giovedì 9 aprile 2026

What Marielle Knows [aka Lo schiaffo] ( Frederic Hambalek , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 6.5/10

Presentato in concorso alla 75ª Berlinale nel febbraio del 2025, Lo schiaffo (titolo originale Was Marielle Weiss , titolo internazionale What Marielle Knows ) è il secondo lungometraggio del regista e sceneggiatore tedesco Frédéric Hambalek, già autore del più intimo Modell Olimpia del 2020. 
Il film arriva al pubblico italiano con un titolo che cattura immediatamente la violenza simbolica contenuta nella sua premessa narrativa: uno schiaffo ricevuto da una dodicenne a scuola diventa il motore di un racconto familiare che, attraverso il pretesto del realismo magico, smonta con chirurgica precisione le fondamenta su cui si regge la vita borghese contemporanea. 
La storia segue Julia e Tobias, che scoprono che la loro figlia Marielle ha sviluppato improvvisamente, proprio in seguito ad una sberla ricevuta da una compagna di classe, capacità telepatiche e può vedere e sentire tutto quello che fanno. 
Quello che ne consegue è molto più di una commedia degli equivoci, cosa che non vuole essere ma sicuramente in alcuni tratti, anche forse involontariamente sembra: è un'indagine spietata e al tempo stesso compassionevole sulla menzogna come collante sociale, sulla privacy come finzione necessaria, e sul potere perturbante dello sguardo innocente dell'adolescenza sul mondo corrotto degli adulti.
La premessa ha una semplicità quasi fiabesca: dopo essersi scontrata a scuola con un'amica, Marielle sviluppa spontaneamente una capacità telepatica che le consente di origliare i genitori in ogni momento della giornata, un'abilità inconsueta e altamente scomoda che sconvolge il senso di rispetto reciproco che la famiglia aveva fino ad allora mantenuto. 
I genitori, in un primo momento, non credono alla figlia, ipotizzano che stia spiando i loro telefoni, la portano dal medico, ma quando Marielle inizia a recitare parola per parola le conversazioni avvenute in loro assenza durante la giornata, la realtà diventa inconfutabile. Per Julia e Tobias questo significa che la figlia ha la prova che loro non sono integri e aperti quanto hanno sempre cercato di convincere lei, gli altri e se stessi di essere. Da questo momento in poi, nulla in casa potrà più essere come prima, piuttosto la vita sembrerà trasformarsi in un reality show.
Quello che rende Lo schiaffo un'opera degna di attenzione è anzitutto la qualità della sua scrittura tematica. Hambalek costruisce intorno alla telepasia di Marielle un sistema di significati stratificato, capace di leggere la realtà familiare su più livelli simultaneamente. 
Il primo e più evidente è quello della menzogna domestica: come si scopre, la maggior parte delle cose che Julia e Tobias si raccontano intorno al tavolo della cucina non sono vere, un'osservazione sottile ma essenziale che il film rivela con acutezza. 
Tobias lavora in una casa editrice dove subisce le prepotenze di un collega più spregiudicato, Sören, ma al tavolo della cena si descrive come colui che ha tenuto la situazione sotto controllo; Julia, dal canto suo, ha intrattenuto con il collega Max un flirt sempre più esplicito durante le pause sigaretta condivise, ma nella narrazione domestica tutto questo semplicemente non esiste. La telepatia di Marielle non fa altro che portare alla luce ciò che era già lì: la distanza sistematica, ordinaria e quasi inconscia tra la realtà vissuta e la versione di quella realtà che ogni membro della famiglia sceglie di raccontare agli altri.



