martedì 7 aprile 2026

Marty Supreme ( Josh Safdie , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 5/10

C'è un momento preciso in cui ci si rende conto che Marty Supreme non manterrà le promesse che si porta addosso fin dalla prima inquadratura: è il momento in cui capisci che il film non ha nulla di davvero nuovo da dire sul cosiddetto sogno americano, sull'ossessione, sul fallimento, e che tutto ciò che stai guardando non è altro che una versione gonfiata, amplificata e sfacciatamente autocelebrativa di cose che il cinema americano ha già raccontato molte volte , talvolta anche infinitamente infinitamente meglio. 
Josh Safdie, al suo primo lavoro da solista senza il fratello Benny, confeziona un'opera rumorosa, frenetica e visivamente agguerrita che si tiene in piedi quasi esclusivamente per il virtuosismo della messa in scena e per un Timothée Chalamet, sempre più mattatore ma pericolosamente in bilico sul baratro del manierismo sterile, che fa del suo meglio in un ruolo costruito per impressionare, ma che alla fine suona più come un esercizio stilistico che come una riflessione autentica sulla condizione umana.
La storia è quella di Marty Mauser, giovane ebreo nella New York del dopoguerra che lavora in un piccolo negozio di scarpe dello zio e sogna di diventare il migliore giocatore di ping pong del mondo. 
Il suo obiettivo immediato è raccogliere abbastanza denaro per raggiungere prima Londra, poi il Giappone, e partecipare ai campionati mondiali di tennistavolo, con l'intenzione dichiarata di rappresentare gli Stati Uniti, dice orgoglioso. 
Ma a guardarlo bene è chiaro che l'unica cosa che Marty intende davvero rappresentare è sé stesso. 
Il film è liberamente ispirato alla figura reale di Marty Reisman, leggendario giocatore americano degli anni Cinquanta che raccolse recoord su record, ma Safdie si affretta a precisare che non si tratta di un biopic, il che gli consente di prendere ogni libertà narrativa disponibile senza doversi preoccupare di rispettare i fatti. Una licenza che avrebbe potuto aprire spazi creativi davvero interessanti, e che invece viene sprecata in favore di un accumulo caotico di episodi picareschi, bravate, fughe, incontri sordidi e momenti grotteschi, che tra l'altro alla fine risultano forse i momenti migliori, che si succedono l'uno all'altro senza mai trovare un centro di gravità narrativo autentico.
Il problema principale di Marty Supreme non è il protagonista in quanto tale: Marty Mauser è volutamente antipatico, arrogante, narcisista, moralmente privo di qualsiasi credibilità nei confronti di chiunque gli stia accanto: la fidanzata incinta, lo zio che lo mantiene, i compagni di gioco, le donne con cui va a letto. Personaggi così il cinema li ha sempre amati, e con ragione. L'antieroe autodestruttivo è un archetipo narrativo di straordinaria fertilità, e la storia del cinema è piena di individui ripugnanti che il grande schermo ha reso indimenticabili proprio perché il regista di turno sapeva esattamente cosa voleva dire attraverso di loro. Il problema di Marty Supreme è che il film non sa cosa farsene di questo personaggio una volta introdotto. 
La promessa iniziale è quella di un uomo mosso da una passione autentica, disposto a tutto pur di raggiungere la grandezza, ma questa promessa viene presto abbandonata in favore di un'immersione nel degrado che sembra fine a sé stessa: Safdie accumula eventi senza permettere loro di sedimentarsi nel racconto il significato si blocca, la ripetizione dell'intensità prende il posto dello sviluppo drammatico, il movimento frenetico sostituisce la trasformazione interiore del personaggio, e lo spettatore viene travolto da un'ondata continua di stimoli sensoriali che dopo un po' producono non coinvolgimento, ma stordimento.



