martedì 28 aprile 2026

Alpha ( Julia Ducournau , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 7/10

C'è un momento, nei primi minuti di Alpha, in cui una pioggia di sabbia rossa cade su una città senza nome e senza tempo preciso, avvolgendo tutto in una luce malata, color rame e polvere. È un'immagine che non si dimentica facilmente, e che dice molto su cosa Julia Ducournau stia cercando di fare con il suo terzo lungometraggio: costruire un cinema che procede per accumulo sensoriale, per saturazione visiva, per eccesso deliberato. Il problema è che questa ambizione non sempre trova una forma coerente in cui contenere se stessa per cui Alpha è un film che trabocca, e traboccando, di tanto in tanto, perde qualcosa per strada.
Eppure sarebbe un errore imperdonabile liquidarlo come un'opera fallita:  Alpha è, al contrario, un lavoro coraggioso e personale  e proprio la sua imperfezione strutturale è, in un certo senso, l'impronta digitale di una regista che non sa — e non vuole — stare nei confini.
La storia, apparentemente semplice nella sua premessa, si svolge in una città immaginaria degli anni Ottanta e Novanta, un luogo che ha qualcosa della New York abbandonata a se stessa, qualcosa della periferia francese, qualcosa di un paesaggio interiore in cui la geografia reale conta meno di quella emotiva. 
Alpha ha tredici anni, vive con la madre, è un'adolescente che subisce bullismo e porta dentro di sé una rabbia silenziosa e senza indirizzo. Una sera torna a casa con una lettera A incisa sul braccio, un tatuaggio improvvisato fatto con un ago e dell'inchiostro di fortuna; un gesto di ribellione banale, un rito di passaggio del tutto ordinario, se non fosse per il fatto che nel mondo in cui vive il film circola un virus letale che si trasmette attraverso il sangue e i rapporti sessuali, e che trasforma porta lentamente chi ne è colpito alla marmorizzazione. La madre di Alpha, medico rimasta al suo posto mentre i colleghi fuggono, inizia a temere il peggio. Nel frattempo arriva in casa Amin, lo zio della ragazza, fratello della madre, tossicodipendente senza una sistemazione, un uomo consumato fisicamente e moralmente.
È qui che il film si rivela per quello che è davvero: non un horror nel senso convenzionale del termine, non un film di genere nei modi di Raw e Titane, ma qualcosa di più difficile da classificare e da reggere: Alpha è un film sull'AIDS, su come quella pandemia abbia devastato intere generazioni, su come la paura del contagio si trasformi in stigma sociale, in isolamento, in vergogna collettiva, su come abbia lasciato segni sulle generazioni che allora ne vissero il dramma; ma è anche, e forse soprattutto, un film sull'amore materno e su quello fraterno, sul legame insostenibile e necessario tra una madre e una figlia, sul modo in cui il trauma si trasmette attraverso le generazioni come un virus silenzioso che agisce nel tempo.
Ducournau, nata nel 1983, appartiene alla generazione che è cresciuta nell'ombra dell'AIDS, una generazione che ha imparato a vedere il sangue come qualcosa di potenzialmente letale, il sesso come un campo minato, il corpo altrui come una possibile fonte di morte. 
Questa eredità psicologica è incisa nel film con una precisione quasi autobiografica e per tale motivo appare fortemente sentita dalla regista,  si sente in ogni scena la presenza di qualcosa di visceralmente personale, di qualcosa che la regista non sta raccontando dall'esterno ma dall'interno, come se stesse mettendo in scena una paura che ha davvero abitato, una memoria che appartiene alla sua carne prima che alla sua mente.
Il corpo, come sempre nel cinema di Ducournau, è il luogo dove tutto accade. In Raw era il corpo della fame e del desiderio cannibale, in Titane era il corpo ibrido che si fondeva con la macchina, in Alpha è il corpo malato, il corpo marcato, il corpo che diventa prova di qualcosa, testimonianza, condanna, il corpo che rimane immobilizzato in una corazza di marmo che lo attanaglia fino a farne perdere le forme.
