Giudizio: 7.5/10
C'è qualcosa di coraggioso e insieme di profondamente personale nell'atto con cui Shu Qi, dopo trent'anni passati davanti alla macchina da presa, ha scelto di mettersi finalmente dall'altra parte: non si tratta soltanto di una transizione professionale o di una curiosità artistica tardiva, Girl, il suo film d'esordio alla regia, presentato in concorso alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia e premiato con il riconoscimento per la miglior regia al Festival di Busan, nasce da qualcosa di molto più viscerale.
È un film che viene da lontano, dal profondo di una memoria personale che la regista ha custodito a lungo prima di trovare la forma e il coraggio per trasformarla in immagini. Il risultato è un'opera prima imperfetta ma sincera, a tratti commovente, a tratti esasperante, sempre animata da una sensibilità visiva che tradisce anni di apprendistato accanto a uno dei grandi maestri del cinema contemporaneo.
Il film è ambientato nel 1988, a Taiwan, in una città portuale percorsa da un'umidità che sembra depositarsi sulle cose e sulle persone come una patina di malinconia ( attenzione perchè subito all'inizio Shu ci fa capire cosa dobbiamo aspettarci presentandoci uno scorcio di un luogo che l'ha vista interprete di uno dei più bei film del cinema contemporaneo, mettendo in atto una sorta di transfert temporale) Hsiao-lee è una bambina introversa, silenziosa, che abita un mondo familiare segnato dalla violenza del padre alcolista e dalla freddezza distante, quasi ostile, della madre.
La sua esistenza è ridotta a una geografia della sopravvivenza: scuola, casa, e dentro casa lo spazio angusto di un armadio in cui rifugiarsi di notte, quando i rumori del padre ubriaco percorrono il corridoio e gli incubi si materializzano.
Tutto cambia quando nella sua classe arriva Li-li, una bambina tornata dagli Stati Uniti dopo il divorzio dei genitori, vivace, curiosa, spigliata al limite della sfrontatezza ,capace di guardare il mondo con una leggerezza ed una ampiezza che Hsiao-lee probabilmente non ha mai avuto. La loro amicizia diventa il centro emotivo del film, un asse attorno al quale ruota anche la storia della madre, Chuan, donna segnata da un passato che rispecchia, come in uno specchio opaco e crudele, il destino che attende la figlia se nessuno spezza il ciclo.
La struttura narrativa del film è bipartita, con il racconto della bambina che si intreccia a quello della madre adulta, due vite che non si incontrano mai del tutto ma si riflettono a vicenda in un gioco di corrispondenze che Shu Qi gestisce con risultati alterni. Quando questa doppia prospettiva funziona, produce momenti di vera intensità emotiva, istanti in cui la violenza subita e la violenza trasmessa di generazione in generazione si mostrano in tutta la loro triste logica , regalando momenti intensi ed con un grosso carico di emotività; quando invece stenta, e i momenti non sono rarissimi, la narrazione si fa frammentata e il film rischia di perdersi in una contemplazione fine a se stessa, incapace di trasformare il dolore rappresentato in dramma compiuto.
È impossibile parlare di Girl senza nominare Hou Hsiao-hsien, non perché il film sia una semplice imitazione del grande regista taiwanese, ma perché il rapporto tra i due artisti è parte integrante di ciò che questo film è e di ciò che aspira a essere.
Shu Qi ha dichiarato apertamente che Girl non sarebbe mai esistito senza Hou, che è stato il suo mentore, il regista che l'ha scelta per tre film fondamentali della propria filmografia: Millennium Mambo nel 2001, Three Times nel 2005, e The Assassin nel 2015. Tre film in cui Shu Qi ha attraversato epoche e registri diversissimi, sempre con quella qualità particolare della sua presenza, quel modo di abitare l'inquadratura con una naturalezza assoluta che Hou sapeva riconoscere e valorizzare meglio di chiunque altro, permettendo a Shu di diventare una delle attrici più brave ed osannate del cinema cinese.