Il film è indubitabilmente troppo lungo: le due ore e mezza di durata non sono mai giustificate da necessità narrative reali, per queste sarebbe bastata un ora in meno, ma sembrano rispondere a una logica di saturazione sensoriale che Safdie ha fatto propria fin dai tempi di Diamanti Grezzi, e che qui rischia di trasformarsi in un tic stilistico piuttosto che in una scelta consapevole al servizio della storia. Se in quel film l'ansia continua era funzionale alla vicenda di un uomo che si autodistruggeva in tempo reale, con una posta in gioco autentica e un senso del pericolo che cresceva organicamente, qui la stessa ricetta viene applicata su un materiale narrativo decisamente meno urgente. Il risultato è quello di uno strumento potente e affilato usato per tagliare l'aria. La macchina da presa gira, il montaggio accelera, la colonna sonora martella, ma il racconto rimane fermo, incapace di progredire verso qualcosa che abbia il peso di una rivelazione o anche soltanto di una conseguenza credibile e che non sia una semplice cronaca senza guizzi.
Chalamet, che pure è un attore di talento indiscutibile e che si è preparato con dedizione maniacale per il ruolo, costruisce un personaggio che sembra più una simulazione quasi grottesca dell'antieroe che un antieroe vero. C'è qualcosa di troppo calcolato nella sua interpretazione, una qualità da vetrina che tradisce l'intenzione di dimostrare piuttosto che di essere. Chalamet è tecnicamente ineccepibile, non c'è dubbio, ma il suo Marty Mauser è un personaggio che si guarda agire senza che riesca mai davvero a farci dimenticare che si tratta di recitazione. E questa distanza, in un film che dovrebbe trascinarti dentro con la forza di un risucchio, è un problema enorme.
Il cast di contorno è vasto, stravagante e deliberatamente caotico, nel modo in cui certi film americani confondono l'affollamento con la ricchezza narrativa. 
La presenza di personaggi pubblici che fanno il loro esordio cinematografico, di artisti, di figure televisive inserite nel racconto come se la loro sola comparsa fosse sufficiente a generare significato, risponde più a una logica di marketing che a una vera necessità drammaturgica. 
Gwyneth Paltrow compare come una sorta di apparizione hollywoodiana in declino, e la sua presenza avrebbe potuto essere interessante se il film si fosse degnato di costruirle intorno qualcosa di coerente. Invece il personaggio non ha nulla di concreto da dire, nulla di concreto da fare, e le sue scene malinconiche galleggiano nel vuoto senza mai agganciare il resto della narrazione. La stessa sorte tocca alla fidanzata incinta di Marty, che pure è probabilmente la presenza più toccante dell'intero film ma che viene costantemente sacrificata sull'altare della frenesia del protagonista. I personaggi secondari, in sostanza, non esistono come individui: sono funzioni, simboli, comparse decorative in un universo che tollera e contempla soltanto Marty.
Safdie si ispira dichiaratamente al cinema di Scorsese degli anni Settanta, a Mean Streets, a Taxi Driver, a Toro Scatenato, al cinema della New Hollywood che trasformò le strade di New York in un teatro morale. Ed è qui che il film tradisce nel modo più palese la propria natura di operazione derivativa. 
Scorsese in quei lavori raccontava personaggi che erano il sintomo di qualcosa di più vasto di loro: la violenza urbana, la deriva spirituale di un'America che aveva perso ogni centro morale, la solitudine feroce di chi non trova posto in una società che si è fatta estranea. I suoi antieroi erano specchi deformanti di un momento storico reale, e la loro miseria aveva una risonanza che andava ben oltre la storia individuale. Marty Mauser non è il sintomo di nulla, o almeno il film non riesce a farcelo sembrare tale. È un uomo sgradevole che vuole vincere a ping pong. Non c'è nessuna New York che brucia autenticamente attorno a lui, nessuna verità più grande che lo sovrasti e lo ridimensioni. C'è soltanto la sua ambizione, e la macchina da presa di Safdie che continua a girargli intorno come se questa ambizione fosse, di per sé, sufficiente a riempire due ore e mezza di schermo ed il sempiterno tema mistificatorio del sogno americano, della rivincita, della seconda chance.
