sabato 2 maggio 2026

Kontinental '25 ( Radu Jude , 2025 )

 





Giudizio: 8/10

Il film si apre con un prologo che segue un uomo anziano e lacero nella sua esistenza ai margini assoluti: è stato un atleta di una certa importanza nel mondo dello sport nazionale ma ora sopravvive in un sottoscala adibito a locale caldaie, tira avanti chiedendo elemosina, raccattando plastica , urinando in mezzo alla strada accanto ai secchi dell'immondizia, si muove nella città come un fantasma che nessuno vede davvero. È una figura insieme patetica e dignitosa, osservata dalla macchina da presa con uno sguardo che non concede né pietà né distanza. 
Poi entra in scena la protagonista, Orsolya, una funzionaria statale incaricata di eseguire sgomberi di abitazioni destinate a cambio di destinazione d'uso o alla demolizione: un lavoro burocratico, apparentemente neutro, che però ha conseguenze concrete e spesso brutali sulla vita delle persone coinvolte. 
Quando tocca al locale caldaie, la donna si allontana brevemente insieme ai poliziotti che la scortano, e in quella finestra di assenza l'uomo si impicca a un calorifero, con un gesto che nella sua esecuzione ha qualcosa di quasi grottesco, quasi comico, come se persino la morte in quel contesto non riuscisse a sottrarsi al registro dell'assurdo. 
Da questo evento, che nessuno imputa formalmente alla protagonista, nasce la crisi personale attorno a cui si costruisce il resto del film: una donna che tutti assolvono ma che non riesce ad assolvere sé stessa, che porta il peso di una responsabilità che la legge non riconosce ma la coscienza non sa ignorare. Attorno a questa storia centrale si dispiegano, come cerchi concentrici, tutte le tensioni politiche, sociali e culturali della Romania contemporanea che il film esplora con la consueta ferocia intellettuale di Radu Jude.
C'è una certa crudeltà intellettuale nel cinema del regista rumeno, una volontà di disturbare che non si accontenta del fastidio superficiale ma mira direttamente alla coscienza dello spettatore, obbligandolo a fare i conti con sé stesso, con la storia, con le contraddizioni irrisolvibili del presente. 
Kontinental '25 non fa eccezione a questa vocazione del disagio, anzi la eleva a sistema narrativo, a struttura portante, a poetica dichiarata. Il film è un'opera ambiziosa, a tratti spiazzante, a tratti irritante nel senso più nobile del termine, costruita attorno a una serie di tematiche che si intrecciano senza mai comporsi in una sintesi rassicurante, perché Jude non è un regista che offre sintesi rassicuranti emmai presenta  collisioni a 360 gradi.
Il titolo stesso è un programma: Kontinental evoca al tempo stesso la dimensione geografica dell'Europa centrale, la sua stratificazione storica irrisolta, e qualcosa di più ambiguo, quasi commerciale, da nome di hotel di provincia o di catena alberghiera che sopravvive a sé stessa in una periferia dimenticata. Non è un caso che la Romania di Jude appaia sempre come un luogo sospeso tra le aspirazioni europee e il peso di una storia che non vuole passare, tra la modernità di facciata e le macerie visibili sotto ogni strato di intonaco fresco. In questo film quella sospensione diventa il soggetto principale, più ancora dei personaggi che la abitano.
La tensione tra Romania e Ungheria — e più precisamente la questione irrisolta della Transilvania — emerge nel film non come dibattito storico astratto ma come ferita ancora aperta nel corpo quotidiano della società rumena. 
Jude non si avvicina a questo tema con l'equanimità del moderatore televisivo, né con il nazionalismo di chi rivendica e basta, lo tratta invece come sintomo, come rivelatore di qualcosa che la politica non riesce a elaborare e che la cultura popolare tende a trasformare in rancore. Le dinamiche identitarie che circondano la questione transilvana vengono mostrate nella loro dimensione viscerale e grottesca, con quella capacità tipicamente judiana di far sembrare ridicolo ciò che è pericoloso e pericoloso ciò che sembra ridicolo. Il nazionalismo, in questa prospettiva, è una commedia che fa ridere finché non fa male davvero, e Jude sa benissimo dove si trova il confine tra le due cose.