Ora, da regista, Shu Qi porta con sé tutto ciò che ha assorbito in quegli anni di collaborazione: la lentezza contemplativa, la camera fissa o quasi ferma che osserva invece di commentare, la preferenza per i piani lunghi e i silenzi carichi di significato, la sensibilità straordinaria per lo spazio fisico come estensione dello stato emotivo dei personaggi, la carica di umanità che si portano dietro i film del grande maestro.
È un film che viene da lontano, dal profondo di una memoria personale che la regista ha custodito a lungo prima di trovare la forma e il coraggio per trasformarla in immagini. Il risultato è un'opera prima imperfetta ma sincera, a tratti commovente, a tratti esasperante, sempre animata da una sensibilità visiva che tradisce anni di apprendistato accanto a uno dei grandi maestri del cinema contemporaneo.
Il film è ambientato nel 1988, a Taiwan, in una città portuale percorsa da un'umidità che sembra depositarsi sulle cose e sulle persone come una patina di malinconia ( attenzione perchè subito all'inizio Shu ci fa capire cosa dobbiamo aspettarci presentandoci uno scorcio di un luogo che l'ha vista interprete di uno dei più bei film del cinema contemporaneo, mettendo in atto una sorta di transfert temporale) Hsiao-lee è una bambina introversa, silenziosa, che abita un mondo familiare segnato dalla violenza del padre alcolista e dalla freddezza distante, quasi ostile, della madre.
La sua esistenza è ridotta a una geografia della sopravvivenza: scuola, casa, e dentro casa lo spazio angusto di un armadio in cui rifugiarsi di notte, quando i rumori del padre ubriaco percorrono il corridoio e gli incubi si materializzano.
Tutto cambia quando nella sua classe arriva Li-li, una bambina tornata dagli Stati Uniti dopo il divorzio dei genitori, vivace, curiosa, spigliata al limite della sfrontatezza ,capace di guardare il mondo con una leggerezza ed una ampiezza che Hsiao-lee probabilmente non ha mai avuto. La loro amicizia diventa il centro emotivo del film, un asse attorno al quale ruota anche la storia della madre, Chuan, donna segnata da un passato che rispecchia, come in uno specchio opaco e crudele, il destino che attende la figlia se nessuno spezza il ciclo.
La struttura narrativa del film è bipartita, con il racconto della bambina che si intreccia a quello della madre adulta, due vite che non si incontrano mai del tutto ma si riflettono a vicenda in un gioco di corrispondenze che Shu Qi gestisce con risultati alterni. Quando questa doppia prospettiva funziona, produce momenti di vera intensità emotiva, istanti in cui la violenza subita e la violenza trasmessa di generazione in generazione si mostrano in tutta la loro triste logica , regalando momenti intensi ed con un grosso carico di emotività; quando invece stenta, e i momenti non sono rarissimi, la narrazione si fa frammentata e il film rischia di perdersi in una contemplazione fine a se stessa, incapace di trasformare il dolore rappresentato in dramma compiuto.
È impossibile parlare di Girl senza nominare Hou Hsiao-hsien, non perché il film sia una semplice imitazione del grande regista taiwanese, ma perché il rapporto tra i due artisti è parte integrante di ciò che questo film è e di ciò che aspira a essere.
Shu Qi ha dichiarato apertamente che Girl non sarebbe mai esistito senza Hou, che è stato il suo mentore, il regista che l'ha scelta per tre film fondamentali della propria filmografia: Millennium Mambo nel 2001, Three Times nel 2005, e The Assassin nel 2015. Tre film in cui Shu Qi ha attraversato epoche e registri diversissimi, sempre con quella qualità particolare della sua presenza, quel modo di abitare l'inquadratura con una naturalezza assoluta che Hou sapeva riconoscere e valorizzare meglio di chiunque altro, permettendo a Shu di diventare una delle attrici più brave ed osannate del cinema cinese.