Dal punto di vista tecnico il film è innegabilmente ben fatto: la fotografia in 35mm di Darius Khondji è di altissimo livello, con una grana e una qualità cromatica che restituiscono la New York degli anni Cinquanta con una concretezza quasi tattile. La scenografia è curata nei minimi dettagli: le strade, i locali, i negozi, le palestre scrostate in cui si gioca a ping pong clandestino hanno il peso e l'odore delle cose vere. Il montaggio ha una sua coerenza nervosa, e certi passaggi del film hanno un'energia cinetica che è difficile non ammirare. Ma questo mestiere sopraffino non riesce a colmare il vuoto narrativo che si trova al centro dell'opera. È come guardare un virtuoso esecutore suonare uno spartito mediocre: la tecnica non manca, è la musica a non essere all'altezza.
C'è poi una questione tematica che vale la pena affrontare direttamente. Safdie ha dichiarato di voler fare un film sul fallimento del sogno americano, sull'ossessione come forma di autodistruzione, sull'identità di un giovane ebreo in un'America che lo tollera senza accettarlo davvero. Sono temi potenti, tutti presenti nel film, almeno in superficie. Il ping pong come metafora della competizione capitalistica, come arena in cui si misurano i valori di un'epoca, come campo di battaglia in cui chi viene da fuori deve dimostrare di valere il doppio per ottenere la metà. Tutto questo c'è, ma rimane abbozzato, suggerito, mai sviluppato con la pazienza e la profondità che richiederebbe. Il film sfiora questi temi senza mai affondare il colpo, come se avesse paura che fermarsi troppo a lungo su qualcosa di complesso rallentasse il ritmo e raffreddasse l'energia. Il risultato è un'opera che accenna, allude, suggerisce, ma raramente conclude qualcosa. Una serie di aperture senza chiusura, di promesse senza adempimento.
Il finale è emblematico di questa tendenza. Senza voler entrare nei dettagli per rispetto di chi non ha ancora visto il film, basti dire che Safdie arriva a un bivio narrativo in cui il coraggio autentico avrebbe richiesto una scelta precisa e dolorosa, coerente con tutto ciò che il film aveva costruito nei novanta minuti precedenti. E invece sceglie la strada più comoda, quella che consente di chiudere la storia senza davvero chiuderla, di lasciare aperta una porta che avrebbe dovuto essere sbarrata. È la scelta tipica di un cinema che vuole apparire coraggioso senza esserlo davvero, che indossa l'estetica dell'amaro e del disincantato ma al momento decisivo non rinuncia al conforto di una redenzione parziale e del lieto fine, quanto basta per non scontentare nessuno e per mandare il pubblico a casa con qualcosa di vagamente rassicurante appiccicato addosso. Quella tendenza tutta americana, insomma, a concedere sempre una seconda chance, a non privare mai del tutto il protagonista di una via d'uscita, a smussare gli angoli più acuti della storia nell'ultimo momento utile.
Marty Supreme è, alla fine, esattamente quello che sembra: un film tecnicamente brillante, superficialmente provocatorio e narrativamente vuoto. È il tipo di cinema che impressiona al primo impatto, che genera entusiasmo nei corridoi dei festival e ottiene candidature ai premi importanti sulla spinta di una macchina promozionale ben oliata, ma che svanisce appena esci dalla sala, che non lascia nulla che valga la pena portare a casa se non il ricordo di qualche sequenza ben costruita e di qualche momento grottesco riuscito. 
Un'opera che confonde la velocità con la profondità, lo stile con il contenuto, il rumore con il significato. Josh Safdie è un regista dotato di un talento formale genuino e di una visione personale del cinema urbano americano che in passato ha prodotto risultati davvero notevoli, ma senza la collaborazione del fratello Benny sembra aver perso non tanto la capacità tecnica quanto quella tensione morale, quella attitudine a guardare i propri personaggi con una pietà fredda e lucida che rendeva i film precedenti qualcosa di più di una giostra ben oliata. Marty Supreme è una giostra ben oliata, con luci brillanti e musica ad alto volume. E come tutte le giostre, dopo un po', ci si stanca di girare in tondo e non si vede l'ora di scendere e rimettere i piedi in terra.

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