Han Gong-ju è stato prima di ogni cosa un film-fenomeno: opera prima di Lee Su-jin, giovane regista indipendente con alle spalle qualche cortometraggio e tanta gavetta nell'ambiente cinematografico, ha girato il mondo nei vari Festival collezionando numerosi e importanti riconoscimenti, tra cui, il più prestigioso, il Tiger Award al 43° Festival di Rotterdam ma anche a Busan , al Blue Dragon Film Awards e dalla Associazione Coreana dei Critici; oltre a ciò il film , pur non spalleggiato da grandi case di produzione e distribuzione, ha riscosso anche un grande successo di presenze nelle sale.
Il motivo di tutto ciò, cosa abbastanza rara nel cinema coreano indipendente, risiede nella scelta di trattare un argomento che si ispira ad un fatto di cronaca accaduto in tempi pure abbastanza recenti che suscitò orrore ed esecrazione, uno di quei tanti fatti di cronaca che la società coreana sa regalarci con una certa continuità in cui il paese stesso si rispecchia guardando nel profondo della sua coscienza e della sua anima.
In effetti il tema trattato e le inevitabili conseguenze emotive che ne scaturiscono ponevano le premesse affinchè il film potesse ricevere attenzione sia dalla critica che dal pubblico, ma Han Gong-ju, è bene dirlo subito, non ha nulla di ruffiano e di furbo, escluso qualche aspetto che poi vedremo.