Ora, da regista, Shu Qi porta con sé tutto ciò che ha assorbito in quegli anni di collaborazione: la lentezza contemplativa, la camera fissa o quasi ferma che osserva invece di commentare, la preferenza per i piani lunghi e i silenzi carichi di significato, la sensibilità straordinaria per lo spazio fisico come estensione dello stato emotivo dei personaggi, la carica di umanità che si portano dietro i film del grande maestro.
Si intuisce, perchè è quasi debordante, questa venerazione artistica di Shu Qi verso il suo mentore ed è chiaramente sincera e ammirata, quasi un omaggio completo , all'uomo e all'artista, ma naturalemnte portare con sé una lezione non significa averla fatta propria completamente, e questo è forse il nodo critico più importante da sciogliere nel giudizio complessivo sull'opera.
Hou costruisce le sue scene in modo tale che la distanza della camera non produca freddezza ma, paradossalmente, una vicinanza più intima di qualsiasi primo piano. Il suo stile osservativo nasce da una fiducia assoluta nel tempo cinematografico come strumento di rivelazione: lì dove la macchina da presa aspetta, il reale emerge da solo. Shu Qi comprende questo principio intellettualmente, e lo applica con una certa disciplina formale che in molte sequenze produce risultati genuinamente belli. La palette cromatica del film è ricca, quasi pittorica, e la fotografia di Yu Jing-pin costruisce inquadrature che restano impresse nella memoria: certi interni domestici dove la luce filtra obliqua tra le tende, certe strade del porto coperte di foschia mattutina, certi momenti in cui i corpi delle bambine occupano il frame con una grazia incosciente.
Tuttavia, ciò che in Hou sembra scaturire da una necessità interiore profonda, da un'impossibilità di raccontare diversamente, nel film di Shu Qi appare talvolta come una scelta stilistica applicata dall'esterno, un vestito di cui si avverte ancora la cucitura piccolo (o grande dipende dai risultati) errore che spesso compiono gli attori quando passano dietro la cinepresa per il primo lavoro.
.Alcune scene tirano per le lunghe non perché il silenzio stia accumulando tensione o rivelando qualcosa di nascosto, ma perché il ritmo rallentato è stato adottato come postura estetica prima ancora di essere giustificato dal materiale drammatico. Questa è forse la più comprensibile delle debolezze di un'opera prima così esplicitamente tributaria di un modello: ci vuole un'intera carriera per interiorizzare davvero ciò che si ama, e quello che vediamo in Girl è il generoso, appassionato tentativo di un'artista che non ha ancora finito di imparare, il che, va detto, è già qualcosa di raro e prezioso.
Il tema attorno a cui tutto il film gravita è la violenza domestica, nella sua forma più quotidiana e perciò più devastante: non la violenza spettacolare e narrativamente risolvibile del cinema di genere, ma quella sorda, ricorrente, prevedibile nella sua imprevedibilità, che trasforma la casa in un luogo ostile e riduce i bambini a esperti decodificatori di segnali di pericolo. Shu Qi affronta questo tema con un coraggio che va riconosciuto senza riserve. Non estetizza il trauma né lo usa come elemento di voyeurismo emotivo: la violenza nel film è mostrata in modo diretto ma mai compiaciuto, con una secchezza che è essa stessa una forma di rispetto verso chi quella violenza l'ha vissuta davvero.
La scena dell'armadio, che ritorna più volte come un ritornello visivo, è forse la più efficace del film: Hsiao-lee che si rannicchia in quello spazio buio mentre fuori i rumori della notte familiare si fanno minacciosi, il respiro trattenuto, il corpo che impara a occupare il minimo spazio possibile e l'incubo che si fa oggetto scenico con quelle mani che cercano di penetrare la plastica dell'armadio: è una metafora dell'infanzia in stato d'assedio che Shu Qi costruisce con grande precisione visiva e che comunica qualcosa di vero senza bisogno di commento. Analogamente, i momenti in cui la bambina e la madre si trovano nello stesso spazio senza riuscire a incontrarsi davvero, a parlarsi, a toccarsi con affetto, costruiscono un ritratto desolato dell'isolamento affettivo che la violenza produce nelle sue vittime indirette.
