia ufficiale ha a lungo rimosso o minimizzato, e il cinema di Jude ha assunto su di sé il compito scomodo di ricordare. 
In Kontinental '25 questo tema non occupa il centro della scena ma riaffiora, come sempre accade nei traumi collettivi non elaborati, nei momenti meno attesi, in una battuta, in una reazione, in un silenzio che dura un secondo di troppo. La persistenza dell'antisemitismo come dato culturale di sfondo, normalizzato e quasi inconsapevole, è forse più inquietante di quello dichiarato, e Jude lo sa.
Il riferimento cinematografico a Wim Wenders e al suo Perfect Days — il film giapponese del 2023 dedicato a un addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo, diventato un  cult internazionale per la sua meditazione sulla semplicità e sulla presenza — è uno dei momenti più sottili e più riusciti di Kontinental '25. 
Jude usa Wenders non come omaggio reverenziale ma come termine di confronto, quasi come provocazione intellettuale. Dove Wenders costruisce una poesia della quotidianità in un Giappone esteticamente sublimato, Jude oppone la quotidianità rumena nella sua versione anti-poetica, rumorosa, contraddittoria, incapace di quella grazia zen che il film tedesco sembrava mettere a portata di tutti. Il confronto implicito è anche una riflessione sulla possibilità stessa del cinema contemplativo in un contesto di tensione politica e sociale permanente: si può meditare su una foglia che cade quando fuori dalla finestra il mondo urla? La risposta di Jude sembra essere no, o quantomeno: non ancora, non qui, non adesso.
La questione edilizia e della speculazione immobiliare che ha trasformato il paesaggio urbano rumeno è un tema che nel film assume quasi una funzione corale. Le città rumene degli ultimi trent'anni sono cambiate in modo spesso traumatico, con una crescita caotica guidata dalla logica del profitto immediato piuttosto che da una visione urbanistica di lungo periodo. 
Palazzi costruiti male, quartieri privi di servizi, periferie cresciute come funghi attorno ai centri storici, il verde sacrificato sull'altare del cemento: Jude mostra tutto questo con la stessa attenzione che dedica alle dinamiche sociali, perché capisce che lo spazio fisico in cui si vive non è mai neutro, che l'architettura è politica, che il modo in cui una città viene costruita dice qualcosa di preciso su chi conta e chi no, su quali interessi vengono tutelati e quali sacrificati. La speculazione edilizia come metafora del rapporto tra potere e cittadini è uno dei fili rossi del film, quello forse meno esplicitamente dichiarato ma costantemente presente come fondale visivo.
La dimensione religiosa è un altro degli assi portanti di Kontinental '25, e viene affrontata attraverso uno dei personaggi più memorabili del film: il prete ortodosso; attraverso di lui Jude mette in scena il conflitto irrisolto tra la tradizione cristiana ortodossa — con il suo peso culturale e identitario enorme nella società rumena — e le domande che il mondo contemporaneo pone e a cui quella tradizione fatica a rispondere. 
Il prete parla, predica, cita le scritture, ma le sue parole sembrano galleggiare sopra la realtà invece di toccarla. C'è nel personaggio una malinconia involontaria, un senso di inadeguatezza che non è mancanza di fede ma incapacità di tradurre quella fede nel linguaggio del presente. È una critica alla chiesa ortodossa rumena, ma è anche qualcosa di più universale: una riflessione sulla difficoltà di qualsiasi istituzione tradizionale di fare i conti con un mondo che si muove più veloce delle sue categorie.
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