Le tre sequenze del sangue che fuoriesce dalla ferita meritano una menzione a parte, perché in ciascuna di esse Ducournau fa qualcosa di diverso con lo stesso elemento visivo. La prima volta il sangue cola su un disegno proiettato davanti all'intera classe, e la reazione di orrore dei compagni è quella della società di fronte al malato di AIDS: disgustata, terrificata, pronta alla fuga. 



La seconda volta avviene durante una partita in palestra, e anche lì il sangue produce esclusione, confine, paura. La terza volta, capovolge il significato di tutto quello che è venuto prima, in una delle sequenze emotivamente più potenti  del film nello spazio liquido di una piscina. 
Se in Raw il sangue era un simbolo di potere femminile, qualcosa di selvaggio e liberatorio, qui diventa l'opposto: il segno della solitudine, del marchio della maledizione, del corpo come nemico pubblico.
Sul piano visivo, Ducournau lavora con una fotografia dai colori desaturati, con una luce piatta e plumbea che accentua la claustrofobia degli spazi interni in cui si svolge la maggior parte della storia. Appartamenti, corridoi scolastici, bagni, ospedali, automobili: il film è costruito quasi interamente su spazi chiusi, e questa scelta non è accidentale. Il mondo esterno esiste, ma è un luogo ostile, contaminato, impossibile da abitare liberamente. La sequenza onirica in cui il soffitto della camera di Alpha si abbassa lentamente e inesorabilmente su di lei è l'immagine perfetta di questa claustrofobia psicologica, il modo in cui la regia rende visibile qualcosa che appartiene all'invisibile.
Alpha è un film ondivago, e questa incostanza non è del tutto redenta dall'ambizione che la genera, il film sembra a tratti non sapere esattamente quale storia voglia raccontare in primo piano e quale relegare in secondo. Ci sono piani temporali che non sembrano sempre coerenti col procedere del racconto e con l'idea che è alla base della scelta di manipolazione del tempo.
C'è la storia di Alpha adolescente e del suo rapporto con il corpo, con il desiderio, con il pericolo; c'è la storia del rapporto madre-figlia e della simbiosi che diventa gabbia, c'è la storia dell'AIDS come trauma generazionale che forse è l'aspetto più potente del film come fosse qualcosa che ha profondamente segnato la regista. 
E c'è poi la storia di Amin e della sua dipendenza, del suo corpo consumato, del suo amore disarmato per la nipote, c'è una struttura temporale su due piani che all'inizio disorientano e che poi, quando il film rivela la sua carta decisiva, si illuminano retroattivamente. Ma fino a quel momento la sensazione di un materiale che non smette mai di accumularsi senza trovare un centro di gravità definitivo è persistente, e rappresenta la principale fragilità dell'opera.
Ducournau è una regista che si fida del proprio istinto visivo quasi incondizionatamente ed ha senza dubbio talento da vendere, e questo è insieme la sua forza e il suo limite. In Raw e in Titane il genere serviva da contenitore elastico ma riconoscibile, che orientava lo spettatore anche quando le immagini diventavano stranianti o perturbanti. In Alpha, avendo scelto un registro più realistico e più prossimo al dramma familiare, quella rete di sicurezza non c'è più, e il film a tratti perde la bussola narrativa inseguendo la scena madre successiva, l'immagine potente che viene dopo quella potente che è venuta prima, in un'escalation che finisce per produrre una certa assuefazione emotiva. 
E tuttavia, e questo è il paradosso di Alpha e forse la sua grandezza nascosta, quando il film trova il suo passo, quando smette di cercare l'effetto e lascia respirare i personaggi, raggiunge momenti di autentica bellezza emotiva che pochi altri film recenti hanno saputo toccare. 