Più complessa, e forse meno riuscita, è la gestione del personaggio della madre. Chuan è al centro della seconda linea narrativa del film, quella adulta, e la sua storia avrebbe il potenziale per diventare il contrappeso drammatico necessario a dare profondità al racconto della figlia.
La madre non è soltanto una vittima: è anche, a tratti, la causa del dolore della bambina, in uno di quei meccanismi dolorosi e comuni per cui chi è stato abusato riproduce l'abuso quasi senza volerlo. Questa complessità psicologica è presente nel film a livello concettuale, ma non sempre viene tradotta in scene che ne rivelino pienamente la profondità. Il personaggio di Chuan rimane a volte sulla soglia della eccessiva stilizzazione, la sua sofferenza viene dichiarata più che mostrata, e la performance dell'attrice e cantante 9m88, pur non priva di momenti toccanti, non riesce sempre a sostenere il peso di una figura che porta con se un fardello psicologico difficile da interpretare.
Il centro di gravità del film è, la giovane Bai Xiao-Ying nella parte di Hsiao-lee, e la sua performance è semplicemente straordinaria. In un film che non offre molti dialoghi ai propri personaggi e che affida la comunicazione emotiva soprattutto alla fisicità, al modo in cui un corpo occupa lo spazio e risponde alle sollecitazioni dell'ambiente, Bai costruisce un personaggio di rara complessità con uno strumentario minimalissimo: una postura, uno sguardo, la modulazione quasi impercettibile della distanza che mantiene dagli adulti. C'è un'intelligenza attoriale in questa bambina che lascia stupiti, e si capisce perché Shu Qi abbia costruito il film attorno a lei.
Altrettanto riuscita è la chimica tra Hsiao-lee e Li-li, la cui amicizia costituisce il cuore pulsante della prima parte del film. Li-li è tutto ciò che Hsiao-lee non può ancora permettersi di essere: spontanea, rumorosa, capace di ridere ad alta voce, di occupare il mondo senza scuse. La loro relazione viene costruita con grande attenzione ai dettagli, attraverso piccoli gesti e momenti condivisi che accumulano credibilità emotiva: una passeggiata, una confidenza, una risata rubata durante la lezione. Quando Li-li è in scena il film respira più liberamente, e questa libertà funziona anche come contrasto narrativo rispetto alla cupa oppressione della vita domestica di Hsiao-lee, quasi le due ragazzine fossero le due faccie della stessa medaglia.
Uno dei fili tematici più interessanti di Girl è quello che potremmo chiamare il tema della fuga, o più precisamente della sua impossibilità. Ogni personaggio del film desidera fuggire da qualcosa: Hsiao-lee vuole fuggire dalla famiglia, la madre ha cercato di fuggire dal proprio passato, il padre stesso è prigioniero di un'esistenza che lo consuma. Ma il film suggerisce, con una certa amarezza lucida, che le fughe sono raramente complete, che il passato ha la tendenza a ripresentarsi nelle forme e nei corpi di chi credevamo di aver lasciato alle spalle.
Questo dialogo tra generazioni è reso visivamente attraverso una serie di rispecchiamenti formali che Shu Qi orchestra con abilità: scene della bambina che ripetono visivamente scene della madre, gesti identici su corpi diversi, una casa che cambia abitanti senza cambiare la propria natura opprimente. È in questi momenti di eco visiva che il film si avvicina di più alla lezione di Hou, non nell'imitazione superficiale dello stile ma nella comprensione che il cinema può costruire significato attraverso la forma tanto quanto attraverso il racconto esplicito.