Il discorso su Viktor Orbán e più in generale sulla deriva autoritaria dell'Ungheria contemporanea è presente nel film con una precisione che non ha bisogno di essere urlata per farsi sentire. Jude usa l'Ungheria orbaniana come contrappunto, come specchio distorto in cui la Romania rischia di vedersi se non presta attenzione, ma anche come riferimento esplicito a un modello politico che ha trovato consenso perché ha saputo intercettare paure reali con risposte false. 
Il giudizio sul premier ungherese non è mai ridotto a caricatura, anche quando la caricatura sarebbe il registro più immediato. C'è invece una riflessione sulla seduzione del populismo, sul modo in cui le democrazie possono svuotarsi di senso pur mantenendo le forme esteriori, sul fatto che il pericolo non arriva sempre in uniforme. È una critica tanto più efficace perché non si esaurisce nel bersaglio ungherese ma allarga il tiro, implicitamente, a tutto il continente.
Tra i filoni tematici più interessanti del film c'è quello che riguarda la comunità rom, trattata con uno sguardo che rifiuta sia la romanticizzazione pittoresca che la demonizzazione populista. 
Jude conosce bene la storia della Romania e sa che il razzismo antirom non è una posizione marginale né un'escrescenza recente, ma qualcosa di strutturale, radicato nella stratificazione sociale e culturale del paese, alimentato da decenni di politiche di esclusione e da una narrativa che continua a fare dei rom il capro espiatorio di ogni disagio sociale. Nel film questa condizione viene mostrata senza didascalismi ma anche senza indulgenze, con quella secchezza documentaristica che caratterizza il miglior Jude: i rom ci sono, esistono, patiscono, non vengono redenti né condannati dalla macchina da presa, e questo semplice fatto di esistenza sullo schermo diventa già una dichiarazione politica in un paese dove la loro invisibilità è spesso preferita.
Il tema dell'antisemitismo, o meglio della sua persistenza strisciante nella cultura rumena, è un'altra delle punzecchiature tipiche di Jude, che in questo film torna sull'argomento con la stessa tenacia con cui lo ha affrontato in opere precedenti. Non c'è nulla di gratuito in questo ritorno ossessivo: la Romania ha una storia specifica e tragica nei confronti della sua comunità ebraica, una storia che la storiografia ufficiale ha a lungo rimosso o minimizzato, e il cinema di Jude ha assunto su di sé il compito scomodo di ricordare. 
In Kontinental '25 questo tema non occupa il centro della scena ma riaffiora, come sempre accade nei traumi collettivi non elaborati, nei momenti meno attesi, in una battuta, in una reazione, in un silenzio che dura un secondo di troppo. La persistenza dell'antisemitismo come dato culturale di sfondo, normalizzato e quasi inconsapevole, è forse più inquietante di quello dichiarato, e Jude lo sa.
Il riferimento cinematografico a Wim Wenders e al suo Perfect Days — il film giapponese del 2023 dedicato a un addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo, diventato un  cult internazionale per la sua meditazione sulla semplicità e sulla presenza — è uno dei momenti più sottili e più riusciti di Kontinental '25. 
Jude usa Wenders non come omaggio reverenziale ma come termine di confronto, quasi come provocazione intellettuale. Dove Wenders costruisce una poesia della quotidianità in un Giappone esteticamente sublimato, Jude oppone la quotidianità rumena nella sua versione anti-poetica, rumorosa, contraddittoria, incapace di quella grazia zen che il film tedesco sembrava mettere a portata di tutti. Il confronto implicito è anche una riflessione sulla possibilità stessa del cinema contemplativo in un contesto di tensione politica e sociale permanente: si può meditare su una foglia che cade quando fuori dalla finestra il mondo urla? La risposta di Jude sembra essere no, o quantomeno: non ancora, non qui, non adesso.
La questione edilizia e della speculazione immobiliare che ha trasformato il paesaggio urbano rumeno è un tema che nel film assume quasi una funzione corale. Le città rumene degli ultimi trent'anni sono cambiate in modo spesso traumatico, con una crescita caotica guidata dalla logica del profitto immediato piuttosto che da una visione urbanistica di lungo periodo. 
Palazzi costruiti male, quartieri privi di servizi, periferie cresciute come funghi attorno ai centri storici, il verde sacrificato sull'altare del cemento: Jude mostra tutto questo con la stessa attenzione che dedica alle dinamiche sociali, perché capisce che lo spazio fisico in cui si vive non è mai neutro, che l'architettura è politica, che il modo in cui una città viene costruita dice qualcosa di preciso su chi conta e chi no, su quali interessi vengono tutelati e quali sacrificati. La speculazione edilizia come metafora del rapporto tra potere e cittadini è uno dei fili rossi del film, quello forse meno esplicitamente dichiarato ma costantemente presente come fondale visivo.
La dimensione religiosa è un altro degli assi portanti di Kontinental '25, e viene affrontata attraverso uno dei personaggi più memorabili del film: il prete ortodosso; attraverso di lui Jude mette in scena il conflitto irrisolto tra la tradizione cristiana ortodossa — con il suo peso culturale e identitario enorme nella società rumena — e le domande che il mondo contemporaneo pone e a cui quella tradizione fatica a rispondere. 