Il rapporto tra Alpha e lo zio Amin è trattato con una delicatezza inaspettata, una tenerezza che contrasta con la violenza sensoriale di molte altre sequenze: l'amore tra i due, fatto di silenzio e di presenza, di corpi malati che si cercano senza chiedere nulla, è il cuore pulsante del film, e quando Ducournau si concentra su questo la sua regia diventa qualcosa di difficilmente classificabile: non horror, non dramma, non genere, ma cinema nel senso più puro della parola.
Il riferimento alle origini berbere della famiglia, presente con discrezione ma con coerenza, aggiunge un ulteriore strato di significato: la trasmissione del trauma non è solo biologica ma culturale, non è solo individuale ma collettiva. Le storie si tramandano di generazione in generazione come il virus si trasmette attraverso il sangue, e Ducournau intreccia questi due fili con una sensibilità che tradisce una ricerca personale oltre che estetica, la teoria psicoanalitica che evoca la trasmissione di un trauma irrisolto, percorre il film sotterraneamente e contribuisce a dargli una dimensione che va oltre la cronaca di una famiglia in crisi.
Il finale forse frettoloso ma sicuramente di grande impatto emotivo e visivo,  che ribalta le aspettative narrative in modo radicale, è la prova che Ducournau ha in mente un disegno coerente dall'inizio alla fine, anche quando il percorso per arrivarci è tortuoso e a tratti sfiancante e confuso. 
La struttura a doppio piano temporale, che durante la visione può sembrare un espediente ostico, si rivela alla fine come la vera architettura emotiva del film, il modo in cui la regista costruisce la sua tesi sulla trasmissione del dolore, sull'impossibilità di separare ciò che si è da ciò che ci è stato trasmesso.
La recitazione è di altissimo livello in tutto il film: Mélissa Boros, nel ruolo della protagonista, compie un lavoro straordinario nel rendere visibile la contraddizione di un'adolescenza che vuole esistere nel mondo e che il mondo invece rigetta. C'è in lei una qualità di presenza rara, qualcosa che non si costruisce ma si ha o non si ha, e Ducournau la dirige con una prossimità fisica che si avverte in ogni inquadratura ravvicinata. 
Golshifteh Farahani porta alla madre di Alpha una complessità che non urla mai, che si manifesta in piccoli gesti, in silenzi, in sguardi che contengono tutto ciò che il personaggio non riesce a dire. È una madre che ama troppo e che per questo soffoca, una madre che ha paura e che quella paura la trasforma in controllo, in ipervigilanza, in un amore che finisce per assomigliare a una forma di prigione. 
Tahar Rahim, che ha perso venti chili per il ruolo, è fisicamente irriconoscibile e moralmente straziante. Lo zio Amin è il centro morale del racconto, il punto in cui la malattia concreta e la malattia metaforica si incontrano, in cui la fragilità del corpo e quella dell'anima diventano la stessa cosa.
Alpha è dunque, in ultima analisi, un film fortemente  imperfetto ma altrettanto fortemente sentito e profondo: imperfetto perché eccede, perché non si censura, perché non sceglie mai la via breve quando può prendere quella lunga e accidentata, profondo perché quel che racconta appartiene a qualcosa di reale, di sofferto, di storicamente e individualmente urgente. 
Ducournau non è una regista che fa concessioni al pubblico, e questo è al tempo stesso il suo merito più grande e il suo rischio più calcolato. Alpha esige una visione attiva, uno spettatore disposto a sopportare il disorientamento come parte dell'esperienza, a non cercare sempre la mappa e ad affidarsi invece al flusso.
Chi accetta questo patto troverà in Alpha un'opera che rimane addosso a lungo, pur nelle sue innumerevoli imperfezioni ,come rimangono addosso le cose che hanno attraversato davvero qualcosa, le cose fatte di materia viva. Chi cerca invece la linearità narrativa, la coerenza di tono, il film ben rifinito e senza sbavature resterà probabilmente deluso. Ma è lecito chiedersi, di fronte a un cinema come questo, se il film ben rifinito e senza sbavature sia davvero quello che vale la pena cercare, oppure farsi avvolgere da un film che ha certamente dei difetti ma che colpisce per la sua profondità emotiva.

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