C'è tuttavia un limite nell'ambizione tematica del film che vale la pena nominare con onestà: Girl sembra a volte voler dire troppo, o piuttosto voler dire molte cose senza riuscire a approfondirne nessuna fino in fondo. La violenza domestica, il ciclo intergenerazionale del trauma, la ricerca dell'identità femminile, la nostalgia per un'infanzia perduta, il ruolo della comunità e dell'amicizia come possibile via di salvezza: sono tutti temi presenti nel film, tutti affrontati con sincerità, tutti carichi di molteplici letture e in alcuni frangenti effettivamente la regista sembra avere difficoltà nel tenere insieme la storia; il risultato è un film che tocca molte corde senza riuscire sempre a farle vibrare a lungo tutte.
La traiettoria del film nei festival internazionali dice qualcosa di interessante sulla sua ricezione. La nomina al Leone d'Oro a Venezia testimonia il rispetto che la critica internazionale ha accordato all'esordio di Shu Qi, riconoscendo in Girl un'opera che merita attenzione non soltanto per la notorietà del suo autore ma per il suo valore intrinseco. Il premio per la miglior regia a Busan è un riconoscimento più specifico e forse più significativo: suggerisce che la giuria ha visto nel film non solo un'intenzione ammirevole ma un controllo dello spazio visivo e della messa in scena che supera la media delle opere prime.
Le proiezioni al Toronto International Film Festival e al Singapore International Film Festival, dove il film ha aperto la 36ª edizione, hanno consolidato l'impressione di un'opera che divide la critica in modo abbastanza netto: da una parte chi ne apprezza la sensibilità visiva, l'onestà autobiografica e la qualità delle performance; dall'altra chi trova che la narrazione sia troppo frammentata, il ritmo eccessivamente dilatato, e che l'omaggio al cinema di Hou finisca per schiacciare la voce originale della regista invece di lasciarla emergere.
Entrambe le posizioni hanno una loro legittimità, e la verità, come spesso accade, abita qualcosa di intermedio, sta di fatto però che Girl continua a mietere successi in giro per tutto il mondo ( fra gli ultimi anche in casa ad Hong Kong)
Giudicare Girl richiede di tener presente contemporaneamente due ordini di parametri. Come opera prima di una cineasta alle sue primissime armi dietro la macchina da presa, il film è un risultato notevole, forse eccezionale. La padronanza visiva che Shu Qi dimostra nella costruzione delle inquadrature, nella gestione dello spazio domestico come estensione psicologica dei personaggi, nell'uso del colore e della luce come strumenti narrativi, non è cosa scontata. Molti registi con anni di pratica alle spalle non raggiungono questo livello di coerenza formale.
Come film tout court, senza le attenuanti dell'esordio, Girl presenta qualche limite: una struttura narrativa che non sempre regge il peso del materiale, personaggi secondari che rimangono abbozzati, un ritmo che in alcune sezioni precipita in una lentezza non sempre giustificata, e un finale che chiude forse troppo rapidamente un discorso che avrebbe meritato maggiore arditezza.
Quello che però rimane, dopo che le luci della sala si riaccendono, è qualcosa di difficile da ignorare: un film che è stato fatto perché doveva essere fatto, che porta impressa in ogni inquadratura la necessità personale della sua autrice, il desiderio di dare forma a qualcosa che altrimenti sarebbe rimasto sepolto. C'è una scena, verso la seconda metà del film, in cui Hsiao-lee guarda dalla finestra la strada sotto di lei con un'espressione in cui convivono la paura e una resistenza ostinata, quasi animale, e in quell'espressione si condensa qualcosa che il cinema sa dire meglio di qualsiasi altra forma d'arte: il momento in cui una persona, bambina o adulta che sia, decide silenziosamente di non essere soltanto ciò che le è stato fatto.
Shu Qi, con tutto il rispetto dovuto alla sua fonte d'ispirazione e con tutta la consapevolezza dei propri limiti da "esordiente", ha fatto esattamente la stessa cosa. E questo, in fondo, è già molto più di quanto si potesse ragionevolmente sperare; se poi oltre ad essere una magnifica attrice quale quella che è diventata riuscirà anche a strutturare meglio il suo cinema avremo una regista che sarà in grado di regalarci opere degne di nota.

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