Il secondo livello tematico riguarda la sorveglianza e la privacy, ed è il più ambizioso dell'opera. Hambalek ha dichiarato che l'idea del film gli è venuta anni prima, quando un coppia di amici gli mostrò un baby monitor con telecamera incorporata. Il bambino addormentato non sapeva di essere osservato, e questo gli aveva dato un senso di disagio. Da lì era nata la domanda: quando hanno privacy i bambini? Il film ribalta questa domanda con eleganza: se di solito sono i genitori a sorvegliare i figli, che cosa accade quando la telecamera viene girata? 
In quasi tutte le famiglie sono gli adulti ad avere il controllo, mentre filtrano con cura quali dettagli scegliere di condividere, ma nel film di Hambalek questa dinamica viene rovesciata, e la ragazzina acquisisce il sopravvento, fungendo da coscienza, confessore e specchio dell'io autentico dei suoi genitori. 
La riflessione si allarga facilmente all'epoca contemporanea della sorveglianza digitale permanente — i social media, le telecamere, i dati condivisi involontariamente — anche se il regista sceglie saggiamente di non rendere esplicita questa connessione, lasciandola vibrare come sottofondo culturale piuttosto che trasformarla in pamphlet.
Il film si interroga su come si comporterebbero le persone se la loro privacy sparisse di colpo, se fosse immediatamente evidente a tutti ciò che fanno veramente: Julia e Tobias sanno con certezza di essere osservati, e proprio per questo la loro vita quotidiana si trasforma in una performance permanente e logorante. Il quotidiano diventa una recita continua che porta infine a dichiarare apertamente fantasie segrete e a scuotere fino alle fondamenta la facciata della famiglia perfetta.
Il terzo e forse più delicato piano tematico è quello del progressivo processo di separazione tra genitori e figli : il film parla di processi di distacco, ma anche del fatto che in fondo non è mai facile separarsi gli uni dagli altri. Marielle non usa la sua nuova capacità per distruggere i genitori: la usa, consciamente o meno, per costringerli a essere autentici, ma di fatto a tenerli in pugno in un assurdo tentativo di manipolazione, la sua intransigenza morale, tipica del manicheismo adolescenziale, diventa uno specchio impietoso in cui Julia e Tobias sono costretti a guardarsi. E quello che vedono non sempre li compiace; il film si chiede, senza rispondere in modo didascalico, se ci sia una via di mezzo tra la menzogna consolatoria dell'età adulta e la crudeltà dell'onestà assoluta.
A questi temi se ne aggiunge un quarto, più intimo: la crisi coniugale come erosione lenta e quasi invisibile. Julia e Tobias non si odiano, non si tradiscono in modo plateale, non hanno una storia alle spalle che li divide; si sono semplicemente allontanati nel silenzio del quotidiano, smettendo di raccontarsi le cose vere e accontentandosi di raccontarsi le cose presentabili. 
La frustrazione di Julia nel matrimonio e lo status professionale in sgretolamento di Tobias non sono più argomenti condivisi tra i due da tempo e la figlia telepatica non crea la crisi: la rende semplicemente visibile e  in questo senso il film ha una visione quasi clinica del matrimonio borghese contemporaneo, in cui la coabitazione pacifica si regge su un tacito accordo di non vedere, non dire, non chiedere.
Dal punto di vista formale, Hambalek sceglie una regia sobria e controllata, con una fotografia prevalentemente fredda negli interni domestici e lavorativi, entrambi colmi di vetrate e specchi che lasciano vedere o riflettono, che esplica l'algidità emotiva della famiglia al centro del racconto. La palette cromatica prevalentemente fredda e blu, soprattutto nella casa della famiglia, e i momenti di umiliazione implacabile sui rispettivi luoghi di lavoro dei genitori, contribuiscono a distanziare il film dal suo potenziale comico e avvicinarlo, nei suoi momenti più bassi emotivamente, ai drammi di dissezione morale. 
Eppure Hambalek non abbandona mai del tutto la commedia: tra una scena e l'altra inserisce brani di quartetti d'archi di Beethoven e Schubert, una scelta che ha qualcosa di ironicamente pomposo, come se le piccole tragedie domestiche di questa famiglia aspirassero alla dignità della grande musica. 
Gli interpreti sono all'altezza del compito. Julia Jentsch costruisce Julia con grande intelligenza, restituendo una donna intrappolata tra ciò che sente di dover essere e ciò che desidera essere, con una naturalezza che rende il suo personaggio il più ricco del film. 
Felix Kramer è parimenti convincente nei panni di Tobias, un uomo che si è a tal punto abituato a rinarrare la realtà in chiave favorevole a se stesso da aver smesso di percepire la differenza tra i fatti e la loro versione elaborata. Tobias passa così tanto tempo a filtrare la realtà che finisce per credere alle proprie bugie, rifiutandosi di accettare la verità anche quando Marielle gliela riflette direttamente davanti agli occhi. 
La giovane Laeni Geiseler, nei panni di Marielle, porta avanti un ruolo di grande complessità con notevole maturità: la sua Marielle piange spesso, sorride di rado, e osserva tutto con uno sguardo che sa già troppo.
Il film ha ricevuto un riconoscimento che segnala come l'opera sia stata recepita con interesse non soltanto dal pubblico festivaliero ma anche dalla critica specializzata europea.
Lo schiaffo è, in definitiva, un film che sa usare il fantastico come lente di ingrandimento sul reale. La telepatia di Marielle non è mai un elemento di meraviglia o di intrattenimento spettacolare: è uno strumento di verità, scomodo e necessario, che mette in scena la domanda più difficile che un racconto familiare possa porsi — quanta onestà è davvero sostenibile tra le persone che si amano?
Va però detto che l'idea iniziale del film, lo schiaffo che cambia il corso di una vita, poteva essere sfruttato meglio, quasi fosse mancato quel guizzo di coraggio in più a far procedere la storia verso il punto di snodo definitivo, preferendo invece un finale ambiguo in maniera scontata e quindi anche aperto. Inoltre un approfondimento della figura di Marielle che esponesse in maniera più dettagliata i disagi e i rancori della ragazzina non sarebbe stato di certo inutile. 
Hambalek sceglie di non offrire risposte facili e lascia i suoi personaggi in una zona di ambiguità che se da un lato rispecchia fedelmente la complessità della vita reale, quella zona grigia in cui nessuno è del tutto onesto e nessuno è del tutto ipocrita, in cui le bugie sono spesso atti di cura mal riusciti, e la verità può fare più danni del silenzio, dall'altro sembra non sapere come chiudere il cerchio di una storia che lascia troppe zone inesplorate. 
Nel complesso però l'opera del regista tedesco è comunque portatrice di riflessioni attuali, affrontate anche con la giusta atmosfera, non è certamente film perfetto, ma ha il pregio di insinuare su chi lo guarda qualche domanda che ci riguarda nel profondo.

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