Il prete parla, predica, cita le scritture, ma le sue parole sembrano galleggiare sopra la realtà invece di toccarla. C'è nel personaggio una malinconia involontaria, un senso di inadeguatezza che non è mancanza di fede ma incapacità di tradurre quella fede nel linguaggio del presente. È una critica alla chiesa ortodossa rumena, ma è anche qualcosa di più universale: una riflessione sulla difficoltà di qualsiasi istituzione tradizionale di fare i conti con un mondo che si muove più veloce delle sue categorie.
Il contrappunto buddista — quasi inatteso in un film così radicato nella specificità rumeno-europea — introduce una prospettiva ulteriore che destabilizza le certezze. Il buddhismo nel film non è esotismo né moda spirituale, ma un modo di porre domande diverse, di suggerire che forse le risposte che l'Europa si dà da secoli non siano le uniche possibili, che la sofferenza possa essere guardata con occhi diversi, che il distacco non sia necessariamente rassegnazione. Il confronto tra la passionalità conflittuale della tradizione cristiano-ortodossa e la quiete apparente del buddhismo diventa un modo per parlare di come si affronta il dolore individuale e collettivo, di come ci si relaziona al tempo e alla perdita, di cosa vuol dire accettare senza capitolare.
Dal punto di vista formale, Jude conferma in Kontinental '25 la sua capacità di lavorare con strutture ibride, mescolando finzione e documento, dialogo letterario e improvvisazione, immagini di repertorio e riprese dal vero. Il film non è mai comodo da guardare, nel senso che non offre al pubblico la tregua della narrazione lineare né il comfort dell'identificazione semplice. I personaggi esistono più come voci, come posizioni nel dibattito, che come individui con cui fare il tifo. Questo può essere percepito come un limite da chi cerca nel cinema prima di tutto una storia, un arco emotivo riconoscibile, un protagonista con cui viaggiare. Ed è qui che emerge uno dei punti di debolezza del film, non nella scelta stilistica in sé — che è coerente e consapevole — ma in certi momenti in cui la densità tematica rischia di soffocare l'urgenza narrativa, in cui la sovrapposizione di livelli di discorso produce una saturazione che allontana invece di coinvolgere.
C'è anche una certa qual compiacenza, a tratti, nel virtuosismo dell'accumulo: Jude è un intellettuale vorace e il film lo riflette, ma alcune sequenze sembrano costruite più per soddisfare la logica interna del progetto che per toccare qualcosa nell'esperienza concreta dello spettatore. 
Il rischio del cinema di saggistica estrema è quello di trasformare il pubblico in studente, di sostituire l'emozione con la lezione; Jude per fortuna ci casca molto raramente,  e in quei momenti il film perde la sua forza centrifuga e si chiude su sé stesso. Non è un difetto grave né sistematico, ma è un difetto, forse l'unico veramente degno di essere sottolineato, a conferma del valore complessivo dell'opera.
Su tutto quanto detto , si inserisce, quasi fosse un collante la parabola personale della protagonista: il suo essere una funzionaria integerrima, che si presta alle opere di solidarietà sociale, il peso con cui subisce la morte del vagabondo, il suo sentirsi ripetere che non ha colpe che non fa altro che aumentare il peso che grava su di lei, l'apparente impossibilità di sentirsi compresa veramente, quasi una sorta di incomunicabilità senza speranza, i tentativi a volte goffi di liberarsi del peso che la opprime, i suoi doveri di madre di famiglia, tutto ruota intorno ai grandi temi più universali di cui il film è ridondante, creando quasi un solco tra la storia personale della protagonista e gli avvenimenti che riguardano invece la società.
Ciò detto, Kontinental '25 rimane un'opera di rara intelligenza e di coraggio genuino. In un panorama cinematografico europeo sempre più dominato dalla logica del comfort e dell'autoassolvimento, il cinema di Jude continua a praticare un'arte dell'irritazione necessaria, a fare domande scomode con strumenti stilistici raffinati, a rifiutare la separazione tra estetica e politica come se fossero due mondi distinti. Il film è il prodotto di una mente che non smette di interrogarsi e che non si accontenta delle risposte facili, e questo, al netto di qualche eccesso, è già di per sé un valore raro.
La Romania che emerge da Kontinental '25 è un paese in tensione con sé stesso, con i suoi vicini, con la sua storia, con il suo futuro. Non è una Romania folkloristica né una Romania da cartolina della crisi est-europea: è un paese reale, vivo, contraddittorio, capace di slanci e di bassezze, di umorismo nero e di violenza ordinaria, di bellezza improvvisa e di squallore sistematico. È, in altri termini, l'Europa. E forse è questo il contributo più prezioso del cinema di Jude: ricordarci che la periferia non è un'anomalia rispetto al centro, ma il luogo in cui il centro si rivela per quello che è davvero.



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